| Quello di Sabina è
un lavoro che fa pensare alla leggerezza; e non perché spesso
capiti di imbattersi in semi volanti e ombre sovrapposte, ma perché
subito porta lo spettatore in una dimensione di silenzio obbligato,
come di fronte a qualcosa di ‘sacro’. Sabina è dentro
a ogni sua opera, ma in maniera tanto forte e decisa che la sua immagine
scompare, e ciò che rimane – l’opera – è
una creatura aperta, libera. Ma a una condizione: di prendere tutto
molto sul serio. I semi lasciati cadere dall’alto non sono lo
sfogo infantile in un momento di incontrollata euforia; le gocce d’acqua
che dagli imbuti appesi al soffitto cadono in bicchieri brocche bottiglie
boccali, non sono l’esperimento pseudo-poetico sulla scia di un
sentimentalismo spiccio. Dietro ai cerini che bruciano accompagnati
dalle note del salterio c’è lo studio strutturato di una
creatura che sa esattamente qual è il punto di partenza e ha
previsto quale sarà il suo punto di arrivo, solo non sa che cosa
ci sarà nel mezzo.
Spesso le tue installazioni si compongono di
due parti molto diverse: una strutturata, programmata e definita, e
una che, inevitabilmente, è lasciata al caso. Come convivono
questi due aspetti?
Spesso i miei lavori contengono binomi che si esprimono in una sorta
di dialogo verticale: leggerezza-pesantezza, rigorosocasuale, guidato-non
voluto, resistentefragile… ma non si tratta di un bilanciamento.
Quello che cerco è una sorta di equilibrio instabile come quello
che c’è tra due magneti che poco prima di unirsi ‘lottano’
con pari energia contraria e mettono in moto qualcosa… E poi rimane
l’aspetto del fascino del caso e dell’irripetibile...
Questo lasciare spazio al caso porta direttamente
a un riconoscere uno spazio di ‘libertà’ all’opera,
uno spazio nel quale essa si sviluppa al di là di te: non vivi
un senso di ‘possesso’ nei confronti dei tuoi lavori?
Mi piace molto l’idea che l’opera viva di vita propria,
un po’ come un figlio, in realtà non credo ci appartenga
mai veramente. L’idea-immagine arriva e chiede di prendere forma
e si libera proprio in quel ‘mondo’ che siamo in grado di
darle per poi essere di nuovo indipendente da noi.
Raccontami qualcosa dei tuoi inizi: quando
hai cominciato, da dove sei partita? E che cosa desideravi ‘raggiungere’?
La creatività, il fare che dà forma alle idee, era il
mio gioco preferito fin da bambina, non importava che il ‘progetto’
prevedesse l’invenzione di una bevanda nuova, una casa di lamiere
o un’improbabile imbarcazione con le ali che potesse alzarsi per
sfiorare la superficie dell’acqua, la cosa che mi incantava erano
le forme inesauribili dell’immaginazione e la sfida di concretizzarle...
anche se in realtà volevo fare l’inventore di cose totalmente
inutili o già esistenti! I miei genitori mi vietarono gli studi
artistici, ma dopo la maturità scientifica mi sono iscritta all’Accademia
di Belle Arti… Non so se questo lo si può considerare l’inizio,
sicuramente, per me è stata una bella sfida dimostrare che con
l’arte, o di arte, o per l’arte, si può ‘campare’.
Dell’inizio inteso come formazione fatico a trovare lo ‘start’.
Io non volevo ‘fare l’artista’, pensavo che non ne
valesse veramente la pena, e temevo che volesse dire infoltire le fila
di gente perennemente infelice e frustrata, ma a un certo punto, non
ho potuto fare altro: le idee che volevano prendere forma mi affollavano
la mente, dovevo liberarle.
Quello che volevo raggiungere era poter viver nella condizione ideale
in cui si completasse il cerchio creativo dal concepimento, alla creazione
e infine alla condivisione e al confronto.
All’Accademia hai seguito
il corso di incisione. Da una parte, guardando i tuoi lavori ora, sembrano
appartenere a un mondo molto diverso, più sottile e leggero,
mentre l’incisione per sua natura è immutabile e definitiva;
dall’altra, però, nei tuoi lavori ricorre spesso la traccia,
l’impronta, il segno... come vivi questa ‘eredità’?
Dell’incisione mi è sempre piaciuta la matrice di metallo
e la profondità del nero dell’inchiostro. Mi affascinava
il processo di incisione in sé più che la stampa definitiva.
E proprio per questo ho iniziato a lavorare su lamiere di ferro, sfruttando
i processi di ossidazione naturale e guidata, ‘registrandoli’
su carte o cenere applicate sulle lamiere. In questo trovo il filo conduttore
nei lavori di oggi: cogliere il divenire, il casuale, il molteplice,
l’ineffabile. Tracce, impronte, segni e suoni sono le voci, le
testimonianze visibili di sottili e lenti passaggi.
Quanto queste tracce sono segni dell’intimo
e quanto segni di ‘misurazione’, impronte di fisicità?
Le tracce sono il corpo leggero delle idee, il filo con cui sono tessuti
i sogni. Si collocano sulla soglia dell’immaginazione e della
realtà. E appartengono a entrambe le sfere.
Le tracce, i semi, le ombre, le parole... nei
tuoi lavori ricorre molto il senso della molteplicità, del numero,
della sovrapposizione e della convivenza. Da dove credi venga questo
aspetto?
Credo derivi dal fatto che nelle mie opere cerco di trovare quello che
gli orientali chiamano ‘un mondo’, un gioco di specchi,
una specie di matrioska, un labirinto in cui perdersi o trovarsi.
Molti dei tuoi lavori si sviluppano nello spazio.
