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aprile - maggio 2012
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A proposito di... |
| Ridere, obbedire, combattere!
di Giuseppe Ciarallo |
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Satira
e fascismo: storia e percorso della satira nel Ventennio |
| Ci sono pareri contrastanti tra coloro che sostengono la superiorità dell’uomo sulle altre specie del regno animale. Alcuni credono che questa supremazia sia data dal fatto che l’essere umano sia l’unica bestia ad avere coscienza di sé. Io sono in totale accordo con il compianto Gualtiero Schiaffino, fumettista, illustratore e fine pensatore, il quale, invece, aveva una teoria tutta sua che si può sintetizzare nell’assunto: la principale caratteristica che distingue l’uomo dagli animali non è l’intelligenza, bensì la coglioneria. Comunque la si pensi, una cosa è certa: l’uomo è l’unico animale sulla faccia della terra che abbia la capacità di ridere, di sé (poco) e degli altri (moltissimo). Nei secoli è stato dimostrato che nulla e nessuno è mai riuscito a impedire all’uomo di ridere. In tale intento, hanno fallito tanto le dittature più feroci e sanguinarie quanto i regimi religiosi più miopi e integralisti, anzi, possiamo dire che chiunque abbia provato a soffocare la sana, liberatoria risata, ha visto ritorcere contro di sé il maldestro tentativo, diventando ben presto uno zimbello, oggetto di ironia e sberleffo. Anche nei momenti più duri e bui nella vita
di un uomo, la risata (che può esplodere in qualsiasi contesto
e con qualsiasi stato d’animo, non ultima la disperazione) ha
la funzione di valvola di sfogo, onde evitare che quella pentola a
pressione che è il nostro cervello, possa giungere a tali livelli
di tensione da deflagrare poi improvvisamente. Da sempre l’ironia, e la sua parente più nobile, la satira, non sono altro che elementi che il popolo assume per combattere il veleno del potere. Oggi, invece, nel ‘mondo roverso’ nel quale ci tocca vivere, c’è chi ha voluto, non si comprende se consapevolmente o meno, rovesciare il concetto: un potente racconta a ritmo continuo barzellette, per combattere gli effetti devastanti di quella che egli ritiene una terribile malattia infettiva, e cioè la democrazia. Il nostro presidente del Consiglio, tanto per non fare nomi, per giustificare le sue quasi quotidiane gaffe in ogni contesto possibile e immaginabile, ha sempre raccomandato ai propri seguaci di diffidare delle persone che non sanno ridere, spingendosi ultimamente ancora oltre, ad affermare, rivolgendosi ai giovani del suo partito: diffidate di quelli che non sanno farvi ridere. Una persona con un minimo di cervello, merce che sembra essere sempre più rara in un Paese dimentico di essere stato la patria di sommi pensatori, risponderebbe che sono molto più pericolose le persone che non sanno essere serie, nemmeno quando le circostanze lo richiedono. Al momento siamo ancora troppo impegolati in questo pastrocchio storico-politico-istituzionale, ma probabilmente tra qualche anno il berlusconismo potrà essere sezionato e analizzato sotto ogni punto di vista, diventerà oggetto di studio e si troveranno disamine anche sull’ironia e la satira ai tempi del ‘duce formato tascabile’, come è già avvenuto per il fascismo, quello originario, con l’interessante libro Vent’anni di beffe. Le ‘barzellette’ sul fascismo durante il fascismo di Carlo Veneziani (Monte Università Parma Editore, 2006). L’autore, già nella prefazione, citando Tacito sottolinea quanto sia terribile l’arma del ridicolo. E il fascismo non seppe sottrarsi a questa esposizione al ridicolo, del tutto facilitato nel compito dalla presenza di gerarchi spesso rozzi e ignoranti il cui unico compito nella vita sembrava consistere nel compiacere in tutto e per tutto le follie egocentriche del loro capo. Come definire se non grottesca e caricaturale quella ossessione esterofoba che faceva tradurre ogni termine straniero in un italiano per forza di cose approssimativo, che faceva cambiare (sui giornali, a futura memoria) il nome del musicista di ‘musica negroide’ Louis Armstrong in Luigi Fortebraccio, quello del direttore d’orchestra Benny Goodman in Beniamino Bonomo e il titolo del brano jazz Saint Louis Blues in una strappalacrime versione dal titolo, però, scoppiettante, Le tristezze di San Luigi! E che dire del sabato fascista voluto da Starace, il ‘cretino ubbidiente’ come lo stesso Mussolini lo aveva definito, con frotte di panciuti gerarchi impegnati nell’irrealizzabile, per molti, tentativo di saltare attraverso un cerchio di fuoco? E poi le smorfie del duce durante i comizi, le demenziali
veline del Minculpop che indirizzavano i giornali dove il regime voleva,
spesso surreali come quella del 23 giugno 1943: “Il Messaggero
del 20 ha pubblicato un’inserzione tra i ‘matrimoniali’
che suona così: ‘Professore ventinovenne, distintissimo,
occhi bellissimi, sentimentale, sposerebbe dotata carina, anche provinciale,
aiutargli a consolidare posizione’. Le espressioni occhi bellissimi
ecc. sono eccessive e bisogna evitarle” (1). Da notare la data.
