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Inchiesta

 

Sistema Italia: grande capitale e mafia
di Giovanna Cracco
Dentro lo scudo fiscale e la vendita all'asta dei beni confiscati alla mafia: in tempi di crisi, la politica sceglie di rinforzare gli interessi sommersi e criminali dell’economia italiana

Tempi di crisi. La recessione pone a ogni Stato non pochi problemi di sostegno e rilancio dell’economia nazionale, e sono proprio le scelte in ambito economico a svelare: da che parte sta la classe dirigente politica nell’inconciliabile conflitto tra capitale e lavoro, la sua idea di società futura, la sua capacità di analizzare la struttura economica della nazione che governa.
Lo scorso novembre, durante la discussione in Senato sulla legge finanziaria, la maggioranza di centrodestra approva l’emendamento 2.3000 proposto da Maurizio Saia del Pdl, che prevede la vendita tramite asta dei beni immobili confiscati alla mafia qualora entro centottanta giorni dalla confisca non vengano destinati a un uso pubblico e sociale. A dicembre il governo pone l’ennesima fiducia sul passaggio della legge finanziaria alla Camera, e l’emendamento diviene operativo. L’approvazione di una tale norma subito dopo l’emanazione dello scudo fiscale non può che confermare la regola che due più due fa sempre quattro. La magistrale doppietta svela infatti, contemporaneamente, la vicinanza agli interessi mafiosi di Pdl e Lega nord e, per l’ennesima volta, quali interessi rappresenti in Parlamento l’opposizione del Pd, premurosamente assente dall’aula al momento del voto in numero sufficiente a far passare lo scudo. In più, conferma che la politica tutta, trasversalmente, apprezza molto il ‘sistema Italia’ e non intende affatto modificarlo.

L’etica ufficiale vuole che la struttura economica del Belpaese viaggi su due rette divergenti: l’economia criminale e l’economia legale e sommersa. Le rette in realtà convergono.
La principale impresa è la mafia. Secondo il rapporto Eurispes 2009, le quattro organizzazioni mafiose – Cosa nostra, ‘ndragheta, Camorra e Sacra corona unita – hanno fatturato nel 2008 complessivamente 130 miliardi di euro, pari al 10,3% del pil nazionale dello stesso anno. Per rendersi conto di che cosa significhino numeri simili, occorre confrontarli con la classifica stilata dall’Ufficio studi di Mediobanca sulle principali società italiane risultate dai bilanci 2008: sul gradino più alto Eni, con un fatturato di 108 miliardi, che stacca di gran lunga Enel, con 59,5 miliardi, che si contende di misura il secondo posto con Fiat, 59,3 miliardi. Tuttavia il fatturato, importantissimo per far girare l’economia, non è l’utile: confrontiamo gli utili. Mafia, sempre secondo l’Eurispes, 70 miliardi, Eni 8,8 miliardi, Enel 5,3 e Fiat 1,7. Nessuna azienda legale raggiunge la redditività della mafia, anche se occorre tenere presente che i dati Mediobanca sono tratti dai bilanci ufficiali, che non contemplano i ricchi fondi neri. Le statistiche dell’Agenzia delle entrate stimano per i soli primi dieci mesi del 2009 un imponibile evaso, nell’economia in chiaro, pari a 369 miliardi, che su un pil nazionale che si attesta intorno ai 1.500 miliardi corrispondono a un abbondante 25%. Un’abitudine italiana, quella all’evasione, in costante aumento: le serie storiche riportano la progressione negli anni dell’imponibile evaso, dai 64 miliardi di euro nel 1982 ai 165 miliardi nel 1992 ai 232 miliardi nel 2001, che significano un’evasione, solo relativa all’imposta dell’iva, di 8 miliardi, 23 miliardi e 37 miliardi.

