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Inchiesta

 

L'appropriazione dei beni mafiosi
di Giovanna Cracco
La nuova legge sulla vendita degli immobili confiscati alla mafia, che li sottrae al patrimonio pubblico sociale per trasformali in capitale privato, con priorità d'acquisto per le cooperative delle Forze Armate e della Polizia

La fine
Nel dicembre 2009, la legge finanziaria 2010 passa alle Camere con l’ennesimo voto di fiducia. Tra disposizioni di ogni tipo, diventa legge dello Stato anche il tanto discusso emendamento 2.3000 del senatore Maurizio Saia del Pdl, che prevede la vendita dei beni immobili confiscati alla mafia qualora entro novanta giorni dal provvedimento definitivo di confisca non siano stati destinati per finalità di pubblico interesse.
Contro il provvedimento si sono scagliate diverse associazioni civili antimafia, cercando inutilmente di bloccarlo: per l’impostazione stessa – fino a oggi gli immobili non potevano essere venduti ma restavano patrimonio dello Stato che li destinava, in senso prioritario, a comuni e associazioni per fini sociali – e per il timore che la mafia finisse per rientrarne in possesso tramite prestanome – data anche la concomitanza dell’emanazione dello scudo fiscale (1), in forma anonima e privo di ogni controllo antiriciclaggio (un timore sensato e legittimo, tuttavia i commi della legge nascondono anche altre insidie, come vedremo). Il governo l’ha varato definendolo ‘necessario’, a causa dell’enorme quantità di beni confiscati ancora in attesa di destinazione e lasciati ad ammuffire: se lo Stato non sa che farsene, se le lungaggini burocratiche ne impediscono la messa a frutto, tanto vale venderli e far cassa, data la crisi economica e le tasche pubbliche sempre vuote.

Il 4 febbraio 2010, con decreto legge n. 4, viene istituita l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, con sede a Reggio Calabria; una società di diritto pubblico, dotata di autonomia organizzativa e contabile e posta sotto la vigilanza del ministero dell’Interno. Si occuperà dell’amministrazione, della custodia e della destinazione dei beni mobili, immobili e aziendali sequestrati e confiscati e sostituirà in toto, una volta divenuta operativa entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto, l’attività del Commissario straordinario per la gestione e destinazione dei beni confiscati alla mafia.
La doppietta di provvedimenti voluta dal governo pone due inevitabili interrogativi: l’istituzione e l’attività del Commissario straordinario è stata un fallimento? E di conseguenza, la messa in vendita dei beni immobili è l’unica alternativa possibile per valorizzarli?

Il principio
Nonostante la mafia in Italia – intesa nella complessità delle sue diverse organizzazioni, Cosa nostra, Camorra e ‘ndrangheta – abbia radici nel Settecento, lo politica si è accorta della sua esistenza con notevole ritardo: le prime disposizioni antimafia risalgono alla legge 575 del 1965.
Eppure, in un rapido e non esaustivo sorvolo storico, basti dire che il primo documento ufficiale che rivela l’esistenza del termine ‘Camorra’ è datato 1735; il suo codice, denominato Frieno – la cui esistenza implica l’esistenza di una realtà organizzata – compare nel 1842. Il 25 aprile 1865 il prefetto di Palermo, Antonio Filippo Gualtiero, indica per la prima volta in un documento ufficiale la parola ‘mafia’ e quattro anni prima, il generale Alessandro Della Rovere, in una lettera inviata da Palermo a Genova a Thaon Di Revel, scrive: “Qui v’è pure la camorra, non meno cattiva della napoletana. La chiamano maffia”.
Ma ancora prima di darle un nome, il procuratore generale di Girgenti, l’attuale Agrigento, nel 1828 descriveva una “organizzazione di oltre 100 uomini” legati tra loro da un giuramento di silenzio; dieci anni dopo, il procuratore generale della Gran corte criminale di Trapani, Pietro Calà Ulloa, parlava di ‘fratellanze’ governate da uomini che avevano un certo peso sociale e che erano in grado di raccogliere soldi e corrompere per interferire sul funzionamento dell’amministrazione pubblica e della giustizia: “Sono tante specie di governi nel governo”, scriveva.
Nel 1869 furono annullate le elezioni comunali a Reggio Calabria per infiltrazione mafiosa e la situazione si ripeteva in molti comuni campani, calabresi e siciliani; nel 1899 il deputato socialista Giuseppe De Felice-Giuffrida, in un discorso alla Camera, affermò che esisteva una “mafia politica” e che la mafia fa “aumentare il credito dei capi politici che ne dispongono”; Napoleone Colajanni sosteneva che in Sicilia la mafia era una potente forza elettorale perché collegata con le autorità locali interessate a far vincere le forze governative.

