| Tre vecchioni a cui l’età
e forse anche la consuetudine di star sempre assieme han dato una somiglianza
di fratelli, stanno seduti tutto il santo giorno e quando è bel
tempo anche gran parte della sera, su una panchina di pietra addossata
al muro d’una casetta di Nuoro.
Tutti e tre col bastone fra le gambe, di tanto in tanto fanno un piccolo
buco per seppellirvi una formica o un insetto o per sputarvi dentro,
o guardano il sole per indovinare l’ora.
E ridono e chiacchierano coi ragazzetti della strada, non meno sereni
e innocenti di loro.
Intorno è la pace sonnolenta del vicinato di Sant’Ussula,
le tane di pietra dei contadini e dei pastori nuoresi: qualche pianta
di fico si sporge dalle muricce dei cortili e se il vento passa le foglie
si sbattono l’una contro l’altra come fossero di metallo.
Allo svolto della strada appare il Monte Orthobene grigio e verde fra
le due grandi ali azzurre dei monti d’Oliena e dei monti di Lula.
Fin da quando ero bambina io, i tre vecchi vivevano là, tali
e quali sono ancora adesso, puliti e grassocci, col viso color di ruggine
arso dal soffio degli anni, i capelli e la barba d’un bianco dorato,
gli occhi neri ancor pieni di luce, perle lievemente appannate nella
custodia delle palpebre pietrose come conchiglie. Una nostra serva andava
spesso, negli anni di siccità, ad attinger acqua ad un pozzo
là accanto: io la seguivo e mentr’ella parlava con questo
e con quello come la Samaritana, io mi fermavo ad ascoltare i racconti
dei tre vecchi. I ragazzi intorno, chi seduto sulla polvere, chi appoggiato
al muro, si lanciavano pietruzze mirando bene al viso, ma intanto ascoltavano.
I vecchi raccontavano più per loro che per i ragazzetti: e uno
era tragico, l’altro comico, e il terzo, ziu Taneddu, era quello
che più mi piaceva perché nelle sue storielle il tragico
si mescolava al comico, e forse fin da allora io sentivo che la vita
è così, un po’ rossa, un po’ azzurra, come
il cielo in quei lunghi crepuscoli d’estate quando la serva attingeva
acqua al pozzo e ziu Taneddu, ziu Jubanne e ziu Predumaria raccontavano
storie che mi piacevano tanto perché non le capivo bene e adesso
mi piacciono altrettanto perché le capisco troppo.
Fra le altre ricordo questa, raccontata da ziu Taneddu.
Bene, uccellini, ve ne voglio raccontare una. La mia prima moglie, Franzisca
Portolu, tu l’hai conosciuta, vero, Jubà, eravate ghermanitos
(cugino in terzo grado), ebbene, era una donna coraggiosa e buona, ma
aveva certe fissazioni curiose. Aveva quindici anni appena, quando la
sposai, ma era già alta e forte come un soldato: cavalcava senza
sella, e se vedeva una vipera o una tarantola, eran queste che avevan
paura di lei. Fin da bambina era abituata ad andar sola attraverso le
campagne: si recava all’ovile di suo padre sul Monte e se occorreva
guardava il gregge e passava la notte all’aperto. Con tutto questo
era bella come un’Immagine: i capelli lunghi come onda di mare
e gli occhi lucenti come il sole. Anche la mia seconda moglie, Maria
Barca, era bella, tu la ricordi, Predumarì, eravate cugini; ma
non come Franzisca. Ah, come Franzisca io non ne ho conosciuto più:
aveva tutto, l’agilità, la forza, la salute; era abile
in tutto, capiva tutto; non s’udiva il ronzio d’una mosca
ch’ella non l’avvertisse. Ed era allegra, ohiò,
fratelli miei; io ho passato con lei cinque anni di contentezza, come
neppure da bambino. Ella mi svegliava, talvolta, quando la stella del
mattino era ancora dietro il Monte, e mi diceva:
«Su, Tané, andiamo alla festa, a Gonare, oppure a San Francesco
o più lontano ancora fino a San Giovanni di Mores».
