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febbraio - marzo 2012
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La nobilitazione
'scientifica' dell'egemonia economica americana |
| Il 10 dicembre 1896 moriva Alfred
Nobel. Donò al mondo la formula chimica della dinamite –
che tra brevetti e stabilimenti di produzione gli fruttò l’accumulazione
di un’enorme ricchezza – e l’istituzione del premio
Nobel. Nel testamento dispose che il proprio patrimonio, debitamente
investito, confluisse in un fondo, i cui interessi dovevano essere
destinati a coloro i quali più avessero “contribuito
al benessere dell’umanità” nei campi della fisica,
della chimica, della fisiologia o della medicina, della letteratura
e “della fraternità tra le nazioni, per l’abolizione
o la riduzione degli eserciti permanenti e per la formazione e l’incremento
di congressi per la pace”. Nobel non contemplò l’istituzione di
alcun premio per l’economia non considerandola, si dice, una
scienza ma una professione, le cui teorie non sono affatto verificabili
né suffragate da prove incontrovertibili. Nel 1968 la Banca
di Svezia istituisce, con propri fondi, il ‘Premio per le scienze
economiche in memoria di Alfred Nobel’, che viene assegnato
per la prima volta l’anno successivo; da allora è conosciuto
come il ‘premio Nobel per l’economia’ ed è
consegnato insieme agli altri riconoscimenti. L’economia assurge
dunque a scienza, diviene anch’essa neutrale e portatrice di
verità univoche. Il 23 settembre 1998 il presidente della Fed di
New York, William McDonough, chiama a raccolta con urgenza quattordici
banche di rilevanza mondiale, americane ed europee: occorre stringersi
e fare blocco comune per salvare uno tra i principali fondi speculativi
– i famigerati edge fund – sull’orlo del fallimento:
il Long Term Capital Management (LTCM). Tra i soci del fondo figurano
Merton e Scholes. In poche ore le quattordici banche convocate dalla
Fed misero a disposizione 3,5 miliardi di dollari per salvare il fondo.
Tutto fuorché il fallimento, dato che le banche stesse, e persino
qualche dirigente a titolo personale, erano a loro volta investitori
della LTCM. McDonough dichiarò che l’operazione di salvataggio
era inevitabile e giustificata, perché «una chiusura
improvvisa e disordinata delle posizioni della LTCM avrebbe comportato
rischi inaccettabili per l’economia americana». E non
aveva torto; oggi è chiaro a tutti, grazie alla vicenda dei
mutui subprime, come nei mercati finanziari un battito d’ali
a New York si trasformi in un tifone nel resto del mondo. Il 26 settembre
1998, tre giorni dopo, il portavoce del fondo speculativo dichiarava
al Washington Post: «Oggi siamo tutti molto contenti. Sul lungo
periodo siamo in grande forma finanziaria». D’altra parte, nemmeno oggi si registrano
atti di contrizione o vergogna per i Nobel riconosciuti a Friedrich
von Hayek nel 1974 e a Milton Friedman nel 1976, padri di quel neoliberismo
che ha portato oggi l’economia, finanziaria e reale, a un crollo
strutturale; e in questo caso, siamo ampiamente di fronte a una gestione
di lungo periodo. Tuttavia non si può affermare che l’Accademia
delle Scienze sia stata immobile ad attendere che lo tsunami economico
– con il proprio portato scientifico e ideologico –
la travolgesse. L’ha saputo piuttosto cavalcare con maestria,
uscendone indenne e, ancora, sulla cresta dell’onda: nel 2008
il premio è stato assegnato a Paul Krugman, economista definito
neokeynesiano. I media progressisti hanno salutato con soddisfazione il Nobel a Krugman, intravedendovi un’implicita autocritica, da parte dell’Accademia di Stoccolma, alle scelte fatte in passato; nulla di più sbagliato, tuttavia non una sorpresa. Una simile presa di posizione avalla infatti l’etica ufficiale del premio Nobel, che lo vuole assegnato su presupposti scientifici e neutrali e non politici, isolandolo totalmente dal contesto nel quale oggi, come ieri, è maturato. L’economia finanziaria della totale deregolamentazione, iniziata con Reagan e le teorie monetaristiche di Friedman, ha mostrato le prime crepe nell’estate del 2007 con il crollo dei titoli subprime; crepe strutturali, e non cicliche, come quelle evidenziate nelle precedenti crisi degli ultimi quarant’anni. Ben altro e altri crolli sono seguiti a distanza sempre più ravvicinata, fino a costringere i governi europei, e quello statunitense in primis, a dover sostenere il capitale finanziario. Nell’ottobre dello scorso anno, pochi giorni dopo la decisione dell’amministrazione Bush di immettere 700 miliardi di dollari nel tanto decantato libero mercato, è stata resa nota l’assegnazione del Nobel per l’economia all’americano Krugman. Nessuna capacità di preveggenza, tanto meno
analisi scientifica; solo una banale, quanto perfetta, sincronia temporale.
