È uscito il numero
27
aprile - maggio 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
musica e arte
Ai margini del castello
E se il mostro
fosse innocente?
Controcronaca
del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita
Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa
Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Per la cronaca |
| I morti del profitto nell’era
dell’azienda totale di Claudio Vainieri |
|
Più
di cinquanta suicidi in tre anni tra i dipendenti di France Télécom |
| La nuova sede della Orange business service, azienda del gruppo France Télécom, è situata nella città di Saint-Denis, alle porte di Parigi, presso la direzione dell’aeroporto internazionale Charles de Gaulle. Tra le particolarità del nuovo palazzo, c’è l’impossibilità di raggiungere le terrazze, tranne che in occasioni molto particolari. Per vedere il panorama, bisogna sempre starsene dietro a una finestra inesorabilmente bloccata. L’immobile è esteso su 31.000 metri quadrati. Le finestre sono concepite per evitare la tentazione di lanciarsi nel vuoto, mentre le scale interne sono studiate al fine che un’eventuale caduta non abbia conseguenze di particolare gravità. Gli ambienti sono illuminati con luce artificiale non troppo forte. La nuova sede è operativa dalla primavera del 2010, ed è una discutibile soluzione per porre rimedio al sempre crescente numero di suicidi all’interno dell’azienda. In totale ben 35 dipendenti del gruppo si sono tolti la vita tra il 2008 e il 2009. Per quest’anno, i sindacati contano altri 23 casi. La società riconosce un proprio coinvolgimento in appena tre casi, dichiarati ‘incidenti sul lavoro’: gli altri affondano le cause in ‘drammi personali’, afferma. Con oltre 193 milioni di clienti in trentadue Paesi, France Télécom è il maggior operatore telefonico francese. Amministrata dallo Stato fino al 1997, è diventata un gruppo privato dal 2004. Con la parziale privatizzazione – lo Stato è ancora l’azionista di riferimento – la ex società pubblica deve affrontare la concorrenza agguerrita dei nuovi operatori (1). Parallelamente, è in corso una veloce rivoluzione tecnologica. Vecchi mestieri vengono spazzati via, la telefonia mobile prende il sopravvento su quella fissa. Ai vecchi dipendenti, che hanno lo statuto di funzionario pubblico, viene chiesto di abbandonare la filosofia del ‘servizio pubblico’ e imposta una forte pressione per raggiungere tassi di produttività da settore privato. Arrivano i giovani, assunti con contratti di diritto privato, aumenta la concorrenza interna. France Télécom conta sul territorio
francese circa 100.000 dipendenti. Nel 2006, per ripianare i 110 miliardi
di euro di debiti, la società avvia un piano di ristrutturazione.
In due anni vengono tagliati 22.000 salariati, 10.000 sono i trasferimenti.
Per i sindacati il piano, basato sugli incentivi all’abbandono
volontario, si è tradotto in pressioni su alcuni dipendenti
affinché se ne andassero senza far problemi. Per quanti rimanevano,
invece, progressivo aumento dei carichi di lavoro e delle responsabilità.
I medici all’interno della compagnia raccontano che dopo la
privatizzazione, molti dipendenti si sono dovuti adeguare ai nuovi
ruoli o accettare il trasferimento in un’altra città.
Ingegneri che per vent’anni avevano lavorato alle riparazioni
delle linee telefoniche, venivano riassegnati nei call center, soffrendone
il cambiamento. I casi di depressione e di attacchi di panico si moltiplicavano. La direzione, per cercare di far fronte a questi
drammi, aprì un’inchiesta interna all’azienda,
affidandola nell’autunno 2009 alla società Technologia
(2). Il rapporto rilevava che, malgrado i cambiamenti al vertice e
le promesse di intervento, la profondità della crisi a France
Télécom rimaneva allarmante. Technologia aveva distribuito
ai centomila dipendenti un questionario, a cui ben l’80% aveva
risposto. Le conclusioni, emerse nella primavera 2010, riassumevano
le ragioni del malessere in: mobilità forzata, perdita di riferimenti
a causa dei vari piani di ristrutturazione, precarizzazione, maggiori
carichi di lavoro, mancanza di personale cronica, pressioni per raggiungere
gli obiettivi, mancanza di riconoscimento da parte della gerarchia. Questi, sono spunti di cronaca utili a capire la
vicenda, ma solo dal racconto dei protagonisti – alcuni dei
protagonisti, appena quattro, sui più di cinquanta in tre anni
che si sono tolti la vita – si può realmente avere un’idea
del dramma. Il primo suicido risale al 19 febbraio 2008, un uomo di 51 anni. Tecnico di unità d’intervento, riassegnato a centralinista di call center, si impiccò in azienda. A lui come a molti altri, toccava subire le Orange Journey, giornate di formazione in cui i dipendenti, “per esprimere la propria ag gressività”, erano costretti ad avvolgersi il capo con bandane arancioni, come i colori sociali dell’azienda. Fanny cercava l’abito giusto per morire, e si cambiò tre volte prima di buttarsi giù dalla finestra del suo ufficio, schiantandosi sul marciapiede. Trentaduenne, single, abitava in quaranta metri quadri, vicino a Parigi. Laureata in legge, voleva fare il giudice e sposarsi in Sicilia. Entrata a France Télécom a 23 anni, ricollocata già due volte durante la ristrutturazione, da qualche mese aspettava il terzo trasferimento, non sapevano più dove metterla. Scrisse al padre: “Preferisco morire che ricominciare ancora con un altro capo”. Morì in ospedale, lasciò il gatto Frimousse e il coniglio Zebulon. Jean Paul, 51 anni, sposato e padre di due figli,
anche lui degradato da tecnico a centralinista. Continuava a dire
agli amici: «Quando uno rimbambisce mica se ne accorge».
Una sera comprò un biglietto del cinema, ma cambiò idea
e guidò fino a un viadotto sull’autostrada, scavalcò
il parapetto e si buttò di sotto. Sulla vettura, lasciò
alla moglie una lettera: “Mi hanno ucciso loro, rendendomi la
vita impossibile”. Al funerale, la famiglia non ha voluto i
dirigenti della società né i giornalisti.
(1) Ammazzarsi per Tèlècom,
Jessica D’Ercole e Roberta Mercuri, Altrimondi, 17 marzo 2010
Altri articoli sull'argomento: Libertà
del lavoro... o dei lavoratori?, Erika Gramaglia L'ipocrisia
costituzionale del Quarto potere di Giovanna Cracco Dalla
marcia dei 40.000 a Marchionne di Claudio Vainieri Se si
continua a emigrare e morire di lavoro di Simona Baldanzi Violenza
alla Thyssenkrupp di Giovanna Cracco Stato e sindacati vs lavoratori: trattamento
da fine rapporto di Giovanna Cracco, Paginauno
n. 3/2007
Leggi altri articoli sui temi: |