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febbraio - marzo 2012
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Inchiesta |
| Sistema Italia: grande capitale
e mafia di Giovanna Cracco |
| Dentro
lo scudo fiscale e la vendita all'asta dei beni confiscati alla mafia:
in tempi di crisi, la politica sceglie di rinforzare gli interessi
sommersi e criminali dell’economia italiana |
| Tempi di crisi. La recessione pone
a ogni Stato non pochi problemi di sostegno e rilancio dell’economia
nazionale, e sono proprio le scelte in ambito economico a svelare:
da che parte sta la classe dirigente politica nell’inconciliabile
conflitto tra capitale e lavoro, la sua idea di società futura,
la sua capacità di analizzare la struttura economica della
nazione che governa. L’etica ufficiale vuole che la struttura economica
del Belpaese viaggi su due rette divergenti: l’economia criminale
e l’economia legale e sommersa. Le rette in realtà convergono. Le due economie hanno necessità differenti
– alcune, non tutte – così come all’interno
dell’economia legale grande capitale da un parte e medio e piccolo
capitale dall’altra, hanno problemi diversi da affrontare. Accantonando
per un momento l’economia criminale, possiamo visualizzare la
struttura economica legale come una piramide, sulla cui cima stanno
comodamente appollaiati i grandi capitalisti. Sono i ‘capitani
coraggiosi’ malati di italianità, che non hanno mai saputo
che cosa fosse il libero mercato e che senza il latte della mammella
dello Stato morirebbero di denutrizione il giorno dopo. Gli stessi
che si sono arricchiti negli anni Ottanta, bevendosi tutta l’Italia
non solo Milano, intascando dallo Stato fior di miliardi di vecchie
lire con appalti mastodontici e truccati mentre il debito pubblico
lievitava come un soufflé e mentre la politica permetteva loro
anche di evadere bellamente e costituire quei fondi neri all’estero
dai quali provenivano le tangenti pagate alla stessa politica. Sono
quelli che hanno comprato a due soldi le imprese statali, quando nel
1992 l’Italia rischiava la bancarotta ed è partita la
campagna delle privatizzazioni (1); quelli per cui nel 2008 il governo
si è inventato la suddivisione di Alitalia tra ‘bad company’
e ‘good company’; gli stessi che oggi ricevono dallo Stato
cospicue sovvenzioni per superare la crisi – per la riconversione
del sistema produttivo o sotto forma di incentivi ai cittadini per
l’acquisto – a patto di non licenziare e che poi, una Tutti questi, hanno enormi capitali all’estero. Ora è arrivata la crisi e hanno bisogno di liquidità, sia per far fronte al calo delle vendite sia per ristrutturarsi e investire in tecnologia e macchinari, per non rischiare di ritrovarsi impreparati e superati dalla concorrenza quando l’economia tornerà a registrare segno positivo. Hanno dunque bisogno di attingere ai conti esteri off-shore, anche perché, maledetta crisi!, le banche hanno stretto le maglie dei prestiti e gli investimenti in chiaro nei vari prodotti finanziari sono crollati a picco insieme alle borse, andando a incidere negativamente non solo sulla liquidità aziendale ma anche sui dati del bilancio ufficiale su cui si basano gli istituti bancari per concedere i finanziamenti. E difatti Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, quando ancora la proroga dello scudo fiscale era solo una proposta dichiarava giuliva che “anche con una percentuale più alta da pagare, potrebbe essere un’opportunità”; perché, come bene spiegano gli esperti tributari a servizio delle imprese, il 5% fissato in origine dal provvedimento o il 6-7% stabilito nella proroga, equivalgono a una convenienza di circa venti volte se messa a confronto con la somma da pagare nel caso i capitali vengano scoperti da un accertamento della finanza. In più, non è che i profitti sommersi, una volta tornati nel circuito ufficiale, debbano per forza essere investiti in attività produttive e in Italia. Il patto di sangue stretto tra la politica oggi in Parlamento, a eccezione dell’Italia dei Valori, e il grande capitale, è siglato con il sangue dei lavoratori. Lo scudo prevede infatti che i soldi detenuti nei paradisi fiscali europei si considerino ‘rientrati’ nel capitale aziendale, e dunque iscritti a bilancio e utilizzabili dall’impresa, con una semplice regolarizzazione cartacea della loro esistenza, senza che fisicamente debbano essere spostati nei conti bancari di un istituto italiano. È evidente che una simile disposizione permette non il rilancio dell’economia nazionale, che inciderebbe inevitabilmente in senso positivo anche sull’occupazione, ma il solo rilancio dei profitti dei capitani coraggiosi, i quali hanno la faccia di lamentare che l’Italia non sia un Paese sufficientemente concorrenziale in termini di pressione fiscale e costo del lavoro. Mantenendo all’estero i capitali scudati, essi potranno più facilmente investirli nella delocalizzazione della produzione in quei Paesi dell’est Europa in cui sono accolti con un numero ancora maggiore di sgravi e incentivi; oppure potranno scegliere di investirli nell’economia finanziaria, ricominciando il gioco speculativo. Per fare tutto questo, tuttavia, occorre anche l’assicurazione
che la magistratura mai potrà mettere il naso nell’origine
di quegli stessi capitali. Una cosa è il reato di evasione
fiscale, che un condono o uno scudo estingue con il pagamento delle
imposte evase, i relativi interessi e una sanzione (2), altra cosa
sono i reati, punibili con il carcere, di dichiarazione fraudolenta
mediante false fatture o altri artifici, dichiarazione infedele, omessa
dichiarazione e occultamento o distruzione di documenti contabili.
