| Quanto accaduto in
Italia nella prima metà degli anni Novanta denota un’inquietante
sovrapposizione di fatti:
1) nascita di partitini federalisti al centrosud e nascita della Lega
Nord;
2) inizio di una nuova strategia della tensione perpetua che dalla
fine di Gladio, passa per la conseguente nascita della Falange Armata
fino alla rivendicazione della strage di via dei Georgofili del 1993.
Terminano qui le telefonate dei ‘falangisti’. Dopodiché,
entra in gioco il misterioso Unabomber nei territori del nord-est.
Le stragi hanno risalito l’Italia, dalle eclatanti esplosioni
siciliane, a quelle continentali, fino ad approdare al terrorismo
a bassa intensità dell’inafferrabile e abilissimo bombarolo
‘solitario’ nel profondo nord. Elemento di unione dello
spostamento spazio temporale, un personaggio indagato nell’inchiesta
su Unabomber che, grazie a una perizia fonica, viene individuato come
uno dei telefonisti che hanno rivendicato gli attentati a nome della
Falange Armata. Questo, mentre l’inchiesta Mani Pulite colpisce
i vertici della politica e del sistema economico;
3) elezioni del 1994 che celebrano la vittoria dell’alleanza
di centro-destra capeggiata da una nuova figura politica: l’uomo
d’affari Silvio Berlusconi.
Nella sostanza, quanto avvenuto – se accettato
anche come consequenziale – si palesa come un processo dialettico
in cui un vecchio equilibrio viene alterato per dar vita a un nuovo
ordine. Una forzatura? No, risponde lo scrittore: solo una semplice
scansione cronologica, funzionale alla vicenda narrata.
La posta in palio di questa nuova partita a Risiko, giocata sullo
sfondo del ‘dopo muro’, è il federalismo –
ovvero, il decentramento e la delocalizzazione dei poteri.
Come per incanto, la parolina comincia a saettare su giornali e televisioni
a uso e consumo dell’onnivora opinione pubblica, che si ritrova
all’improvviso, dopo decenni di indottrinamento scolastico all’insegna
dei valori unitari e di retorica patriottarda, a dover ingoiare come
buona la nuova panacea. Ma se è vero che l’impostazione
propagandistica che cala dai partiti e dai media è politica,
criminale è la spinta che erompe dal cuore di tenebra di un
potere in difficoltà.
Dal 1990 al 1992, la mappa politica del centro-sud
si popola di piccole realtà leghiste/secessioniste/autonomiste,
un po’ come accaduto in settentrione a partire dal decennio
precedente sulla spinta pionieristica di Liga Veneta e Lega Lombarda.
Quest’ultima, nel contempo, dopo un’incubazione durata
un paio d’anni, si stacca dal bozzolo per diventare, rinnovato
nel nome e nei propri quadri, un partito di caratura nazionale. Ed
è proprio in questo passaggio cruciale per il futuro dell’Italia,
che si celebra l’alleanza tra i fondatori del vecchio movimento
spontaneista e uomini appartenenti ai poteri forti – le cosiddette
forze occulte. Un vincolo di sangue con il potere, grazie al quale
il Carroccio spicca il volo verso le poltrone di governo.
Secondo lo scrittore, osservare al microscopio questa
mutazione genetica, avvenuta in sincronia con la fioritura di partitini
leghisti al sud, equivale a cogliere la filigrana della verità;
equivale ad auscultare attraverso la superficie della versione ufficiale
dei fatti, consegnata alla popolazione ignara di quanto stia accadendo
dietro il fumo delle bombe, la sotterranea infiltrazione delle forze
massoniche, mafiose e neofasciste all’interno del sistema linfatico
della politica italiana. Forse proprio quel Sistema (il Potere, ovvero)
che sta emergendo nel 2010, a macchia di leopardo nel Paese, dalle
inchieste della magistratura.
