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Lo sguardo è penetrante, l’espressione
sofferta. È chiaro, con la vita che fa, con quella scorta che
ha tolto ogni rifugio alla sua esistenza, che gli impedisce il nido
di una casa, il calore di una famiglia...
L’estetica fotografica con la quale viene ritratto è barocca
e sempre uguale: il volto ha tratti caravaggeschi ed è illuminato
da una luce che giunge da lontano, che sottolinea la barba lunga, soffertamente
impegnata, del nostro eroe e gli dà rilievo nel mezzo di un oceano
di ombre. Sì, lui è il Cavaliere della Bellezza –
illuminato da una Grazia superiore – che lotta contro il buio
del Male.
Il suo sito internet è ricco, ben curato, con versioni in tedesco,
francese, inglese e spagnolo. La sua agenzia editoriale è la
più alla moda del Paese. Ma tutto ciò è necessario:
Roberto Saviano – di lui stiamo parlando – non è
più un personaggio di cronaca locale ma un fenomeno globale,
un vero protagonista del nostro tempo, e rappresenta la storia edificante
ed esemplare di un giovanotto che, pur nato nell’infame, immonda,
zozza provincia campana, sa levarsi animato da una superiore caratura
etica, sa riscattarsi con le proprie forze dalle colpe della sua terra,
sa ergersi a coscienza etica del mondo...
Giovanni Di Lorenzo, il direttore del settimanale tedesco
Die Zeit, nella sua laudatio per il premio Fratelli Scholl
– assegnato nel 2007 ad Anna Politkovskaja, senza scorta e assassinata
– sostiene che “al momento non c’è nessuno
in Italia con una storia che mi commuova e mi indigni quanto quella
di Roberto Saviano. […] Si ritrova, lui che ha ancora trent’anni,
a portare due fardelli, di quelli che uno solo basterebbe a schiacciare
un uomo”.
Pur avendo nome e cognome italiano, il direttore conosce poco e soprattutto
male il nostro Paese. In poche ore trascorse non nei salotti ma per
le strade, il bravo giornalista potrebbe raccogliere mille e mille storie
italiane molto più commoventi e degne di indignazione. Storie
di persone con fardelli che schiaccerebbero non uno ma cento uomini.
Storie di extracomunitari annegati, di rom perseguitati, di piccoli
commercianti taglieggiati, di precari disperati, di prostitute massacrate,
di detenuti dimenticati...
Storie di poveretti infelici, microscopici e sfigati, che, purtroppo
per loro, non sono sostenuti dalla più grande industria editoriale
nazionale di proprietà del capo di governo, non sono idolatrati
da grandi giornali di opposizione (opposizione?), non sono ospitati
sulle reti pubbliche in prima serata da trasmissioni nazionali e portati
in scena con complesse scenografie teatrali.
Roberto Saviano dice di odiare il suo libro Gomorra perché (se
anche lo ha reso ricco) gli ha rovinato la vita: “Lo detesto.
Quando lo vedo nella vetrina di una libreria guardo subito dall’altra
parte”.
C’è da domandarsi quanti siano i testimoni in processi
al crimine organizzato che odiano il giorno in cui hanno accettato di
denunciare ed esporsi, in cui hanno dovuto cambiare nome, sparire dalla
circolazione, abbandonare luoghi, radici, parenti e amicizie: e che
non ricevono né plausi, né nobili inviti, né ammirazione
(quasi) generale ma si ritrovano invece nella solitudine (e nella povertà).
