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Intervista

 

Stefano Tassinari: finestre aperte su orribili paesaggi
intervista di Giuseppe Ciarallo

 

Facendo scorrere i titoli dei tuoi ultimi lavori, da quelli della “trilogia della memoria”, L’ora del ritorno, I segni sulla pelle e L’amore degli insorti, fino al tuo ultimo romanzo Il vento contro, appare chiaro l’impegno che hai deciso di assumerti attraverso la scrittura. Stefano Tassinari, dunque, testimone del suo tempo, narratore disincantato delle vicende della sua generazione e attento custode di una memoria che tanti, oggi vorrebbero cancellata o quantomeno riscritta?

Al di là del giudizio che si può esprimere sul mio lavoro, io ho sempre creduto nella ‘funzione sociale’ della letteratura e ho cercato, quindi, di agire di conseguenza. Ciò non significa, da parte mia, respingere automaticamente tutti quei romanzi o libri di racconti che non rientrano in una determinata categoria, ma semplicemente aver compiuto una scelta di campo, nella convinzione che – specie in questa fase storica – sia importante utilizzare la letteratura per creare o riaprire conflitti, per ‘leggere’ in un altro modo alcuni grandi eventi cosiddetti ‘epocali’ (il mio romanzo sul G8 genovese tenta di andare in questa direzione), o per approfondire quelle contraddizioni della Storia in grado di avere almeno un riverbero sul presente e sul futuro. Un’operazione del genere, però, ha senso solo se non compromette l’espressione letteraria in quanto tale, perché, in caso contrario, non varrebbe la pena di provare a realizzarla. Mi spiego meglio con un riferimento concreto: temi quali – per esempio – l’oppressione e la violenza esercitate dalle dittature possono essere affrontati in diversi modi, tra i quali anche un certo tipo di descrittivismo realistico, magari appesantito dal bisogno dell’autore di trasmettere la propria (sacrosanta) indignazione. Nella maggior parte dei casi, però, la scrittura adottata a sostegno di questo impegno ‘militante’ tende a essere infarcita di luoghi comuni e quindi anti-letteraria, finendo col perdere la propria funzione. Per essere ancora più precisi, mentre in un dibattito pubblico potrei tranquillamente usare il termine
‘macellai’ per definire Massera o Pinochet, in un’opera letteraria non lo userei mai, tranne che in un contesto esplicitamente provocatorio. A mio parere, i racconti più belli e ‘utili alla causa’ sui desaparecidos li hanno scritti Julio Cortàzar e Osvaldo Soriano senza mai adoperare la parola desaparecidos, così come i romanzi più intensi sull’oppressione stalinista e post-stalinista nei Paesi dell’Est sono stati scritti da due autori molto lirici e quasi fantastici, come Hrabal e Brandys. Detto ciò, credo che opporsi alla riscrittura della Storia e della memoria sia il minimo che si debba chiedere a uno scrittore convinto di non dover ‘chiudere le proprie finestre sul mondo’, ma, al contrario, di doverle tenere sempre aperte, anche quando il paesaggio è orribile.

Veniamo ora alla tua ultima creatura, Il vento contro, romanzo nel quale ripercorri le vicende, fino al tragico epilogo, di Pietro Tresso, tra i fondatori del Partito comunista d’Italia, amico di Gramsci, espulso dal partito oramai guidato dai fedeli a Stalin, per le sue simpatie trotskiste. Come ti sei imbattuto nella figura di Pietro Tresso e qual è stato il motivo per cui questo personaggio ti ha indotto a raccontarne la storia?

