| Tempi di crisi. La recessione pone
a ogni Stato non pochi problemi di sostegno e rilancio dell’economia
nazionale, e sono proprio le scelte in ambito economico a svelare: da
che parte sta la classe dirigente politica nell’inconciliabile
conflitto tra capitale e lavoro, la sua idea di società futura,
la sua capacità di analizzare la struttura economica della nazione
che governa.
Lo scorso novembre, durante la discussione in Senato sulla legge finanziaria,
la maggioranza di centrodestra approva l’emendamento 2.3000 proposto
da Maurizio Saia del Pdl, che prevede la vendita tramite asta dei beni
immobili confiscati alla mafia qualora entro centottanta giorni dalla
confisca non vengano destinati a un uso pubblico e sociale. A dicembre
il governo pone l’ennesima fiducia sul passaggio della legge finanziaria
alla Camera, e l’emendamento diviene operativo. L’approvazione
di una tale norma subito dopo l’emanazione dello scudo fiscale
non può che confermare la regola che due più due fa sempre
quattro. La magistrale doppietta svela infatti, contemporaneamente,
la vicinanza agli interessi mafiosi di Pdl e Lega nord e, per l’ennesima
volta, quali interessi rappresenti in Parlamento l’opposizione
del Pd, premurosamente assente dall’aula al momento del voto in
numero sufficiente a far passare lo scudo. In più, conferma che
la politica tutta, trasversalmente, apprezza molto il ‘sistema
Italia’ e non intende affatto modificarlo.
L’etica ufficiale vuole che la struttura economica
del Belpaese viaggi su due rette divergenti: l’economia criminale
e l’economia legale e sommersa. Le rette in realtà convergono.
La principale impresa è la mafia. Secondo il rapporto Eurispes
2009, le quattro organizzazioni mafiose – Cosa nostra, ‘ndragheta,
Camorra e Sacra corona unita – hanno fatturato nel 2008
complessivamente 130 miliardi di euro, pari al 10,3% del pil nazionale
dello stesso anno. Per rendersi conto di che cosa significhino numeri
simili, occorre confrontarli con la classifica stilata dall’Ufficio
studi di Mediobanca sulle principali società italiane risultate
dai bilanci 2008: sul gradino più alto Eni, con un fatturato
di 108 miliardi, che stacca di gran lunga Enel, con 59,5 miliardi, che
si contende di misura il secondo posto con Fiat, 59,3 miliardi. Tuttavia
il fatturato, importantissimo per far girare l’economia,
non è l’utile: confrontiamo gli utili. Mafia, sempre secondo
l’Eurispes, 70 miliardi, Eni 8,8 miliardi, Enel 5,3 e Fiat 1,7.
Nessuna azienda legale raggiunge la redditività della mafia,
anche se occorre tenere presente che i dati Mediobanca sono tratti dai
bilanci ufficiali, che non contemplano i ricchi fondi neri. Le statistiche
dell’Agenzia delle entrate stimano per i soli primi dieci mesi
del 2009 un imponibile evaso, nell’economia in chiaro, pari a
369 miliardi, che su un pil nazionale che si attesta intorno ai 1.500
miliardi corrispondono a un abbondante 25%. Un’abitudine italiana,
quella all’evasione, in costante aumento: le serie storiche riportano
la progressione negli anni dell’imponibile evaso, dai 64 miliardi
di euro nel 1982 ai 165 miliardi nel 1992 ai 232 miliardi nel 2001,
che significano un’evasione, solo relativa all’imposta dell’iva,
di 8 miliardi, 23 miliardi e 37 miliardi.