Saviano è amato da quasi tutti. Va bene come merce da esportazione:
‘ah, meno male che c’è anche un’Italia pulita...’;
va bene all’opposizione ufficiale, che supplisce alla propria
inesistenza (o connivenza) politica con il plauso ebete alle icone comiche,
culturali e televisive (con le quali bisognerebbe solidarizzare perché
perseguitate dal Presidente/Imperatore); va bene a coloro che, con un
click telematico al giorno a favore di testi di cui forse non capiscono
bene il senso (vedi articolo
di Marco Clementi), si sentono sinceramente convinti di contribuire
a migliorare il Paese; va bene alla fondazione FareFuturo che lo trova
“un grande pensatore di destra”; va bene perfino ai leghisti,
perché si erge come l’esule schifato di una cultura meridionale
corrotta e inetta (purché non dica che Milano è una città
del Sud!). Va bene infine a chi è al governo, perché esprime
un’alata testimonianza ‘di coscienza’ che vola alta,
altissima, e non si abbassa mai a una concreta contrapposizione ai veri
rapporti di potere – dopo l’appello lanciato su Repubblica
contro la legge sul processo breve, il ministro Bondi affettuosamente
lo invita a “non abbandonare il suo impegno civile e culturale
tanto più limpido e ascoltato quanto più alieno da pregiudizi
ideologici”; Saviano risponde ringraziando, apprezzando “il
tono rispettoso e dialogante”, affermando che “certe questioni
non possono né devono essere considerate appannaggio di una parte
politica” e che “schierarsi non significa ideologicamente”.
Bisogna riconoscerlo, Saviano sa scegliere con cura le cause per le
quali ergersi commosso: apertamente a favore di quelle potenzialmente
molto ‘popolari’, sparisce in un silenzio di tomba rispetto
a quelle ‘impopolari’ (simile in questo all’altro
pezzo di quarzo Nanni Moretti, che si indigna soltanto quando sta per
uscire un suo film da ‘promozionare’). Saviano con caschetto
da pompiere e molto ben accolto dalla Protezione civile denuncia le
vergogne collegate al terremoto in Abruzzo: chi può non essere
d’accordo? (Anche se poi si fa prendere la mano e aggiunge generiche
considerazioni sulla presenza storica della mafia in quella regione
che lasciano basiti molti abruzzesi: tutti conniventi con la criminalità
organizzata?) Qualcuno l’ha sentito invece in occasione del quasi
pogrom contro i rom di Ponticelli? Qualcuno lo ha sentito dire che lo
sfruttamento neo-schiavista degli extracomunitari è dovuto a
un sistema economico che in Italia è fisiologico e non patologico?
Qualcuno lo ha sentito denunciare la tragedia del precariato? Preferisce
una puntatina a Barcellona per una toccante intervista al calciatore
Lionel Messi, Pallone d’Oro 2009...
In televisione cita Varlam Salamov e Ken Saro-Wiwa (e si legittima implicitamente
come eroico ‘scrittore civile’). Piccolo particolare: Varlam
Salamov ha fatto diciotto anni di gulag sotto Stalin, Saro-Wiwa è
stato impiccato in Nigeria dopo un processo farsa. Nessuno di loro ha
avuto la scorta dal ministero degli Interni.
Settimane fa il comune di Milano – tra Ambrogini d’oro che
premiano Marina Berlusconi e i nuclei di vigili che danno la caccia
ai clandestini (si badi, gente che viene presa a caso sui tram e messa
in gabbia senza aver commesso alcun reato) – ha votato all’unanimità
per offrirgli la cittadinanza onoraria: l’offerta non è
stata respinta con sdegno.
Pochi criticano Saviano.
L’ha fatto Vittorio Pisani, capo della Squadra mobile di Napoli,
che afferma di aver dato parere negativo alla concessione allo scrittore
della scorta: “Ho arrestato centinaia di delinquenti. Ho scritto,
testimoniato e giro per la città con mia moglie e con i miei
figli senza scorta. Non sono mai stato minacciato. […] Resto perplesso
quando vedo scortate persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti,
carabinieri, magistrati e giornalisti che combattono la Camorra da anni”.
L’ha osato fare anche Nicola Tanzi, segretario generale del Sap,
Sindacato autonomo di polizia: Saviano “non è un eroe,
al contrario dei poliziotti che stanno tutti i giorni in prima linea
sul campo. […] La lotta alla Camorra non si fa col varietà,
con le luci abbaglianti degli studi televisivi e le paillettes di prima
serata, né l’impegno antimafia ha bisogno di showman. La
vera lotta si svolge in trincea ed è sostenuta giorno per giorno
da migliaia di poliziotti e di appartenenti alle forze dell’ordine
che sul campo contrastano il crimine organizzato”.
