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|
Buone nuove |
| Né assassini né
eroi di Luciana Viarengo |
| Recensione
di Ultimi fuochi di Resistenza, Massimo
Recchioni |
|
Circa tre anni e mezzo fa, proprio grazie all’attività
politica – nella fattispecie di propaganda elettorale –
ha conosciuto un uomo che di quella pagina di Storia è stato
protagonista: Paolo Finardi, alias Luigi Colombo, alias Pastecca,
attivista del gruppo rivoluzionario milanese “Volante Rossa”
fino al 1950, anno nel quale espatriò in Cecoslovacchia, come
molti attivisti di sinistra, inseguito da una condanna all’ergastolo.
Il sottotitolo del libro è, infatti, Storia di un combattente
della Volante Rossa. Nella prefazione di Cesare Bermani, il più
autorevole storico della Volante Rossa, si legge come la memoria sia
stata raccolta da Recchioni “al tavolo di un caffè di
Bratislava, sotto l’ombra dei platani”, ma l’autore
ha avuto modo di precisare, una volta pubblicato, che gli incontri
sono stati ben più d’uno e non tutti così idilliaci.
Quanto l’ombra di quest’ultima si sia
allungata sulla vita di quei ventenni che lasciarono l’Italia
con il marchio infamante di assassini – mentre gli assassini
fascisti riprendevano a circolare indisturbati, si ricompattavano
in gruppi che sarebbero poi confluiti nell’Msi, ricoprivano
cariche pubbliche nella neonata Repubblica italiana – lo dimostra
l’omertà della quale sono stati spesso oggetto all’interno
delle loro stesse famiglie. Che l’Italia sia un paese incapace di fare
i conti con il proprio passato è un dato dimostrato ampiamente,
e per rimuovere o archiviare episodi ‘scomodi’ della nostra
Storia è sufficiente mettere in atto una rilettura dei fatti
che, parafrasando Recchioni, farebbe apparire i Sette Nani che gettano
la Strega nella rupe come sette assassini che si accaniscono su una
vecchietta: è sufficiente estrapolare l’episodio dal
suo contesto generale. Comprensibile quindi che per loro la guerra non
fosse finita, come non era finita per molti partigiani rossi, che
dopo aver offerto la propria vita e assistito al sacrificio di tanti
compagni, prendevano atto di come la ricostruzione del Paese andasse
di pari passo con l’impunità o la riabilitazione di chi
avevano fino al giorno prima combattuto, in una insopportabile negazione
dei fondamenti del nuovo Stato. Ecco, quindi, il valore intrinseco di Ultimi fuochi
di Resistenza, nel clima attuale di revisionismo ormai imperante:
ricollocare una pagina importante della Storia del dopoguerra nel
giusto contesto dell’epoca. Non è importante che si concordi o meno con
la fede politica che da tutta la vita alberga nell’animo di
Paolo Finardi; gli si può anche contestare una certa rigidità
ideologica che ancora ne inficia il giudizio, come nel caso della
Primavera di Praga; si possono prendere le distanze da alcune sue
scelte; ma è impossibile non riconoscere, in quest’epoca
di giacchette rivoltate e di colori sempre più smorti, l’onestà
delle sue convinzioni, la forza con cui ha affrontato le prove alle
quali la vita e la Storia lo hanno sottoposto, il rigore e l’entusiasmo
riservati al proprio credo.
Ultimi fuochi di Resistenza, Massimo Recchioni, DeriveApprodi, 2009 |