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giugno - settembre 2013
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Polemos |
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La costruzione
mediatica del ‘personaggio eroe’ Roberto Saviano |
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Lo sguardo è
penetrante, l’espressione sofferta. È chiaro, con la
vita che fa, con quella scorta che ha tolto ogni rifugio alla sua
esistenza, che gli impedisce il nido di una casa, il calore di una
famiglia... Giovanni Di Lorenzo, il direttore del settimanale
tedesco Die Zeit, nella sua laudatio per il premio Fratelli
Scholl – assegnato nel 2007 ad Anna Politkovskaja, senza scorta
e assassinata – sostiene che “al momento non c’è
nessuno in Italia con una storia che mi commuova e mi indigni quanto
quella di Roberto Saviano. […] Si ritrova, lui che ha ancora
trent’anni, a portare due fardelli, di quelli che uno solo basterebbe
a schiacciare un uomo”. C’è da domandarsi quanti siano i testimoni
in processi al crimine organizzato che odiano il giorno in cui hanno
accettato di denunciare ed esporsi, in cui hanno dovuto cambiare nome,
sparire dalla circolazione, abbandonare luoghi, radici, parenti e
amicizie: e che non ricevono né plausi, né nobili inviti,
né ammirazione (quasi) generale ma si ritrovano invece nella
solitudine (e nella povertà). Bisogna riconoscerlo, Saviano sa scegliere con cura le cause per le quali ergersi commosso: apertamente a favore di quelle potenzialmente molto ‘popolari’, sparisce in un silenzio di tomba rispetto a quelle ‘impopolari’ (simile in questo all’altro pezzo di quarzo Nanni Moretti, che si indigna soltanto quando sta per uscire un suo film da ‘promozionare’). Saviano con caschetto da pompiere e molto ben accolto dalla Protezione civile denuncia le vergogne collegate al terremoto in Abruzzo: chi può non essere d’accordo? (Anche se poi si fa prendere la mano e aggiunge generiche considerazioni sulla presenza storica della mafia in quella regione che lasciano basiti molti abruzzesi: tutti conniventi con la criminalità organizzata?) Qualcuno l’ha sentito invece in occasione del quasi pogrom contro i rom di Ponticelli? Qualcuno lo ha sentito dire che lo sfruttamento neo-schiavista degli extracomunitari è dovuto a un sistema economico che in Italia è fisiologico e non patologico? Qualcuno lo ha sentito denunciare la tragedia del precariato? Preferisce una puntatina a Barcellona per una toccante intervista al calciatore Lionel Messi, Pallone d’Oro 2009... In televisione cita Varlam Salamov e Ken Saro-Wiwa
(e si legittima implicitamente come eroico ‘scrittore civile’).
Piccolo particolare: Varlam Salamov ha fatto diciotto anni di gulag
sotto Stalin, Saro-Wiwa è stato impiccato in Nigeria dopo un
processo farsa. Nessuno di loro ha avuto la scorta dal ministero degli
Interni. Pochi criticano Saviano. Qualcuno ha avuto dei dubbi davanti a queste dichiarazioni?
Neanche per sogno. In compenso i due poliziotti sono stati quasi additati
come complici, più o meno coscienti, della Camorra. Saviano
ha denunciato di sentire l’inizio di un abbandono, di un isolamento,
di uno sgretolarsi di quella compattezza istituzionale e civile che
fino ad allora l’aveva protetto, ricordando che Peppino Impastato,
Giuseppe Fava e Giancarlo Siani “hanno pagato con la vita la
loro solitudine”; subito si sono mossi opinione pubblica, giornali,
capo della Polizia... Quando lui cercava casa a Napoli (al Vomero, il
quartiere bene della città), dopo aver visto sei appartamenti
(alcuni dei quali non andavano bene a lui...) ne ha scelto uno che
però gli sarebbe stato rifiutato dalla proprietaria perché
i vicini le avevano detto che “nella via si sarebbe persa la
pace”. Saviano, indignato per il rifiuto, avrebbe interrotto
la ricerca dichiarando di voler espatriare, andarsene via per sempre.
Non l’ha fatto. Il caso di Saviano – a mio avviso – è esemplare dell’ipocrisia di quest’epoca, dei suoi precipitosi innamoramenti mediatici, della sua incapacità di analizzare senza schemi precostituiti, della sistematica mancanza di approfondimento critico in tanti operatori dell’informazione, della rapidità nella costruzione di miti ‘facili’ per distrarre dai veri tragici disastri politici, sociali ed economici del presente.
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licet insanire,
Massimiliano Monaco, PaginaUno n. 22/2011
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