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aprile - maggio 2012
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Intervista |
| Susanna Parigi. La parola
può uccidere intervista di Giuseppe Ciarallo |
| Curiosando,
come spesso mi capita di fare, tra gli scaffali di un negozio di dischi,
sono incappato in un cd dallo strano titolo. Non conoscendo l’autore
dell’opera, a convincermi all’acquisto è stato
proprio quel particolare; non di rado faccio di queste cose, spesso
attratto da elementi apparentemente secondari, come una bella copertina,
per esempio: qualche volta sbaglio, quasi sempre ci becco.
Gramsci diceva che la vera Babele non è dove si parlano lingue diverse, ma dove tutti credono di parlare la stessa lingua e ciascuno dà alle stesse parole un significato diverso… La ‘parola’ ha un potere smisurato, a
volte può fare persino la differenza tra vivere o morire. La
‘parola’ è sacra e chi la manipola sa benissimo
ciò che fa. Insulto delle parole è appunto la manipolazione
del vocabolario, è togliere spazio alle notizie vere per rendere
i telegiornali simili a rotocalchi rosa, è non andare quasi
mai a fondo della notizia; ma è anche tenere la televisione
accesa quando parli con un ospite in casa, alzare la voce al cellulare
quando sei in treno e qualcuno vorrebbe dormire o studiare ma soprattutto
non ascoltare i fatti tuoi, è urlare Mi viene in mente ciò che diceva, tanti anni fa, il mio maestro cinese di arti marziali a proposito delle armi e della violenza: «Un coltello è un coltello. Lo si può usare per tagliare il pane – ‘dell’amici potrei aggiungere, citando Leo Ferré – o per uccidere un uomo. La violenza è quindi non nel coltello ma nella mano che lo impugna». Mi sembra che lo stesso discorso possa essere applicato alla parola e all’uso che se ne fa… Certo. Le parole possono essere l’inferno e Calvino mi ricordo scriveva: “Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”. Ascoltando e riascoltando i brani del cd, ho notato un’attenzione quasi maniacale per i testi, come se questi fossero il prodotto di una lenta distillazione ottenuta attraverso la riscrittura di innumerevoli versioni prima di giungere a un risultato per te soddisfacente. È così o sbaglio? È così. Però, come dicevo prima,
ho la stessa attenzione maniacale anche nei confronti della musica.
Questo è un album nudo: pianoforte, voce e archi. Tutto doveva
essere pesato, la scelta di un accordo, di un rivolto meno che un
altro, come arrangiare gli archi, il suono della voce, il tipo di
pianoforte da utilizzare, anche il tipo di missaggio. Partendo da questa tua cura per ogni singola nota, e dalla fatica insita nella ricerca premurosa del termine più consono, cosa ne pensi del modus operandi di gran parte dei tuoi colleghi, soprattutto i più giovani (e il discorso può estendersi a ogni ambito artistico) che sembrano prediligere il successo facile, le scorciatoie per non dover faticare, ottenendo spesso il solo risultato di proporre lavori sconcertanti per pochezza e mediocrità? La verità è che dischi non se ne vendono
più. Tranne pochissimi artisti che hanno raggiunto la fama
quando ancora la discografia funzionava. I colleghi di cui parli spesso
sono personaggi televisivi, nati dalla televisione, modellati dalla
televisione e spesso distrutti dalla televisione. Facciamo un discorso di opportunità. Premesso che viviamo nell’epoca degli Amici di Maria De Filippi, di XFactor, dei reality show, il che ha favorito la quasi scomparsa di ogni strumento culturale nella massa dei fruitori che oramai non sembra essere più in grado di distinguere il valore o l’inutilità di un’opera; premesso che in questi squallidi tempi il più insignificante concerto viene spacciato per ‘evento epocale’ e ogni uscita discografica viene definita ‘capolavoro’ (ma quando ci troveremo per davvero di fronte a un assoluto capolavoro, con quali termini dovremo definirlo?), tutto ciò premesso: ma cosa ti è venuto in mente di indirizzare la tua arte in una direzione che, oggi, lascia uno spiraglio così esiguo, dal punto di vista della diffusione di massa? Non penserai mica di essere negli anni ’70? Credo di avere già risposto in parte alla
tua domanda. Diffusione di massa non significa vendere dischi. Le
persone che subiscono i consigli della televisione spesso non sono
quelle che vanno ai concerti. Certo aiuterebbe molto avere una visibilità
maggiore, ma tieni conto, e anche questo molte persone non lo sanno,
che per avere visibilità occorre molto danaro e visto che le
case discografiche non investono più, cosa significa? Significa
che tutto quello che ti arriva non è il talento, ma la persona
che ha più soldi o più appartenenza politica, visto
che, ogni fascia oraria, ogni canale televisivo è una spartizione
tra partiti politici. Scusami se insisto sulle parole più che sulla musica… I tuoi testi, per tematiche e linguaggio sono molto, come dire… letterari. Tra le altre cose ho visto che alcune delle tue canzoni sono ispirate da poesie di Edna Millay. Quali sono i tuoi riferimenti letterari e quali invece, quelli musicali?