Il governo, con il beneplacito del Parlamento, ha pensato anche a
questo rendendo di fatto lo scudo un’amnistia per cancellare
tutti i reati penali eventualmente connessi all’evasione fiscale.
La conseguenza logica del ragionamento spinge a chiedersi quale necessità
abbia portato a introdurre nel provvedimento anche l’anonimato. L’amnistia dei reati, infatti, già tutela completamente i capitani coraggiosi da fastidiose scoperte della guardia di finanza la quale, se mai in un’inchiesta investigativa dovesse trovare irregolarità nelle carte aziendali, si troverebbe impotente davanti al documento assolutore che attesta che la persona o l’azienda, in qualità del suo amministratore delegato, ha usufruito dello scudo; il quale, tra l’altro, non lega il capitale fatto rientrare a uno specifico anno fiscale né a un dettaglio delle imposte evase – a differenza del condono del 2003 – e dunque permette all’impresa di coprire qualsiasi irregolarità facendola rientrare nella somma scudata. Non regge nemmeno la motivazione di voler salvaguardare l’azienda, attraverso l’anonimato, dal rischio di mettersi in evidenza come evasore fiscale. Nel provvedimento del 2003, infatti, la forma riservata era facoltativa, e dato che la legge prevedeva “la preclusione, nei confronti del dichiarante e dei soggetti coobbligati, di ogni accertamento tributario e contributivo”, logica e voci di corridoio suggerivano di aderirvi in forma nominativa, dato che la mannaia dei finanzieri sarebbe calata solo su quelle aziende che non avevano condonato o che l’avevano fatto in forma anonima; certamente queste ultime si sarebbero comunque salvate dall’accertamento relativo a quegli anni, presentando il documento del condono effettuato, ma si sa che una visita della finanza è sempre spiacevole perché ovunque entra, qualcosa trova. Inoltre, la forma anonima non era contemplata per coloro che avevano “omesso la presentazione delle dichiarazioni relative a tutti i periodi d’imposta” oggetto del condono: gli evasori totali, come la Mafia s.p.a. È dunque a suo uso e consumo che nello scudo è stato inserito l’anonimato. Un elenco di nomi avrebbe messo nelle mani della magistratura i dati dei prestanome usati dalla criminalità organizzata per far rientrare i capitali. Questo spiega perché, in aggiunta all’anonimato, lo scudo prevede la non applicazione delle norme antiriciclaggio. Normalmente a offrire i propri servigi per lavare il denaro è il sistema finanziario legale, che tuttavia in Europa deve fare i conti con le regole imposte a ogni Stato dalle direttive comunitarie: ogni intermediario ha obblighi di verifica sui capitali a lui affidati e di segnalazione, in Italia, all’Unità di informazione finanziaria delle operazioni sospette. Ciò significa che non si può entrare in una banca con una valigia di soldi e versarli su un conto senza giustificarne la provenienza. Ora, grazie allo scudo fiscale, è possibile. Cosa nostra, ‘ndragheta, Camorra e Sacra corona unita si ritroveranno tra le mani miliardi di euro, ben lavati al prezzo di saldo del 5, 6 o 7% – rispetto al 10% stimato come costo minimo dagli studi sul riciclaggio per ogni singolo passaggio, e un solo passaggio non è mai sufficiente; la criminalità organizzata considera conveniente, e mette in conto, un costo complessivo di ‘pulitura’ fino al 50%. E così la Mafia s.p.a. potrà, al pari dei capitani coraggiosi, utilizzare i profitti divenuti legali per far fronte alle proprie ‘necessità’, che sono leggermente diverse da quelle del grande capitale: essa ha infatti bisogno di investire parte degli utili dei traffici criminali in attività legali – immobili, attività commerciali e imprese di vario genere, edili soprattutto, con le quali aggiudicarsi anche i vari appalti statali. E mentre il governo recita la sua parte, sventolando soddisfatto quei quattro, cinque miliardi di gettito fiscale generati dallo scudo – vergognosamente ridicoli di fronte alle cifre dell’evasione e dell’attività criminale – lo scenario futuro dell’economia nazionale si presenta sempre più a reggenza mafiosa: nessuna attività legale ha una redditività che si avvicini solo lontanamente a quella dell’economia criminale. Chissà dunque quante imprese in bancarotta a causa della crisi saranno acquistate con i capitali ripuliti della Mafia s.p.a., chissà di quante aziende diventerà socia. In più, grazie all’emendamento del