Tuttavia, fin dalla sua scoperta da parte di uomini delle istituzioni, in molti si preoccuparono di creare un’armatura ideologica culturale a sua protezione: nel 1875 il marchese Di Rudinì parlava di una “maffia benigna”, una specie di “spirito di braveria”; nel 1900, uomini di cultura e politici negavano che la mafia fosse “un’associazione di malfattori” mentre la magistratura già aveva iniziato a descriverne il funzionamento, la gerarchia interna e le relazioni con la politica.
Paradossalmente fu lo Stato fascista a riconoscerne per primo l’esistenza, mandando nel 1925 in Sicilia il generale Mori a debellarla: in realtà, il regime voleva liberarsi dei notabili liberali collusi con l’organizzazione criminale e ottenere così l’appoggio politico dei grandi proprietari terrieri, i primi ad averla utilizzata come braccio armato contro i contadini e in quel momento soccombenti. Mori fece piazza pulita dei ‘picciotti’, e appena toccò con la sola unghia qualche alto mafioso, immediatamente i borghesi, liberati anche dall’ala più violenta e impresentabile dell’organizzazione, scesero a patti con il regime e i latifondisti; Mori fu richiamato a Roma, nominato senatore e il regime annunciò che la mafia era stata sradicata.

Il dopoguerra è storia già più conosciuta. L’utilizzo della mafia da parte degli americani e dello Stato italiano in funzione anticomunista e antioperaia è nota: non poteva quindi la Dc riconoscerne l’esistenza. Fino a metà degli anni Sessanta non si contano le dichiarazioni di prefetti, politici locali e nazionali che negano che la mafia sia un’associazione criminale (per Vito Ciancimino era una “mentalità”).
Occorre arrivare al 1965 per vedere emanata dal parlamento la legge 575 intitolata “Disposizioni contro la mafia”, che metteva in atto misure di prevenzione da applicare agli “indiziati di appartenere ad associazioni mafiose”. Servì tuttavia a poco, a causa di una grossa lacuna: non definiva i caratteri dell’associazione mafiosa e, di conseguenza, permaneva l’impossibilità giuridica di imputare all’indiziato il reato di associazione. Inoltre prescriveva solo misure a carattere personale – la sorveglianza speciale e l’obbligo di dimora – non attaccando affatto la componente patrimoniale del soggetto.

Fu solo nel 1982, con la legge 646 Rognoni-La Torre, che entrò nel codice penale la definizione di “associazione mafiosa” con il famoso articolo 416-bis; in più furono stabilite misure di prevenzione di carattere patrimoniale, con il sequestro immediato e provvisorio dei beni, a disponibilità diretta o indiretta, dei soggetti accusati di associazione mafiosa e la confisca definitiva nel momento in cui gli stessi, durante il procedimento, non fossero in grado di dimostrarne la legittima provenienza. È questa legge che permette al pool di Palermo di Falcone e Borsellino di istituire il maxiprocesso contro la cupola, vista come organizzazione criminale verticistica.

Iniziano i procedimenti di confisca e i beni si accumulano. La Rognoni-La Torre genericamente li destinava al patrimonio dello Stato, senza fissare alcun procedimento in merito. Ci pensa il decreto legge 230/1989, stabilendo le procedure di gestione, amministrazione, destinazione e cessione, anche a titolo gratuito, a enti pubblici o ad associazioni, comunità, società e imprese a partecipazione pubblica finalizzate a scopi sociali. Il decreto non faceva distinzione tra beni mobili, immobili e aziendali.

La successiva legge 55/1990 fissa un altro criterio importantissimo: le misure patrimoniali preventive possono essere applicate anche nel caso l’indagato sia assente, e non decadono per sopravvenuta cessazione della pericolosità del soggetto.

Dopo le stragi del ’92-’93 la società civile batte un colpo e grazie soprattutto all’impegno dell’associazione Libera mette pressione al Parlamento affinché approvi una legge – di iniziativa popolare – che stabilisca l’esclusivo riutilizzo sociale dei beni confiscati.
Nel 1996 viene emanata la legge 109 che fissa tempi brevi e certi di assegnazione del bene – novanta giorni – e una distinzione tra beni mobili e, soprattutto, tra quelli immobili e quelli aziendali: questi ultimi possono essere liquidati oppure ceduti in affitto o venduti allo scopo di salvaguardarne la continuità, anche occupazionale, mentre i primi vengono mantenuti nel patrimonio pubblico e destinati esclusivamente a un uso sociale e in via prioritaria al Comune in cui l’immobile è situato.