Le due economie hanno necessità differenti – alcune, non
tutte – così come all’interno dell’economia
legale grande capitale da un parte e medio e piccolo capitale dall’altra,
hanno problemi diversi da affrontare. Accantonando per un momento l’economia
criminale, possiamo visualizzare la struttura economica legale come
una piramide, sulla cui cima stanno comodamente appollaiati i grandi
capitalisti. Sono i ‘capitani coraggiosi’ malati di italianità,
che non hanno mai saputo che cosa fosse il libero mercato e che senza
il latte della mammella dello Stato morirebbero di denutrizione il giorno
dopo. Gli stessi che si sono arricchiti negli anni Ottanta, bevendosi
tutta l’Italia non solo Milano, intascando dallo Stato fior di
miliardi di vecchie lire con appalti mastodontici e truccati mentre
il debito pubblico lievitava come un soufflé e mentre la politica
permetteva loro anche di evadere bellamente e costituire quei fondi
neri all’estero dai quali provenivano le tangenti pagate alla
stessa politica. Sono quelli che hanno comprato a due soldi le imprese
statali, quando nel 1992 l’Italia rischiava la bancarotta ed è
partita la campagna delle privatizzazioni (1); quelli per cui nel 2008
il governo si è inventato la suddivisione di Alitalia tra ‘bad
company’ e ‘good company’; gli stessi che oggi ricevono
dallo Stato cospicue sovvenzioni per superare la crisi – per la
riconversione del sistema produttivo o sotto forma di incentivi ai cittadini
per l’acquisto – a patto di non licenziare e che poi, una
volta ottenuti, spostano la produzione in Polonia senza che nessuno
chieda loro indietro i soldi stanziati; che chiudono le fabbriche perché,
guarda caso, in vista dell’Expo 2015 il comune approva un cambio
di destinazione d’uso dell’area e risulta più redditizio
costruirvi sopra un centro commerciale e alberghi, utilizzando magari
le convenienti imprese edili mafiose; sono quelli che per anni hanno
deciso di risparmiare sullo smaltimento dei rifiuti tossici
pagando in nero la Camorra perché li seppellisse nelle discariche
abusive della Campania.
Tutti questi, hanno enormi capitali all’estero.
Ora è arrivata la crisi e hanno bisogno di liquidità,
sia per far fronte al calo delle vendite sia per ristrutturarsi e investire
in tecnologia e macchinari, per non rischiare di ritrovarsi impreparati
e superati dalla concorrenza quando l’economia tornerà
a registrare segno positivo. Hanno dunque bisogno di attingere ai conti
esteri off-shore, anche perché, maledetta crisi!, le
banche hanno stretto le maglie dei prestiti e gli investimenti in chiaro
nei vari prodotti finanziari sono crollati a picco insieme alle borse,
andando a incidere negativamente non solo sulla liquidità aziendale
ma anche sui dati del bilancio ufficiale su cui si basano gli istituti
bancari per concedere i finanziamenti. E difatti Emma Marcegaglia, presidente
di Confindustria, quando ancora la proroga dello scudo fiscale era solo
una proposta dichiarava giuliva che “anche con una percentuale
più alta da pagare, potrebbe essere un’opportunità”;
perché, come bene spiegano gli esperti tributari a servizio delle
imprese, il 5% fissato in origine dal provvedimento o il 6-7% stabilito
nella proroga, equivalgono a una convenienza di circa venti volte se
messa a confronto con la somma da pagare nel caso i capitali vengano
scoperti da un accertamento della finanza. In più, non è
che i profitti sommersi, una volta tornati nel circuito ufficiale, debbano
per forza essere investiti in attività produttive e in Italia.
Il patto di sangue stretto tra la politica oggi in Parlamento, a eccezione
dell’Italia dei Valori, e il grande capitale, è siglato
con il sangue dei lavoratori. Lo scudo prevede infatti che i soldi detenuti
nei paradisi fiscali europei si considerino ‘rientrati’
nel capitale aziendale, e dunque iscritti a bilancio e utilizzabili
dall’impresa, con una semplice regolarizzazione cartacea della
loro esistenza, senza che fisicamente debbano essere spostati nei conti
bancari di un istituto italiano. È evidente che una simile disposizione
permette non il rilancio dell’economia nazionale, che inciderebbe
inevitabilmente in senso positivo anche sull’occupazione, ma il
solo rilancio dei profitti dei capitani coraggiosi, i quali hanno la
faccia di lamentare che l’Italia non sia un Paese sufficientemente
concorrenziale in termini di pressione fiscale e costo del lavoro. Mantenendo
all’estero i capitali scudati, essi potranno più facilmente
investirli nella delocalizzazione della produzione in quei Paesi dell’est
Europa in cui sono accolti con un numero ancora maggiore di sgravi e
incentivi; oppure potranno scegliere di investirli nell’economia
finanziaria, ricominciando il gioco speculativo.
