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Né assassini né eroi
di Luciana Viarengo
Recensione di Ultimi fuochi di Resistenza, Massimo Recchioni

Gli elementi che possono spingere a definire prezioso un testo di narrativa sono molteplici, e tutti risultano, in maggiore o minore misura, indispensabili per poter formulare un tale giudizio.
Nel caso di Ultimi fuochi di Resistenza edito da DeriveApprodi, tuttavia, esiste un elemento fondante ai fini della valutazione che rende immediatamente trascurabili tutti gli altri. Questo elemento è dato dalla sua natura documentale, dal suo essere testimonianza – seppure soggettiva – di una realtà storica, testimonianza che consente di affrontare una delle pagine più sottaciute del dopoguerra milanese.
Massimo Recchioni, l’autore del libro, è un giovane cinquantenne che vive nella Repubblica Ceca dove si occupa di politica, giornalismo, iniziative socio-culturali e di associazionismo, come il Comitato per l’associazione partigiani d’Italia nella Repubblica Ceca.

Circa tre anni e mezzo fa, proprio grazie all’attività politica – nella fattispecie di propaganda elettorale – ha conosciuto un uomo che di quella pagina di Storia è stato protagonista: Paolo Finardi, alias Luigi Colombo, alias Pastecca, attivista del gruppo rivoluzionario milanese “Volante Rossa” fino al 1950, anno nel quale espatriò in Cecoslovacchia, come molti attivisti di sinistra, inseguito da una condanna all’ergastolo. Il sottotitolo del libro è, infatti, Storia di un combattente della Volante Rossa.
L’errore burocratico, crocevia al quale le vite di Recchioni e di Finardi si sono incontrate, costituisce il prologo di Ultimi fuochi, che è invece il racconto in chiave autobiografica della vita di Finardi.
Nel 2006, “per dare una mano a rispedire a casa Berlusconi”, Finardi attende invano un plico elettorale che non arriva. Eppure, ha già votato per ben due volte dopo la grazia ottenuta da Pertini nel 1978 – la prima per un referendum del quale “a essere sincero” non gliene “fregava nulla”, la seconda per le europee del 2004. Non gli resta che telefonare al numero indicato su un volantino elettorale. Dall’altro capo del filo Massimo Recchioni, il quale gli offrirà la propria assistenza pensando di doversi occupare di una banale omissione di trascrizione, e si troverà invece a ripercorrere con lui i binari morti della Storia.

Nella prefazione di Cesare Bermani, il più autorevole storico della Volante Rossa, si legge come la memoria sia stata raccolta da Recchioni “al tavolo di un caffè di Bratislava, sotto l’ombra dei platani”, ma l’autore ha avuto modo di precisare, una volta pubblicato, che gli incontri sono stati ben più d’uno e non tutti così idilliaci.
Sgretolare il muro di reticenza che Finardi aveva eretto nei lunghi decenni di esilio non è stata impresa facile, lo sforzo più impegnativo è stato proprio ritornare a quel periodo di militanza che ha poi segnato il resto della sua lunga vita.
Alla fine, il legame di amicizia nato da questo incontro fortuito ha fatto sì che il più anziano abbattesse le barricate e consegnasse al più giovane una testimonianza che quest’ultimo ha deciso di raccogliere, trasferendola in Ultimi fuochi, per chiunque volesse conoscere una verità diversa da quella ufficiale.

Quanto l’ombra di quest’ultima si sia allungata sulla vita di quei ventenni che lasciarono l’Italia con il marchio infamante di assassini – mentre gli assassini fascisti riprendevano a circolare indisturbati, si ricompattavano in gruppi che sarebbero poi confluiti nell’Msi, ricoprivano cariche pubbliche nella neonata Repubblica italiana – lo dimostra l’omertà della quale sono stati spesso oggetto all’interno delle loro stesse famiglie.
Alcuni tra gli eredi dei volantisti, compreso un nipote del Finardi, sono stati cresciuti accuratamente all’oscuro. Qualcuno, una volta scoperta l’attività giovanile del proprio congiunto, ha deciso di cambiare cognome, qualcuno ha espressamente chiesto che della vita del suo parente non venisse fatta parola, anche se questi era stato, prima che una figura di spicco nella Volante e un potenziale ergastolano, un giovanissimo e valoroso comandante partigiano delle Brigate Garibaldi.
L’ombra della verità ufficiale si allunga fino a noi, quando la Sinistra (ovunque essa sia) e molte associazioni partigiane continuano a mostrarsi ostili e chiuse nei confronti del gruppo rivoluzionario milanese.

