È uscito il numero
27
aprile - maggio 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
musica e arte
Ai margini del castello
E se il mostro
fosse innocente?
Controcronaca
del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita
Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa
Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Polemos |
|
Riflessioni sulla metodologia
storica e sull'incapacità della sinistra di liberarsi della
leggenda nera di Stalin: un'afasia che ha paralizzato qualunque proposta
alternativa di società. Incontro dibattito sul saggio Stalin
e la sinistra: parlarne senza paura di Giorgio Galli (Baldini
Castoldi Dalai, 2010) alla libreria Odradek di Milano, 12 marzo 2010 |
|
Davide Pinardi: Il saggio del professor Giorgio Galli affronta la figura di Stalin in una prospettiva storica al fine di sollecitare l’avvio di un’analisi più serena, equilibrata e ragionevole su di essa, un’analisi non più condizionata da considerazioni politiche di breve respiro. In sintesi potremmo dire che si tratta di una profonda riflessione sul rapporto che lega la figura storica di Stalin e la sinistra italiana. In particolare, soprattutto, si mette in luce la percezione alquanto deformata che quest’ultima ha del ‘famigerato’ leader russo, diventato ormai una sorta di ombra in grado di delegittimare qualunque logica di ricerca, di progetto, di continuità politica rispetto al passato, quasi che quella presenza così ingombrante avesse, nel tempo, essiccato e distrutto l’apparato radicale più profondo della stessa sinistra. A mio parere, per prima cosa occorre aprire una parentesi su un concetto centrale nella metodologia storica. Di questi tempi da molte parti si va ripetendo in maniera sempre più ossessiva il tormentone della ‘verità dei fatti’: in ogni occasione si ribadisce in sostanza che i fatti – se si guardano senza paraocchi o convenienze di parte – parlerebbero da soli e, di conseguenza, quasi sempre si accusano le controparti di ‘falsificazione’. Queste accuse, così come le falsificazioni stesse, non sono certo un fenomeno nuovo. Si pensi alle tormentate vicende delle ricostruzioni del massacro di Katyn, alle fotografie di Robert Capa, alla famosa immagine della partita a scacchi tra Lenin e Bogdanov a Capri (nella quale sono via via scomparsi, per ordini successivi di Stalin, i presenti che attorno al tavolino osservavano la sfida). Insomma, non è solo di questi tempi il gioco continuo di alimentare l’illusione che, nella ricerca storica, si possa ricostruire ‘la verità’. Di questi tempi, però, il gioco sembra quasi obbligatorio. E guai a chi non si adegua… Invece, purtroppo, per quanto l’illusione
sia destinata a persistere, la storiografia offre sempre e ‘soltanto’
rappresentazioni della Storia, dal momento che i fatti, di per sé,
esistono esclusivamente in funzione dei contesti, delle ragioni, dei
nessi logici con i quali li si definiscono. È inevitabile che
una ricostruzione storica finisca per privilegiare certi nessi causali
negandone altri. Per esempio, la storiografia tende a dimenticare
che le azioni dei protagonisti delle vicende anche più importanti
sono originate e vengono compiute in funzione di percezioni, di sensazioni,
di carenze informative coeve (e che dunque non sono uguali a quelle
che abbiamo oggi). La questione della figura storica di Stalin si collega a questa riflessione generale: e dunque al criterio di ricostruzione dei fatti da parte degli storici, a quanto si riconosca che ogni ricostruzione altro non sia che una rappresentazione e non una ‘verità’, a quanto – sulla base di un processo mediatico – vengano costruite delle mitologie che pretenderebbero di ossificare ‘dati di fatto’ nell’immaginario collettivo fino a farli diventare indiscutibili. Stalin viene considerato da molti una figura largamente
positiva fino a qualche anno dopo la sua morte. Poi accade qualcosa
