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25
dicembre 2011- gennaio 2012
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Parole sulla
tela |
| Sabina Sala. Microcosmi intervista di Chiara Carolei |
| Quello di Sabina è un lavoro che fa pensare alla leggerezza; e non perché spesso capiti di imbattersi in semi volanti e ombre sovrapposte, ma perché subito porta lo spettatore in una dimensione di silenzio obbligato, come di fronte a qualcosa di ‘sacro’. Sabina è dentro a ogni sua opera, ma in maniera tanto forte e decisa che la sua immagine scompare, e ciò che rimane – l’opera – è una creatura aperta, libera. Ma a una condizione: di prendere tutto molto sul serio. I semi lasciati cadere dall’alto non sono lo sfogo infantile in un momento di incontrollata euforia; le gocce d’acqua che dagli imbuti appesi al soffitto cadono in bicchieri brocche bottiglie boccali, non sono l’esperimento pseudo-poetico sulla scia di un sentimentalismo spiccio. Dietro ai cerini che bruciano accompagnati dalle note del salterio c’è lo studio strutturato di una creatura che sa esattamente qual è il punto di partenza e ha previsto quale sarà il suo punto di arrivo, solo non sa che cosa ci sarà nel mezzo. Spesso le tue installazioni si compongono di due parti molto diverse: una strutturata, programmata e definita, e una che, inevitabilmente, è lasciata al caso. Come convivono questi due aspetti? Spesso i miei lavori contengono binomi che si esprimono in una sorta di dialogo verticale: leggerezza-pesantezza, rigorosocasuale, guidato-non voluto, resistentefragile… ma non si tratta di un bilanciamento. Quello che cerco è una sorta di equilibrio instabile come quello che c’è tra due magneti che poco prima di unirsi ‘lottano’ con pari energia contraria e mettono in moto qualcosa… E poi rimane l’aspetto del fascino del caso e dell’irripetibile... Questo lasciare spazio al caso porta direttamente a un riconoscere uno spazio di ‘libertà’ all’opera, uno spazio nel quale essa si sviluppa al di là di te: non vivi un senso di ‘possesso’ nei confronti dei tuoi lavori? Mi piace molto l’idea che l’opera viva di vita propria, un po’ come un figlio, in realtà non credo ci appartenga mai veramente. L’idea-immagine arriva e chiede di prendere forma e si libera proprio in quel ‘mondo’ che siamo in grado di darle per poi essere di nuovo indipendente da noi. Raccontami qualcosa dei tuoi inizi: quando hai cominciato, da dove sei partita? E che cosa desideravi ‘raggiungere’? La creatività, il fare che dà forma
alle idee, era il mio gioco preferito fin da bambina, non importava
che il ‘progetto’ prevedesse l’invenzione di una
bevanda nuova, una casa di lamiere o un’improbabile imbarcazione
con le ali che potesse alzarsi per sfiorare la superficie dell’acqua,
la cosa che mi incantava erano le forme inesauribili dell’immaginazione
e la sfida di concretizzarle... anche se in realtà volevo fare
l’inventore di cose totalmente inutili o già esistenti!
I miei genitori mi vietarono gli studi artistici, ma dopo la maturità
scientifica mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti…
Non so se questo lo si può considerare l’inizio, sicuramente,
per me è stata una bella sfida dimostrare che con l’arte,
o di arte, o per l’arte, si può ‘campare’.
Dell’inizio inteso come formazione fatico a trovare lo ‘start’.
Io non volevo ‘fare l’artista’, pensavo che non
ne valesse veramente la pena, e temevo che volesse dire infoltire
le fila di gente perennemente infelice e frustrata, ma a un certo
punto, non ho potuto fare altro: le idee che volevano prendere forma
mi affollavano la mente, dovevo liberarle. All’Accademia hai seguito il corso di incisione. Da una parte, guardando i tuoi lavori ora, sembrano appartenere a un mondo molto diverso, più sottile e leggero, mentre l’incisione per sua natura è immutabile e definitiva; dall’altra, però, nei tuoi lavori ricorre spesso la traccia, l’impronta, il segno... come vivi questa ‘eredità’? Dell’incisione mi è sempre piaciuta la matrice di metallo e la profondità del nero dell’inchiostro. Mi affascinava il processo di incisione in sé più che la stampa definitiva. E proprio per questo ho iniziato a lavorare su lamiere di ferro, sfruttando i processi di ossidazione naturale e guidata, ‘registrandoli’ su carte o cenere applicate sulle lamiere. In questo trovo il filo conduttore nei lavori di oggi: cogliere il divenire, il casuale, il molteplice, l’ineffabile. Tracce, impronte, segni e suoni sono le voci, le testimonianze visibili di sottili e lenti passaggi. Quanto queste tracce sono segni dell’intimo e quanto segni di ‘misurazione’, impronte di fisicità? Le tracce sono il corpo leggero delle idee, il filo con cui sono tessuti