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aprile - maggio 2012
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Le insolite
note |
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Mi spiego: innanzitutto vorrei spezzare una lancia
per l’abolizione volontaria dal vocabolario corrente dell’aggettivo
‘mitico’. Era adeguato al sostantivo corrispondente, ossia
‘mito’, quando il mito stesso governava. La mitologia
spiegava il perché del mondo, mica palle, in un linguaggio
che al tempo stesso ne celava ai profani la complessità, raccontando
loro una bella storia, e permetteva di comprendere, a chi doveva sapere,
come stavano realmente le cose. Mito, nel migliore dei casi, sta per “cosa
o persona o avvenimento così bello e significativo da diventare
un punto di riferimento”. Oggi anche le tagliatelle di tua zia
sono mitiche se sono veramente buone. Io mi leccherò i baffi
al solo pensiero e ne godrò quando ti deciderai a invitarmi
a mangiarle, ma questo mito non mi fornirà neanche la minima
idea di come vanno le cose nel mondo e men che mai lassù nel
cielo, e quanto al godermi una bella storia, scordatelo. L’inflazione del cattivo uso produce deterioramento
dei termini, inevitabilmente. Ma nell’effimero televisivo? Il
deterioramento non dovrebbe trascinare con sé anche la fortuna
di un programma? È quello che, secondo me, è infatti
successo a Mitici ’80. Bei tempi, in cui anche la Lega insultava sistematicamente Silvio dalla colonne della Padania dandogli del mafioso e del criminale. Bruttissimi tempi, in cui le tette e i culi delle ragazze di Drive In furono altrettante corazzate contro le caste ballerine Rai. La fame di novità fece il resto, e gli italiani si buttarono a consumare un prodotto nuovo con una voracità resa possibile dalla stessa televisione pubblica, che nei trent’anni precedenti di monopolio, grazie a un bombardamento sistematico, aveva operato una mutazione genetica nel Paese: i cittadini erano divenuti consumatori, anzi, bravi consumatori. Come tali, ora poteva essere loro propinata una notevole mole di pubblicità spacciata per spettacolo e un’altra notevole massa di pubblicità invasiva, pervasiva e sottile: entrambe possedevano e posseggono tuttora una caratterizzazione sessuale estremamente marcata, di cui l’Italia per anni è stata portabandiera in tutto il mondo, Europa in primis. Drive in è stato il luogo celebrativo del Paese della Cuccagna, mondo mitico fatto a immagine e somiglianza del mondo USA, dove chi consuma è bravo e chi obietta è uno scocciatore da irridere: il resto del pianeta televisivo si è affollato di tette e culi, doppi sensi da avanspettacolo promossi a cultura di massa (il Bagaglino), banalità assolute dei tg e dosi altrettanto massicce di fiction statunitensi e giapponesi (Rai e Mediaset hanno vuotato i magazzini dei network per cominciare poi a prodursi le fiction in proprio, importando e aggiornando al tempo stesso i format stranieri), nani, ballerine, veline, letterine e via discorrendo. Tutte novità, percepibili come tali solo in un Paese affamato di qualcosa di più ‘mo derno’ dei programmi Rai e dei loro mezzibusti soporiferi. Ricordo, da ex studente ventenne, l’invasione progressiva di culi e tette che cominciavano a fuoriuscire dallo schermo come fossero un blob tracimante. La fine progressiva degli anni di piombo andò di pari passo con l’aumento di quantità, frequenza e tempo di esposizione degli attributi femminili, anche sulle copertine dei giornali: per un periodo il giornale satirico Cuore tenne una rubrica aggiornata e spaventosa sulla composizione tette/culo delle copertine dei magazine più popolari (Espresso e Panorama, per esempio). Ricordo con orrore gli anni ’80, e con comprensibile rinnovato orrore guardo a ogni loro revival, come questo Mitici ’80. I risultati poco lusinghieri di audience, nonostante le spinte dei parafernalia come i calendari dove le tette giovani imitano quelle che furono, mi confortano. Forse è arrivato il momento della saturazione: dato che non si possono esibire atti sessuali espliciti ma solo allusioni sempre più scoperte, spero in una assuefazione esponenziale dei consumatori di prodotti televisivi (prodotti peraltro oramai omogenei). Ecco l’inghippo: siccome l’Italia è un Paese cattolico a oltranza, l’unico modo per smuovere un poco gente assuefatta, cioè la pornografia tout court, non è praticabile. Spalmare sesso sui vari canali ha effetti positivi limitati e già caduchi. Per nostra fortuna il cesaropapismo televisivo ha saturato talmente i suoi consumatori che non sarà più vendibile se non a prezzi carissimi, il che lo renderà progressivamente inavvicinabile. Alla stessa maniera gli orrendi divi di plastica e spacchi e capelli cotonati degli anni ’80 sono scomparsi: zombizzarli avrà esiti modesti se non nulli. Al confronto dei danni creati da Mauro Repetto con gli 883 in termini di vocabolario (Sei un mito), i Duran Duran sono seminaristi benemeriti. Io mi tengo stretti i pochi alieni degli anni ’80
che hanno positivamente sconvolto le orecchie e le chiappe di molti,
come questo capolavoro dei Talking Heads, Remain in light
(Sire Records, 1980). Il possibile disagio di una sospetta vampirizzazione
africana post-coloniale, viene meno quando scopro che sono stato allegramente
tre-infettato anni dopo Art Blakey dai (poli)ritmi africani in salsa
funky-elettronica dei mezzibusti urbani capeggiati dallo spiritato
sciamano David Byrne, con la complicità di elettronica e arrangiamenti
di Brian Eno, della tromba astratta di Jon Hassell, assoli chitarristici
da elefante lisergico di Adrian Belew e l’ugola black di Nona
Hendryx. Per favore, portate via gli anni ’80 e ogni loro revival, e se un giorno felice se ne parlerà ancora, spero sia per raccontare una favola ai bimbi che amano spaventarsi: «C’era una volta la Strega con le Poppe al Vento che abitava in un Drive In. Il suo servitore era il nano di Arcore, amico di Bettino Scolagrassi…»
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