per cui questa immagine comincia a sgretolarsi ed emergono attacchi
e critiche, in parte presenti anche prima – la critica trotzkista,
quella orwelliana di Animal farm e di 1984, quella
delle sinistre anarchiche e libertarie – per via delle quali
si legittima e si afferma una nuova rappresentazione opposta, assolutamente
criminalizzante. Stalin diventa così una sorta di mostro portatore
di qualunque colpa e responsabilità. Man mano che la ‘leggenda
nera’ si amplia, finisce fatalmente per gonfiarsi sempre più,
fino probabilmente a falsificarsi non più parzialmente ma completamente
(perché se non esiste una assoluta ‘verità’
storica, di certo esistono molte assolute ‘falsità’
storiche…). Galli cerca, tra le altre cose, anche di evidenziare
quanto sia importante non scollegare la costruzione di giudizi storici
da uno studio sulle condizioni reali del tempo in cui gli avvenimenti
oggetto di analisi sono accaduti. Per esempio supera la questione
dei numeri delle vittime dello stalinismo non evitandola ma, anzi,
sottolineandola con una doverosa contestualizzazione. Doverosa perché
si può dire che è proprio in questa gara dei numeri,
alquanto grottesca in un’ottica storiografica, che si sostanzia
spesso la rappresentazione di Stalin supermostro paragonabile
a Hitler: dietro i calcoli ‘spannometrici’ dei morti a
causa sua si nascondono frequentemente le posizioni al contempo più
seriose e più ridicole dei dibattiti finto-storiografici. Altrettanto delicata è la questione del rapporto tra Stalin e la sinistra italiana degli ultimi vent’anni, in particolar modo se analizzato nella prospettiva di quel senso d’imbarazzo e di incapacità della sinistra a sottrarsi a una sorta di inespiabile senso di colpa, quasi che ‘il voler cambiare il mondo per davvero’ significhi automaticamente puntare al gulag. Ragione per cui la sinistra ha spesso trovato meno colpevole (e più conveniente…) abbracciare il sistema economico neoliberista e la filosofia politica della liberal-democrazia, come sostiene Galli nel suo saggio. Lasciando così intendere automaticamente che le democrazie liberali non siano anch’esse state caratterizzate da comportamenti e atti criminali. Ma quando mai! Nel momento in cui adottassimo le medesime logiche contabili utilizzate per analizzare le dittature, ci renderemmo conto dell’enorme carico di morti che anch’esse – le nobili democrazie borghesi – hanno sulla coscienza. Si potrebbe quasi dire che la sinistra ha, da questo punto di vista, una sola strada per poter tornare a pensare e a proporre un modello politico-economico differente dal capitalismo occidentale, per poter immaginare un socialismo che si proponga in una dimensione diversa rispetto alla classica democrazia liberale: deve liberarsi della leggenda nera di Stalin. Deve scrollarsi di dosso una mitologia sbagliata, non relegandola nel silenzio bensì aprendo riflessioni di carattere storiografico, evidenziandone gli errori – gli strumenti per farlo non le mancano – al fine di uscire da uno stallo che paralizza qualunque ipotesi alternativa di società. Una paralisi che di fatto sarebbe una resa perenne a un modello dominante che, dopo essere stato vincente per un certo numero di anni, oggi si rivela essere stato anche portatore di disastri, di guerre e di drammatiche bancarotte economiche. Giorgio Galli: Mi sono deciso a scrivere questo saggio dopo essere stato un critico dell’esperienza del comunismo staliniano e post-staliniano. Ritengo che allora la critica fosse doverosa, così come oggi sono convinto che sia altrettanto doveroso, per uno storico, recuperare l’argomento, soprattutto per aprire un dibattito a sinistra. Il titolo del saggio spiega molto a tal proposito: Stalin e la sinistra: parlarne senza paura. Penso che oggi la riflessione della sinistra debba andare in direzione di un recupero dell’esperienza staliniana per capovolgerla e valorizzarla in chiave economica, quando, invece, la