| 2 maggio 18...
Ci siamo.
Sto per avere sulla coscienza la vita di un uomo. Sperava di tirare
avanti parecchi anni prima di essere a questi ferri, ma nossignore.
Appena uno, e scarso.
Sì, l’ombra smisurata dell’estremo supplizio abbruna
ancora i miei felicissimi stati. Il Parlamento non si è trovato
d’accordo per abolirlo, e io stesso, che ne farei senza tanto
volentieri, pure non so che pensare quando odo dei vecchi e onesti militari
sostenermi in coro che in ogni modo andrebbe mantenuto per l’esercito.
Capisco: i soldati debbono rispondere di sé e degli altri, ma
sono sempre uomini! C’è di buono che questa prima volta
m’è capitato un caso chiaro, lampante. Un tristo che ha
ucciso per rubare, freddamente, aspettando quieto quieto il momento
buono. Nessun astio colla vittima, subito designata appena vista, e
però nessuna nessunissima attenuante. Potrei fargli la grazia
egualmente, lo so, e di fatto ieri la madre e la sorella mi hanno mezzo
ammazzato alla loro volta chiedendomela spietatamente (intendo senza
pietà di me), ma la grazia non è mica l’arbitrio,
non è mica il capriccio del momento. La grazia non può
essere altra cosa che la clemenza confortata dalla ragione, e io voglio
poter dire là in alto quando che sia: «Le leggi erano,
e io ci ho posto mano con giustizia. Se erano cattive, io ne aveva meno
colpa di molti altri; so bene che le aveva giurate, epperò le
ho mantenute. Ora niente mi è sembrato più importante,
dal mio punto di vista, che di usare giustamente del diritto di grazia.
Per queste e queste ragioni ho lasciato uccidere il tal delinquente;
per queste e queste ragioni ho lasciato vivere il tal altro. I miei
criteri possono essere stati sbagliati, ma io ci ho messo dentro in
buona fede tutto quel po’ di senno che mi era stato dato. Se ne
avessi sortito di più, non avrebbe guastato di certo in molte
altre occasioni, ma pure qui, in questi casi particolari, credo fermamente
che avrei fatto il medesimo, sebbene con maggior trepidazione».
Molto maggiore. La coscienza umana ha un modo così proprio di
ragionare che meno aiuti si ritrova ad avere intorno e meglio è.
E se certi legislatori avessero avuto più di coscienza e meno
di aiuti metafisici pel capo, non avrebbero mai impiantato quel loro
così detto dicastero di grazia e giustizia. Se fossero
veramente due cose diverse fra di loro, dove andrebbe quest’ultima?
A Patrasso?
Io intanto non mi sono voluto fidare né dei giurati, né
dei giudici, e meno ancora dei miei ministri, i quali mi hanno detto
uno per uno di assumere la responsabilità di quella testa e davanti
agli uomini e davanti a Dio: no, io ho voluto veder tutto coi miei propri
occhi, e ho qui da più giorni davanti le carte del procedimento
da una parte, e la grazia o il rifiuto dall’altra. Farò
più presto che potrò, perché non sono crudele,
ma la legge mi ha accordato più giorni per pensarci, e io ci
penso.
Anzi, posso dire che non c’è dichiarazione di teste, né
voce pubblica di popolo, che io non abbia pesato e compulsato con equa
lance, e nemmeno ho tralasciato di porre a confronto ogni argomento
di procuratore con ogni stiracchiatura di avvocato. Mi sono messo nei
piedi di ognuno, procurando continuamente di non escire mai dai miei,
e ho concluso pur troppo che il meglio di tutto sarebbe di trovarsi
in quelli di un buon borghese, il quale mandasse all’aria una
boccata di fumo e dicesse da star seduto colle gambe tese: «Ecco.
Io non muoverei un dito per salvarlo, ma pure sono molto contento di
non aver nulla da fare per perderlo».
Oh, la beatitudine di costoro, fin che li lasceranno vivere, di star
seduti, colle gambe tese!
3 maggio.
Che sogno!
Ho fatto aprire, ho lasciato fuori le guardie, gli ho detto senza ambagi
chi fossi, e gli ho chiesto se avesse nulla a confidarmi in particolare.
