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Come ricorda un vecchio adagio, è sempre meglio
lasciar stare i santi. Di quanto ciò sia vero ha avuto modo di
accorgersene chiunque abbia tentato di sollevare dubbi sulla veracità
della figura mediatica di Roberto Saviano, per veracità intendendo
i molteplici aspetti, le mille ambiguità inevitabilmente nascoste
dietro un successo planetario come quello dello scrittore napoletano.
Il sociologo Alessandro Dal Lago ne ha affrontato in un saggio –
piuttosto claudicante quando entra nel merito dell’analisi di
Gomorra (come documentato dalla redazione
di Carmilla) – la funzione sociale e politica. Su
PaginaUno Davide Pinardi ha criticato la sapiente oculatezza con
la quale sembra scegliersi le cause da sposare – solo quelle potenzialmente
molto popolari – e ha sollevato alcuni dubbi sin dalla radice
del meccanismo creativo del personaggio Saviano. Si è chiesto
come mai la minaccia non si sia mai estesa oltre lo scrittore, allargandosi
a coloro che gli garantiscono visibilità come la redazione di
Repubblica o il presentatore Fabio Fazio; come mai nemmeno un mattone
sia stato lanciato contro la vetrina di una libreria napoletana che
ne espone i libri. Marco Clementi, dal sito
della casa editrice Odradek (che ha aperto una piattaforma di discussione),
si è spinto anche oltre, entrando nel merito dei suoi testi e
delle sue parole, sollevando dubbi sull’attendibilità di
alcune affermazioni.
Come era prevedibile, tuttavia, il dibattito sulla funzione politica
e culturale che la società ha finito per riconoscere a Saviano
– investitura a cui egli non si è sottratto – ha
immediatamente incontrato un forte contraddittorio, non sempre impostato
sulla confutazione degli argomenti, nella ferrea pretesa che ogni critica
mossa a Saviano altro non possa essere che uno sterile bizantinismo.
Naturale che la polemica finisse per arenarsi trasformandosi in una
sorta di aut aut – tra chi è pro e chi è
contro Saviano – inevitabilmente mettendo fuori fuoco un problema,
tipicamente moderno, che da una trentina d’anni costringe la letteratura,
e la narrativa in particolare, a una drammatica impasse. Un
problema che coinvolge profondamente la cultura e la sua impotenza di
fronte a quel complesso di forze, strumento invisibile manovrato dal
potere, che Horkheimer e Adorno definivano ‘industria culturale’.
Parlare di Saviano in termini critici, quindi, può servire a
patto di assumerlo come esempio di una realtà più ampia.
Anche perché resta difficile stabilire la colpa di un individuo
che perde il controllo della propria immagine nel momento in cui entra
a far parte del polifonico e fagocitatorio sistema mediatico, diventando
una star; sia che ciò avvenga per la difficoltà di sottrarsene,
sia perché il successo è un giochino che premia i suoi
prescelti ripagandoli abbondantemente, lasciando al beneficato l’illusione
(che si trasforma in un facile alibi) che comunque le idee e i concetti
siano in grado di mantenere una loro purezza, malgrado il medium; che
il messaggio arrivi pulito così come magari era partito. A questa
stregua, se c’è qualcosa che si possa imputare a Saviano,
è il fatto di esserci cascato, permettendo al sistema di trasformarlo,
a lungo andare, in un simbolo vuoto, condannato a reiterare un se stesso
sempre più simile a un qualunque prodotto di consumo da grande
distribuzione. Strumento di compensazione del malcontento sociale, fino
a diventare addirittura utile al potere.
Di quanto complicato sia il rapporto moderno che inevitabilmente
lega la produzione del sapere e il sistema consumistico aveva parlato
anche Pier Paolo Pasolini agli inizi degli anni Settanta: “La
televisione è un medium di massa e come tale non può che
mercificarci e alienarci”. Aveva compreso, Pasolini, che per capire
una società occorre capire quali merci vengono prodotte e come
vengono distribuite. Nel caso specifico, la merce non è il pensiero
di Saviano, bensì Saviano stesso con tutto il portato emotivo
che la sua storia è ormai in grado di evocare. Storia di martire,
quindi di santo virtuale.