Nel mezzo: il lavoro del Commissario straordinario
Nel 1999 – breve governo D’Alema – viene istituita la figura del Commissario straordinario per la gestione e destinazione dei beni confiscati alla mafia, con il compito di accentrare e rendere quindi più rapido e agevole l’intero procedimento, dal sequestro alla destinazione, di un patrimonio di centinaia di milioni di euro.
Segue una grottesca altalena: il 23 dicembre 2003 il governo Berlusconi non ne proroga l’istituzione, dà tutto in mano al Demanio nell’attesa di creare un ufficio ad hoc sotto il Viminale, già ventilando la possibilità di mettere gli immobili in vendita; il 15 giugno 2007 il governo Prodi torna a istituirlo; il 4 febbraio scorso, nuovamente, il governo Berlusconi si prepara a smantellarlo istituendo l’Agenzia nazionale, dopo aver stabilito per legge la possibilità della messa in vendita dei beni immobili. Due provvedimenti definiti, come abbiamo visto, ‘necessari’. Ma necessari a chi?

La dettagliata – 302 pagine – relazione annuale 2009 del Commissario straordinario Antonio Maruccia, presentata il 23 novembre scorso, fornisce un’analisi del fenomeno e una mole di dati veramente approfondite. Vale la pena soffermarsi sui numeri relativi ai beni immobili, perché preponderanti rispetto ai beni aziendali – al 30 giugno 2009 sono 8.933 quelli confiscati contro appena 1.185 società – perché (scelta non casuale si può dire, visti i numeri) modificati dalla legge nella destinazione, e perché la grande maggioranza delle aziende, ben l’89%, non viene né destinata né messa in vendita in quanto già in liquidazione o tecnicamente fallita prima della confisca definitiva, a causa del fatto che il più delle volte il sequestro provvisorio ne blocca, inevitabilmente, l’attività.

Degli 8.933 immobili confiscati, 5.407 (il 60,5%) sono stati destinati; il restante è ancora in attesa. È interessante analizzare la diversa progressione dell’attività anno per anno. Prima della legge del 1996, i beni confiscati erano 1.263 e nessuno risultava destinato; dal ’96 al ’98 il numero si incrementa di altri 1.486 immobili, raggiungendo quota 2.749, di cui solo 228 destinati in tre anni. Nel 1999 viene istituita la figura del Commissario straordinario: in quatto anni, fino alla sua revoca nel 2003, i beni aumentano di altre 3.162 unità e si incrementa anche la quota di quelli destinati: 1.904.
Interessante soprattutto registrare come il 2002 e il 2003, dopo, si suppone, una necessaria messa a regime della procedura del commissariato, la curva inverta la sua tendenza: sono maggiori i beni destinati nel corso di ogni singolo anno rispetto a quelli confiscati. Si è dunque iniziato a sfoltire l’enorme parco immobili, riuscendo pian piano a mettere a frutto un capitale lasciato per anni a sgretolarsi. Di difficile comprensione quindi risulta la scelta del governo Berlusconi di non prorogare la figura del Commissario straordinario, proprio quando la situazione era uscita dallo stallo e aveva iniziato a invertire la tendenza.

Dal 2004 al 2006 infatti, tre anni in cui la gestione dei beni torna sotto il Demanio, si ripresenta la curva negativa: 1.441 immobili sequestrati e 1.160 destinati.
A metà del 2007 Prodi rimette il Commissario al suo posto, l’attività riparte nel novembre dello stesso anno: nonostante il poco tempo, il risultato è positivo: 599 beni confiscati nell’intero anno, 677 destinati.
Il 2008 e il 2009 segnano un lavoro strabiliante: 669 immobili confiscati e ben 1.438 destinati. Si badi che i dati della relazione sono aggiornati al 30 giugno 2009, riferendosi dunque a poco più di 18 mesi di lavoro, che segnano un incremento netto del 284% sulla media annuale delle destinazioni relativa ai complessivi dodici anni precedenti e un +42% sull’anno 2007. Il valore del patrimonio destinato ammonta a 230 milioni di euro a fronte dei 500 milioni di euro dei beni destinati nei dodici anni precedenti.

Non si può dunque ragionevolmente dire che la – doppia, nel 2003 e oggi – soppressione del Commissario straordinario sia dovuta al suo fallimento. Anzi, mai come negli ultimi due anni la procedura ha funzionato. Vero che con il decreto legge di febbraio il tutto non torna nelle mani paludose del Demanio ma si trasferisce a una Agenzia nazionale che, sulla carta, dovrebbe ben sostituire il Commissario il quale, per primo, nella relazione auspicava la creazione dell’Agenzia. Accanto, tuttavia, egli dava esplicita indicazione “della necessità di vietare la vendita dei beni”. Come una nera nube tossica aleggia infatti sulla testa della nuova Agenzia quella leggina inserita in finanziaria; un po’ malsana risulta anche essere la destinazione prevista per le somme ricavate dalla vendita, al 50% al ministero dell’Interno per la tutela della sicurezza pubblica e del soccorso pubblico e al restante 50% al ministero della Giustizia, per assicurare il funzionamento e il potenziamento degli uffici giudiziari e degli altri servizi istituzionali, in coerenza con gli obiettivi di stabilità della finanza pubblica: viene così a mancare quella prerogativa territoriale che è elemento indispensabile per combattere la mafia, economicamente e culturalmente, proprio dove essa incide maggiormente sul tessuto imprenditoriale, lavorativo e sociale. Ma più di tutto appare inquinante il comma 2-ter inserito nella legge che prevede la vendita.