senatore Saia, la criminalità organizzata potrà rientrare
nuovamente in possesso dei beni immobili sequestrati dalla magistratura,
perché per quanto la norma preveda la restrizione di facciata
di verificare che i soggetti partecipanti all’asta non siano
riconducibili ad associazioni criminali, è nota la capacità
mafiosa di agire tramite prestanome e di presentarsi in borghese colletto
bianco. Sorgono spontanee due domande (retoriche). La prima,
dato che ‘squadra vincente non si cambia’, e dato che
il lavoro messo in atto dall’ufficio del Commissario straordinario
è decisamente vincente, quale sia la ragione di istituire la
vendita all’asta degli immobili e scardinare un modus operandi
che ha finalmente trovato la via per essere efficace; la seconda,
se il ministro Maroni abbia letto la relazione quando il 10 dicembre
a Bari dichiara che quella sull’emendamento Saia è una
polemica “assolutamente strumentale perché nell’ordinamento
legislativo italiano c’è già il principio che
i beni sequestrati si possono vendere: è stato introdotto nel
’96 e poi ribadito nel 2000 dalla finanziaria del governo D’Alema.
Dice che gli immobili sequestrati non si possono vendere, le imprese
sì. Qualcuno mi dovrebbe spiegare perché la criminalità
organizzata dovrebbe essere interessata agli immobili e totalmente
disinteressata alle imprese che ha creato lei”. Il Commissario
lo ha già spiegato: perché un’azienda su tre è
di fatto fallita prima della confisca definitiva, dato che il sequestro
che la precede ne blocca l’operatività. Vale la pena concludere con un sguardo all’altra Italia: la base della piramide del capitalismo nazionale e la carne da macello, nemmeno tenuta in considerazione nei programmi politici dato che non possiede capitale. La prima, sono le migliaia di piccole e medie imprese, commercianti, artigiani e professionisti – quelli veri, non il popolo delle partite iva dei precari – che finché l’economia gira, in un accordo non scritto, traggono molti dei propri profitti dall’evasione fiscale e dal lavoro in nero. Anche una parte di questi porterà a casa benefici dallo scudo, ma i più piccoli non sapranno che cosa farsene e il governo non è corso in aiuto con alcuna legge creativa né tanto meno con sovvenzioni; li ha abbandonati a loro stessi e alla ferocia delle banche, con le piccole imprese ancora più implacabili nel chiudere fidi e limitare prestiti. D’altra parte, una crisi strutturale come quella attuale impone una radicale ristrutturazione del capitale: solo i più forti sopravviveranno, inglobando i più deboli con fusioni e ritrovandosi alla fine con meno concorrenti sul mercato. Gli ultimi, infine: i lavoratori, gli schiavi. Dipendenti
o precari a contratto, licenziati o disoccupati o cassaintegrati,
a loro dovrà pensare la struttura a rete fortemente famigliare
della società italiana: sopravviveranno, seppur molto più
poveri e sfruttati. È su questa rete che conta il governo,
quando si limita a elargire miseri ammortizzatori sociali buoni giusto
a comprarsi il pane. Poco importa se, secondo l’Eurispes, il
69% degli italiani non ha risparmiato nel 2008, contro il 51% del
2007, e se il 36,9% è ricorsa al credito al consumo (contro
il 25,7% dell’anno precedente), e il 19,4% ha contratto debiti
per sostenere cure mediche, contro il 5,1% del 2007. Non c’è alcun dubbio, l’economia italiana riprenderà a veleggiare tranquilla sul mare del capitalismo, a dispetto di coloro che affermano che il governo non si è prodigato con i giusti incentivi; quando avrà messo mano anche allo Statuto dei lavoratori, la crisi avrà finalmente dato tutti i suoi frutti.
(1)
Debito pubblico: italianità al 104%, Giovanna
Cracco, PaginaUno n. 10/2008
Altri articoli sull'argomento: L'appropriazione
dei beni mafiosi, Giovanna Cracco, PaginaUno n. 17/2010 Crisi di sistema,
Giovanna Baer, maggio 2010 Belpaese Connection,
Giovanna Baer, PaginaUno n. 9/2008
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