È il leghista Mario Borghezio, ripreso a sua insaputa durante
l’incontro all’estero con alcuni neofascisti francesi,
a spiegare come funzioni l’inganno: «Bisogna rientrare
nelle amministrazioni di piccoli comuni » dice. «Dovete
insistere sull’aspetto regionalista del movimento. Ci sono delle
buone maniere per non essere etichettati come fascisti nostalgici,
ma come un movimento regionale, cattolico… ma sotto sotto rimanere
gli stessi» (1).
Lo scrittore, compie un salto temporale in avanti
(1994) e costruisce una scena ambientata a Roma per mostrare che,
sin da subito, la Lega Nord è pronta a sedersi al tavolo da
gioco del potere, pur continuando a mostrarsi al proprio elettorato
come alternativa alla partitocrazia romana. La scena è ambientata
proprio nel cuore della Roma ladrona.
Bossi e Maroni, seduti intorno a un tavolo, confabulano con il capo
della polizia Vincenzo Parisi, Enzo De Chiara e Gianmario Ferramonti.
L’incontro si svolge in prossimità della formazione del
primo governo Berlusconi. Si discute di poltrone. De Chiara e Parisi
chiedono al leader del Carroccio di rinunciare al ministero degli
Interni in cambio della Difesa. Spiegano al Senatur i consistenti
vantaggi che il suo partito potrebbe trarre dal cambio.
De Chiara, amico da lunga data di Parisi, è
un importante lobbista che si muove tra gli Stati Uniti e l’Italia.
Ha contatti tra i vertici della politica repubblicana più reazionaria,
è segnalato dalla magistratura come emissario della Cia, in
passato ha lavorato vicino a Sindona e a Licio Gelli, e riceve incarichi
di consulenza per grandi aziende quali la Stet, l’Efim e l’Aermacchi
di Varese. È interessato alla Lega sin dalla fine degli anni
Ottanta, proprio nel periodo in cui il ‘romanzo mai scritto’
prende piede.
È tuttavia il suo sodale, Gianmario Ferramonti, ad avvicinare
i capi leghisti e a guadagnare spazio all’interno del partito
sin dal 1991, fino a diventare l’amministratore della Pontidafin,
la società con la quale vengono gestite le attività
economiche della Lega. Dall’indagine della procura di Aosta
viene accertato che Ferramonti, oltre a essere un collaboratore di
Gianfranco Miglio, è anche al centro di una rete di relazioni
con esponenti di spicco della massoneria internazionale e con uomini
dei servizi segreti. Nello stesso periodo, Ferramonti entra a far
parte del neonato partito Forza Italia. A questo punto manca solo
una piccola tessera per completare il puzzle che mostra l’alleanza
vincitrice alle elezioni del ’94: Alleanza Nazionale.
Ci pensa Enzo De Chiara, diventando un riferimento importante per
Tatarella e Fiori. È sempre De Chiara l’uomo che organizza
l’avvicinamento di Fini alla comunità ebraica, a completare,
rendendola definitiva, la svolta democratica di Fiuggi.
In cambio del baratto Interni-Difesa, alla Lega vengono offerte le
commesse da parte della fabbrica di armi Oto Melara e dell’Aermacchi
(fatto, questo, contestato ai giudici da Ferramonti nel corso di un
interrogatorio). Una proposta che la Lega rifiuta, essendo determinata
a non rinunciare alla poltrona del Viminale.
Secondo un’informativa della Direzione investigativa
antimafia (Dia), i registi del progetto federalista/separatista/autonomista
da realizzarsi attraverso la nascita nel centro-sud di uno sciame
di formazioni leghiste, sono Licio Gelli e Stefano delle Chiaie, spalleggiati
dall’avvocato e socio di quest’ultimo, Stefano Menicacci.
Un sommovimento durato due anni, dal ’90 al ’92 che, nell’approfondito
quadro tracciato dalle indagini della Dia e dal pentito Leonardo Messina,
trova in Gianfranco Miglio il contraltare nordista, da lui definito
il vero artefice del passaggio della Lega Lombarda a Lega Nord. Il
giurista comasco, “dietro al quale,” secondo Messina,
“c’erano Gelli e Andreotti”, si assume l’incarico
di consegnare ai Lumbard un pensiero politico più
articolato che non il semplicistico Va’ a ca’, terun
e che consegni la Lega Nord a una dimensione nazionale. A ogni modo,
ciò che colpisce è il legame tra Miglio, che corre ad
agganciare la forza politica emergente per piegarla alle esigenze
del vecchio sistema, e la coppia di caronti, Andreotti-Gelli,
due scatole nere della prima Repubblica.
