Sozaboy. A novel in rotten English: questo è
il titolo scelto da Ken Saro-Wiwa per il suo romanzo, questo il titolo
con cui è uscito in lingua originale nel 1985. Originale in
doppia accezione, perché è davvero una lingua primigenia,
quel ‘rotten English’ forgiato dall’autore, come
egli stesso spiega nell’introduzione, amalgamando pidgin
(pessimo inglese usato originariamente per le transazioni commerciali
tra cinesi ed europei) nigeriano, inglese sgrammaticato e buon inglese.
Nella versione italiana, comparsa vent’anni dopo, nel 2005,
il sottotitolo è stato omesso, ed è rimasto solo Sozaboy.
Il che potrebbe anche avere un senso, dato che il riferimento alla
lingua originale è, per forza di cose, inapplicabile alla traduzione.
Per analoghi motivi si potrebbe anche pensare che non vi sia ragione
di riflettere su quel ‘rotten English’ che Mene, protagonista
di questo romanzo di formazione, utilizza per raccontarci le sue avventure.
Eppure, allo stesso tempo non si può sorvolare sulla questione,
dal momento che l’autore l’ha considerata così
fondamentale da farle spazio già nel titolo, da sentire la
necessità di un’introduzione che la spiegasse, che mettesse
in primo piano quella che è stata la ricerca di una lingua
che potesse dare voce a quel segmento socio-culturale della
società nigeriana: un problema molto più etico che estetico,
come lo fu la ‘questione della lingua’ per Gadda e Pasolini.
Lo sforzo di Saro-Wiwa, il suo corpo a corpo con il linguaggio, obbedisce
alla volontà di fare sentire la voce di chi non ce l’ha,
di chi non può averla. Ci voleva una lingua che portasse la
storia del popolo nigeriano fuori dai confini ristretti della porzione
di Africa in cui esso vive, ma che allo stesso tempo non tradisse
quel popolo, non distorcesse quella voce, non generasse una frattura
insanabile tra i personaggi e la loro storia.
Non poteva quindi essere il dialetto kana di appartenenza
del protagonista e dell’autore, non poteva essere l’inglese
colto, e allora ecco una lingua corrotta, una lingua bastarda, questo
‘rotten English’ figlio della colonizzazione britannica,
dell’imposizione dall’alto di una lingua estranea; un
linguaggio modificato per necessità, per impossibilità
reale di studiarlo, per ignoranza che però, grazie alla forza
espressiva della tradizione orale nigeriana, si trasforma in una lingua
nuova, in una forma di resistenza.
‘Rotten’ viene tradotto, dal dizionario Zingarelli, seguendo
quattro direzioni semantiche: la prima, legata alla decomposizione:
marcio, fradicio, putrido; la seconda, trasposta al linguaggio
familiare: cariato; la terza nel senso figurato: corrotto;
la quarta infine, nel linguaggio della strada: disgustoso, sgradevole,
pessimo.
La prima accezione è indubbiamente legata alla morte, ma non
dimentichiamo che è dalla de-composizione che rinasce la vita.
Ma anche: dalla decomposizione degli elementi naturali viene generato
il petrolio, l’oro nero che è ricchezza per chi lo estrae
e lo commercia, che è morte per il popolo Ogoni e la sua terra:
quel delta del Niger devastato dall’inquinamento, sfollato con
la forza, violentato prima dalla guerra civile tra Nigeria e Biafra
per impossessarsi della preziosa risorsa, poi dai soprusi dei militari
spalleggiati dai colossi petroliferi.
Non si può parlare dell’opera di Ken Saro-Wiwa senza
ricordare il Mosop (Movement for the Survival of the Ogoni People)
da lui fondato, la sua attività non violenta in favore della
sopravvivenza del popolo Ogoni e il fatto che questa lotta impari
gli valse, nel 1995, l’arresto, un processo-farsa e la morte
per impiccagione. Forse si potrebbe farlo senza ricordare che, pochi
mesi fa, a distanza di quattordici anni, il colosso anglo-olandese
Shell ha accettato di pagare 15 milioni di dollari, pur di non comparire
in un processo che lo indicava come complice nella morte dello scrittore
e di altri sei attivisti del Mosop, ma ricordarlo è un dovuto
atto di rispetto, per l’uomo e per l’autore di Sozaboy.