La prima volta che m’imbattei nella figura di Pietro Tresso fu negli anni Ottanta, grazie a un articolo pubblicato su una rivista della Nuova sinistra. La sua storia mi colpì moltissimo, sia per la sua dimensione tragica in sé, che per le sue implicazioni politiche. Per molti anni me la sono portata dentro, nella speranza di poterla utilizzare per un romanzo. Solo di recente, però, grazie all’incontro con lo storico Paolo Casciola (responsabile dell’”Archivio Pietro Tresso” e coautore di una sua biografia politica) e alla lettura di alcuni libri (tra i quali Assassinii nel maquis, di Pierre Broué e Raymond Vacheron) ho ritenuto di avere a disposizione abbastanza materiale per dare a quella sto- ria una dimensione letteraria.
Alla base di questa scelta ci sono molti motivi, che potrei riassumere così: la mia passione innata per i perdenti (specie per quelli che considero vincenti nel tempo), il desiderio di ridare almeno un po’ di dignità a persone alle quali la dignità è stata calpestata, il bisogno di contribuire alla ricerca della verità in merito a un episodio vergognoso del nostro Novecento, e l’idea che, senza denunciare gli errori e gli orrori compiuti in nome e per conto del comunismo nel secolo scorso, non sia possibile ricostruire un percorso che abbia ancora una forma di comunismo come meta finale. A tutto ciò aggiungerei una valutazione di tipo politico, in base alla quale attraverso gli elementi cardine della cultura trotskista si possono comprendere molte delle crisi e delle contraddizioni della sinistra di oggi, magari usandoli per cercare di porvi rimedio.

Premetto che ritengo necessaria e meritoria ogni operazione tesa a sistemare nel giusto posto ogni tassello, anche il più scomodo, della storia del movimento operaio internazionale, penso a episodi poco limpidi quali Kronstadt, la sorte degli spartachisti, la stessa guerra di Spagna… Mi chiedevo come hai valutato e risolto tu il problema – che sicuramente ti sarai posto – legato al rischio di un utilizzo da parte della destra revisionista, di quella che è un’operazione di “trasparenza “ storica da parte di uno scrittore dichiaratamente e inequivocabilmente di sinistra, come la denuncia del volto più barbaro dello stalinismo.

Non so se sono riuscito a risolvere il problema, ma di sicuro l’ho affrontato nella convinzione che il rischio andasse corso, perché l’alternativa sarebbe stata quella di continuare una pratica che ritengo deleteria (e cioè ‘lavare i panni sporchi in famiglia’, e quindi comportarsi come i nostri avversari) e di perpetuare un luogo comune pericolosissimo, secondo il quale il comunismo e lo stalinismo sono la stessa cosa, di conseguenza il comunismo può esistere solo nella sua versione autoritaria, violenta e antidemocratica. Questa assurda idea – che ha lastricato la strada che dal Pci ha portato al Pd passando per il Pds e i Ds – non tiene conto, volutamente, di tutti quei comunisti che hanno sempre denunciato (spesso pagando con la vita) la degenerazione di chi sovrapponeva lo Stato al partito e al sindacato, farneticava dell’esistenza di un Paese guida, faceva fucilare tutti quei dissidenti che non credevano in una società perfetta, bensì ritenevano che fare la rivoluzione significasse mettere in discussione anche se stessi e le proprie conquiste, mantenendo una dimensione dialettica senza la quale il comunismo non è realizzabile. Ora, io non credo che la destra possa strumentalizzare più di tanto storie come quella di Tresso, proprio perché è fin troppo evidente che riesumarla come ho tentato di fare io non serve a demolire l’idea del comunismo, ma casomai a rilanciarla in un’ottica diversa, dando spazio alla sua anima migliore, repressa dalla stupidità e dalla rigidità mentale del modello staliniano. Certo, non ti nascondo di aver avuto un po’ di timore nel portare a termine quest’opera letteraria, nonché di aver trovato qualche compagno (pochi, per la verità) che durante le presentazioni mi ha rimproverato per non aver ‘“taciuto di fronte al nemico’”, ma posso dirti che la soddisfazione maggiore (e immeritata) me l’ha data un giornale di proprietà della Confindustria vicentina, il quale, nel recensire il romanzo, ha scritto che io “non ho niente a che fare con Giampaolo Pansa, ma, casomai, con Ken Loach”. Questo dimostra, senza equivoci, da che parte sta Il vento contro, e al di là del paragone impossibile con il grande regista inglese, io ho ricevuto da quel giornale il migliore dei complimenti.

Quando parliamo di stalinismo, oltre al suo aspetto repressivo più evidente, tendiamo comunque a pensare a qualcosa di terribile ma fortunatamente lontano nel tempo. Poi basta concentrarsi sui meccanismi che regolano i rapporti interni alla politica ma anche personali, per rendersi conto, con sgomento, quanto certe pratiche siano ancora così presenti all’interno della sinistra e non solo. Nel romanzo penso al terribile rapporto tra Tresso e i suoi ex amici ma ancor più alla compagna di Tresso e alla di lei sorella.

