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Ecco come fu. –
Vero com’è vero Iddio! Erano in tre: Ambrogio, Carlo
e il Pigna, sellaio. Questi che li aveva tirati pei capelli a far
baldoria: «Andiamo a Vaprio col tramvai». – E senza
condursi dietro uno straccio di donna! Tanto è vero che volevano
godersi la festa in santa pace.
Giocarono alle bocce, fecero una bella passeggiata sino al fiume,
si regalarono il bicchierino e infine desinarono al Merlo bianco,
sotto il pergolato. C’era lì una gran folla, e quel dell’organetto,
e quel della chitarra, e ragazze che strillavano sull’altalena,
e innamorati che cercavano l’ombrìa; una vera festa.
Tanto che il Pigna s’era messo a far l’asino con una della
tavolata accanto, civettuola, con la mano nei capelli, e il gomito
sulla tovaglia. E Ambrogio, che era un ragazzo quieto, lo tirava per
la giacchetta, dicendogli all’orecchio: «Andiamo via,
se no si attacca lite». Dopo, al cellulare, quando ripensava
al come era successo quel precipizio, gli pareva d’impazzire.
Per acchiappare il tramvai, verso sera, fecero un bel tratto di strada
a piedi. Carlo, che era stato soldato, pretendeva conoscere le scorciatoje,
e li aveva fatto prendere per una viottola che tagliava i prati a
zigzag. Fu quella la rovina!
Potevano essere le sette, una bella sera d’autunno, coi campi
ancora verdi che non ci era anima viva. Andavano cantando, allegri
della scampagnata, tutti giovani e senza fastidi pel capo.
Se fossero loro mancati i soldi, oppure il lavoro, o avessero avuto
altri guai, forse sarebbe stato meglio. E il Pigna andava dicendo
che avevano spesi bene i loro quattrini quella domenica.
Come accade, parlavano di donne e dell’innamorata, ciascuno
la sua. E lo stesso Ambrogio, che sembrava una gatta morta, raccontava
per filo e per segno quel che succedeva con la Filippina, quando si
trovavano ogni sera dietro il muro della fabbrica.
«Sta a vedere» borbottava infine, ché gli dolevano
le scarpe. «Sta a vedere che Carlino ci fa sbagliare la strada!»
L’altro, invece, no. Il tramvai era là di certo, dietro
quella fila d’olmi scapitozzati, che non si vedeva ancora per
la nebbiolina della sera.
«Le sott’il pont, l’è sott’il pont
a fà la legnaaa...»
Ambrogio dietro faceva il basso, zoppicando.
Dopo un po’ raggiunsero una contadina, con un paniere infilato
al braccio, che andava per la stessa via.
«Sorte!» esclamò il Pigna. «Ora ci facciamo
insegnar la strada».
Altro! Era un bel tocco di ragazza, di quelle che fan venire la tentazione
a incontrarle sole. «Sposa, è questa la strada per andare
dove andiamo?» chiese il Pigna ridendo.
L’altra, ragazza onesta, chinò il capo, e affrettò
il passo senza dargli retta.
«Che gamba, neh!» borbottò Carlino. «Se va
di questo passo a trovar l’innamorato, felice lui!»
La ragazza, vedendo che le si attaccavano alle gonnelle, si fermò
su due piedi, col paniere in mano, e si mise a strillare: «Lasciatemi
andare per la mia strada, e badate ai fatti vostri».
«Eh! Che non ce la vogliamo mangiare!» rispose Pigna.
«Che diavolo!»
Ella riprese per la sua via, a testa bassa, da contadina cocciuta
che era.
Carlo, a fine di rompere il ghiaccio, domandò: «O dove
vai, bella ragazza... come si chiama lei?»
«Mi chiamo come mi chiamo, e vado dove vado».
Ambrogio volle intromettersi lui: «Non abbia paura, che non
vogliamo farle male. Siamo buoni figlioli, andiamo al tramvai pei
fatti nostri».
Come egli aveva la faccia d’uomo dabbene, la giovane si lasciò
persuadere, anche perché annottava, e andava a rischio di perdere
la corsa. Ambrogio voleva sapere se quella era la strada giusta pel
tramvai.
«M’hanno detto di sì,» rispose lei, «però
io non son pratica di queste parti». E narrò che veniva
in città per cercare di allogarsi. Il Pigna, allegro di sua
natura, fingeva di credere che cercasse di allogarsi a balia, e se
non sapeva dove andare, un posto buono glielo trovava lui la stessa
sera, caldo caldo. E come aveva le mani lunghe, ella gli appuntò
una gomitata che gli sfondò mezzo le costole.
«Cristo!» borbottò. «Cristo, che pugno!»
e gli altri sghignazzavano.
«Io non ho paura di voi né di nessuno!» rispose
lei.
«Né di me?»
«E neppure di me?»
«E di tutti e tre insieme?»
«E se vi pigliassimo con la forza?»
Allora si guardarono intorno per la campagna, dove non si vedeva anima
viva.
«O il suo amoroso,» disse il Pigna per mutar discorso,
«o il suo amoroso come va che l’ha lasciata partire?»
«Io non ne ho» rispose lei.
«Davvero? Così bella!»
«No, che non son bella».
«Andiamo, via!» e il Pigna si mise in galanteria, coi
pollici nel giro del panciotto.
Perdio! Se era bella! Con quegli occhi, e quella bocca, e con questo,
e con quest’altro!
«Lasciatemi passare» diceva ella ridendo sottonaso, con
gli occhi bassi.