Le due economie hanno necessità differenti – alcune, non tutte – così come all’interno dell’economia legale grande capitale da un parte e medio e piccolo capitale dall’altra, hanno problemi diversi da affrontare. Accantonando per un momento l’economia criminale, possiamo visualizzare la struttura economica legale come una piramide, sulla cui cima stanno comodamente appollaiati i grandi capitalisti. Sono i ‘capitani coraggiosi’ malati di italianità, che non hanno mai saputo che cosa fosse il libero mercato e che senza il latte della mammella dello Stato morirebbero di denutrizione il giorno dopo. Gli stessi che si sono arricchiti negli anni Ottanta, bevendosi tutta l’Italia non solo Milano, intascando dallo Stato fior di miliardi di vecchie lire con appalti mastodontici e truccati mentre il debito pubblico lievitava come un soufflé e mentre la politica permetteva loro anche di evadere bellamente e costituire quei fondi neri all’estero dai quali provenivano le tangenti pagate alla stessa politica. Sono quelli che hanno comprato a due soldi le imprese statali, quando nel 1992 l’Italia rischiava la bancarotta ed è partita la campagna delle privatizzazioni (1); quelli per cui nel 2008 il governo si è inventato la suddivisione di Alitalia tra ‘bad company’ e ‘good company’; gli stessi che oggi ricevono dallo Stato cospicue sovvenzioni per superare la crisi – per la riconversione del sistema produttivo o sotto forma di incentivi ai cittadini per l’acquisto – a patto di non licenziare e che poi, una
volta ottenuti, spostano la produzione in Polonia senza che nessuno chieda loro indietro i soldi stanziati; che chiudono le fabbriche perché, guarda caso, in vista dell’Expo 2015 il comune approva un cambio di destinazione d’uso dell’area e risulta più redditizio costruirvi sopra un centro commerciale e alberghi, utilizzando magari le convenienti imprese edili mafiose; sono quelli che per anni hanno deciso di risparmiare sullo smaltimento dei rifiuti tossici pagando in nero la Camorra perché li seppellisse nelle discariche abusive della Campania.

Tutti questi, hanno enormi capitali all’estero. Ora è arrivata la crisi e hanno bisogno di liquidità, sia per far fronte al calo delle vendite sia per ristrutturarsi e investire in tecnologia e macchinari, per non rischiare di ritrovarsi impreparati e superati dalla concorrenza quando l’economia tornerà a registrare segno positivo. Hanno dunque bisogno di attingere ai conti esteri off-shore, anche perché, maledetta crisi!, le banche hanno stretto le maglie dei prestiti e gli investimenti in chiaro nei vari prodotti finanziari sono crollati a picco insieme alle borse, andando a incidere negativamente non solo sulla liquidità aziendale ma anche sui dati del bilancio ufficiale su cui si basano gli istituti bancari per concedere i finanziamenti. E difatti Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, quando ancora la proroga dello scudo fiscale era solo una proposta dichiarava giuliva che “anche con una percentuale più alta da pagare, potrebbe essere un’opportunità”; perché, come bene spiegano gli esperti tributari a servizio delle imprese, il 5% fissato in origine dal provvedimento o il 6-7% stabilito nella proroga, equivalgono a una convenienza di circa venti volte se messa a confronto con la somma da pagare nel caso i capitali vengano scoperti da un accertamento della finanza.

In più, non è che i profitti sommersi, una volta tornati nel circuito ufficiale, debbano per forza essere investiti in attività produttive e in Italia. Il patto di sangue stretto tra la politica oggi in Parlamento, a eccezione dell’Italia dei Valori, e il grande capitale, è siglato con il sangue dei lavoratori. Lo scudo prevede infatti che i soldi detenuti nei paradisi fiscali europei si considerino ‘rientrati’ nel capitale aziendale, e dunque iscritti a bilancio e utilizzabili dall’impresa, con una semplice regolarizzazione cartacea della loro esistenza, senza che fisicamente debbano essere spostati nei conti bancari di un istituto italiano. È evidente che una simile disposizione permette non il rilancio dell’economia nazionale, che inciderebbe inevitabilmente in senso positivo anche sull’occupazione, ma il solo rilancio dei profitti dei capitani coraggiosi, i quali hanno la faccia di lamentare che l’Italia non sia un Paese sufficientemente concorrenziale in termini di pressione fiscale e costo del lavoro. Mantenendo all’estero i capitali scudati, essi potranno più facilmente investirli nella delocalizzazione della produzione in quei Paesi dell’est Europa in cui sono accolti con un numero ancora maggiore di sgravi e incentivi; oppure potranno scegliere di investirli nell’economia finanziaria, ricominciando il gioco speculativo.