Qualcuno ha avuto dei dubbi davanti a queste dichiarazioni? Neanche
per sogno. In compenso i due poliziotti sono stati quasi additati come
complici, più o meno coscienti, della Camorra. Saviano ha denunciato
di sentire l’inizio di un abbandono, di un isolamento, di uno
sgretolarsi di quella compattezza istituzionale e civile che fino ad
allora l’aveva protetto, ricordando che Peppino Impastato, Giuseppe
Fava e Giancarlo Siani “hanno pagato con la vita la loro solitudine”;
subito si sono mossi opinione pubblica, giornali, capo della Polizia...
Ma se Saviano è così spaventosamente pericoloso, per la
Camorra, perché questa – impossibilitata dalla scorta a
colpire lui – non minaccia il presentatore Fabio Fazio, l’indifesa
agenzia letteraria, il regista Matteo Garrone (che, anzi, ha avuto via
libera per tutte le riprese a Scampia), l’ufficio commerciale
di Mondadori, le librerie che espongono il suo libro, eccetera? Perché
non minaccia le redazioni di Repubblica e de L’Espresso che pubblicano
i suoi preziosi articoli? Perché non intimidisce chi lo propone
come candidato alla presidenza della Regione Campania?
Quando lui cercava casa a Napoli (al Vomero, il quartiere bene della
città), dopo aver visto sei appartamenti (alcuni dei quali non
andavano bene a lui...) ne ha scelto uno che però gli sarebbe
stato rifiutato dalla proprietaria perché i vicini le avevano
detto che “nella via si sarebbe persa la pace”. Saviano,
indignato per il rifiuto, avrebbe interrotto la ricerca dichiarando
di voler espatriare, andarsene via per sempre. Non l’ha fatto.
Ma intanto era subito scattata una grande solidarietà nei suoi
confronti. Gennaro Capodanno, presidente del Comitato valori collinari
di Napoli, si era dichiarato amareggiato e deluso offrendosi per una
collaborazione alla ricerca di una casa se Saviano avesse cambiato idea.
Il sindaco di Giffoni Valle Piana aveva offerto a titolo gratuito un
antico casale ristrutturato, immerso tra gli ulivi secolari del borgo
medioevale di Terravecchia e di proprietà del comune, “da
cui si gode il paesaggio mozzafiato e il castello federiciano. Siamo
certi che in quest’oasi di pace e tranquillità Saviano
ritroverà nuovi stimoli per poterci consegnare altri capolavori.
Lo invitiamo, pertanto, fin da ora a partecipare alla prossima edizione
del Giffoni Film Festival...”.
E la Camorra a loro non dice niente?
Ma che cosa possono pensare i tanti senzacasa napoletani, o quelli che
soltanto con abusi edilizi si sono messi un tetto sulla testa? Loro
sono gli infami, gli zozzi, gli ignoranti. Loro non meritano una casa
regolare. Tanto più un casale gratis, un’oasi di pace...
no. Loro meritano l’Inferno in cui vivono.
Il caso di Saviano – a mio avviso – è
esemplare dell’ipocrisia di quest’epoca, dei suoi precipitosi
innamoramenti mediatici, della sua incapacità di analizzare senza
schemi precostituiti, della sistematica mancanza di approfondimento
critico in tanti operatori dell’informazione, della rapidità
nella costruzione di miti ‘facili’ per distrarre dai veri
tragici disastri politici, sociali ed economici del presente.
Davide Pinardi
Leggi Roberto
Saviano e la produzione del sapere ai tempi del consumismo,
Walter G. Pozzi
Leggi Saviano, un colpo
di Stato, nel suo piccolo, Marco
Clementi, PaginaUno n. 16/2010
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