Nel delta del Niger, chilometri e chilometri di oleodotti attraversano
villaggi che erano un tempo abitati da agricoltori e pescatori, e
che oggi sono diventati acquitrini di fango e petrolio; ciminiere
sputano incessantemente le fiamme dei gas tossici, destinati a tornare
alla terra sotto forma di piogge acide; gigantesche piattaforme stazionano
a pochi metri dalla costa. Molti avranno ancora negli occhi le fotografie
dei bambini scheletrici e con le pance gonfie arrivate fino a noi
all’epoca della cosiddetta guerra del Biafra, che dal
1967 al 1970 devastò la Nigeria proprio in nome dello sfruttamento
petrolifero del River State, ed è questo il contesto storico
in cui Ken Saro-Wiwa inserisce la vicenda umana del suo Sozaboy.
Soza sta per soldier, soldato: è anch’esso una
deformazione dell’inglese, una deformazione che, come le altre
parole conservate in rotten English anche nel testo italiano, è
più che una storpiatura. È un’alterazione genetica
della lingua, tanto che soza, svuotato del significato originario,
diventa un suffisso: ci sono la sozaguerra, il sozacapitano, il sozasoldato,
addirittura. Che non è il soldato-soldato, una ripetizione
priva di senso, ma il più basso tassello del sozamondo, quel
mondo in cui la guerra è guerra senza regole e può succedere
qualsiasi cosa, in cui i sozacapitani non rispettano nulla, fanno
quello che vogliono e si pappano tutte le razioni alimentari riservate
ai sozasoldati, in cui si muore combattendo il sozanemico, che nessuno
sa bene perché se la prenda tanto con la povera gente da rubargli
il sale né che faccia abbia, se bianca come quella di Hitla
(Hitler, figura avulsa dal contesto storico e trasformata dalla popolazione
in una sorta di divinità malvagia) oppure nera come quella
di Mammuswak (l’uomo-deve-vivere) il mercenario, l’uomo
che per vivere si vende, che uccide o salva, che nutre o tortura,
che ruba o cura, tutto a seconda del personale tornaconto del momento,
e che sempre si salva, assecondando i rapidi movimenti della corrente
e saltando sulla barca giusta.
Con la sua lingua così incongrua e vitale, simile a un albero
cresciuto dentro la carcassa marcescente di un’automobile, Sozaboy
ci racconta, racconta a un pubblico immaginario – ora utilizzando
il ‘voi’ ora il ‘tu’, come a voler venire
più vicino, come a volere parlare all’orecchio del lettore
– quello che vede e le sue interpretazioni, all’inizio
tanto ingenue da risultare disarmanti e poi via via più consapevoli.
Ci mostra la corruzione generalizzata, vera piaga della società
civile nigeriana, lo strisciare dei deboli di fronte a una divisa
e a un fucile, la ribellione di pochi, destinata a essere schiacciata,
la saggezza dei semplici, l’ignoranza assassina; mostra l’insensatezza
della guerra dal punto di vista di chi non ha niente da guadagnarci,
di chi la guerra non la decide ma la deve combattere; mostra la fascinazione
della guerra (“la guerra è bella anche se fa male”,
cantava De Gregori…) e i modi in cui, per calcolo, per professione
e a volte addirittura in buona fede, gli individui si fanno strumenti
della fascinazione, riempiendosi la bocca di parole vuote, predicando
ideali che come mine-giocattolo scoppieranno tra le mani dei giovani
che li raccoglieranno.
Il messaggio finale del romanzo Sozaboy non è, però,
genericamente pacifista. La miseria e la violenza raccontate da Saro-Wiwa,
non hanno origine dalla guerra. La guerra è uno strumento ulteriore
di sottomissione, di sfruttamento, è veleno venduto come terapia,
un veleno costosissimo che uccide milioni di cellule sane e lascia
l’organismo più malato, debole e bisognoso di prima.
C’è un ‘prima’, infatti, espresso nel disarmante
incipit – “Comunque, all’inizio, erano tutti contenti
a Dukana” – già infettato dal parassita della corruzione.
Uno status quo spezzato da una rottura dell’equilibrio, che
all’inizio è solo l’eco lontana di eventi avvenuti
altrove (il colpo di Stato) ma che poi promette di cambiare le cose
in meglio, di spazzare via la corruzione e fare giustizia (in questo
uguale a tutte le dittature del mondo, nel momento in cui devono mettere
radici e hanno bisogno del consenso popolare, e lo cercano attraverso
il populismo e le promesse di ‘risanamento’e di riscatto
per i più deboli). Segue un momento di ottimismo generale,
un’euforia di breve durata, che viene ben presto spezzato da
un aggravarsi improvviso delle condizioni di vita. I sozasoldati cominciano
a fare irruzione a Dukana, chiedendo soldi e viveri, dissanguando
una popolazione già sul limite della sopravvivenza; sparisce
anche il sale, elemento imprescindibile per l’alimentazione
e la conservazione dei cibi in un villaggio composto da capanne di
fango; la corruzione riprende con volumi triplicati; il divario sociale,
anziché appianarsi, si accentua.