Per fare tutto questo, tuttavia, occorre anche l’assicurazione che la magistratura mai potrà mettere il naso nell’origine di quegli stessi capitali. Una cosa è il reato di evasione fiscale, che un condono o uno scudo estingue con il pagamento delle imposte evase, i relativi interessi e una sanzione (2), altra cosa sono i reati, punibili con il carcere, di dichiarazione fraudolenta mediante false fatture o altri artifici, dichiarazione infedele, omessa dichiarazione e occultamento o distruzione di documenti contabili. Il governo, con il beneplacito del Parlamento, ha pensato anche a questo rendendo di fatto lo scudo un’amnistia per cancellare tutti i reati penali eventualmente connessi all’evasione fiscale. La conseguenza logica del ragionamento spinge a chiedersi quale necessità abbia portato a introdurre nel provvedimento anche l’anonimato.
Nulla di nuovo, certamente, dato che già il condono tombale del 2003 prevedeva la dichiarazione in forma ‘riservata’: tuttavia le particolarità di questo scudo lo rendono praticamente superfluo per i bisogni fiscali delle imprese legali, mentre vi fanno capolino le esigenze dell’economia criminale.

L’amnistia dei reati, infatti, già tutela completamente i capitani coraggiosi da fastidiose scoperte della guardia di finanza la quale, se mai in un’inchiesta investigativa dovesse trovare irregolarità nelle carte aziendali, si troverebbe impotente davanti al documento assolutore che attesta che la persona o l’azienda, in qualità del suo amministratore delegato, ha usufruito dello scudo; il quale, tra l’altro, non lega il capitale fatto rientrare a uno specifico anno fiscale né a un dettaglio delle imposte evase – a differenza del condono del 2003 – e dunque permette all’impresa di coprire qualsiasi irregolarità facendola rientrare nella somma scudata. Non regge nemmeno la motivazione di voler salvaguardare l’azienda, attraverso l’anonimato, dal rischio di mettersi in evidenza come evasore fiscale. Nel provvedimento del 2003, infatti, la forma riservata era facoltativa, e dato che la legge prevedeva “la preclusione, nei confronti del dichiarante e dei soggetti coobbligati, di ogni accertamento tributario e contributivo”, logica e voci di corridoio suggerivano di aderirvi in forma nominativa, dato che la mannaia dei finanzieri sarebbe calata solo su quelle aziende che non avevano condonato o che l’avevano fatto in forma anonima; certamente queste ultime si sarebbero comunque salvate dall’accertamento relativo a quegli anni, presentando il documento del condono effettuato, ma si sa che una visita della finanza è sempre spiacevole perché ovunque entra, qualcosa trova. Inoltre, la forma anonima non era contemplata per coloro che avevano “omesso la presentazione delle dichiarazioni relative a tutti i periodi d’imposta” oggetto del condono: gli evasori totali, come la Mafia s.p.a.

È dunque a suo uso e consumo che nello scudo è stato inserito l’anonimato. Un elenco di nomi avrebbe messo nelle mani della magistratura i dati dei prestanome usati dalla criminalità organizzata per far rientrare i capitali. Questo spiega perché, in aggiunta all’anonimato, lo scudo prevede la non applicazione delle norme antiriciclaggio. Normalmente a offrire i propri servigi per lavare il denaro è il sistema finanziario legale, che tuttavia in Europa deve fare i conti con le regole imposte a ogni Stato dalle direttive comunitarie: ogni intermediario ha obblighi di verifica sui capitali a lui affidati e di segnalazione, in Italia, all’Unità di informazione finanziaria delle operazioni sospette. Ciò significa che non si può entrare in una banca con una valigia di soldi e versarli su un conto senza giustificarne la provenienza. Ora, grazie allo scudo fiscale, è possibile. Cosa nostra, ‘ndragheta, Camorra e Sacra corona unita si ritroveranno tra le mani miliardi di euro, ben lavati al prezzo di saldo del 5, 6 o 7% – rispetto al 10% stimato come costo minimo dagli studi sul riciclaggio per ogni singolo passaggio, e un solo passaggio non è mai sufficiente; la criminalità organizzata considera conveniente, e mette in conto, un costo complessivo di ‘pulitura’ fino al 50%.