Il curioso codicillo
Recita: “Il personale delle Forze armate e il personale delle Forze di polizia possono costituire cooperative edilizie alle quali è riconosciuto il diritto di opzione prioritaria sull’acquisto dei beni destinati alla vendita”. Perché una scelta simile?
Forze armate e Polizia sono due istituzioni ben precise, il cui personale comprende dall’ultimo soldato/poliziotto fino al generale, all’ammiraglio, al prefetto, al Capo della polizia; le cooperative edilizie sono società senza scopo di lucro, la cui finalità è quella di procurare un alloggio ai soci, in proprietà o in affitto; spesso usufruiscono del credito agevolato rilasciato dalle Regioni e hanno forti agevolazioni fiscali. In più la stessa finanziaria 2010 ha prorogato fino al 2012 il bonus per le ristrutturazioni, esteso in favore di acquirenti e intestatari di unità abitative facenti parte di fabbricati sui quali le imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare o, appunto, le cooperative edilizie hanno eseguito interventi di recupero.

Il governo di destra ha a cuore le famiglie dei soldati e dei poliziotti – e dei generali e dei prefetti – e provvede a dar loro un tetto sicuro e a buon prezzo? È una sorta di gratifica riconosciuta a quella categoria che combatte in armi la criminalità organizzata e che ora potrà, con cospicue agevolazioni, entrare in possesso degli immobili della stessa mafia? Può darsi.
Certo che il tutto ha, per lo meno, il sapore di un privilegio riconosciuto a rappresentanti dello Stato a sfavore della società civile: il comma 2-quater prevede infatti che “gli enti locali ove sono ubicati i beni destinati alla vendita possono esercitare la prelazione all’acquisto degli stessi”, e nonostante il mirabolante pastrocchio linguistico al fine di creare confusione, la realtà non cambia: ‘diritto di opzione’ significa che il diritto di acquisto spetta in via prioritaria alle cooperative edilizie delle Forze armate e della Polizia, le quali hanno facoltà di scelta, e ‘diritto di prelazione’ vuol dire che, in seconda battuta, sugli immobili scartati dalle cooperative, in caso di offerte parificate per l’acquisto di un medesimo bene gli enti locali, a parità di offerta, hanno la precedenza rispetto all’altro offerente (per acquistare quello che fino a oggi veniva dato loro anche a titolo gratuito!).

Da beni collettivi gli immobili diventano beni privati, e in aggiunta alla società civile non viene più riconosciuto il diritto a essere risarcita dei danni che la mafia le provoca. Nonostante essa sia la prima a essere sfruttata, soggiogata, penalizzata nei propri diritti di cittadinanza da una presenza mafiosa che: lo stesso Stato ha protetto, negandone in malafede l’esistenza per più di due secoli; ha utilizzato come braccio armato contro la società civile quando essa andava pericolosamente a sinistra; ha usato, e continua a usare, come potere elettorale; con cui è scesa a patti in una Trattativa che finalmente le inchieste giudiziarie portano alla luce; e con cui, soprattutto, ha sempre fatto e continua a fare affari.
Perché sempre lì si torna: alla struttura economica di cui ogni altra dinamica è sovrastruttura. Il tutto infatti ha sopra ogni cosa il fastidioso olezzo di un enorme affare e della creazione di un potere economico in divisa e stellette.
E accanto al danno, la beffa: la possibilità di vendita è prevista solo per quegli immobili non destinati a finalità sociali entro i termini di legge, cioè novanta giorni. Peccato che, a causa di lungaggini burocratiche tuttora irrisolte, appena lo 0,06% degli immobili è destinato entro quattro mesi; nessuno, entro novanta giorni.
Al 30 giugno 2009 il valore dei beni confiscati e non ancora destinati è stimato in quasi 475 milioni di euro, a cui si andranno a sommare tutte le confische future. Una bella somma. Un gran bell’affare.

 

Giovanna Cracco

 

(1) Sistema Italia: grande capitale e mafia, Giovanna Cracco, PaginaUno n. 16/2010

 

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