Sono perfettamente d’accordo con te, e se vuoi questo è un altro dei motivi che mi hanno spinto a scrivere il romanzo. Anch’io non penso che lo stalinismo sia finito, se non altro a livello mentale e comportamentale, e dunque credo sia utile continuare a combatterlo nelle forme in cui si esprime oggi, oltre che sul piano storico. Ti faccio un esempio concreto: in questi giorni (metà gennaio, n.d.r.) alcuni esponenti del Pd stanno tentando un inciucio con il centrodestra per riprovare a modificare la legge che regola le elezioni europee, con l’unico scopo di introdurre uno sbarramento in grado di impedire a ciò che resta della sinistra alternativa di mandare dei rappresentanti a Strasburgo. Ecco, io trovo che questo sia un comportamento di tipo stalinista, basato sul bisogno di soffocare le minoranze. Certo, per fortuna oggi non ci sono più i gulag, né si massacrano fisicamente i compagni ‘fuori linea’ (come accaduto a Tresso, Trotsky, Nin e Klement, ma anche a Bucharin, Zinoviev, Kamenev e Smirnov, alcuni dei quali già fedelissimi di Stalin), eppure non mi sembra che si stia rinunciando a quella violenza psicologica che, in fondo, non è molto diversa da quella esercitata da Serena Seidenfeld nei confronti di sua sorella Barbara, rea di aver seguito un ‘traditore’ come Pietro Tresso.

Vorrei tornare al tuo penultimo lavoro, L’amore degli insorti. Ricordo che quando lo lessi, oltre che rimanere stordito dai profumi, dai colori, dai suoni di quel mondo che ben conoscevo e che tu sei riuscito a ricreare con grande maestria, fui colpito dal coraggio delle tue parole. Senza mezzi termini tu hai affermato la differenza tra terrorismo e lotta armata, il primo che colpisce nel mucchio senza porsi troppe domande di tipo etico, la seconda invece, tesa a colpire obiettivi specifici individuati dopo mesi e mesi di discussioni politiche. Anche prescindendo da qualsiasi giudizio sull’uso della violenza, la differenza è macroscopica e solo un’informazione manovrata può mettere sullo stesso piano Piazza Fontana, Italicus, stazione di Bologna persino con il più eclatante degli omicidi delle Brigate rosse: Aldo Moro.

Credo che questa distinzione sia necessaria, specie se si vuole davvero fare chiarezza su quegli anni, puntando così a superarli e a chiudere quella stagione. Purtroppo, da parte di quasi tutti i mezzi d’informazione e di molti rappresentanti istituzionali, prevale la volontà di far passare un’intera generazione come una banda di pazzi criminali, avulsi dalla realtà e inseriti in un contesto che oggi viene sistematicamente falsificato. Io non ho mai condiviso la scelta della lotta armata, anzi, l’ho ritenuta pericolosa per i movimenti di lotta di quegli anni e priva di sbocchi concreti, ma non posso accettare che decine di migliaia di giovani, che in buona fede hanno cercato di combattere (in modo sbagliato, certo) uno Stato autoritario, antidemocratico, piduista e ‘gladiatore’, vengano messi sullo stesso piano di gruppetti di terroristi, spesso finanziati e coperti da quello stesso Stato, che hanno ammazzato centinaia di innocenti passeggeri di treni, clienti e impiegati di banca e militanti sindacali, al solo scopo di spaventare un intero Paese che si stava ribellando, nella speranza di costringerlo a invocare una svolta golpista o comunque autoritaria.
Sinceramente, sono infastidito da certe ricostruzioni ipocrite e manipolate, specie quando vengono realizzate (in evidente malafede) senza tener conto anche del clima e delle motivazioni di quegli anni. Nei confronti della lotta armata italiana io non sono tenero (e mi sembra che la mia presa di distanza emerga con chiarezza dalla lettura de L’amore degli insorti), ma quelle decine di migliaia di militanti che presero quella strada facevano parte, in tutto e per tutto, della nostra generazione di ribelli degli anni Settanta, di compagni che, in modi diversi, hanno tentato l’assalto al cielo, e questo non lo posso né dimenticare, né tanto meno rimuovere, magari solo per risultare ‘politicamente corretto’.