E così la Mafia s.p.a. potrà, al pari dei capitani coraggiosi, utilizzare i profitti divenuti legali per far fronte alle proprie ‘necessità’, che sono leggermente diverse da quelle del grande capitale: essa ha infatti bisogno di investire parte degli utili dei traffici criminali in attività legali – immobili, attività commerciali e imprese di vario genere, edili soprattutto, con le quali aggiudicarsi anche i vari appalti statali. E mentre il governo recita la sua parte, sventolando soddisfatto quei quattro, cinque miliardi di gettito fiscale generati dallo scudo – vergognosamente ridicoli di fronte alle cifre dell’evasione e dell’attività criminale – lo scenario futuro dell’economia nazionale si presenta sempre più a reggenza mafiosa: nessuna attività legale ha una redditività che si avvicini solo lontanamente a quella dell’economia criminale. Chissà dunque quante imprese in bancarotta a causa della crisi saranno acquistate con i capitali ripuliti della Mafia s.p.a., chissà di quante aziende diventerà socia.

In più, grazie all’emendamento del senatore Saia, la criminalità organizzata potrà rientrare nuovamente in possesso dei beni immobili sequestrati dalla magistratura, perché per quanto la norma preveda la restrizione di facciata di verificare che i soggetti partecipanti all’asta non siano riconducibili ad associazioni criminali, è nota la capacità mafiosa di agire tramite prestanome e di presentarsi in borghese colletto bianco.
Tra l’altro, il 23 novembre scorso è stata presentata la Relazione annuale 2009 sulle attività del Commissario straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati a organizzazioni criminali, e i dati sono quanto di più positivo e promettente possa esserci. Vi si legge che in soli diciotto mesi di lavoro – l’ufficio è stato istituito a novembre 2007, governo Prodi – “sono stati destinati 1.438 beni, a fronte dei 3.969 provvedimenti di destinazione relativi ai dodici anni precedenti (con un incremento netto del 284% della media annuale delle destinazioni; +42% sull’anno 2007); nel periodo 2008/2009 sono stati inoltre liberati 295 immobili oggetto di confisca, occupati abusivamente dagli stessi malavitosi; il valore del patrimonio destinato nei 18 mesi di mandato ammonta a 230 milioni di euro a fronte dei 500 milioni di euro dei beni destinati nei dodici anni precedenti”; “si è passati da picchi di 4 anni per la comunicazione di una confisca definitiva dall’Autorità giudiziaria a quella amministrativa, agli attuali 30 giorni”; “al 30 giugno 2009 i beni immobili confiscati alla criminalità sono 8.933”, e di questi “5.407 (pari al 60,5%) sono stati destinati. La maggior parte dei beni destinati (86%) è stata consegnata agli enti locali per finalità sociali. Il restante 14% è stato mantenuto allo Stato per fini istituzionali”; “al 30 giugno 2009 le aziende confiscate alla criminalità sono 1.185”, e di queste “388 (pari al 32,7%) sono state destinate. Solo l’11% delle aziende è stato destinato alla vendita o all’affitto. Il restante 89% è andato in liquidazione. Infatti 1 azienda su 3 risulta già in liquidazione o tecnicamente fallita prima della confisca definitiva e, quindi, precedentemente alla presa in consegna da parte dell’Agenzia del Demanio”.

