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Restituzione prospettica |
| Roberto Saviano e la produzione del sapere |
(2 luglio 2010, poi pubblicato su Paginauno
n. 19, ottobre - novembre 2010) |
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Come ricorda un vecchio
adagio, è sempre meglio lasciar stare i santi. Di quanto ciò
sia vero ha avuto modo di accorgersene chiunque abbia tentato di sollevare
dubbi sulla veracità della figura mediatica di Roberto Saviano,
per veracità intendendo i molteplici aspetti, le mille ambiguità
inevitabilmente nascoste dietro un successo planetario come quello
dello scrittore napoletano. Come era prevedibile, tuttavia, il dibattito sulla funzione politica e culturale che la società ha finito per riconoscere a Saviano – investitura a cui egli non si è sottratto – ha immediatamente incontrato un forte contraddittorio, non sempre impostato sulla confutazione degli argomenti, nella ferrea pretesa che ogni critica mossa a Saviano altro non possa essere che uno sterile bizantinismo. Naturale che la polemica finisse per arenarsi trasformandosi in una sorta di aut aut – tra chi è pro e chi è contro Saviano – inevitabilmente mettendo fuori fuoco un problema, tipicamente moderno, che da una trentina d’anni costringe la letteratura, e la narrativa in particolare, a una drammatica impasse. Un problema che coinvolge profondamente la cultura e la sua impotenza di fronte a quel complesso di forze, strumento invisibile manovrato dal potere, che Horkheimer e Adorno definivano ‘industria culturale’. Parlare di Saviano in termini critici, quindi, può servire a patto di assumerlo come esempio di una realtà più ampia. Anche perché resta difficile stabilire la colpa di un individuo che perde il controllo della propria immagine nel momento in cui entra a far parte del polifonico e fagocitatorio sistema mediatico, diventando una star; sia che ciò avvenga per la difficoltà di sottrarsene, sia perché il successo è un giochino che premia i suoi prescelti ripagandoli abbondantemente, lasciando al beneficato l’illusione (che si trasforma in un facile alibi) che comunque le idee e i concetti siano in grado di mantenere una loro purezza, malgrado il medium; che il messaggio arrivi pulito così come magari era partito. A questa stregua, se c’è qualcosa che si possa imputare a Saviano, è il fatto di esserci cascato, permettendo al sistema di trasformarlo, a lungo andare, in un simbolo vuoto, condannato a reiterare un se stesso sempre più simile a un qualunque prodotto di consumo da grande distribuzione. Strumento di compensazione del malcontento sociale, fino a diventare addirittura utile al potere. Di quanto complicato sia il rapporto moderno che
inevitabilmente lega la produzione del sapere e il sistema consumistico
aveva parlato anche Pier Paolo Pasolini agli inizi degli anni Settanta:
“La televisione è un medium di massa e come tale non
può che mercificarci e alienarci”. Aveva compreso, Pasolini,
che per capire una società occorre capire quali merci vengono
prodotte e come vengono distribuite. Nel caso specifico, la merce
non è il pensiero di Saviano, bensì Saviano stesso con
tutto il portato emotivo che la sua storia è ormai in grado
di evocare. Storia di martire, quindi di santo virtuale. La bomba esplode nella sala stampa di palazzo Chigi,
quando Berlusconi rilancia un evergreen del suo vasto repertorio,
secondo cui la mafia avrebbe goduto di “un supporto promozionale
che l’ha portata a essere un fattore di giudizio molto negativo
per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra, programmate
dalle televisioni di centosessanta Paesi nel mondo, e tutto il resto,
tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra e tutto il resto”.
Alle parole del premier, com’era da attendersi,
apriti cielo. Saviano si indigna e sabato 17 prontamente ribatte dalle
pagine di Repubblica. Seguendo il filo dei suoi argomenti, ricorda
le vittime di mafia, quanto sia importante denunciare (e qui cita
la sua ultima opera appena uscita per Einaudi…) ed esterna il
dubbio se per lui valga ancora la pena pubblicare con la casa editrice
del presidente del Consiglio. Parole bellissime, importanti e cariche
di pathos, capaci di smuovere la sensibilità di altri
scrittori, da Starnone giù giù fino all’innocuo
Ammaniti, qui e là su stampa varia. Il giorno seguente, domenica 18, gli uomini della
Mondadori raddoppiano la puntata, e comprano spazi per pubblicizzare
Gomorra sia sulla prima pagina di Repubblica che su quella del Corsera,
dimostrando quanto il loro araldo sia sempre un buon affare. A rinforzare il sospetto di stare assistendo a una farsa, più che a un dibattito sulla libertà di opinione (in cui ognuno afferma di essere un campione di democrazia), intervengono i tempi tecnici per prenotare uno spazio pubblicitario in prima pagina. La Manzoni, agenzia pubblicitaria a cui si affida il gruppo L’Espresso, apre le prenotazioni degli spazi pubblicitari nel periodo di novembre/dicembre dell’anno precedente. In prima pagina il box a disposizione riservato alla pubblicità culturale (scusate l’ossimoro) è uno solo e occorre precipitarsi ad acquistarlo con largo anticipo. Ora: pur ammettendo che una grande azienda come il Gruppo Mondadori sia solita prenotare un buon numero di spazi per poi riempirli a seconda delle esigenze e delle occasioni, occorre riconoscere l’immensa fortuna degli uomini marketing di Segrate, nonché immaginare la loro gioia insperata, nel momento in cui hanno sentito alla televisione il loro padrone in pectore attaccare Saviano proprio in coincidenza della campagna pubblicitaria dell'ultimo libro dello scrittore. Ancora di più quando si sono accorti che Repubblica aveva deciso di seguire passo dopo passo l’intera polemica lanciata da Berlusconi contro il loro autore (sì, autore un po’ dell’uno e un po’ dell’altro); compreso il carteggio tra lui e Marina Berlusconi. La statura morale di Saviano impone di pensare che
egli fosse all’oscuro di tutto, e di ammirare piuttosto il suo
impegno nel momento in cui, con grande velocità si è
messo sotto a rispondere a Marina, con il poco tempo rimastogli dal
momento dell’arrivo della lettera del suo editore a Repubblica,
della decisione dei redattori di Repubblica di girargliela, e l’ora
di chiusura del giornale. A meno che Marina non sia stata così
premurosa da inserire lo scrittore direttamente in copia nella sua
mail indirizzata alla redazione del quotidiano diretto da Ezio Mauro. Questo detto, ça va sans dire, senza
voler mettere in dubbio nemmeno la buona fede di Repubblica, il cui
palcoscenico è talmente ampio e liberale da ospitare, il giorno
dopo ancora, lunedì 19, il direttore generale Libri Trade Mondadori,
Ricky Cavallero, pronto a chiedere a Saviano di non lasciare una casa
editrice che sempre gli ha garantito supporto e riconosciuto grande
libertà di espressione; e contemporaneamente conservare un
angolino libero per lo scrittore Sebastiano Vassalli, uno dei pochi
di vero valore del panorama italiano.
Altri articoli sull'argomento: San
Roberto dalla Campania, Davide Pinardi, PaginaUno n.
16/2010 Saviano, un colpo
di Stato, nel suo piccolo, Marco Clementi, PaginaUno
n. 16/2010
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