Ti faccio una domanda che ho già posto a un mio grande amico musicista, il bluesman Fabio Treves: se dovessi pensare a un concept album ispirato a un’opera letteraria, su quale libro ricadrebbe la scelta e perché? Il fatto è che questa idea ce l’ho da molto tempo. È un progetto al quale sto già lavorando e che darà il titolo al mio prossimo disco previsto in uscita per ottobre, novembre. Ma di questo non posso proprio parlartene, ora. Mi spiace davvero. Torniamo allora a L’insulto delle parole. Nell’ambito di un disco che non presenta un solo attimo di caduta di tono o di ritmo, personalmente trovo particolarmente vicini alle mie corde i brani Fa niente e il conclusivo L’applauso. Parlaci di Fa niente, sull’altro pezzo ci torniamo dopo… È difficile per me parlare di Fa niente. Quando
arrivi a dire ‘fa niente’, quando non senti più
dolore, né amore, quando qualche volta ti è venuto in
mente persino ‘di potercela fare’, con il tuo talento,
con il lavoro e la fatica, ‘di poter cambiare le cose’,
nonostante tua madre fosse ‘una schiava’, quando hai invidiato
per anni le ‘posizioni erette’ e la proprietà di
linguaggio, quando hai visto tua madre baciare il pane prima di buttarlo...
Tutto questo potrebbe parlare di me... oppure no. A chi ascolta il
disco lascio immaginare. Il fatto è che la particolare scelta
delle parole non nasce solo da un accurato uso del vocabolario ma
dalla tua storia, da qualcosa che hai visto e che altri, per fortuna,
non hanno dovuto vedere. Quello fatto di “passerelle anoressiche e mamme euforiche”, di “gobbi e giullari, ciarlatani mediatici, servi e complici, nani e castrati”, di “nuovi maghi dell’anima, tra volto e maschera” è la triste umanità che abita questo indefinibile spazio/tempo, ed è questo l’humus da cui germoglia e si sviluppa il fiore malato della parola insultata e insultante… Sì. L’applauso in fondo è una
parola. Una parola di consenso. Nei secoli ha avuto il potere di Dopo un lavoro dai significati così importanti e impegnativi, è difficile tornare ad argomenti più ‘leggeri’. Non vuoi/puoi dirci proprio niente del tuo prossimo disco? Posso solo anticipare che il prossimo progetto è un’evoluzione di questo, e che tratta un argomento che mi sta a cuore da molti anni. Mi spiace non poter dire di più. Invece mi piacerebbe lasciarti e lasciare i lettori con queste parole di Garcia Lorca a cui sono molto affezionata: “Io se avessi fame e mi trovassi invalido in mezzo alla strada, non chiederei un pane, ma chiederei mezzo pane e un libro... Poiché ancora oggi l’ignoranza ha un terribile dominio e noi tutti sappiamo che dove c’è ignoranza è molto facile confondere il male con il bene e la verità con la menzogna”.
Interprete sofisticata e autrice di grande spessore,
Susanna Parigi è stata pianista di Riccardo
Cocciante, Claudio Baglioni e Fiorella Mannoia e vocalist di Raf,
suona la fisarmonica, canta, scrive i testi, la musica e gli arrangiamenti
delle sue canzoni.
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