Per fare tutto questo, tuttavia, occorre anche l’assicurazione
che la magistratura mai potrà mettere il naso nell’origine
di quegli stessi capitali. Una cosa è il reato di evasione fiscale,
che un condono o uno scudo estingue con il pagamento delle imposte evase,
i relativi interessi e una sanzione (2), altra cosa sono i reati, punibili
con il carcere, di dichiarazione fraudolenta mediante false fatture
o altri artifici, dichiarazione infedele, omessa dichiarazione e occultamento
o distruzione di documenti contabili. Il governo, con il beneplacito
del Parlamento, ha pensato anche a questo rendendo di fatto lo scudo
un’amnistia per cancellare tutti i reati penali eventualmente
connessi all’evasione fiscale. La conseguenza logica del ragionamento
spinge a chiedersi quale necessità abbia portato a introdurre
nel provvedimento anche l’anonimato.
Nulla di nuovo, certamente, dato che già il condono tombale del
2003 prevedeva la dichiarazione in forma ‘riservata’: tuttavia
le particolarità di questo scudo lo rendono praticamente superfluo
per i bisogni fiscali delle imprese legali, mentre vi fanno capolino
le esigenze dell’economia criminale.
L’amnistia dei reati, infatti, già tutela completamente
i capitani coraggiosi da fastidiose scoperte della guardia di finanza
la quale, se mai in un’inchiesta investigativa dovesse trovare
irregolarità nelle carte aziendali, si troverebbe impotente davanti
al documento assolutore che attesta che la persona o l’azienda,
in qualità del suo amministratore delegato, ha usufruito dello
scudo; il quale, tra l’altro, non lega il capitale fatto rientrare
a uno specifico anno fiscale né a un dettaglio delle imposte
evase – a differenza del condono del 2003 – e dunque permette
all’impresa di coprire qualsiasi irregolarità facendola
rientrare nella somma scudata. Non regge nemmeno la motivazione di voler
salvaguardare l’azienda, attraverso l’anonimato, dal rischio
di mettersi in evidenza come evasore fiscale. Nel provvedimento del
2003, infatti, la forma riservata era facoltativa, e dato che la legge
prevedeva “la preclusione, nei confronti del dichiarante e dei
soggetti coobbligati, di ogni accertamento tributario e contributivo”,
logica e voci di corridoio suggerivano di aderirvi in forma nominativa,
dato che la mannaia dei finanzieri sarebbe calata solo su quelle aziende
che non avevano condonato o che l’avevano fatto in forma anonima;
certamente queste ultime si sarebbero comunque salvate dall’accertamento
relativo a quegli anni, presentando il documento del condono effettuato,
ma si sa che una visita della finanza è sempre spiacevole perché
ovunque entra, qualcosa trova. Inoltre, la forma anonima non era contemplata
per coloro che avevano “omesso la presentazione delle dichiarazioni
relative a tutti i periodi d’imposta” oggetto del condono:
gli evasori totali, come la Mafia s.p.a..
È dunque a suo uso e consumo che nello scudo è stato inserito
l’anonimato. Un elenco di nomi avrebbe messo nelle mani della
magistratura i dati dei prestanome usati dalla criminalità organizzata
per far rientrare i capitali. Questo spiega perché, in aggiunta
all’anonimato, lo scudo prevede la non applicazione delle norme
antiriciclaggio. Normalmente a offrire i propri servigi per lavare il
denaro è il sistema finanziario legale, che tuttavia in Europa
deve fare i conti con le regole imposte a ogni Stato dalle direttive
comunitarie: ogni intermediario ha obblighi di verifica sui capitali
a lui affidati e di segnalazione, in Italia, all’Unità
di informazione finanziaria delle operazioni sospette. Ciò significa
che non si può entrare in una banca con una valigia di soldi
e versarli su un conto senza giustificarne la provenienza. Ora, grazie
allo scudo fiscale, è possibile. Cosa nostra, ‘ndragheta,
Camorra e Sacra corona unita si ritroveranno tra le mani miliardi di
euro, ben lavati al prezzo di saldo del 5, 6 o 7% – rispetto al
10% stimato come costo minimo dagli studi sul riciclaggio per ogni singolo
passaggio, e un solo passaggio non è mai sufficiente; la criminalità
organizzata considera conveniente, e mette in conto, un costo complessivo
di ‘pulitura’ fino al 50%.