Mi ha sbirciato un momento di traverso e poi, come uomo che sapesse
prendere i suoi partiti molto più presto di me, ha fatto un passo
alla mia volta guardandomi negli occhi e dicendo forte:
«Ho capito. Voi volete sottrarvi al rimorso persuadendovi bene,
prima di firmare, che io sono veramente lo scellerato che sembro. Sono.
Potessi tornare indietro d’un anno, e rifarei quel che ho fatto
con più prudenza e circospezione. Siete contento? Oppure vorreste
che dessi la colpa all’ambiente in cui sono vissuto, e cioè
in altri termini alla società? Dar la colpa alla società
con voi che ne campate? Con voi che avete bisogno che i suoi puntelli
tengano bene per starci sopra comodamente? Voglio far altro».
E mi ha quasi voltato le spalle.
Sono escito in molto peggiore stato che non entrassi, e corsi a firmare
col capo rivolto da una parte, e a occhi chiusi. Ogni tratto di penna
mi faceva correre un guizzo per ogni vertebra, come se avessi scritto,
non già sopra un foglio di carta, ma sulla schiena di una torpedine.
Oh, che nome eterno, il mio!
Poi s’è avvicinato il gran momento, e mi sono gettato sul
letto come per darmi a intendere che avrei potuto dormire. “Mancano
venti minuti, ne mancano dieci, adesso lo conducono, gli presentano
il crocifisso... ci siamo!... Via, ora sta meglio di me”.
Ma egualmente mi svegliai di soprassalto, con un grande affanno e con
le mani al collo. Ci sentiva come un senso di torpore, che togliendomi
di volgerlo qua e là, mi forzava quasi a tenerlo all’in
su, e sempre più in su. O prima era già assai lungo per
suo conto, o questa notte mi deve essere cresciuto assai.
Mia moglie mi trovò dopo due ore con tutti i soliti quaderni
davanti, e le narrai del mio bruttissimo sogno. Essa mi ascoltò
attentamente e poi, come certa di essere a porte chiuse, mi disse: «Badi
ancora ai sogni? Non ti sei mai avveduto che si torna bimbi, sognando?
Faresti meglio a pensare che tu soffri, perché sei già
pienamente persuaso che la grazia non vada conceduta».
«Lo so anch’io».
«E allora, se ti tiri indietro, non può essere per altro
che paura di star male poi».
«Non è cosa che vada considerata?»
«Secondo le persone. Da te no. Pensa che Dio è molto migliore
di noi, e che pure ci ha condannati a morte tutti. E firma. Da pari
tuo».
Fossi rinfrancato da queste parole, ovvero, ciò che è
più probabile, avessi già scontato quella grandissima
pena mediante la lunga tortura dei giorni prima, il fatto è che
ho firmato, se non da pari mio, certamente da persona ben consapevole
di quello che facesse. Poco dopo l’ora fatale è venuta
davvero, e mia moglie, che mi vedeva ancora alquanto agitato, mi chiese:
«Hai avuto qualche pensiero indegno, hai consentito a qualche
basso istinto quando firmavi?»
«No davvero».
«E allora?»
«Allora capirai che non è mica un gusto di patire per colpa
altrui. L’ho ammazzata io la vittima? No. L’ho derubata?
No. Eppure mi è costata bene. C’è stato un momento
in cui l’ho avuta più con lei che non coll’assassino.
Questo andava mandato sulla forca senza tante cerimonie, ma quella se
era buona, chi me la rifà? Doveva difendersi un po’ meglio,
per Dio!»
Qui mia moglie m’interruppe e disse: «Bada che tu stai per
passare da un eccesso all’altro. Poco fa parevi quasi l’assassino
tu, e ora ci ridi sopra».
«Lasciami ridere. Già tanto son fatto così. È
la scorza delle cose che mi fa paura, non il nocciolo. Quella è
il diritto di grazia – una illusione – questo la vita o
la morte dei grandi malfattori. Così potessi fare il Caligola
davvero a sradicarli tutti con una firma sola. Vorresti vedere che firma
chiara!» |