Il processo di nomina inizia infatti un anno prima della consegna
del riconoscimento. Eppure c’è chi sostiene, e lo fa
dalle pagine gentilmente concesse da la Repubblica (13 ottobre 2008):
«Non credo che l’Accademia delle Scienze faccia scelte
di campo». È Francesco Daveri, professore ordinario di
Politica Economica presso la facoltà di Economia dell’università
di Parma e redattore del sito economico lavoce.info. Si era nel pieno della guerra fredda. Tuttavia,
in ballo non c’era il conflitto tra capitalismo e comunismo:
per quanto di Stato, la stessa struttura economica dell’Urss
era capitalistica e soprattutto, la separazione Est-Ovest era netta
e non vi era alcuna necessità, in Occidente, di un premio che
nobilitasse culturalmente un’economia già egemone. Il
passaggio epocale che il Nobel doveva avallare era quello al neoliberismo. Gli Usa risposero iniziando a stampare una quantità
sempre maggiore di moneta. La Federal reserve venne letteralmente
sommersa dalle richieste di conversione di dollari in Presero piede le teorie neoliberiste di Friedman,
più mercato meno Stato, quest’ultimo relegato a gestire
solo la politica monetaria; l’America di Reagan abbracciò
la nuova fede e diede la stura al processo delle privatizzazioni,
trascinandosi dietro – che economia mondo sarebbe stata, altrimenti?
– l’intero sistema capitalistico occidentale, l’Inghilterra
della Thatcher per prima. Da allora, e dunque fin dalla sua nascita, il premio Nobel ha fedelmente servito le politiche economiche messe in atto dall’impero americano, provvedendo a nobilitare ogni scelta neoliberista ivi compresa la deregolamentazione dei mercati finanziari, avviata da Reagan nel 1981. Tanto valeva premiare l’inventore del Gioco dell’aeroplano, dato che questo sono, a conti fatti, i prodotti derivati, nati dalla continua necessità del capitale di valorizzarsi e dunque di spostarsi dall’economia produttiva, ormai parca nell’elargire utili, all’economia finanziaria. Un processo che non è affatto una deformazione del capitalismo ma la sua naturale evoluzione, della quale oggi iniziamo appena a intravedere la portata distruttiva. Mettendo insieme i dati del Fondo monetario internazionale, della Banca mondiale, dell’Organizzazione mondiale della Sanità, della Conferenza delle Nazioni unite per il commercio e lo sviluppo e del World federation of exchanges, si ottiene la seguente situazione, riferita all’anno 2007: sono poco più di 5.500 i miliardi di dollari movimentati, ogni giorno (!), dall’economia mondiale. Di questi, meno di 50 sono generati dal commercio; poco più di 100 dal Pil; altrettanti dai mercati borsistici; quasi 1.600 dal mercato dei cambi; i rimanenti, 3.650 miliardi di dollari, sono il risultato – fittizio e aleatorio, e abbiamo visto in quale misura – degli scambi di contratti derivati. Di denaro che, a dispetto di ogni empirica regola economica conosciuta, per quanto non scientifica, dovrebbe produrre denaro. Ora non resta che domandarsi quali scelte economiche
avallerà in futuro il premio Nobel, dopo il contingente e necessario
riconoscimento a Krugman; davanti a quale nuova musica e spartito
si prostrerà con il solito elegante inchino. Qualcosa dovrà
mutare, dato che nel fiume è annegato anche qualche bambino
– la Lehman Brothers, per esempio. Certo, poco male. Ogni crisi
strutturale che si rispetti deve generare nuovi e più potenti
monopoli, perché il capitalismo possa rinascere più
forte di prima. Forse qualcosa può suggerire l’assegnazione
del Nobel per la pace del 2007, con il quale sono stati omaggiati
Al Gore e il Comitato intergovernativo per i mutamenti climatici dell’Onu.
Non sarebbe la prima volta che il premio per la pace anticipa l’avvento
di un nuova rivoluzione economica pur restando, ovviamente,
all’interno del sistema capitalistico; anzi, proprio con lo
scopo di salvaguardarlo e rilanciarlo dopo una crisi. Prima del Nobel
per l’economia a Friedman, nel 1976, c’è stato
quello per la pace a Henry Kissinger, nel 1973, ed è ormai
comprovato quanto il segretario di Stato statunitense sia stato la
colonna politica portante dell’esportazione del neoliberismo
nell’Americana latina, continente ‘cavia’ del nuovo
sistema economico grazie alle violente e repressive dittature imposte,
foraggiate e militarmente sostenute dagli Stati Uniti. Una via, quella ‘rispettosa dell’ambiente’,
sulla quale si sta muovendo anche l’Unione europea, con il Pacchetto
clima 20-20-20 sulle energie rinnovabili, che dovrebbe integrare il
(fallimentare) protocollo di Kyoto, nato nel 1997 ma entrato in vigore
solo nel 2005, dopo la firma da parte della Russia, e già in
scadenza quest’anno. Clinton l’aveva sottoscritto nel
1997, Bush aveva ritirato l’adesione nel 2001. D’altra
parte, tra i principali finanziatori del presidente repubblicano vi
era la lobby petrolifera; ora sappiamo quale gruppo economico sostiene
Barack Obama.
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