A proposito di lotta armata e di conti mai chiusi col passato, vorrei sapere cosa ne pensi dell’affaire Cesare Battisti.

Guarda, premesso che non ho mai condiviso le azioni del suo gruppo e che, pur non avendo mai conosciuto personalmente Cesare Battisti, non nutro, a pelle, particolare simpatia umana nei suoi confronti, ho firmato con convinzione gli appelli che, prima della sua fuga in Brasile e del suo arresto, chiedevano il blocco della sua estradizione dalla Francia. A Battisti è stato ascritto almeno un omicidio che non può aver commesso perché si trovava in un’altra città, e già questo basterebbe per far indignare anche il più tiepido dei garantisti, ma si sa che anche il garantismo è soggetto a interpretazioni personali, di solito molto aperte nei confronti di politici corrotti e altrettanto chiuse a riccio nei riguardi di ex appartenenti ai gruppi armati. Da tempo sono convinto che quella pagina vada chiusa una volta per tutte, e per farlo bisogna partire dal riconoscimento di un dato di fatto; in Italia, per circa un decennio, si è combattuta una sorta di guerra civile tra uno Stato eterodiretto e per nulla pulito e una generazione che, con metodi non omogenei e approcci diversi nei confronti dell’uso della violenza (di offesa o di semplice difesa), ha cercato di contrastarlo e di sostituirlo con un modello alternativo e, quanto meno, di tipo socialista.
Quando le guerre finiscono si concedono le amnistie e si cerca di ricostruire un tessuto sociale lacerato: quella guerra è finita da venticinque anni, in migliaia hanno scontato decenni di galera), qualche centinaio di loro è tuttora in carcere e molti di più si trovano in esilio da tanto tempo. Bene, mi sembra sia arrivato il momento di chiudere quella vicenda nell’unico modo che abbia un senso, e cioè con l’amnistia per tutti. Poi si potrà anche aprire un dialogo tra le parti, come è avvenuto in Sudafrica su iniziativa di Nelson Mandela, ma solo quando in carcere non ci sarà più neanche un prigioniero politico.

Alla luce di quanto ci siamo detti, sono proprio curioso di conoscere l’oggetto del tuo prossimo lavoro. Puoi darci qualche anticipazione?

In questo periodo sto scrivendo un libro di racconti incentrato su personaggi ed episodi che hanno caratterizzato il periodo che va dal 1969 al 1979 (dalla morte del chitarrista dei Rolling Stones, Brian Jones, all’assassinio – da parte della polizia – dello studente Roberto Franceschi, dai desaparecidos argentini all’apertura dei manicomi conseguenza della legge Basaglia, e così via). In sostanza, non una ‘ripulitura dei cassetti’, ma – almeno nelle intenzioni – un vero e proprio progetto letterario basato su testi brevi.

 

Stefano Tassinari è nato nel 1955 a Ferrara e vive a Bologna. Ha pubblicato romanzi e libri di racconti, tra i quali ricordiamo All’idea che sopraggiunge (Corpo 10, Milano, 1987), Ai soli distanti (Mobydick, Faenza, 1984), Assalti al cielo (Calderini, Bologna, 1988, ripubblicato nel 2000 da Perdisa, Bologna), L’ora del ritorno (Marco Tropea Editore, Milano, 2001), I segni sulla pelle (Marco Tropea Editore, Milano, 2003), L’amore degli insorti (Marco Tropea Editore, Milano, 2005), Il vento contro (Marco Tropea Editore, Milano, 2008), nonché il Cd letterario Lettere dal fronte interno (Mobydick, Faenza, 1997, con musiche di Roberto Manuzzi e la partecipazione di Mauro Pagani ed Ellade Bandini). Autore di testi teatrali e di programmi radiofonici per Radiorai Tre, scrive di letteratura su quotidiani e riviste. Da molti anni propone reading in teatri e festival, accompagnato da musicisti e fotografi.

 

Giuseppe Ciarallo

 

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