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Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte 5/5)*
Fallimento delle Leghe del sud e appoggio a Forza Italia
di Walter G. Pozzi
Nel 1990 il centro-sud assiste al diffondersi di movimenti leghisti. Pochi mesi dopo, i partitini federalisti del nord confluiscono nella Lega Nord di Bossi e Miglio. E mentre prende vita il progetto federalista, tornano alla ribalta due vecchie conoscenze: Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie

Quanto accaduto in Italia nella prima metà degli anni Novanta denota un’inquietante sovrapposizione di fatti:
1) nascita di partitini federalisti al centrosud e nascita della Lega Nord;
2) inizio di una nuova strategia della tensione perpetua che dalla fine di Gladio, passa per la conseguente nascita della Falange Armata fino alla rivendicazione della strage di via dei Georgofili del 1993. Terminano qui le telefonate dei ‘falangisti’. Dopodiché, entra in gioco il misterioso Unabomber nei territori del nord-est. Le stragi hanno risalito l’Italia, dalle eclatanti esplosioni siciliane, a quelle continentali, fino ad approdare al terrorismo a bassa intensità dell’inafferrabile e abilissimo bombarolo ‘solitario’ nel profondo nord. Elemento di unione dello spostamento spazio temporale, un personaggio indagato nell’inchiesta su Unabomber che, grazie a una perizia fonica, viene individuato come uno dei telefonisti che hanno rivendicato gli attentati a nome della Falange Armata. Questo, mentre l’inchiesta Mani Pulite colpisce i vertici della politica e del sistema economico;
3) elezioni del 1994 che celebrano la vittoria dell’alleanza di centro-destra capeggiata da una nuova figura politica: l’uomo d’affari Silvio Berlusconi.

Nella sostanza, quanto avvenuto – se accettato anche come consequenziale – si palesa come un processo dialettico in cui un vecchio equilibrio viene alterato per dar vita a un nuovo ordine. Una forzatura? No, risponde lo scrittore: solo una semplice scansione cronologica, funzionale alla vicenda narrata.
La posta in palio di questa nuova partita a Risiko, giocata sullo sfondo del ‘dopo muro’, è il federalismo – ovvero, il decentramento e la delocalizzazione dei poteri.
Come per incanto, la parolina comincia a saettare su giornali e televisioni a uso e consumo dell’onnivora opinione pubblica, che si ritrova all’improvviso, dopo decenni di indottrinamento scolastico all’insegna dei valori unitari e di retorica patriottarda, a dover ingoiare come buona la nuova panacea. Ma se è vero che l’impostazione propagandistica che cala dai partiti e dai media è politica, criminale è la spinta che erompe dal cuore di tenebra di un potere in difficoltà.

Dal 1990 al 1992, la mappa politica del centro-sud si popola di piccole realtà leghiste/secessioniste/autonomiste, un po’ come accaduto in settentrione a partire dal decennio precedente sulla spinta pionieristica di Liga Veneta e Lega Lombarda.
Quest’ultima, nel contempo, dopo un’incubazione durata un paio d’anni, si stacca dal bozzolo per diventare, rinnovato nel nome e nei propri quadri, un partito di caratura nazionale. Ed è proprio in questo passaggio cruciale per il futuro dell’Italia, che si celebra l’alleanza tra i fondatori del vecchio movimento spontaneista e uomini appartenenti ai poteri forti – le cosiddette forze occulte. Un vincolo di sangue con il potere, grazie al quale il Carroccio spicca il volo verso le poltrone di governo.

Secondo lo scrittore, osservare al microscopio questa mutazione genetica, avvenuta in sincronia con la fioritura di partitini leghisti al sud, equivale a cogliere la filigrana della verità; equivale ad auscultare attraverso la superficie della versione ufficiale dei fatti, consegnata alla popolazione ignara di quanto stia accadendo dietro il fumo delle bombe, la sotterranea infiltrazione delle forze massoniche, mafiose e neofasciste all’interno del sistema linfatico della politica italiana. Forse proprio quel Sistema (il Potere, ovvero) che sta emergendo nel 2010, a macchia di leopardo nel Paese, dalle inchieste della magistratura.
È il leghista Mario Borghezio, ripreso a sua insaputa durante l’incontro all’estero con alcuni neofascisti francesi, a spiegare come funzioni l’inganno: «Bisogna rientrare nelle amministrazioni di piccoli comuni » dice. «Dovete insistere sull’aspetto regionalista del movimento. Ci sono delle buone maniere per non essere etichettati come fascisti nostalgici, ma come un movimento regionale, cattolico… ma sotto sotto rimanere gli stessi» (1).

Lo scrittore, compie un salto temporale in avanti (1994) e costruisce una scena ambientata a Roma per mostrare che, sin da subito, la Lega Nord è pronta a sedersi al tavolo da gioco del potere, pur continuando a mostrarsi al proprio elettorato come alternativa alla partitocrazia romana. La scena è ambientata proprio nel cuore della Roma ladrona.
Bossi e Maroni, seduti intorno a un tavolo, confabulano con il capo della polizia Vincenzo Parisi, Enzo De Chiara e Gianmario Ferramonti. L’incontro si svolge in prossimità della formazione del primo governo Berlusconi. Si discute di poltrone. De Chiara e Parisi chiedono al leader del Carroccio di rinunciare al ministero degli Interni in cambio della Difesa. Spiegano al Senatur i consistenti vantaggi che il suo partito potrebbe trarre dal cambio.

