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dicembre 2011- gennaio 2012
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Sotto i ri(f)lettori |
| Comunque, all'inizio erano
tutti contenti di Sabrina Campolongo |
| Recensione
di Sozaboy, Ken Saro-Wiwa |
|
Lo sforzo di Saro-Wiwa, il suo corpo a corpo con il linguaggio,
obbedisce alla volontà di fare sentire la voce di chi non
ce l’ha, di chi non può averla. Ci voleva una lingua
che portasse la storia del popolo nigeriano fuori dai confini ristretti
della porzione di Africa in cui esso vive, ma che allo stesso tempo
non tradisse quel popolo, non distorcesse quella voce, non generasse
una frattura insanabile tra i personaggi e la loro storia. Ma anche: dalla decomposizione degli elementi naturali viene generato
il petrolio, l’oro nero che è ricchezza per chi lo
estrae e lo commercia, che è morte per il popolo Ogoni e
la sua terra: quel delta del Niger devastato dall’inquinamento,
sfollato con la forza, violentato prima dalla guerra civile tra
Nigeria e Biafra per impossessarsi della preziosa risorsa, poi dai
soprusi dei militari spalleggiati dai colossi petroliferi. Nel delta del Niger, chilometri e chilometri di oleodotti attraversano villaggi che erano un tempo abitati da agricoltori e pescatori, e che oggi sono diventati acquitrini di fango e petrolio; ciminiere sputano incessantemente le fiamme dei gas tossici, destinati a tornare alla terra sotto forma di piogge acide; gigantesche piattaforme stazionano a pochi metri dalla costa. Molti avranno ancora negli occhi le fotografie dei bambini scheletrici e con le pance gonfie arrivate fino a noi all’epoca della cosiddetta guerra del Biafra, che dal 1967 al 1970 devastò la Nigeria proprio in nome dello sfruttamento petrolifero del River State, ed è questo il contesto storico in cui Ken Saro-Wiwa inserisce la vicenda umana del suo Sozaboy. Soza sta per soldier, soldato: è anch’esso
una deformazione dell’inglese, una deformazione che, come
le altre parole conservate in rotten English anche nel testo italiano,
è più che una storpiatura. È un’alterazione
genetica della lingua, tanto che soza, svuotato del significato
originario, diventa un suffisso: ci sono la sozaguerra, il sozacapitano,
il sozasoldato, addirittura. Che non è il soldato-soldato,
una ripetizione priva di senso, ma il più basso tassello
del sozamondo, quel mondo in cui la guerra è guerra senza
regole e può succedere qualsiasi cosa, in cui i sozacapitani
non rispettano nulla, fanno quello che vogliono e si pappano tutte
le razioni alimentari riservate ai sozasoldati, in cui si muore
combattendo il sozanemico, che nessuno sa bene perché se
la prenda tanto con la povera gente da rubargli il sale né
che faccia abbia, se bianca come quella di Hitla (Hitler, figura
avulsa dal contesto storico e trasformata dalla popolazione in una
sorta di divinità malvagia) oppure nera come quella di Mammuswak
(l’uomo-deve-vivere) il mercenario, l’uomo che per vivere
si vende, che uccide o salva, che nutre o tortura, che ruba o cura,
tutto a seconda del personale tornaconto del momento, e che sempre
si salva, assecondando i rapidi movimenti della corrente e saltando
sulla barca giusta. Ci mostra la corruzione generalizzata, vera piaga della società
civile nigeriana, lo strisciare dei deboli di fronte a una divisa
e a un fucile, la ribellione di pochi, destinata a essere schiacciata,
la saggezza dei semplici, l’ignoranza assassina; mostra l’insensatezza
della guerra dal punto di vista di chi non ha niente da guadagnarci,
di chi la guerra non la decide ma la deve combattere; mostra la
fascinazione della guerra (“la guerra è bella anche
se fa male”, cantava De Gregori…) e i modi in cui, per
calcolo, per professione e a volte addirittura in buona fede, gli
individui si fanno strumenti della fascinazione, riempiendosi la
bocca di parole vuote, predicando ideali che come mine-giocattolo
scoppieranno tra le mani dei giovani che li raccoglieranno. C’è un ‘prima’, infatti, espresso nel disarmante incipit – “Comunque, all’inizio, erano tutti contenti a Dukana” – già infettato dal parassita della corruzione. Uno status quo spezzato da una rottura dell’equilibrio, che all’inizio è solo l’eco lontana di eventi avvenuti altrove (il colpo di Stato) ma che poi promette di cambiare le cose in meglio, di spazzare via la corruzione e fare giustizia (in questo uguale a tutte le dittature del mondo, nel momento in cui devono mettere radici e hanno bisogno del consenso popolare, e lo cercano attraverso il populismo e le promesse di ‘risanamento’e di riscatto per i più deboli). Segue un momento di ottimismo generale, un’euforia di breve durata, che viene ben presto spezzato da un aggravarsi improvviso delle condizioni di vita. I sozasoldati cominciano a fare irruzione a Dukana, chiedendo soldi e viveri, dissanguando una popolazione già sul limite della sopravvivenza; sparisce anche il sale, elemento imprescindibile per l’alimentazione e la conservazione dei cibi in un villaggio composto da capanne di fango; la corruzione riprende con volumi triplicati; il divario sociale, anziché appianarsi, si accentua. È a questo punto, come la Storia insegna, ripetendosi tuttavia
uguale a ogni latitudine, che entra in gioco il Nemico, il sozanemico.
Prima che la popolazione allo stremo cominci a ribellarsi, il potere
indica un colpevole. Il Nemico è quello che non fa arrivare
il sale, il Nemico è quello che vuole affamare la brava gente
di Dukana, il Nemico arriverà e porterà via tutto,
si prenderà il cibo, il vino di palma, le donne. Un vero
uomo, un uomo giovane e forte, un uomo che ha sale dentro, non può
che armarsi e partire per combattere il Nemico. Così il candido Mene diventa Sozaboy, ragazzo-soldato,
scegliendo lui stesso il proprio nome; così spende i risparmi
di sua madre, che piangendo cerca di fargli cambiare idea ma poi
rinuncia, perché quando un uomo ha deciso, e per di più
anche la sua sposa è d’accordo, una madre non può
opporsi; così si allontana dalla sua giovane e bella moglie,
Agnes-con-più-tette-che-anima, spinto alla guerra da motivazioni
romantiche ed edoniste, per farsi bello ai suoi occhi con la divisa
coperta di nastrini colorati e per essere rispettato nel suo villaggio,
per il privilegio di un’arma che non userà mai, di
ore e ore di marcia, di vessazioni dal sozacapitano, che a sua volta
viene vessato dal sozagenerale, e infine per la guerra: giorni e
notti trascorsi a mollo dentro fossati precedentemente scavati nel
fango, pallottole che fischiano sopra la testa, niente cibo e acqua
sporca da bere. Sozaboy vive la guerra sulla propria pelle, sui
propri muscoli fiaccati dalla fame, spezzati dalle botte, nei suoi
occhi che si chiudono perché quando quello che vedono diventa
davvero brutto non si può raccontare, “sembra qualcosa
che di solito vedi in un film, o nella foresta malvagia degli incubi”.
Una rivolta ingenua e goffa, con riappropriazione del maltolto
e successiva, gioiosa, ubriacatura di gruppo, frutta a Sozaboy e
compagni un viaggio all’inferno della Kampara, la cella di
punizione: frustrate, umiliazioni e ancora più fame. Ma non
è finita.
Sozaboy, Ken Saro-Wiwa, Baldini Castoldi Dalai, 2005 |