Di essi, quindi, rimangono scatti e filmati. Come vivi questo ‘abbandono’?
Qual è il momento in cui senti l’opera più tua?
Il momento più entusiasmante è proprio il concepimento
dell’idea. Claudio Parmiggiani dice: “Un’opera cresce
dentro con una gestazione lentissima, di cui non possiamo prevedere
la durata, per poi apparire alla luce improvvisamente, come un’immagine
liberatrice, come un fiore dell’anima”. Io colgo questi
‘fiori’ con estrema meraviglia e gratitudine ogni volta.
L’ombra, nella nostra cultura, è
assenza, oscurità. Nelle tue opere, invece, sembra che le ombre,
come nel caso di quelle ‘catturate’, vivano in realtà
di una vita propria...
L’ombra è caratteristica propria dei vivi, ma non ha corpo.
Ogni corpo possiede un’infinità di ombre, ma queste non
corrispondono realmente a nessun corpo. Ed è proprio questa duplice
verità dell’ombra ad attrarmi, questa terra di mezzo che
ricorda molto la ‘selva informe e indefinita’ da cui possono
nascere forme nuove. Le origini stesse della pittura, secondo la mitologia
greca, sono legate strettamente all’ombra, come tracce dei contorni
di un volto da non dimenticare.
Da qui il rapporto dell’ombra con la memoria e la fotografia:
Christian Boltanski definisce l’ombra “fotografia primitiva”
e di nuovo, “inganno e illusione effimera e impalpabile”
tanto da essere considerata dagli antichi egizi e da alcuni studiosi
del Settecento l’effige stessa dell’anima.
Quale credi sia la differenza sostanziale tra
la tua posizione e quella dello spettatore nei confronti delle tue opere?
Penso sia la stessa differenza che c’è tra l’agricoltore
e le mele che ha coltivato e le persone che ritrovano le stesse mele
al supermercato: queste ultime non conoscono l’origine e lo sviluppo
del
frutto, ma ne possono assaporare la polpa e il succo e immaginare o
inventarsi la sua storia. Sono molto curiosa nei confronti di chi fruisce
dell’opera: al di là di ogni giudizio, mi interessano i
diversi punti di vista che mi restituiscono qualcosa di nuovo, che mi
disegnano qualche nuova faccia del poliedro che non conosco.
Quando e come hai capito che la tua formula
espressiva era composta da più linguaggi? Quali credi siano i
vantaggi e gli svantaggi di una scelta poliedrica?
Quando ho iniziato a lavorare sulle ombre, sull’idea di soglia,
di presenzaassenza, sull’effimero, ho avvertito la necessità
di usare materiali diversi che assecondassero l’idea e non, viceversa,
costringere l’idea in una forma definitiva e rigorosa, altrimenti
sarebbe stata una rappresentazione. Io vorrei usare l’aria per
parlare d’aria e il piombo per parlare del piombo, partendo dal
presupposto che il mondo stesso è metafora di altro. Ovviamente
il primo svantaggio per questa scelta è la non immediata riconoscibilità
e il rischio di essere tacciati di eclettismo. D’altra parte la
‘tavolozza’ si amplia e non vi è pregiudizio alcuno
nell’uso dei mezzi a vantaggio dell’integrità e dell’autenticità
dell’idea originale. In questo modo i linguaggi molteplici vengono
tessuti nella stessa trama della poetica, e non viceversa, che fa da
filo conduttore unificante.
Quale pensi sia la tua ‘traccia’
nel dibattito col mondo? Credi che un artista abbia il dovere di inserirsi
all’interno di un dialogo sociale/politico?
Io parto dal presupposto che la ragione d’essere dell’arte
sia la conoscenza e che l’eredità delle esperienze artistiche
precedenti stiano nella consapevolezza del fare e insieme nella sfida
di voler ricucire l’atto poietico con il proprio ‘germinato’,
ossia l’opera. Mi auguro poi che sopravviva la poetica del ‘fragile’,
come in “una professione di fede nella persistenza di ciò
che è destinato a perire, e nei valori morali investiti nelle
tracce più tenui” come ebbe a dire Calvino a proposito
della poesia di Eugenio Montale. L’arte è politica, nostro
malgrado, anche quando è poesia. Penso che per l’arte non
sia più il tempo dei grandi proclami, piuttosto l’arte
ha il compito di scardinare certezze, porre domande che rimangano sospese
e possano indurre alla riflessione. Per me si tratta di partire dal
microcosmo dell’esperienza personale e tradurre l’idea in
un linguaggio universale, solo piccole verità che attendono di
essere colte, una politica della coerenza e del silenzio, della pausa
che si contrappone tenace al frastuono della comunicazione di massa.
Che cosa ti colpisce del lavoro degli altri?
Senza dubbio l’essenzialità, la potenza o la profondità,
la poesia o l’ironia, la leggerezza e l’eleganza, anche
nella sbavatura e nello sgrammaticato.
Dove vorresti arrivare?
Dove volevo arrivare quando sono partita, poiché trovo ancora
complesso a volte individuare spazi e luoghi adatti per condividere
il mio lavoro.
Sabina Sala nasce a Trescore Balneario nel 1973. Ha studiato Pittura
e incisione all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, con
successiva specializzazione in Arti visive. Dal 2000 insegna Arte e
immagine nelle scuole. Dal 1997 ha esposto in mostre collettive e personali
in diverse gallerie d’Italia, tra cui la Galleria Vanna Casati
di Bergamo, lo Spazio Coccia di Novara, Palazzo Te a Mantova. Vive e
lavora tra Bergamo e Milano. www.sabinasala.eu
Le immagini delle opere di Sabina Sala sono pubblicate
sul numero 9. Le immagini di ogni numero di PaginaUno sono monografiche.
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