scelta degli attuali dirigenti dei partiti di centro-sinistra si propone solo nell’ottica del silenzio. Dopo essere stato, dunque, un critico di quell’esperienza politica, mi sono trovato di fronte a una deriva del discorso storico secondo la quale il dramma del ventesimo secolo è consistito nella presenza del movimento comunista. Ma quel che più mi stupiva, era notare che la medesima deformazione storica veniva perpetuata da coloro che a lungo avevano pensato e affermato, con frasi che sbalordivano anche allora – seppure in senso opposto – che, parole di Togliatti, Stalin fosse: l’uomo che più di tutti ha fatto per il progresso dell’umanità. Dello stesso Togliatti mi sovvengono anche le parole pronunciate per commemorarlo alla Camera: “Giuseppe Stalin era un genio del pensiero e un genio della Storia, da lui prenderà nome un secolo intero”. Dopo di che mi sono meravigliato moltissimo nel vedere che, mutati i tempi, tale giudizio non sia stato sostituito da una riflessione critica. Al contrario, i precedenti giudizi su Stalin sono stati sostituiti – nell’immaginario politico delle generazioni successive a Togliatti – dall’accettazione passiva della versione krushoviana, per poi venire anch’essa sepolta, via via che il tempo passava, da uno straordinario silenzio. Al punto che oggi, qualsivoglia politico appartenente alla vasta costellazione di sfumature rappresentate della sinistra, tende a pensare che Stalin non sia mai esistito. La sostanziale percezione che si ha, è che questa figura sia scomparsa dal discorso, per non essere più recuperata. Né per rivederla criticamente né per analizzarla in altro modo. Mi è sembrato l’inizio di un processo di afasia in cui la sinistra ha cominciato a tacere la propria storia, a non parlare del proprio passato, fino al momento in cui non parla più di nulla. Secondo me, dal silenzio su Stalin deriva il silenzio su tutto. Così che oggi, la sinistra italiana si ritrova priva di un pensiero e priva di riflessione, in un silenzio tombale riempito solo dalle motivate, semplici e ovvie critiche a Berlusconi e da un’assoluta identificazione politico-economica con i criteri interpretativi della liberal-democrazia, uscita vincente – secondo la rappresentazione storiografica proposta – dal conflitto con il fascismo prima e con il comunismo poi. Personalmente credo che si possa esprimere finora
un buon giudizio complessivo della liberal-democrazia, a patto di
focalizzarla però nell’ambito di quella riflessione critica
maturata al suo stesso interno. Cosa che non fa la sinistra, al punto
da essere oggi arrivata a identificarla con il bene assoluto, come
la forma politica che ha risolto e che sempre risolverà tutti
i problemi. È per questa ragione che nel mio saggio ho preso in considerazione la questione delle cifre – pur ammettendo, come affermava ora anche Pinardi, che non si possa attribuire a una singola persona, a una singola corrente politica, un determinato numero di morti, e nonostante io sia convinto che non valga la pena di focalizzarsi sui numeri, di raccontare come qualunque sistema sociale, come ogni svolta storica, abbiano comportato decine di milioni di morti. Tuttavia i numeri possono aiutare, con una certa immediatezza, ad avvicinarsi il più possibile a una verità, per così dire, storica. Perciò sono partito dalle ricerche più recenti, da uno storico inglese, Richard Overy, per arrivare ad attribuire alla soluzione politica che si è realizzata in Unione Sovietica, nel periodo in cui il soggetto politico erano Stalin e il suo Partito comunista, non i 30 milioni inventati da Conquest nel suo diffusissimo saggio Il libro nero del comunismo, bensì, 9 milioni. La differenza è emblematica, a dimostrazione
di quanto la storiografia liberal-democratica, in complicità
con l’antistalinismo di sinistra, abbia influenzato l’immaginario
degli italiani per costruire il mito di Stalin dittatore sanguinario.