Che l’Italia sia un paese incapace di fare i conti con il proprio passato è un dato dimostrato ampiamente, e per rimuovere o archiviare episodi ‘scomodi’ della nostra Storia è sufficiente mettere in atto una rilettura dei fatti che, parafrasando Recchioni, farebbe apparire i Sette Nani che gettano la Strega nella rupe come sette assassini che si accaniscono su una vecchietta: è sufficiente estrapolare l’episodio dal suo contesto generale.
Per questo la testimonianza raccolta in Ultimi fuochi di Resistenza, per quanto soggettiva, è fondamentale per la ricostruzione del contesto storico in cui Paolo Finardi e i suoi compagni si muovevano, e per comprendere che dietro le figure di delinquenti comuni e assassini, quali venivano presentati all’opinione pubblica, c’erano giovani animati dall’entusiasmo per la vittoria dell’insurrezione; giovani per i quali la Resistenza costituiva un percorso rivoluzionario ininterrotto, che li avrebbe traghettati dritti dritti verso l’Italia che loro sognavano, quella che finalmente avrebbe assistito al trionfo della dittatura del proletariato. Un sogno corroborato e sostenuto anche dall’ambigua doppiezza della sinistra italiana.

Comprensibile quindi che per loro la guerra non fosse finita, come non era finita per molti partigiani rossi, che dopo aver offerto la propria vita e assistito al sacrificio di tanti compagni, prendevano atto di come la ricostruzione del Paese andasse di pari passo con l’impunità o la riabilitazione di chi avevano fino al giorno prima combattuto, in una insopportabile negazione dei fondamenti del nuovo Stato.
La Resistenza partigiana, dunque, tanto subitamente glorificata per aver messo fine alla dittatura, diviene all’improvviso scomoda per un Paese che, da Yalta in poi, è caduto nella sfera di influenza occidentale. Anche alla luce del nuovo assetto internazionale, è intuibile che dietro le sbarre ci finiscano più facilmente i rossi che non i loro nemici.
È la lunga ed esauriente prefazione di Bermani a inquadrare tutto questo, mentre la biografia di Finardi ne costituisce una versione ‘di prima mano’, partendo da Milano ma dilatandosi poi nella fuga organizzata con l’appoggio del Pci; nella nuova, dura, vita in Cecoslovacchia, a contatto con la realtà socio-politica dei Paesi socialisti durante la guerra fredda; in un intermezzo cubano all’indomani della rivoluzione – pagine, queste, che toccano il cuore per un entusiasmo e un’ingenuità assolutamente estranei alle successive generazioni.

Ecco, quindi, il valore intrinseco di Ultimi fuochi di Resistenza, nel clima attuale di revisionismo ormai imperante: ricollocare una pagina importante della Storia del dopoguerra nel giusto contesto dell’epoca.
Recchioni, fortunatamente, non ha scelto uno stile sensazionalistico e non ha sovrapposto trama alla fabula, bensì ha optato per lo stesso linguaggio discorsivo e la medesima ricostruzione cronologica, che possiamo immaginare propri del racconto avvenuto al tavolo di quel caffè di Bratislava.

Non è importante che si concordi o meno con la fede politica che da tutta la vita alberga nell’animo di Paolo Finardi; gli si può anche contestare una certa rigidità ideologica che ancora ne inficia il giudizio, come nel caso della Primavera di Praga; si possono prendere le distanze da alcune sue scelte; ma è impossibile non riconoscere, in quest’epoca di giacchette rivoltate e di colori sempre più smorti, l’onestà delle sue convinzioni, la forza con cui ha affrontato le prove alle quali la vita e la Storia lo hanno sottoposto, il rigore e l’entusiasmo riservati al proprio credo.
E come lui, tanti altri a noi sconosciuti.
Il contraltare alla reticenza o all’omertà degli eredi dei volantisti è costituito proprio dalla coerenza dei protagonisti di quella pagina di Storia che, a dispetto dei decenni trascorsi, hanno continuato a chiamare i propri compagni con il nome di battaglia di allora.
Comprenderne i valori – se il termine ha ancora un senso – che li hanno spinti all’azione significa restituire loro una dignità a lungo negata.

 

Luciana Viarengo

 

Ultimi fuochi di Resistenza, Massimo Recchioni, DeriveApprodi, 2009

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