i sogni. Si collocano sulla soglia dell’immaginazione e della realtà. E appartengono a entrambe le sfere. Le tracce, i semi, le ombre, le parole... nei tuoi lavori ricorre molto il senso della molteplicità, del numero, della sovrapposizione e della convivenza. Da dove credi venga questo aspetto? Credo derivi dal fatto che nelle mie opere cerco di trovare quello che gli orientali chiamano ‘un mondo’, un gioco di specchi, una specie di matrioska, un labirinto in cui perdersi o trovarsi. Molti dei tuoi lavori si sviluppano nello spazio. Di essi, quindi, rimangono scatti e filmati. Come vivi questo ‘abbandono’? Qual è il momento in cui senti l’opera più tua? Il momento più entusiasmante è proprio il concepimento dell’idea. Claudio Parmiggiani dice: “Un’opera cresce dentro con una gestazione lentissima, di cui non possiamo prevedere la durata, per poi apparire alla luce improvvisamente, come un’immagine liberatrice, come un fiore dell’anima”. Io colgo questi ‘fiori’ con estrema meraviglia e gratitudine ogni volta. L’ombra, nella nostra cultura, è assenza, oscurità. Nelle tue opere, invece, sembra che le ombre, come nel caso di quelle ‘catturate’, vivano in realtà di una vita propria... L’ombra è caratteristica propria dei
vivi, ma non ha corpo. Ogni corpo possiede un’infinità
di ombre, ma queste non corrispondono realmente a nessun corpo. Ed
è proprio questa duplice verità dell’ombra ad
attrarmi, questa terra di mezzo che ricorda molto la ‘selva
informe e indefinita’ da cui possono nascere forme nuove. Le
origini stesse della pittura, secondo la mitologia greca, sono legate
strettamente all’ombra, come tracce dei contorni di un volto
da non dimenticare. Quale credi sia la differenza sostanziale tra la tua posizione e quella dello spettatore nei confronti delle tue opere? Penso sia la stessa differenza che c’è
tra l’agricoltore e le mele che ha coltivato e le persone che
ritrovano le stesse mele al supermercato: queste ultime non conoscono
l’origine e lo sviluppo del Quando e come hai capito che la tua formula espressiva era composta da più linguaggi? Quali credi siano i vantaggi e gli svantaggi di una scelta poliedrica? Quando ho iniziato a lavorare sulle ombre, sull’idea di soglia, di presenzaassenza, sull’effimero, ho avvertito la necessità di usare materiali diversi che assecondassero l’idea e non, viceversa, costringere l’idea in una forma definitiva e rigorosa, altrimenti sarebbe stata una rappresentazione. Io vorrei usare l’aria per parlare d’aria e il piombo per parlare del piombo, partendo dal presupposto che il mondo stesso è metafora di altro. Ovviamente il primo svantaggio per questa scelta è la non immediata riconoscibilità e il rischio di essere tacciati di eclettismo. D’altra parte la ‘tavolozza’ si amplia e non vi è pregiudizio alcuno nell’uso dei mezzi a vantaggio dell’integrità e dell’autenticità dell’idea originale. In questo modo i linguaggi molteplici vengono tessuti nella stessa trama della poetica, e non viceversa, che fa da filo conduttore unificante. Quale pensi sia la tua ‘traccia’ nel dibattito col mondo? Credi che un artista abbia il dovere di inserirsi all’interno di un dialogo sociale/politico? Io parto dal presupposto che la ragione d’essere dell’arte sia la conoscenza e che l’eredità delle esperienze artistiche precedenti stiano nella consapevolezza del fare e insieme nella sfida di voler ricucire l’atto poietico con il proprio ‘germinato’, ossia l’opera. Mi auguro poi che sopravviva la poetica del ‘fragile’, come in “una professione di fede nella persistenza di ciò che è destinato a perire, e nei valori morali investiti nelle tracce più tenui” come ebbe a dire Calvino a proposito della poesia di Eugenio Montale. L’arte è politica, nostro malgrado, anche quando è poesia. Penso che per l’arte non sia più il tempo dei grandi proclami, piuttosto l’arte ha il compito di scardinare certezze, porre domande che rimangano sospese e possano indurre alla riflessione. Per me si tratta di partire dal microcosmo dell’esperienza personale e tradurre l’idea in un linguaggio universale, solo piccole verità che attendono di essere colte, una politica della coerenza e del silenzio, della pausa che si contrappone tenace al frastuono della comunicazione di massa. Che cosa ti colpisce del lavoro degli altri? Senza dubbio l’essenzialità, la potenza o la profondità, la poesia o l’ironia, la leggerezza e l’eleganza, anche nella sbavatura e nello sgrammaticato. Dove vorresti arrivare? Dove volevo arrivare quando sono partita, poiché trovo ancora complesso a volte individuare spazi e luoghi adatti per condividere il mio lavoro.
Le immagini delle opere di
Sabina Sala sono pubblicate sul numero 9 della rivista. |