Il fascismo si occupava di tali infinitesimali sciocchezze alla vigilia
di un evento nodale della Storia, come fu lo sbarco degli americani
in Sicilia che avvenne di lì a qualche giorno. A proposito di queste pillole di fascistica propaganda,
ho scoperto con non poco fastidio che la frase “quando il gioco
si fa duro, i duri cominciano a giocare”, non è farina
del sacco di Jake/John Belushi del film The Blues Brothers
di John Landis, ma un motto coniato proprio da Benito Mussolini, o,
quantomeno, a lui attribuito. Sul tavolino di un caffè di via Veneto, Quando a segretario del partito venne nominato Ettore
Muti, Ce n’è una, poi, che mi è piaciuta particolarmente in quanto ha un triste rimando all’oggi, con il vizietto di un certo governante di voler accentrare su di sé ministeri, poteri e decisioni varie, con gli stessi risultati del suo predecessore. Quando uno diceva che il dittatore aveva nelle sue
mani tutti i ministeri, Ma se la Storia è destinata a ripetersi e
non si incontra alcuna difficoltà a trasferire le trame delle
barzellette del passato alle acrobatiche evoluzioni dei politici di
oggi, se basta cambiare i nomi dei protagonisti di ieri con quelli
del presente per riconoscere la stessa galleria di loschi figuri,
di raccomandati, di banderuole, di farabutti, viene il fondato dubbio
che il potere sia sempre uguale a se stesso, che si perpetui senza
variare di una virgola pur cambiando i partiti e i colori che lo rappresentano,
e che alla fin fine, forse, non aveva tutti i torti quell’anima
candida di Fabrizio De André nel sostenere che “non esistono
poteri buoni”. Ed è tra le maglie strettissime della censura fascista che si insinua la scrittura di un autentico fuoriclasse della satira quale era il purtroppo dimenticato Anton Germano Rossi. Rossi è uno scrittore all’avanguardia, nel senso che è avanti di un secolo rispetto ai codici espressivi e alle tematiche della sua epoca, ha una scrittura ipersurreale, crea mondi spiazzanti e personaggi che disorientano il lettore, elegge il cinismo e la cattiveria a pura normalità. Nei suoi racconti trovano spazio tutte le azioni scorrette che ognuno di noi vorrebbe commettere almeno una volta nella vita, ma che ci vengono impedite dalle convenzioni morali e sociali che ci rendono parte del consorzio civile. Rossi è il precursore del politically incorrect quando questo termine non era ancora stato coniato né pensato da mente umana. Nella sua raccolta di ‘contronovelle’ dall’assurdo titolo Porco qui! Porco là! (Edizioni Corbaccio, 1934), l’autore prende in giro i fanti ma anche i santi (nel racconto Crisi di mendicanti, il sant’uomo lamenta lo scarso numero di ammalati disposti a farsi confortare e le eccessive pretese di denaro che questi hanno, forti “dell’offerta superiore alla domanda”), non ha remore nemmeno di fronte agli handicap fisici, argomento che in seguito, secondo la moderna interpretazione della satira, sarebbe diventata una delle cinque tematiche tabù insieme a religione, capo dello Stato, razzismo e omosessualità. Ignorando bellamente ogni tipo di freno etico, e immergendo la narrazione nel paradosso più estremo, troviamo vecchi paralitici malmenati, anziani signori scaraventati dai finestrini di un autobus o dalle finestre di un palazzo tra il grande divertimento degli altri passeggeri o dei vicini di casa, formose signore che si sentono fare proposte oscene per aver chiesto l’ora a un passante. Sono le situazioni assurde create dall’autore,
però, che rendono lieve e piacevole la narrazione di azioni
che altrimenti riterremmo inaccettabili. Ma a rendere unico e prezioso
il libro Porco qui! Porco là! è il capitolo
finale, dal titolo Il prode capitano o L’arte della guerra,
diviso in tredici giornate. Qui Rossi si supera, la guerra diventa
un gioco stupido giocato da bambini stupidi, che fanno dispetti, che
replicano permalosi agli scherzi altrui, che perdono le armi per poi
ritrovarle nei posti più impensati, e il linguaggio roboante
che abbiamo imparato a conoscere dai cinegiornali Luce dell’epoca,
viene ridicolizzato da queste situazioni stralunate e grottesche all’estrema
potenza. Mi piace pensare che Bonvi, il grande fumettista autore delle
Sturmtruppen, si sia abbondantemente ispirato alle novelle di Rossi
per le avventure dei suoi piccoli soldati dell’esercito tedesco,
il cui mito è stato annullato e ridicolizzato dalle loro azioni
e dai loro dialoghi strampalati. «Chi è lei? Cosa vuole?» gridò
ad un tratto il prode capitano ad un vecchio fuciliere che passava. «Attenzione!» gridò il prode
capitano «viene il nemico». «Oggi» gridò il prode capitano
«ci copriremo di alloro». La particolarità di questo libro di Anton
Germano Rossi è data dal fatto che la prima edizione è
datata 15 settembre 1934, XII, e cioè in piena preparazione
dell’azione bellica che fissava l’obiettivo della ‘conquista
totale dell’Etiopia’ che avrebbe avuto inizio di lì
a qualche mese. Un consiglio per chi volesse accostarsi alla lettura
di Porco qui! Porco là!: un’ottima colonna sonora,
perfettamente intonata alla prosa di Anton Germano Rossi, è
il disco Mezzacoda nel quale un Paolo Poli particolarmente
ispirato, accompagnato al pianoforte da Jacqueline Perrotin, ripercorre
in una corposa carrellata di successi, la canzone italiana dall’inizio
del Novecento agli anni ’50. Naturalmente i brani in cui l’attore
sfoggia con maggior enfasi la sua affilata ironia, sono quelli patriottardi,
bellicisti, colonialisti del periodo fascista.
(1) Le veline del duce. Come il
Fascismo controllava la stampa, Riccardo Cassero, Sperling &
Kupfer, 2004
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