E, se anche è vero che di fronte alle parole
dei pentiti è doverosa la cautela, è altresì
vero che la concomitanza di alcuni fatti, e di molte testimonianze,
autorizza lo scrittore, attraverso l’uso della finzione narrativa,
a formulare congetture.
Durante la fase di documentazione lo scrittore trova due interviste
– una di Miglio e l’altra di Gelli – che, incrociate
tra loro, rafforzano la tesi proposta dal ‘romanzo mai scritto’.
Miglio (2): “Io sono per il mantenimento anche della mafia e
della ‘ndrangheta. Il sud deve darsi uno statuto poggiante sulla
personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere
personale spinto fino al delitto. […] Insomma, bisogna partire
dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del sud hanno bisogno
di essere costituzionalizzate”.
Gelli (3): “È da un pezzo che ci sarebbero tutte le condizioni
per un colpo di Stato onde eliminare la teppaglia che ci sta rapinando.
[…] In realtà, sa chi rappresenta l’unica speranza,
in questo Paese alla deriva? Bossi. Bossi che se davvero darà
il via allo sciopero fiscale… Eh, be’: sarò il
primo ad aggregarmi. D’altronde, perché dovrei pagare
le tasse?”
Il romanzo a questo punto amplia il respiro dando
vita a uno stuolo di personaggi.
Non è semplice rintracciare il momento aurorale di un’architettura
complessa che può essere considerata la nuova avventura politica
di Licio Gelli. Per questa ragione, lo scrittore decide in maniera
arbitraria di partire dalla nascita della Lega Meridionale.
È il 1989. Fondatori: l’avvocato Egidio Lanari, difensore
del boss mafioso Michele Greco, di cui propone la candidatura alle
successive elezioni politiche – insieme ai nomi di Vito Ciancimino
e Licio Gelli; e il Gran Maestro siciliano Giorgio Paternò,
che accoglie Licio Gelli “fraternamente e a braccia aperte nella
fratellanza universale, insieme a tutti i fratelli iscritti alla Venerabile
Loggia P2” e afferma la legittimità della P2, battezzando
i piduisti “massoni in eterno”. Semplice e conciso il
programma: abbasso la partitocrazia, dagli alla magistratura, abrogazione
della legge Rognoni-La Torre e amnistia per i reati politici.
Non mancano stretti contatti con uomini legati agli
ambienti eversivi della destra come Adriano Tilgher (Avanguardia nazionale),
Giuseppe Pisauro, avvocato di Stefano delle Chiaie, Tomaso Staiti
di Cuddia e i fratelli Stefano e Germano Andrini (movimento di estrema
destra Movimento Politico Occidentale), nonché appartenenti
agli skinhead romani come Mario Mambro, esponente anch’egli
del MPO.
Nel giro di un anno (maggio del 1990), a pochi giorni di distanza,
sorgono nell’ordine: la Lega Pugliese, la Lega Marchigiana,
la Lega Molisana, la Lega degli Italiani e la Lega Sarda. Buona parte
di questi neonati partiti politici ha sede presso lo studio dell’avvocato
Menicacci, già sede della Intercontinental Export Company I.E.C,
società di import-export di cui Menicacci è socio con
il suo ‘cliente’ Stefano Delle Chiaie. Sono loro, insieme
a un pregiudicato per reati comuni, Domenico Romeo, i fondatori di
questa particolarissima galassia politica. In stretta alleanza con
Licio Gelli.
Costruendo un dialogo tra i tre, lo scrittore ricorda che Stefano
Menicacci è “l’elemento di collegamento principale”
tra le iniziative leghiste centro-meridionali e la Liga Veneta (uno
dei partiti leghisti più coinvolti con gli ambienti di estrema
destra), per la quale è stato più volte candidato.
