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dicembre 2011- gennaio 2012
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Le insolite
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Del resto, la nobiltà dell’errore non è cosa di oggi, già scandagliata da fior di autori: a partire da Luigi Pirandello (per avere introdotto nella superficie ininterrotta dell’identità il cuneo dell’errore), e via via Gadda, Sciascia, Manganelli, Umberto Eco, Gianni Rodari e la Torre di Pisa, Daniele del Giudice e per finire lo stratosferico Alberto Savinio, che si incantava davanti a tutti i suoi errori di battitura e diceva di voler psicanalizzare la sua macchina da scrivere – quest’ultimo, vero genio fondatore della metafisica e della metapratica sistematica dell’errore di battitura e anticipatore di una futura e auspicabile collezione editoriale di pagine possibili ottenute con i suggerimenti di Word rispetto al testo che state scrivendo o traducendo. Ma Savinio, soprattutto, è il padre nobile di un altro sublime come Matthew Herbert. Fortunato ragazzo inglese, figlio di un tecnico del suono della BBC e allievo di un maestro che considerava gli standard jazz, oppure i contemporanei Reich e Xenakis, allo stesso livello di Beethoven. Il che significa crescere senza il pregiudizio della musica ‘alta’ o ‘bassa’. Doppiamente fortunato, perché ha esteso successivamente tale apparentemente irrispettosa metodica alla produzione sonora (comunque intesa) nel e del mondo: sicché il nostro, nel ’95, esordisce coerentemente dal vivo con un concerto per campionatore e sacchetto di patatine fritte. Da quel momento la sua attività esplora la scena dei dj di musica house ed elettronica, dove diventa un maestro grazie alla sua capacità di lavoro e cut-up coi campionatori di suono e allo stesso tempo produce ed esegue opere di musica assai vicina alla musique concrète di Pierre Schaeffer (1948) o meglio ancora alle teorizzazioni geniali del futurista Luigi Russolo (1908). Nel 2000 Herbert scrive un vero e proprio manifesto programmatico della sua musica, chiamato Contratto personale per la composizione di musica che incorpora il Manifesto degli errori. Tale manifesto, non dissimilmente a quanto avvenuto per Dogma 95 di Lars von Trier per il cinema, comprende le regole che da quel momento ne hanno segnato e definito la produzione musicale. Tali regole comprendono la proibizione dell’uso di sorgenti musicali pre-registrate, così come l’uso di suono sintetico riproducente o imitante strumenti acustici. Inoltre, suoni accidentalmente inseriti (come il
camion che passa di sotto in strada), note registrate precedentemente
e solo parzialmente sovraincise e dunque errori di programmazione
e/o registrazione sono i benvenuti come deus ex machina di
un’umanità che agisce a caso in un mondo oramai sterilizzato
dall’assoluta precisione delle macchine. Non a caso si tratta
di un musicista che possiede una sua etichetta discografica chiamata
Accidental music. Che direbbe Glenn Gould, da un lato innamorato della
neonata possibilità di effettuare registrazioni nota per nota
del suo pianoforte e dall’altro assoluto sconvolgitore dell’ortodossia
esecutiva di monumenti come Bach? In cima a tutti la copertina, un bell’esempio di manifesto programmatico, con una serie di firme di amici e colleghi dove si afferma che questo disco, che a tutti gli effetti appare come uno stralunato musical di Broadway per full orchestra & choir, è in realtà un’opera musicale a valenza politica, con contenuti degni di nota, e non soltanto la colonna sonora del consumismo selvaggio. La scelta del gruppo di esecutori marca già una scelta di campo: la big band jazzistica era un medium della cultura bianca e ‘alta’ dei novelli ricchi e capitalisti statunitensi e dei loro epigoni europei (inglesi in cima alla lista), e il tipo di musica che essa eseguiva era altamente popolare in un periodo in cui gli statunitensi facevano di tutto per esorcizzare la presenza delle forze socialiste e comuniste anche in patria (vedi la vicenda di Woody Guthrie e degli International workers of the world). In questo disco a cucire gli interventi musicali c’è la strepitosa voce di Eska Mtungwazi, nativa dello Zimbabwe e compagna di Herbert (presente in altre produzioni tra cui Ma Fleur della Cinematic Orchestra, già qui recensita) e una serie di campionamenti da mal di testa puntigliosamente elencati all’interno del cd. La sostanza musicale è assai british: Herbert
recupera tutto il patrimonio nazionale, che va dal vaudeville alla
canzonetta satirica agli arrangiamenti patriottici dei musical di
Broadway, e lo frulla con sadica lucidità in una salsa che,
non foss’altro che per i campionamenti e i testi, è altamente
corrosiva. Un amico mi ha segnalato il video dal vivo del brano
finale (Just Swing), che è nostalgia di Broadway,
live act sovversivo e coerenza pura col suo Manifesto: Herbert afferra
il Daily Mail e lo stropiccia, mentre ne campiona il suono costruendo
immediatamente un anello di suono. A turno gli esecutori prendono
le pagine e le strappano in strisce lanciandole poi in aria. L’immagine
delle strisce che svolazzano per aria come confetti nuziali nella
luce rosa e blu del palco, mentre la band swinga dolcemente in lontananza
ed Eska è sempre più aliena nel suo corsetto metallico
a cerchi concentrici neanche fosse una Shirley Bassey da Marte, è
assolutamente impagabile.... |