Intorno a Saviano girano ormai molti soldi, e sebbene sia sbagliato
contestargli i lauti compensi, il suo essere per il sistema una gallina
dalle uova d’oro rende, per ragioni che di seguito vedremo, inevitabilmente
ambiguo ogni suo intervento in scena. Troppo stretta la commistione
tra la struttura etica e morale dei suoi discorsi e la moneta che circola
intorno alle sue parole e alla sua presenza. Il dubbio, insomma, che,
per qualcuno, più di affari si tratti che non di alti valori,
inevitabilmente sorge. E dato che gli esempi valgono più di mille
parole – a dimostrazione di come il potere fagociti la cultura
per trasformarla in merce, disinnescandone i contenuti – può
essere interessante rivisitare la querelle tra lo scrittore
e il suo editore Berlusconi dello scorso 16 aprile, venerdì.
Una polemica che ha occupato le pagine di Repubblica per quattro giorni.
La bomba esplode nella sala stampa di palazzo Chigi,
quando Berlusconi rilancia un evergreen del suo vasto repertorio,
secondo cui la mafia avrebbe goduto di “un supporto promozionale
che l’ha portata a essere un fattore di giudizio molto negativo
per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra, programmate
dalle televisioni di centosessanta Paesi nel mondo, e tutto il resto,
tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra e tutto il resto”.
Un sempreverde che contiene, però, una novità: per la
prima volta include Gomorra tra le opere nefaste per l’italianità
all’estero. Un’aggiunta che riguarda da vicino la questione
affrontata in queste righe. Infatti, la prima cosa che colpisce, da
parte del presidente del Consiglio, è l’innocenza: come
se egli nulla avesse a che fare con il marchio Mondadori, quello che
a Saviano garantisce asilo letterario e che a fine marzo, proprio poco
tempo prima della zuffa verbale, ha pubblicato – edizioni Einaudi,
sempre Berlusconi quindi – la nuova fatica dello scrittore napoletano:
una bella confezione libro + dvd. Una stupidata? Una gaffe? Forse è
qualcosa di molto peggio e di più grave, che potrebbe non riguardare
solo lui.
Alle parole del premier, com’era da attendersi,
apriti cielo. Saviano si indigna e sabato 17 prontamente ribatte dalle
pagine di Repubblica. Seguendo il filo dei suoi argomenti, ricorda le
vittime di mafia, quanto sia importante denunciare (e qui cita la sua
ultima opera appena uscita per Einaudi…) ed esterna il dubbio
se per lui valga ancora la pena pubblicare con la casa editrice del
presidente del Consiglio. Parole bellissime, importanti e cariche di
pathos, capaci di smuovere la sensibilità di altri scrittori,
da Starnone giù giù fino all’innocuo Ammaniti, qui
e là su stampa varia.
Dimostrando grande fiuto (cos’altro?) e disobbedendo ai dettami
suggeriti il giorno prima dal loro datore di lavoro, gli addetti al
marketing del gruppo Mondadori rincarano la dose e comprano sulla prima
pagina di Repubblica – con cui lo scrittore collabora attivamente
– lo spazio pubblicitario più costoso, per picchiarvi impunemente
la pubblicità dell’ultimo nato di Saviano.
Nel frattempo, recitato il proprio ruolo di battitore, Berlusconi esce
di scena con stile e lascia spazio alla figlia, che della Mondadori
è ufficiale responsabile.
Il giorno seguente, domenica 18, gli uomini della Mondadori raddoppiano
la puntata, e comprano spazi per pubblicizzare Gomorra sia sulla prima
pagina di Repubblica che su quella del Corsera, dimostrando quanto il
loro araldo sia sempre un buon affare.
Ancora una volta l’ufficio marketing di Segrate dimostra doti
di lungimiranza se non di preveggenza. Come poteva sapere che il proprio
presidente Marina Berlusconi avrebbe scritto, in risposta a Saviano,
una lettera in difesa del padre e della libertà di critica che
sempre Mondadori ha riconosciuto ai propri scrittori? E anche considerando
che gli uffici di una casa editrice non sono compartimenti stagni, come
potevano sapere a Segrate che Saviano avrebbe risposto nella stessa
pagina lo stesso giorno, approfittando della disponibilità di
Repubblica (ideologicamente coinvolta dall’importanza degli alti
valori in gioco), per ribadire il proprio ruolo di difensore della libertà?