«Un bacio almeno, cos’è un bacio?» Un bacio
almeno poteva lasciarselo dare, per suggellare l’amicizia. Tanto,
cominciava a farsi buio, e nessuno li vedeva – ella si schermiva,
col gomito alto. «Corpo! Che prospettiva!» il Pigna se
la mangiava con gli occhi, di sotto il braccio alzato. Allora ella
gli si piantò in faccia, minacciandolo di sbattergli il paniere
sul muso.
«Fate pure! Picchiate sinché volete. Da voi mi farà
piacere!»
«Lasciatemi andare, o chiamo gente!»
Egli balbettava, con la faccia accesa: «Lasciatevelo dare, che
nessuno ci sente». Gli altri due si scompisciavano dalle risa.
Infine la ragazza, come le si stringevano addosso, si mise a picchiare
sul sodo, metà seria metà ridendo, su questo e su quello,
come cadeva. Poscia si diede a correre con le sottane alte.
«Ah! Lo vuoi per forza! Lo vuoi per forza!» gridava il
Pigna ansante, correndole dietro.
E la raggiunse col fiato grosso, cacciandole una mano sulla bocca.
Così si acciuffarono e andavano sbatacchiandosi qua e là.
La ragazza furibonda mordeva, graffiava, sparava calci.
Carlo si trovò preso in mezzo per tentare di dividerli.
Ambrogio l’aveva afferrata per le gambe onde non azzoppisse
qualcheduno. Infine il Pigna, pallido, ansante, se la cacciò
di sotto, con un ginocchio sul petto. E allora tutti e tre, al contatto
di quelle carni calde, come fossero invasati a un tratto da una pazzia
furiosa, ubbriachi di donna... Dio ce ne scampi e liberi!
Ella si rialzò come una bestia feroce, senza dire una parola,
ricomponendo gli strappi del vestito e raccattando il paniere. Gli
altri si guardavano fra di loro con un risolino strano. Com’ella
si moveva per andarsene, Carlo le si piantò in faccia col viso
scuro: «Tu non dirai nulla!»
«No! Non dirò nulla!» promise la ragazza con voce
sorda. Il Pigna a quelle parole l’afferrò per la gonnella.
Ella si mise a gridare. «Ajuto!»
«Taci!»
«Ajuto, all’assassino!»
«Sta’ zitta, ti dico!»
Carlino l’afferrò alla gola. «Ah! Vuoi rovinarci
tutti, maledetta!»
Ella non poteva più gridare, sotto quella stretta, ma li minacciava
sempre con quegli occhi spalancati dove c’erano i carabinieri
e la forca. Diventava livida, con la lingua tutta fuori, nera, enorme,
una lingua che non poteva capire più nella sua bocca; e a quella
vista persero la testa tutti e tre dalla paura. Carlo le stringeva
la gola sempre più a misura che la donna rallentava le braccia,
e si abbandonava, inerte, con la testa arrovesciata sui sassi, gli
occhi che mostravano il bianco.
Infine la lasciarono a uno a uno, lentamente, atterriti. Ella rimaneva
immobile stesa supina sul ciglione del sentiero, col viso in su e
gli occhi spalancati e bianchi.
Il Pigna abbrancò per l’omero Ambrogio che non si era
mosso, torvo, senza dire una parola, e Carlino balbettò:
«Tutti e tre, veh! Siamo stati tutti e tre!... O sangue della
Madonna!...»
Era venuto buio. Quanto tempo era trascorso? Attraverso la viottola
bianchiccia si vedeva sempre per terra quella cosa nera, immobile.
Per fortuna non passava nessuno di là. Dietro la pezza di granoturco
c’era un lungo filare di gelsi. Un cane s’era messo ad
abbaiare in lontananza. E ai tre amici pareva di sognare quando si
udì il fischio del tramvai, che andavano a raggiungere mezz’ora
prima, come se fosse passato un secolo.
Il Pigna disse che bisognava scavare una buca profonda, per nascondere
quel ch’era accaduto, e costrinsero Ambrogio per forza a strascinare
la morta nel prato, com’erano stati tutti e tre a fare il marrone.
Quel cadavere pareva di piombo. Poi nella fossa non c’entrava.
Carlino gli recise il capo, col coltelluccio che per caso aveva il
Pigna. Poi quand’ebbero calcata la terra pigiandola coi piedi,
si sentirono più tranquilli e si avviarono per la stradicciola.
Ambrogio sospettoso teneva d’occhio il Pigna che aveva il coltello
in tasca. Morivano dalla sete, ma fecero un lungo giro per evitare
un’osteria di campagna che spuntava nell’alba; un gallo
che cantava nella mattina fresca li fece trasalire. Andavano guardinghi
e senza dire una parola, ma non volevano lasciarsi, quasi fossero
legati insieme.
I carabinieri li arrestarono alla spicciolata dopo alcuni giorni;
Ambrogio in una casa di malaffare, dove stava da mattina a sera; Carlo
vicino a Bergamo, che gli avevano messo gli occhi addosso al vagabondare
che faceva, e il Pigna alla fabbrica, là in mezzo al via vai
dei lavoranti e al brontolare della macchina; ma al vedere i carabinieri
si fece pallido e gli s’imbrogliò subito la lingua.
Alla Assise, nel gabbione, volevano mangiarsi con gli occhi l’un
l’altro, ché si davano del Giuda. Ma quando ripensavano
poi al cellulare com’era stato il guaio, gli pareva d’impazzire,
una cosa dopo l’altra, e come si può arrivare ad avere
il sangue nelle mani cominciando dallo scherzare.
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