La caratterizzazione del personaggio Delle Chiaie
merita un po’ di spazio perché è attraverso di
lui che vengono rivelati i legami storici, tutt’oggi molto vivi,
tra terrorismo, politica, massoneria e servizi segreti. Una biografia
che certo non si può rilegare in una nota a fondo pagina.
Fondatore dei movimenti di estrema destra Ordine nuovo e, in seguito,
di Avanguardia nazionale, il suo nome è stato spesso inserito
tra quelli dei protagonisti della stagione stragista italiana all’inizio
degli anni Settanta. Nello stesso periodo raccoglieva lodi e applausi
in Sudamerica tra figure di rilievo (uno era Pinochet) appartenenti
a sanguinarie giunte militari e fasciste, che lo consideravano un
genio del terrorismo. I nomi a cui si accompagna la sua carriera sono
di tutto rispetto. Implicato nel fallito Golpe Borghese (1970) e riparato
nella Spagna di Franco, lavora spalla a spalla con El Brujo (lo Stregone),
un criminale riconosciuto come il Rudolph Hess argentino, al secolo
José Lopez Rega, un rosacroce, peronista, consulente mistico
di Isabelita Peron, nonché fondatore degli squadroni della
morte AAA e iscritto alla P2. Lopez Rega è amico di Gelli.
Un altro ‘amico’ di Delle Chiaie è Klaus Barbie,
meglio noto come il Macellaio di Lione (4).
Licio Gelli, dal canto suo, non rimane con le mani
in mano e vive una seconda giovinezza politica.
Nel 1991 fonda la Lega Italiana in compagnia dell’ex piduista
Bruno Rozzera, prefetto in pensione, Domenico Pittella, condannato
a sette anni e tre mesi per partecipazione a banda armata, Alfredo
Esposito, vicino agli ambienti missini, e il pubblicista, funzionario
della regione Lazio, Enrico Viciconte. Gli stessi Pittella e Viciconte
(1992) fondano la Lega Italiana-Lega delle Leghe, in stretta alleanza
con altri esponenti del Msi, con rappresentanti del Movimento Lucano,
della Lega Nazional Popolare, formazione riconducibile a Delle Chiaie
e Adriano Tilgher, e della Lega Sud di Calabria. Un progetto che prevede
la costituzione di un cartello elettorale dal nome Lega delle Leghe,
a cui avrebbero dovuto partecipare il Partito di Dio Partito del Dovere,
il Movimento Lombardo e Popolare di Milano e Busto Arsizio, la Lega
Toscana e la Lega Laziale.
Dalle indagini della Dia emerge la sincronia con cui, nello stesso
tempo, in alcune regioni meridionali e del centro, sorgono movimenti
collegati alla Lega Nord, fondati per la maggior parte da Cesare Crosta,
proveniente dagli ambienti monarchici, in seguito fusi con quelli
creati da Menicacci.
Lo scrittore, in un breve capitolo, mostra una tournée in meridione
di Umberto Bossi per presenziare e battezzare a modo suo la nascita
dei partitini leghisti del sud, partecipando ad alcune manifestazioni
organizzate dall’infaticabile Menicacci. È proprio durante
uno di questi incontri che un giovane Alemanno gli dà senza
mezzi termini del razzista.
L’intero progetto, per quanto ragionato e messo
in moto in maniera capillare, si arena nelle secche di un sonoro insuccesso
alle elezioni del 1992. Restano tuttavia gli effetti delle infiltrazioni
e il trionfo nazionale della Lega Nord. Le ragioni del tonfo sono
molteplici. Sicuramente la fretta non aiuta. La mafia siciliana, schiacciata
sotto il tallone dello Stato, ha bisogno di soluzioni rapide per non
morire, e un progetto federalista non è cosa che si possa realizzare
con uno schiocco di dita. È comunque possibile, per lo scrittore,
formulare alcune considerazioni che devono trovare spazio nel romanzo.
