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aprile - maggio 2012
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Polemos |
| Stalin: il terrore e le
leggende di Claudio Del Bello |
|
Il concetto
di ‘mostro’ nella Storia: ‘terrore’, ‘leggenda
nera’, definizioni con cui politica, giornalismo e storicismo
di regime hanno sempre fatto riferimento a Stalin per una costruzione
destoricizzata della figura del ‘mostro’ comunista, e
così disinnescare politicamente e moralmente la protesta della
società civile |
| Non sono uno storico, né un politologo. Mi è sempre dispiaciuto non appartenere alla prima categoria e, come molti, usurpo spesso l’appartenenza alla seconda. Più che uno storico mancato, mi considero un loggionista della storia, e in questa veste mi sono disposto a leggere il libro di Domenico Losurdo: Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, e poi a discuterlo in una pubblica riunione, insieme a Giacomo Marramao e a Nicola Tranfaglia. Il testo che segue è una rielaborazione di quanto mi ero appuntato. Un libro che, sebbene dal titolo faccia pensare a una biografia – ma i filosofi sono restii a scriverne di biografie, anche se spesso ne sono avidi lettori – nel sottotitolo avverte che si tratta semmai di una specie di ‘critica dell’ideologia’, proprio del tipo di ideologia più spiccia e diretta: quella dell’abominazione, della damnatio memoriae. Stalin come pretesto, uno schermo su cui proiettare i cangianti umori di pubbliche opinioni, i mutevoli e mutati giudizi di sottoposti e gregari, opinion maker soprattutto, i grandi maghi dello stereotipo. Tra un po’ toccherà a Mao. Scrive Federico Rampini, in L’ombra di Mao. Sulle tracce del Grande Timoniere per capire il presente di Cina, Tibet, Corea del Nord e il futuro del mondo (Mondadori, 2006): Mao “in compagnia di Adolf Hitler e di Josif Stalin, per formare insieme a loro la mostruosa Trinità nel Pantheon negativo dei più grandi criminali del XX secolo”. È un po’ di tempo che ci viene proposta la storia come Storia di grandi criminali, storia fatta a suon di Libri neri. Non so se è il pubblico a volerlo –so bene, invece, che altri vogliono che lo si pensi, perché nella presunta autonomia di una collettività proprio così ci si libera del peso delle responsabilità individuali – ma certo la produzione di’mostri gemelli’, come li chiama Losurdo,è un’industria che non conosce crisi, da Pol Pot, fino a Milosevic (Hitlerosovic titolava Diario, convinto), fino a Saddam, in un crescendo isterico di scambi figura-sfondo, in cui la psicopatologia rimuove contesto e pregresso,cioè la storia. Con Marx la storia cessò di essere la cronaca di popoli e battaglie, di eroi e di dinastie, diventando storia di lotte di classi. Un bel passo in avanti nella direzione della spersonalizzazione e del la demitizzazione. Non le identità, ma i rapporti. Ora decade a compilazione di cartelle cliniche, che più individualiè difficile immaginare: uno zoom vertiginoso. Dice Canfora, nel contributo al volume: quando riusciremo a parlare pacatamente e in maniera distaccata di Stalin come possiamo fare del sanguinario Robespierre? Certo, il vero problema è “il nesso tra Rivoluzione e Terrore, il duro problema” da Robespierre a Stalin passando per Lenin. Ma questo resta un problema filosofico, temo – o quanto meno storiografico. Infatti, se con la parola terrore si crede
di aver risolto il problema di certe ricorrenti manifestazioni di
sistematico incrudelimento nelle relazioni politico-sociali, dovrà
essere quanto meno e preliminarmente un’analisi linguistica
a impostare il problema, per poi individuarne limiti storici e significative
presenze, soprattutto di istituzioni. Mentre il culto della personalità,
troppo presto evocato, finisce per far velo. Un black hole in cui sperare che si frullino le proprie incapacità di analisi insieme alla condizione di paura, di terrore appunto, in cui versa il pubblico di fronte a ciò che ignora nei suoi meccanismi più riposti. Una scorciatoia, uno scambio figura-sfondo in cui il ‘mostro’ catalizza e sostituisce tutto il resto. Un’operazione che infine libera dalla necessità di comprendere un fenomeno e di determinarne le differenze rispetto ad altri. Basta la parola, come in una vecchia pubblicità (non a caso, forse, di un lassativo). Resta il fatto che, in condizioni di isolamento