Ed ecco in un attimo balzava dal letto, preparava la bisaccia, dava
da mangiare alla cavalla, e via, partivamo allegri come due gazze sul
ramo al primo cantar del gallo. Quante feste ci siamo godute! Ella non
aveva paura di attraversar di notte i boschi e i luoghi impervî;
e in quel tempo ricordate, fratelli miei, in terra di Sardegna cinghialetti
a due zampe, ohiò! ce n’erano ancora: ma di questi
banditi qualcuno io lo conoscevo di vista, a qualche altro avevo reso
servigio, e insomma paura non avevamo.
Ecco, Franzisca aveva questo ch’era quasi un difetto: non temeva
nessuno, era attenta, ma indifferente a tutto. Ella diceva: «Ne
ho viste tante, in vita mia, che nulla più mi impressiona, e
anche se vedessi morire un cristiano non mi spaventerei». E non
era curiosa come le altre donne: se nella strada accadeva una rissa,
ella non apriva neanche la porta. Ebbene, una notte ella stava ad aspettarmi,
ed io tardavo perché la cavalla m’era scappata dal podere
ed ero dovuto tornare a piedi. Oh dunque Franzisca aspettava, seduta
accanto al fuoco poiché era una notte d’autunno inoltrato,
nebbiosa e fredda. A un tratto, ella poi mi raccontò, un grido
terribile risuonò nella notte, proprio dietro la nostra casa:
un grido così disperato e forte che i muri parvero tremare di
spavento. Eppure ella non si mosse: disse poi che non si spaventò,
che credette fosse un ubriaco, che sentì un uomo a correre, qualche
finestra spalancarsi, qualche voce domandare “Cos’è?”
poi più nulla.
Io rientrai poco dopo; ma lì per lì Franzisca non mi disse
nulla. L’indomani dietro il muro del nostro cortile fu trovato
morto ucciso un giovine, un fanciullo quasi, Anghelu Pinna, voi lo ricordate,
il figlio diciottenne di Antoni Pinna: e per questo delitto anch’io
ebbi molte noie perché, come vi dico, il cadavere del disgraziato
ragazzo fu trovato accanto alla nostra casa, steso, ricordo bene, in
mezzo a una gran macchia di sangue coagulato come su una coperta rossa.
Ma nessuno seppe mai nulla di preciso, sebbene molti credano che Anghelu
avesse relazioni con una nostra vicina di casa e che sieno stati i parenti
di lei ad ucciderlo all’uscir d’un convegno. Basta, questo
non c’importa: quello che c’importa è che la perizia
provò essere il malcapitato morto per emorragia: aiutato a tempo,
fasciata la ferita, si sarebbe salvato.
Ebbene, fratelli miei, questo terribile avvenimento distrusse la mia
pace. Mia moglie diventò triste, dimagrì, parve un’altra,
come se l’avessero stregata, e giorno e notte ripeteva: «Se
io uscivo e guardavo e alle voci che domandavano rispondevo –
il grido è stato dietro il nostro cortile – il ragazzo
si salvava...»
Diventò un’altra, sì! Non più feste, non
più allegria; ella sognava il morto, e alla notte udiva grida
disperate e correva fuori e cercava tremando. Invano io le dicevo:
«Franzisca, ascoltami: sono stato io quella notte a gridare, per
provare se ti spaventavi. Un caso disgraziato ha voluto che nella stessa
notte accadesse il delitto: ma l’infelice non ha gridato e tu
non hai da rimproverati nulla».
Ma ella s’era fissata in mente quell’idea, e deperiva, sebbene
per farmi piacere fingesse di credere alle mie parole, e non parlasse
più del morto. Così passò un anno; ero io adesso
a volerla condurre alle feste e a divagarla. Una volta, due anni circa
dopo la notte del grido, la condussi alla festa dei Santi Cosimu e Damianu,
dove una famiglia amica ci invitò a passare qualche giornata
assieme. La sera della festa ci trovavamo tutti nello spiazzo davanti
alla chiesetta.
Era agli ultimi di settembre ma sembrava d’estate, la luna illuminava
i boschi e le montagne, e la gente ballava e cantava attorno ai fuochi
accesi in segno d’allegria. A un tratto mia moglie sparì
ed io credetti ch’ella fosse andata a coricarsi, quando la vidi
uscir correndo di chiesa, spaventata come una sonnambula che si sia
svegliata durante una delle sue escursioni notturne.