Sorgono spontanee due domande (retoriche). La prima, dato che ‘squadra vincente non si cambia’, e dato che il lavoro messo in atto dall’ufficio del Commissario straordinario è decisamente vincente, quale sia la ragione di istituire la vendita all’asta degli immobili e scardinare un modus operandi che ha finalmente trovato la via per essere efficace; la seconda, se il ministro Maroni abbia letto la relazione quando il 10 dicembre a Bari dichiara che quella sull’emendamento Saia è una polemica “assolutamente strumentale perché nell’ordinamento legislativo italiano c’è già il principio che i beni sequestrati si possono vendere: è stato introdotto nel ’96 e poi ribadito nel 2000 dalla finanziaria del governo D’Alema. Dice che gli immobili sequestrati non si possono vendere, le imprese sì. Qualcuno mi dovrebbe spiegare perché la criminalità organizzata dovrebbe essere interessata agli immobili e totalmente disinteressata alle imprese che ha creato lei”. Il Commissario lo ha già spiegato: perché un’azienda su tre è di fatto fallita prima della confisca definitiva, dato che il sequestro che la precede ne blocca l’operatività.
Inoltre le aziende sequestrate sono un numero molto inferiore rispetto agli immobili. Ecco perché la mafia è interessata a rientrare in possesso di questi ultimi e non delle imprese, ed ecco perché fino a oggi le imprese potevano essere vendute e gli immobili no.

Vale la pena concludere con un sguardo all’altra Italia: la base della piramide del capitalismo nazionale e la carne da macello, nemmeno tenuta in considerazione nei programmi politici dato che non possiede capitale. La prima, sono le migliaia di piccole e medie imprese, commercianti, artigiani e professionisti – quelli veri, non il popolo delle partite iva dei precari – che finché l’economia gira, in un accordo non scritto, traggono molti dei propri profitti dall’evasione fiscale e dal lavoro in nero. Anche una parte di questi porterà a casa benefici dallo scudo, ma i più piccoli non sapranno che cosa farsene e il governo non è corso in aiuto con alcuna legge creativa né tanto meno con sovvenzioni; li ha abbandonati a loro stessi e alla ferocia delle banche, con le piccole imprese ancora più implacabili nel chiudere fidi e limitare prestiti. D’altra parte, una crisi strutturale come quella attuale impone una radicale ristrutturazione del capitale: solo i più forti sopravviveranno, inglobando i più deboli con fusioni e ritrovandosi alla fine con meno concorrenti sul mercato.

Gli ultimi, infine: i lavoratori, gli schiavi. Dipendenti o precari a contratto, licenziati o disoccupati o cassaintegrati, a loro dovrà pensare la struttura a rete fortemente famigliare della società italiana: sopravviveranno, seppur molto più poveri e sfruttati. È su questa rete che conta il governo, quando si limita a elargire miseri ammortizzatori sociali buoni giusto a comprarsi il pane. Poco importa se, secondo l’Eurispes, il 69% degli italiani non ha risparmiato nel 2008, contro il 51% del 2007, e se il 36,9% è ricorsa al credito al consumo (contro il 25,7% dell’anno precedente), e il 19,4% ha contratto debiti per sostenere cure mediche, contro il 5,1% del 2007.
A loro pensano i sindacati, e basta un sola riflessione per comprendere che cosa questo significhi: a fronte dei dati sull’evasione fiscale di Eurispes e dell’Agenzia delle Entrate, da anni la loro proposta per risolvere il problema dei bassi salari non è l’aumento degli stessi a carico della proprietà ma la loro parziale defiscalizzazione; non meno sfruttamento dunque, ma una manovra che svuoterebbe ancor più le casse dello Stato, il quale andrebbe a tagliare ulteriormente proprio quel welfare di cui usufruiscono gli stessi lavoratori – asili, scuole, sanità, pensioni. In aggiunta, i sindacati si sono fatti paladini della leggendaria ‘produttività’, che dovrebbe calcolarsi sui dati di un bilancio aziendale sempre falsificato.

Non c’è alcun dubbio, l’economia italiana riprenderà a veleggiare tranquilla sul mare del capitalismo, a dispetto di coloro che affermano che il governo non si è prodigato con i giusti incentivi; quando avrà messo mano anche allo Statuto dei lavoratori, la crisi avrà finalmente dato tutti i suoi frutti.

 

Giovanna Cracco

 

(1) Debito pubblico: italianità al 104%, Giovanna Cracco, PaginaUno n. 10/2008
(2) nonostante l’Italia, unico caso, abbia fatto pari e patta di tutto con un bel 5% (o 6% o 7%): anche Stati Uniti, Francia e Inghilterra hanno promosso uno scudo fiscale ma il loro, oltre a non contemplare l’anonimato, prevede che il contribuente debba pagare per intero le imposte evase e i relativi interessi e solo la sanzione è ridotta

 

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