internazionale, di strisciante ma conclamata guerra civile, di impedimento
del manifestarsi di una esplicita lotta tra le classi, di un conflitto
sordo sulla ripartizione del plusprodotto, chi detiene il controllo
dello Stato e delle sue istituzioni – la cricca? il gruppo al
potere? – organizza un combinato disposto, un universo concentrazionario
fatto di delazioni e di autodelazioni, di deportazioni e fucilazioni,
in cui il sospetto è la moneta che viene scambiata. Un nesso
che si manifesta raramente, un collasso, che però nonè
possibile sciogliere se non storiograficamente, e che, più
che un capriccio sanguinario, appare come una situazione sovradeterminata,
per lo più, da contingenze geopolitiche. Non necessariamente
di breve periodo, ma lontana dal definire un ‘modello’
istituzionale di lunga durata. Là dove la fatica dell’analisi e della ricostruzione storiografica viene evitata – specie nel linguaggio disossato dei media just in time – si fa avanti la necessità di una ‘semplificazione’. E allora, lo stereotipo, la leggenda. Ma le leggende contemporanee, di cui si occupa Marc Bloch – e di cui in Italia si è occupato Cesare Bermani in Spegni la luce che passa Pippo. Voci, leggende e miti della storia contemporanea (Odradek, 1996) – non hanno come genere prossimo le leggende metropolitane – le urban legend – bensì quelle confezionate in tempo di guerra dagli Stati maggiori, come la ‘leggenda dei franchi tiratori’ diffusa dall’esercito tedesco contro la popolazione belga nella Grande guerra, al fine di incrudelire il proprio esercito occupante. Voglio dire che le leggende contemporanee, questa ‘leggenda nera’, non sono una produzione inconsapevole di un immaginario collettivo, bensì il portato di politiche pianificate di disinformazione. E ce n’è voluto perché il vincitore di Hitler finisse con l’essere accomunato a Hitler. Ho definito questo libro una sorta di critica dell’ideologia in cui uno storico della filosofia come Losurdo si è voluto incaricare di restaurare non certo la figura di Stalin, ma un corretto rapporto tra le figure e i processi storici, andando a cogliere i modi della mistificazione. Ogni tanto qualcuno parla di ‘macabra aritmetica’ con riferimento alla contabilità delle morti relative a eventi e processi storici. Credo sia un nodo ineludibile, visto che la propaganda e coloro che la riproducono sono soliti alterare proprio la partita doppia della contabilità dei morti, addebitando generosamente al ‘mostro’, e senza beneficio d’inventario, tutte le morti coeve, anche quelle dovute agli avversari (come i 750.000 morti cambogiani dovuti ai bombardamenti americani e non a Pol Pot). Personalmente sono convinto che la Storia la si scrive e la si legge con l’aiuto delle carte geografiche ma anche di una calcolatrice, per contare i morti, certo. Per avere cioè cognizione dell’ordine di grandezza dei fenomeni, ma anche per poterli attribuire a una parte o all’altra sulla base di documenti e testimonianze, e sul loro controllo incrociato. Una condizione necessaria, anche se non sufficiente. Col risultato di dissacrare la storiografia dei piaggiatori o dei pugilatori a pagamento. Finché è possibile. Ma il sistema mediatico è assolutamente impermeabile e refrattario a queste sollecitazioni. Le ignora, e basta. Paradossalmente, a mitigare l’unilateralità
delle ricostruzioni di comodo può soccorrere la fiction: il
‘bravo’ sceneggiatore, anche prevenuto, è costretto
a ricostruire una psicologia del ‘mostro’, con la tecnica
del chiaroscuro, rilasciando qualche tratto ‘umano’ –
anch’esso ugualmente falso e mistificante, naturalmente. O l’eterno
presente della civiltà dell’immagine che recupera e assortisce
misericordiosamente personaggi lontani nel tempo, ucronia e utopia,
come il dipinto di tre artisti cinesi (1) che assembla 103 personaggi
storici sotto lo sguardo di Dante Alighieri a mo’ di regista.
Vi si possono cogliere Marx e Nietzsche, Stalin e Leonardo da Vinci,
con Elvis che accenna un accordo; Hitler, Mussolini e Saddam Hussein
che ascoltano Beethoven al pianoforte…
(1) Dudu, Li Tiezi, Zhang
An, Discussing the Divine Comedy whit Dante
Leggi anche: Stalin: la necessità
di parlarne senza paura di Giorgio Galli e Davide Pinardi
Il
linguista e il legislatore di Carlo Oliva
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