Certamente rimane una cifra molto pesante. Di sicuro lo si può
definire un esperimento storico molto ‘costoso’. Ma se
vogliamo stabilire una proporzione con ‘l’altra parte’,
quella della liberal-democrazia, i 9 milioni di morti prodotti dall’esperienza
sovietica tra il 1917 e il 1953, sintetizzata nel nome di Stalin,
si collocano in un contesto nel quale, in Europa, i milioni di morti
sono stati 75! Infatti, con un’ironia un po’ tragica,
avevo suggerito all’editore di intitolare il mio saggio: Stalin,
un mostro al 12%. Il che è logico secondo ‘il gioco’
dei numeri: se vogliamo attribuire a una sola persona 9 milioni di
vittime, occorre inserire questo numero all’interno del contesto
storico in cui è vissuto: per cui possiamo contabilizzare quei
morti nell’ordine di un 12%. Cifre dunque assai lontane da quelle riportate da
Il libro nero del comunismo – un saggio, tra l’altro,
veramente singolare per come è costruito perché unisce
studi di ottimo livello come quelli di Furet, a materiale assolutamente
inverosimile. Tuttavia se chiedessimo a una persona, probabilmente
anche a una persona che si colloca politicamente a sinistra, quanti
morti abbia ‘provocato’ Stalin, la troveremmo d’accordo
con le enormi cifre dichiarate da Conquest. Non è stato il comunismo staliniano il dramma del ventesimo secolo. La storiografia più aggiornata – che non trova spazio nell’apparato mediatico – definisce la ‘seconda guerra dei trent’anni’ il fenomeno più rilevante del Novecento, ossia quel conflitto mondiale avviato nel 1914 e conclusosi nel 1945 – la prima è quella famosa del 1618, che si conclude nel 1648 con la pace di Westfalia. All’inizio della seconda guerra dei trent’anni, Stalin e Hitler non erano nemmeno proponibili nelle vesti di mostri del ventesimo secolo: nel 1914 non esistevano né comunismo né fascismo. Lenin faceva un grande sforzo per fare riconoscere, alla Seconda Internazionale, il suo come il partito maggioritario, e si chiamava Partito operaio socialdemocratico di Russia. C’è voluta la guerra perché nel 1917 Lenin dicesse: dobbiamo indossare una camicia pulita, non quella sporca della socialdemocrazia. E la camicia pulita si chiamò comunismo. Il fascismo vi era men che meno. Il termine fascismo,
che poi ha assunto una portata universale, prima della seconda guerra
dei trent’anni era un termine di sinistra: c’erano i fasci
siciliani e c’era il fascio operaio a Milano. Solo in seguito
diventerà il fascismo così come adesso è noto
a livello mondiale, ma sarebbe stato impensabile senza quel conflitto,
le cui cause specifiche sono di difficile definizione. Lenin si illudeva
che fosse la fase imperialista, la fase suprema e finale del capitalismo.
Adesso sappiamo che sbagliava. Riguardo il primo conflitto, certamente il militarismo
era molto forte ma era presente ovunque, non era solo austro-tedesco.
Inoltre la Germania e l’Austro-Ungheria erano liberal-democrazie
con sistemi parlamentari sicuramente più avanzati di quello
italiano, anche se non si può negare il peso che in essi aveva
la monarchia. Mentre dall’altra parte, nella Triplice intesa,
c’era anche la Russia zarista, la prigione dei popoli, come
la definivano i liberali inglesi. Tutta questa complessità della Storia del
ventesimo secolo è stata completamente stravolta da una concezione
estremamente semplificata, per la quale la liberal-democrazia ha sfidato
e vinto il fascismo nella seconda guerra dei trent’anni, e,
in seguito, ha sfidato e vinto il comunismo. Questo è il quadro
che si è affermato, soprattutto in Italia. Altrove la riflessione
si è sviluppata diversamente, in particolar modo nei Paesi
anglosassoni, dove non manca un pensiero critico che legge diversamente,
e in maniera più articolata, la Storia del Novecento. Il presidente dell’American Historical Association,
ovvero la storiografia anglosassone che qui in Italia viene assunta
a modello, vent’anni or sono faceva una riflessione: abbiamo
creduto di avere costruito una scienza storica, diceva, nella quale
pensiamo di avere fondato la scientificità della Storia, ma,
se analizziamo bene, ci accorgiamo che il confine tra la Storia e
il mito è tuttora incerto e non così ben definito come
ritenevano i nostri grandi maestri.
Giorgio Galli e Davide Pinardi
Leggi anche: Stalin:
il terrore e le leggende di Claudio Del Bello Il
linguista e il legislatore di Carlo Oliva
Leggi altri articoli sui temi: |