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Per la cronaca

 

I morti del profitto nell’era dell’azienda totale
di Claudio Vainieri
Più di cinquanta suicidi in tre anni tra i dipendenti di France Télécom

La nuova sede della Orange business service, azienda del gruppo France Télécom, è situata nella città di Saint-Denis, alle porte di Parigi, presso la direzione dell’aeroporto internazionale Charles de Gaulle. Tra le particolarità del nuovo palazzo, c’è l’impossibilità di raggiungere le terrazze, tranne che in occasioni molto particolari. Per vedere il panorama, bisogna sempre starsene dietro a una finestra inesorabilmente bloccata. L’immobile è esteso su 31.000 metri quadrati. Le finestre sono concepite per evitare la tentazione di lanciarsi nel vuoto, mentre le scale interne sono studiate al fine che un’eventuale caduta non abbia conseguenze di particolare gravità. Gli ambienti sono illuminati con luce artificiale non troppo forte.

La nuova sede è operativa dalla primavera del 2010, ed è una discutibile soluzione per porre rimedio al sempre crescente numero di suicidi all’interno dell’azienda. In totale ben 35 dipendenti del gruppo si sono tolti la vita tra il 2008 e il 2009. Per quest’anno, i sindacati contano altri 23 casi. La società riconosce un proprio coinvolgimento in appena tre casi, dichiarati ‘incidenti sul lavoro’: gli altri affondano le cause in ‘drammi personali’, afferma.

Con oltre 193 milioni di clienti in trentadue Paesi, France Télécom è il maggior operatore telefonico francese. Amministrata dallo Stato fino al 1997, è diventata un gruppo privato dal 2004. Con la parziale privatizzazione – lo Stato è ancora l’azionista di riferimento – la ex società pubblica deve affrontare la concorrenza agguerrita dei nuovi operatori (1). Parallelamente, è in corso una veloce rivoluzione tecnologica. Vecchi mestieri vengono spazzati via, la telefonia mobile prende il sopravvento su quella fissa. Ai vecchi dipendenti, che hanno lo statuto di funzionario pubblico, viene chiesto di abbandonare la filosofia del ‘servizio pubblico’ e imposta una forte pressione per raggiungere tassi di produttività da settore privato. Arrivano i giovani, assunti con contratti di diritto privato, aumenta la concorrenza interna.

France Télécom conta sul territorio francese circa 100.000 dipendenti. Nel 2006, per ripianare i 110 miliardi di euro di debiti, la società avvia un piano di ristrutturazione. In due anni vengono tagliati 22.000 salariati, 10.000 sono i trasferimenti. Per i sindacati il piano, basato sugli incentivi all’abbandono volontario, si è tradotto in pressioni su alcuni dipendenti affinché se ne andassero senza far problemi. Per quanti rimanevano, invece, progressivo aumento dei carichi di lavoro e delle responsabilità. I medici all’interno della compagnia raccontano che dopo la privatizzazione, molti dipendenti si sono dovuti adeguare ai nuovi ruoli o accettare il trasferimento in un’altra città. Ingegneri che per vent’anni avevano lavorato alle riparazioni delle linee telefoniche, venivano riassegnati nei call center, soffrendone il cambiamento. I casi di depressione e di attacchi di panico si moltiplicavano.
Nel marzo 2010, è cambiato l’amministratore delegato: Stéphane Richard è subentrato al criticato Didier Lombard, celebre per alcune dichiarazioni scioccanti. Nel settembre 2009 si lasciò scappare alla televisione francese: «Bisogna fermare questa moda dei suicidi che evidentemente ci angoscia tutti».