A rinforzare il sospetto di stare assistendo a una farsa, più
che a un dibattito sulla libertà di opinione (in cui ognuno afferma
di essere un campione di democrazia), intervengono i tempi tecnici per
prenotare uno spazio pubblicitario in prima pagina. La Manzoni, agenzia
pubblicitaria a cui si affida il gruppo L’Espresso, apre le prenotazioni
degli spazi pubblicitari nel periodo di novembre/dicembre dell’anno
precedente. In prima pagina il box a disposizione riservato alla pubblicità
culturale (scusate l’ossimoro) è uno solo e occorre precipitarsi
ad acquistarlo con largo anticipo. Ora: pur ammettendo che una grande
azienda come il Gruppo Mondadori sia solita prenotare un buon numero
di spazi per poi riempirli a seconda delle esigenze e delle occasioni,
occorre riconoscere l’immensa fortuna degli uomini marketing di
Segrate, nonché immaginare la loro gioia insperata, nel momento
in cui hanno sentito alla televisione il loro padrone in pectore
attaccare Saviano proprio in coincidenza della campagna pubblicitaria
dell'ultimo libro dello scrittore. Ancora di più quando si sono
accorti che Repubblica aveva deciso di seguire passo dopo passo l’intera
polemica lanciata da Berlusconi contro il loro autore (sì, autore
un po’ dell’uno e un po’ dell’altro); compreso
il carteggio tra lui e Marina Berlusconi.
La statura morale di Saviano impone di pensare che egli fosse all’oscuro
di tutto, e di ammirare piuttosto il suo impegno nel momento in cui,
con grande velocità si è messo sotto a rispondere a Marina,
con il poco tempo rimastogli dal momento dell’arrivo della lettera
del suo editore a Repubblica, della decisione dei redattori di Repubblica
di girargliela, e l’ora di chiusura del giornale. A meno che Marina
non sia stata così premurosa da inserire lo scrittore direttamente
in copia nella sua mail indirizzata alla redazione del quotidiano diretto
da Ezio Mauro.
E se anche si fosse trattato di semplice marketing – il che naturalmente
non è, visti gli alti contenuti – bisognerebbe rendere
onore anche alla formidabile larghezza di vedute del nostro premier,
nonché alla sua natura di uomo profondamente liberale, nel momento
in cui, pur di permettere a uno dei maggiori scrittori della sua scuderia
di lanciare un importante appello ai valori democratici, addirittura
accetta di figurare come bersaglio ideale dell’attacco, mosso
proprio dalle pagine dell’odiato quotidiano, suo più feroce
oppositore politico.
Questo detto, ça va sans dire, senza voler mettere in
dubbio nemmeno la buona fede di Repubblica, il cui palcoscenico è
talmente ampio e liberale da ospitare, il giorno dopo ancora, lunedì
19, il direttore generale Libri Trade Mondadori, Ricky Cavallero, pronto
a chiedere a Saviano di non lasciare una casa editrice che sempre gli
ha garantito supporto e riconosciuto grande libertà di espressione;
e contemporaneamente conservare un angolino libero per lo scrittore
Sebastiano Vassalli, uno dei pochi di vero valore del panorama italiano.
Non sfugge tuttavia la coincidenza, non essendo, il suddetto, figura
usa a venir chiamata su giornali e televisioni. Scontata e doverosa
la difesa di Saviano da parte di uno scrittore tanto importante, un
po’ meno la notizia, annunciata dal giornalista, dell’imminente
uscita del nuovo romanzo di Vassalli, pubblicato proprio da Einaudi.
Quest’esempio potrebbe bastare – il giorno dopo, martedì,
leggere l’articolo di Sofri, il più dotto, indurrà
quasi a tenerezza, considerato il contesto in cui si va a inserire –
ma manca ancora un tocco di classe. E il colpo di tacco, puntuale, persino
beffardo, arriva con un corposo articolo al centro della pagina che
ricorda il gran numero di mail, arrivate dai fan di Saviano, i quali
non hanno mancato di dimostragli tutto il loro affetto. Al punto che,
ricorda l’estensore del testo, le vendite dei suoi libri negli
ultimi tre giorni sono sensibilmente aumentate. E infatti (secondo i
dati forniti dall’inserto Tuttolibri de La Stampa) il 26 aprile
finalmente, sembra niente dirlo, anche l’ultimo parto dello scrittore
entra in classifica.
Torna alla mente il film di Elio Petri: Indagine su un cittadino
al di sopra di ogni sospetto. Anche quando l’assassino si
toglie la maschera e si rivela, nessuno ha interesse a riconoscerlo.
Walter G. Pozzi
2 luglio 2010
Leggi San
Roberto dalla Campania. Note sulla fenomenologia di un eroe contemporaneo,
Davide Pinardi, PaginaUno n. 16/2010
Leggi Saviano, un colpo
di Stato, nel suo piccolo, Marco
Clementi, PaginaUno n. 16/2010
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