È a questo punto, come la Storia insegna, ripetendosi tuttavia
uguale a ogni latitudine, che entra in gioco il Nemico, il sozanemico.
Prima che la popolazione allo stremo cominci a ribellarsi, il potere
indica un colpevole. Il Nemico è quello che non fa arrivare
il sale, il Nemico è quello che vuole affamare la brava gente
di Dukana, il Nemico arriverà e porterà via tutto, si
prenderà il cibo, il vino di palma, le donne. Un vero uomo,
un uomo giovane e forte, un uomo che ha sale dentro, non può
che armarsi e partire per combattere il Nemico.
Per estrema beffa, anche per questo occorre pagare: è necessario
corrompere il sozafunzionario per poter entrare nell’esercito,
ma il giovane Mene sa che le cose vanno così, e paga, senza
porsi alcun problema.
Così il candido Mene diventa Sozaboy, ragazzo-soldato, scegliendo
lui stesso il proprio nome; così spende i risparmi di sua madre,
che piangendo cerca di fargli cambiare idea ma poi rinuncia, perché
quando un uomo ha deciso, e per di più anche la sua sposa è
d’accordo, una madre non può opporsi; così si
allontana dalla sua giovane e bella moglie, Agnes-con-più-tette-che-anima,
spinto alla guerra da motivazioni romantiche ed edoniste, per farsi
bello ai suoi occhi con la divisa coperta di nastrini colorati e per
essere rispettato nel suo villaggio, per il privilegio di un’arma
che non userà mai, di ore e ore di marcia, di vessazioni dal
sozacapitano, che a sua volta viene vessato dal sozagenerale, e infine
per la guerra: giorni e notti trascorsi a mollo dentro fossati precedentemente
scavati nel fango, pallottole che fischiano sopra la testa, niente
cibo e acqua sporca da bere. Sozaboy vive la guerra sulla propria
pelle, sui propri muscoli fiaccati dalla fame, spezzati dalle botte,
nei suoi occhi che si chiudono perché quando quello che vedono
diventa davvero brutto non si può raccontare, “sembra
qualcosa che di solito vedi in un film, o nella foresta malvagia degli
incubi”.
Finché un soldato nemico, l’-uomo-che-deve-vivere, dopo
aver passato la linea di nascosto e sotto la protezione di una bandiera
bianca, non fa sapere a Sozaboy e al suo amico e caposquadriglia Pallottola,
che il cibo, le sigarette e gli alcolici destinati ai soldati sono
in realtà trattenuti, consumati e probabilmente anche venduti,
dal sozacapitano.
Una rivolta ingenua e goffa, con riappropriazione del maltolto e successiva,
gioiosa, ubriacatura di gruppo, frutta a Sozaboy e compagni un viaggio
all’inferno della Kampara, la cella di punizione: frustrate,
umiliazioni e ancora più fame. Ma non è finita.
Sozaboy dovrà ancora sperimentare il terrore dei bombardamenti
aerei, la morte degli amici, la cattura e la prigionia con la minaccia
di subire il taglio della lingua e non solo, la salvezza imprevista
con cambio di divisa, la pena per il suo amato villaggio devastato
e abbandonato, il terrore per i suoi cari, la fuga per ritrovarli,
l’orrore innominabile dei campi profughi, la disillusione di
vedersi venduto dalla sua stessa gente in cambio di qualche razione
di cibo, ancora prigionia e vita randagia, in mezzo a uomini, donne
e bambini che muoiono come formiche e vengono seppelliti in fretta
sui bordi della strada che porta verso le case distrutte, verso i
villaggi invasi dalle erbacce; Sozaboy dovrà essere spettro
nel suo stesso villaggio, spettro tra spettri rincretiniti che desiderano
la sua morte come un esorcismo; dovrà sentirsi completamente
sradicato, dalla sua vita, dal suo villaggio, dai suoi affetti, per
affermare, alla fine: “Ma ora, se qualcuno viene a dirmi qualcosa
della guerra, o anche del combattimento, io mi metterò soltanto
a correre e a correre e correre e correre e correre. Credetemi, sinceramente
vostro”.
Sozaboy, Ken Saro-Wiwa, Baldini Castoldi Dalai,
2005