E così la Mafia s.p.a. potrà, al pari dei capitani coraggiosi,
utilizzare i profitti divenuti legali per far fronte alle proprie ‘necessità’,
che sono leggermente diverse da quelle del grande capitale: essa ha
infatti bisogno di investire parte degli utili dei traffici criminali
in attività legali – immobili, attività commerciali
e imprese di vario genere, edili soprattutto, con le quali aggiudicarsi
anche i vari appalti statali. E mentre il governo recita la sua parte,
sventolando soddisfatto quei quattro, cinque miliardi di gettito fiscale
generati dallo scudo – vergognosamente ridicoli di fronte alle
cifre dell’evasione e dell’attività criminale –
lo scenario futuro dell’economia nazionale si presenta sempre
più a reggenza mafiosa: nessuna attività legale ha una
redditività che si avvicini solo lontanamente a quella dell’economia
criminale. Chissà dunque quante imprese in bancarotta a causa
della crisi saranno acquistate con i capitali ripuliti della Mafia s.p.a.,
chissà di quante aziende diventerà socia.
In più, grazie all’emendamento del senatore
Saia, la criminalità organizzata potrà rientrare nuovamente
in possesso dei beni immobili sequestrati dalla magistratura, perché
per quanto la norma preveda la restrizione di facciata di verificare
che i soggetti partecipanti all’asta non siano riconducibili ad
associazioni criminali, è nota la capacità mafiosa di
agire tramite prestanome e di presentarsi in borghese colletto bianco.
Tra l’altro, il 23 novembre scorso è stata presentata la
Relazione annuale 2009 sulle attività del Commissario straordinario
del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati a
organizzazioni criminali, e i dati sono quanto di più positivo
e promettente possa esserci. Vi si legge che in soli diciotto mesi di
lavoro – l’ufficio è stato istituito a novembre 2007,
governo Prodi – “sono stati destinati 1.438 beni, a fronte
dei 3.969 provvedimenti di destinazione relativi ai dodici anni precedenti
(con un incremento netto del 284% della media annuale delle destinazioni;
+42% sull’anno 2007); nel periodo 2008/2009 sono stati inoltre
liberati 295 immobili oggetto di confisca, occupati abusivamente dagli
stessi malavitosi; il valore del patrimonio destinato nei 18 mesi di
mandato ammonta a 230 milioni di euro a fronte dei 500 milioni di euro
dei beni destinati nei dodici anni precedenti”; “si è
passati da picchi di 4 anni per la comunicazione di una confisca definitiva
dall’Autorità giudiziaria a quella amministrativa, agli
attuali 30 giorni”; “al 30 giugno 2009 i beni immobili confiscati
alla criminalità sono 8.933”, e di questi “5.407
(pari al 60,5%) sono stati destinati. La maggior parte dei beni destinati
(86%) è stata consegnata agli enti locali per finalità
sociali. Il restante 14% è stato mantenuto allo Stato per fini
istituzionali”; “al 30 giugno 2009 le aziende confiscate
alla criminalità sono 1.185”, e di queste “388 (pari
al 32,7%) sono state destinate. Solo l’11% delle aziende è
stato destinato alla vendita o all’affitto. Il restante 89% è
andato in liquidazione. Infatti 1 azienda su 3 risulta già in
liquidazione o tecnicamente fallita prima della confisca definitiva
e, quindi, precedentemente alla presa in consegna da parte dell’Agenzia
del Demanio”.
Sorgono spontanee due domande (retoriche). La prima, dato che ‘squadra
vincente non si cambia’, e dato che il lavoro messo in atto dall’ufficio
del Commissario straordinario è decisamente vincente, quale sia
la ragione di istituire la vendita all’asta degli immobili e scardinare
un modus operandi che ha finalmente trovato la via per essere efficace;
la seconda, se il ministro Maroni abbia letto la relazione quando il
10 dicembre a Bari dichiara che quella sull’emendamento Saia è
una polemica “assolutamente strumentale perché nell’ordinamento
legislativo italiano c’è già il principio che i
beni sequestrati si possono vendere: è stato introdotto nel ’96
e poi ribadito nel 2000 dalla finanziaria del governo D’Alema.