Frasi rubate ai pentiti, collegamenti temporali. Alcuni collaboratori
di giustizia parlano apertamente di tradimenti.
Durante un interrogatorio, Massimo Pizza rivela
di avere appreso da Carmine Cortese (massone piduista e uomo di vertice
della ‘ndrangheta) che la Lega Meridionale era la longa
manus della mafia siciliana. Il progetto politico, mostrato al
Pizza dall’avvocato Lanari, prevedeva la fondazione delle leghe,
un patto con la Lega Nord tramite Gianmario Ferramonti (l’uomo
seduto al tavolo con Bossi, Maroni, Parisi e De Chiara). E afferma
che il fallimento del progetto è dovuto al tradimento di Gelli
e Andreotti. Questa frase, inserita nell’ultima parte del romanzo,
permette allo scrittore di portare all’incasso due ‘anticipazioni’
apparse all’inizio. Il lettore di buona memoria le ricorda di
sicuro.
La prima: l’omicidio Lima, mirato a fare cadere la candidatura
di Andreotti alla presidenza della Repubblica, potrebbe nascondere
nelle ragioni anche una sanzione punitiva per il nuovo tradimento
– considerando il primo, il voltafaccia che sarebbe alla base
delle condanne definitive comminate dal maxi processo (5).
La seconda: il messaggio annotato da Elio Ciolini e consegnato al
giudice di Bologna prima dell’inizio della stagione stragista:
“Si giustifica Lima, per pressione a Andreotti” (6).
È un altro pentito, Tullio Cannella, a suggerire
agli inquirenti i risvolti che rendono molto prossimo, questo passato,
al quadro politico siciliano delineatosi all’inizio dell’ottobre
2010, che vede due partiti autonomisti/ federalisti impegnati a preparare
le prossime elezioni, su un tavolo più ampio dei confini imposti
dal mare.
Le parole di Cannella rivelano ai magistrati che, nel 1994, i rappresentanti
di un altro movimento leghista, Sicilia Libera, incontrano uomini
della mafia ed esponenti di altri movimenti leghisti per capire il
da farsi in vista delle elezioni politiche di marzo. La decisione
passa per i voleri dei boss Bagarella, dei fratelli Graviano e di
Giovanni Brusca: accantonare momentaneamente il progetto e convogliare
il voto sul neonato partito di Silvio Berlusconi. È questa,
a loro avviso, la soluzione più rapida ai problemi, malgrado
non vedano di buon occhio i tanti imbarcati appartenenti alla vecchia
nomenclatura socialista e democristiana.
Il romanzo sembra così costituirsi di tutti
i fatti e lo scrittore può sedersi di fronte al computer per
iniziare la prima stesura.
I tre momenti dialettici potrebbero essere raccontati in un’unica
stesura fiume, secondo un complicato modello di romanzo americano
(qualcosa di simile a un Underworld stile Don DeLillo) o
trovare una divisione logica all’interno di un trittico. Eh
sì, perché lo scrittore ritiene che la componente avventurosa
(ovvero la fase centrale) meriti comunque, pur con tutte le lacune
dovute a un vuoto di notizie, di essere raccontata. In quest’ultimo
caso sarebbe opportuno disseminare fatti di violenza, bombe, omicidi
misteriosi, tenendoli sullo sfondo del primo e del terzo libro; il
che gli consentirebbe di mostrare la politica italiana come una malata
cronica, patologicamente affetta dalla necessità di perpetuare
nella propria Storia, senza soluzione di continuità, la strategia
della tensione. Violenza che invece diviene il focus del romanzo centrale,
incentrato sulla componente criminale dell’intero progetto eversivo.
Già immagina una scena iniziale, cruenta e concitata. Il giorno
4 gennaio 1991, nel momento in cui comincia a nascere il piano federalista
al centro-sud – mentre le indagini sui fondi neri del Sisde
scoperchiano tombini e pozzi neri, nel bel mezzo dello scandalo Gladio
e del suo conseguente ‘scioglimento’ tra mezze rivelazioni
e tentativi di depistaggio – e un anno e mezzo prima dell’omicidio
Lima, i poliziotti della Uno Bianca uccidono tre carabinieri con mitra
in dotazione alle forze speciali di pronto intervento. L’attentato
viene rivendicano con la sigla Falange armata.