La direzione, per cercare di far fronte a questi drammi, aprì un’inchiesta interna all’azienda, affidandola nell’autunno 2009 alla società Technologia (2). Il rapporto rilevava che, malgrado i cambiamenti al vertice e le promesse di intervento, la profondità della crisi a France Télécom rimaneva allarmante. Technologia aveva distribuito ai centomila dipendenti un questionario, a cui ben l’80% aveva risposto. Le conclusioni, emerse nella primavera 2010, riassumevano le ragioni del malessere in: mobilità forzata, perdita di riferimenti a causa dei vari piani di ristrutturazione, precarizzazione, maggiori carichi di lavoro, mancanza di personale cronica, pressioni per raggiungere gli obiettivi, mancanza di riconoscimento da parte della gerarchia.
Nel settembre del 2009, a seguito della prima ondata di suicidi, l’azienda dichiarò il blocco della mobilità. L’ispettorato del lavoro aprì un’inchiesta, giudicando ‘molestie morali’ i metodi di management adoperati dalla direzione sui propri dipendenti. La procura di Parigi aprì di conseguenza un’istruttoria contro France Télécom.

Questi, sono spunti di cronaca utili a capire la vicenda, ma solo dal racconto dei protagonisti – alcuni dei protagonisti, appena quattro, sui più di cinquanta in tre anni che si sono tolti la vita – si può realmente avere un’idea del dramma.
Yonnel ha 49 anni, di cui trenta passati in azienda. Scoprì in una giornata del settembre 2009 che sarebbe stato declassato da ingegnere per i sistemi aziendali ad addetto guasti per i clienti privati: altri ci erano già passati, ora toccava a lui. Alla sua età, aveva raggiunto la massima competenza lavorativa nel suo campo. Il giorno seguente si presentò puntuale in ufficio, per partecipare alla riunione che avrebbe reso ufficiale la riorganizzazione della sede. Quando prese la parola, tirò fuori dalla tasca un coltello che si piantò dentro lo stomaco. Si era preparato, voleva uccidersi in azienda davanti a tutti e in modo plateale: “Nessuno doveva potersi discolpare” racconta nel suo libro. Yonnel non riuscì ad ammazzarsi, la ferita fu curata subito, i medici lo dimisero dopo una settimana (3).

Il primo suicido risale al 19 febbraio 2008, un uomo di 51 anni. Tecnico di unità d’intervento, riassegnato a centralinista di call center, si impiccò in azienda. A lui come a molti altri, toccava subire le Orange Journey, giornate di formazione in cui i dipendenti, “per esprimere la propria ag gressività”, erano costretti ad avvolgersi il capo con bandane arancioni, come i colori sociali dell’azienda.

Fanny cercava l’abito giusto per morire, e si cambiò tre volte prima di buttarsi giù dalla finestra del suo ufficio, schiantandosi sul marciapiede. Trentaduenne, single, abitava in quaranta metri quadri, vicino a Parigi. Laureata in legge, voleva fare il giudice e sposarsi in Sicilia. Entrata a France Télécom a 23 anni, ricollocata già due volte durante la ristrutturazione, da qualche mese aspettava il terzo trasferimento, non sapevano più dove metterla. Scrisse al padre: “Preferisco morire che ricominciare ancora con un altro capo”. Morì in ospedale, lasciò il gatto Frimousse e il coniglio Zebulon.

Jean Paul, 51 anni, sposato e padre di due figli, anche lui degradato da tecnico a centralinista. Continuava a dire agli amici: «Quando uno rimbambisce mica se ne accorge». Una sera comprò un biglietto del cinema, ma cambiò idea e guidò fino a un viadotto sull’autostrada, scavalcò il parapetto e si buttò di sotto. Sulla vettura, lasciò alla moglie una lettera: “Mi hanno ucciso loro, rendendomi la vita impossibile”. Al funerale, la famiglia non ha voluto i dirigenti della società né i giornalisti.

Claudio Vainieri

 

(1) Ammazzarsi per Tèlècom, Jessica D’Ercole e Roberta Mercuri, Altrimondi, 17 marzo 2010
(2) Suicidi a France Télécom: l’ispezione del lavoro accusa i dirigenti, Anna Maria Merlo, Il Manifesto, 13 marzo 2010
(3) Io, distrutto da France Télécom, salvo dal suicido ma morto dentro, Anais Ginori, La Repubblica, 22 novembre 2009

 

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