«Franzisca, agnello mio, che è stato, che è stato?»
Ella tremava, appoggiata al mio petto, e volgeva il viso indietro, guardando
verso la porta della chiesa.
La trascinai dentro la capanna, l’adagiai sul giaciglio, e solo
allora ella mi raccontò che era entrata nella chiesetta per pregare
pace all’anima del povero Anghelu Pinna quando a un tratto, uscite
di chiesa alcune donnicciuole di Mamoiada, si trovò sola, inginocchiata
sui gradini ai piedi dell’altare.
«Rimasi sola – ella raccontava con voce ansante, aggrappandosi
a me come una bambina colta da spavento. – Continuai a pregare,
ma all’improvviso sentii un susurro come di vento e un fruscio
di passi. Mi volsi, e nella penombra, in mezzo alla chiesa, vidi un
cerchio di persone che ballavano tenendosi per mano, senza canti, senza
rumore; erano quasi tutti vestiti in costume, uomini e donne, ma non
avevano testa. Erano i morti, maritino mio, i morti che ballavano! Mi
alzai per fuggire, ma fui presa in mezzo: due mani magre e fredde strinsero
le mie... ed io dovetti ballare, maritino mio, ballare con loro. Invano
pregavo e mormoravo: Santu Cosimu abbocadu, Ogademinche dae mesu...
quelli continuavano a trascinarmi ed io continuavo a ballare. A un tratto
il mio ballerino di destra si curvò su di me, e sebbene egli
non avesse testa, io sentii distintamente queste parole: Lo vedi, Franzì?
Anche tu non hai badato al mio grido!
«Era lui, marito mio, il malcapitato fanciullo. Da quel momento
non ci vidi più. Ecco il momento, pensavo, adesso mi trascinano
all’inferno. È giusto, è giusto, pensavo, perché
io vivevo senza amore del prossimo e non ho ascoltato il grido di chi
moriva. Eppure sentivo una forza straordinaria; mentre, continuando
a ballare, sfioravamo la porta, riuscii a torcere fra le mie le mani
dei due fantasmi e mi liberai e fuggii; ma Anghelu Pinna mi rincorse
fino alla porta e tentò di afferrarmi ancora: egli però
non poteva metter piedi fuori del limitare, mentre io l’avevo
già varcato. Il lembo della mia tunica gli era rimasto in mano;
per liberarmi io slacciai la tunica, gliela lasciai e fuggii. Marito
mio bello, io muoio... io muoio... Quando sarò morta ricordati
di far celebrare tre messe per me e tre per il povero Anghelu Pinna...
E va a guardare se trovi la mia tunica, prima che i morti me l’abbiano
ridotta in lana scardassata».
Sì, uccellini – concluse il vecchio zio Taneddu –
mia moglie delirava; aveva la febbre, e non stette più bene e
morì dopo qualche mese, convinta di aver ballato coi morti, come
spesso si sente a raccontare: e, cosa curiosa, un giorno un pastore
trovò davanti alla porta di San Cosimo un mucchio di lana scardassata,
e molte donne credono ancora che quella fosse la lana della tunica di
mia moglie, ridotta così dai morti.
Sì, ragazzini, che state lì ad ascoltarmi con occhi come
lanterne accese, il fatto è stato questo: e quel che è
più curioso, sì, ve lo voglio dire, è che il grido
lo feci io davvero, quella notte, per provare se mia moglie era indifferente
com’essa affermava. Quando essa fu morta feci dire le messe, ma
pensavo anch’io: se non gridavo, quella notte malaugurata, mia
moglie non moriva. E mi maledicevo, e gridavo a me stesso: che la giustizia
t’incanti, che i corvi ti pilucchino gli occhi come due acini
d’uva, va alla forca, Sebastiano Pintore, tu hai fatto morir tua
moglie...
Ma poi tutto passò: dovevo morire anch’io? Eh, fratelli
miei, ragazzini miei, e tu, occhi di lucciola, Grassiedd’Elé,
che ne dite? Non ero una donnicciuola, io, e d’altronde morrò
lo stesso, quando zio Cristo Signore Nostro comanda...
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