Una forzatura? No, una congettura, semmai, che potrebbe
trovare un parallelismo nell’ultima pagina del romanzo. Con
due date che ne suggellano la fine.
Schio, 24 marzo 2003: un ordigno esplode nel Palazzo di giustizia,
nel bagno posto accanto all’aula Falcone e Borsellino.
Schio, 15 gennaio 2009: un altro ordigno esplode in un parcheggio
sotterraneo, proprio sotto piazza Falcone e Borsellino. Lo scoppio
avviene in singolare coincidenza con momenti culminanti delle indagini
su Unabomber, dalle quali comincia a emergere il dubbio che gli attentati
del famigerato bombarolo non siano opera di un uomo solo.
Un’altra forzatura? Di fronte a quest’ultima domanda,
lo scrittore non può che allargare le braccia e limitarsi a
una flemmatica risposta: può darsi.
Walter G. Pozzi
*
questo articolo trae spunto dalla Richiesta di archiviazione del Procedimento
penale n. 2566/98 denominato ‘Sistemi criminali’, tribunale
di Palermo; il virgolettato contenuto nel testo – salvo diversa
indicazione nelle note a margine – è tratto dal suddetto
decreto di archiviazione
(1) videoinchiesta di Canal+ dal titolo
Europe:
ascenseur pour les fachos
(Europa: ascensore per i fascisti), 2009
(2) Il Giornale, 20 marzo 1999
(3) L’Europeo, 10 settembre 1992
(4) Satana e la svastica, Peter Levenda, Mondadori
(5) Il romanzo
mai scritto sugli anni Novanta (parte 1/5), Walter G. Pozzi,
Paginauno n. 16/2010
(6) Il romanzo
mai scritto sugli anni Novanta (parte 3/5), Walter G. Pozzi,
Paginauno n. 18/2010
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Il
romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte
1/5), Walter G. Pozzi
Il federalismo, un'idea nata dall'incontro d'interessi tra mafia,
massoneria coperta, industria e politica, in concomitanza con le stragi
del ’92 e ’93
Il
romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte
2/5), Walter G. Pozzi
La rinascita dell'eversione nera
All’origine della seconda Repubblica, l’alleanza tra
neofascismo, ‘ndrangheta, massoneria e politica
Il
romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte
3/5), Walter G. Pozzi
Un nuovo Ordine criminale
Le stragi del ’92/93 nei messaggi di Elio Ciolini: Cosa
nostra, P2, servizi segreti e neofascisti uniti nell’obiettivo
comune di un nuovo Ordine economico e politico
Il
romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte
4/5), Walter G. Pozzi
Strategia della tensione e origini della Lega Nord
All’inizio degli anni Novanta, la Lega Lombarda diventa
Lega Nord e si afferma come nuova forza politica. Tra stragi, Tangentopoli
e guerra dei Balcani, nasce anche un nuovo potere, di cui la Lega
diventa riferimento ideologico
Il
romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte
5/5), Walter G. Pozzi
Fallimento delle Leghe del sud e appoggio a Forza Italia
Nel 1990 il centro-sud assiste al diffondersi di movimenti leghisti.
Pochi mesi dopo, i partitini federalisti del nord confluiscono nella
Lega Nord di Bossi e Miglio. E mentre prende vita il progetto federalista,
tornano alla ribalta due vecchie conoscenze: Licio Gelli e Stefano
Delle Chiaie
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affari: il federalismo all'italiana di Giovanna Baer
Voluto e progettato al sorgere della seconda Repubblica, lungi
dal fare risparmiare soldi ai contribuenti italiani il federalismo
appare sempre più la formula idonea a preservare la commistione
maleodorante fra affari e politica e gli interessi del capitalismo
feudale delle élite economiche
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