Dice che gli immobili sequestrati non si possono vendere, le imprese
sì. Qualcuno mi dovrebbe spiegare perché la criminalità
organizzata dovrebbe essere interessata agli immobili e totalmente disinteressata
alle imprese che ha creato lei”. Il Commissario lo ha già
spiegato: perché un’azienda su tre è di fatto fallita
prima della confisca definitiva, dato che il sequestro che la precede
ne blocca l’operatività.
Inoltre le aziende sequestrate sono un numero molto inferiore rispetto
agli immobili. Ecco perché la mafia è interessata a rientrare
in possesso di questi ultimi e non delle imprese, ed ecco perché
fino a oggi le imprese potevano essere vendute e gli immobili no.
Vale la pena concludere con un sguardo all’altra
Italia: la base della piramide del capitalismo nazionale e la carne
da macello, nemmeno tenuta in considerazione nei programmi politici
dato che non possiede capitale. La prima, sono le migliaia di piccole
e medie imprese, commercianti, artigiani e professionisti – quelli
veri, non il popolo delle partite iva dei precari – che finché
l’economia gira, in un accordo non scritto, traggono molti dei
propri profitti dall’evasione fiscale e dal lavoro in nero. Anche
una parte di questi porterà a casa benefici dallo scudo, ma i
più piccoli non sapranno che cosa farsene e il governo non è
corso in aiuto con alcuna legge creativa né tanto meno con sovvenzioni;
li ha abbandonati a loro stessi e alla ferocia delle banche, con le
piccole imprese ancora più implacabili nel chiudere fidi e limitare
prestiti. D’altra parte, una crisi strutturale come quella attuale
impone una radicale ristrutturazione del capitale: solo i più
forti sopravviveranno, inglobando i più deboli con fusioni e
ritrovandosi alla fine con meno concorrenti sul mercato.
Gli ultimi, infine: i lavoratori, gli schiavi. Dipendenti o precari
a contratto, licenziati o disoccupati o cassaintegrati, a loro dovrà
pensare la struttura a rete fortemente famigliare della società
italiana: sopravviveranno, seppur molto più poveri e sfruttati.
È su questa rete che conta il governo, quando si limita a elargire
miseri ammortizzatori sociali buoni giusto a comprarsi il pane. Poco
importa se, secondo l’Eurispes, il 69% degli italiani non ha risparmiato
nel 2008, contro il 51% del 2007, e se il 36,9% è ricorsa al
credito al consumo (contro il 25,7% dell’anno precedente), e il
19,4% ha contratto debiti per sostenere cure mediche, contro il 5,1%
del 2007.
A loro pensano i sindacati, e basta un sola riflessione per comprendere
che cosa questo significhi: a fronte dei dati sull’evasione fiscale
di Eurispes e dell’Agenzia delle Entrate, da anni la loro proposta
per risolvere il problema dei bassi salari non è l’aumento
degli stessi a carico della proprietà ma la loro parziale defiscalizzazione;
non meno sfruttamento dunque, ma una manovra che svuoterebbe ancor più
le casse dello Stato, il quale andrebbe a tagliare ulteriormente proprio
quel welfare di cui usufruiscono gli stessi lavoratori – asili,
scuole, sanità, pensioni. In aggiunta, i sindacati si sono fatti
paladini della leggendaria ‘produttività’, che dovrebbe
calcolarsi sui dati di un bilancio aziendale sempre falsificato.
Non c’è alcun dubbio, l’economia italiana è
salva e riprenderà presto a veleggiare tranquilla sul mare del
capitalismo, a dispetto di coloro che affermano che il governo non si
è prodigato con i giusti incentivi; sostenuto, come vuole la
farsa del bipolarismo e dell’alternanza, dal Parlamento tutto,
gli scranni a destra e quelli a sinistra. Annegheranno come sempre i
lavoratori, ma non è un problema: di schiavi ne nascono ogni
giorno.
Giovanna Cracco
(1)
Debito pubblico: italianità al 104%, Giovanna Cracco,
PaginaUno n. 10/2008
(2) nonostante l’Italia, unico caso, abbia fatto
pari e patta di tutto con un bel 5% (o 6% o 7%): anche Stati Uniti,
Francia e Inghilterra hanno promosso uno scudo fiscale ma il loro, oltre
a non contemplare l’anonimato, prevede che il contribuente debba
pagare per intero le imposte evase e i relativi interessi e solo la
sanzione è ridotta
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