De Chiara, amico da lunga data di Parisi, è un importante lobbista che si muove tra gli Stati Uniti e l’Italia. Ha contatti tra i vertici della politica repubblicana più reazionaria, è segnalato dalla magistratura come emissario della Cia, in passato ha lavorato vicino a Sindona e a Licio Gelli, e riceve incarichi di consulenza per grandi aziende quali la Stet, l’Efim e l’Aermacchi di Varese. È interessato alla Lega sin dalla fine degli anni Ottanta, proprio nel periodo in cui il ‘romanzo mai scritto’ prende piede.
È tuttavia il suo sodale, Gianmario Ferramonti, ad avvicinare i capi leghisti e a guadagnare spazio all’interno del partito sin dal 1991, fino a diventare l’amministratore della Pontidafin, la società con la quale vengono gestite le attività economiche della Lega. Dall’indagine della procura di Aosta viene accertato che Ferramonti, oltre a essere un collaboratore di Gianfranco Miglio, è anche al centro di una rete di relazioni con esponenti di spicco della massoneria internazionale e con uomini dei servizi segreti. Nello stesso periodo, Ferramonti entra a far parte del neonato partito Forza Italia. A questo punto manca solo una piccola tessera per completare il puzzle che mostra l’alleanza vincitrice alle elezioni del ’94: Alleanza Nazionale.
Ci pensa Enzo De Chiara, diventando un riferimento importante per Tatarella e Fiori. È sempre De Chiara l’uomo che organizza l’avvicinamento di Fini alla comunità ebraica, a completare, rendendola definitiva, la svolta democratica di Fiuggi.
In cambio del baratto Interni-Difesa, alla Lega vengono offerte le commesse da parte della fabbrica di armi Oto Melara e dell’Aermacchi (fatto, questo, contestato ai giudici da Ferramonti nel corso di un interrogatorio). Una proposta che la Lega rifiuta, essendo determinata a non rinunciare alla poltrona del Viminale.

Secondo un’informativa della Direzione investigativa antimafia (Dia), i registi del progetto federalista/separatista/autonomista da realizzarsi attraverso la nascita nel centro-sud di uno sciame di formazioni leghiste, sono Licio Gelli e Stefano delle Chiaie, spalleggiati dall’avvocato e socio di quest’ultimo, Stefano Menicacci.
Un sommovimento durato due anni, dal ’90 al ’92 che, nell’approfondito quadro tracciato dalle indagini della Dia e dal pentito Leonardo Messina, trova in Gianfranco Miglio il contraltare nordista, da lui definito il vero artefice del passaggio della Lega Lombarda a Lega Nord. Il giurista comasco, “dietro al quale,” secondo Messina, “c’erano Gelli e Andreotti”, si assume l’incarico di consegnare ai Lumbard un pensiero politico più articolato che non il semplicistico Va’ a ca’, terun e che consegni la Lega Nord a una dimensione nazionale. A ogni modo, ciò che colpisce è il legame tra Miglio, che corre ad agganciare la forza politica emergente per piegarla alle esigenze del vecchio sistema, e la coppia di caronti, Andreotti-Gelli, due scatole nere della prima Repubblica.

E, se anche è vero che di fronte alle parole dei pentiti è doverosa la cautela, è altresì vero che la concomitanza di alcuni fatti, e di molte testimonianze, autorizza lo scrittore, attraverso l’uso della finzione narrativa, a formulare congetture.
Durante la fase di documentazione lo scrittore trova due interviste – una di Miglio e l’altra di Gelli – che, incrociate tra loro, rafforzano la tesi proposta dal ‘romanzo mai scritto’.
Miglio (2): “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale spinto fino al delitto. […] Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”.
Gelli (3): “È da un pezzo che ci sarebbero tutte le condizioni per un colpo di Stato onde eliminare la teppaglia che ci sta rapinando. […] In realtà, sa chi rappresenta l’unica speranza, in questo Paese alla deriva? Bossi. Bossi che se davvero darà il via allo sciopero fiscale… Eh, be’: sarò il primo ad aggregarmi. D’altronde, perché dovrei pagare le tasse?”

Il romanzo a questo punto amplia il respiro dando vita a uno stuolo di personaggi.
Non è semplice rintracciare il momento aurorale di un’architettura complessa che può essere considerata la nuova avventura politica di Licio Gelli. Per questa ragione, lo scrittore decide in maniera arbitraria di partire dalla nascita della Lega Meridionale.
È il 1989. Fondatori: l’avvocato Egidio Lanari, difensore del boss mafioso Michele Greco, di cui propone la candidatura alle successive elezioni politiche – insieme ai nomi di Vito Ciancimino e Licio Gelli; e il Gran Maestro siciliano Giorgio Paternò, che accoglie Licio Gelli “fraternamente e a braccia aperte nella fratellanza universale, insieme a tutti i fratelli iscritti alla Venerabile Loggia P2” e afferma la legittimità della P2, battezzando i piduisti “massoni in eterno”. Semplice e conciso il programma: abbasso la partitocrazia, dagli alla magistratura, abrogazione della legge Rognoni-La Torre e amnistia per i reati politici.

Non mancano stretti contatti con uomini legati agli ambienti eversivi della destra come Adriano Tilgher (Avanguardia nazionale), Giuseppe Pisauro, avvocato di Stefano delle Chiaie, Tomaso Staiti di Cuddia e i fratelli Stefano e Germano Andrini (movimento di estrema destra Movimento Politico Occidentale), nonché appartenenti agli skinhead romani come Mario Mambro, esponente anch’egli del MPO.
Nel giro di un anno (maggio del 1990), a pochi giorni di distanza, sorgono nell’ordine: la Lega Pugliese, la Lega Marchigiana, la Lega Molisana, la Lega degli Italiani e la Lega Sarda. Buona parte di questi neonati partiti politici ha sede presso lo studio dell’avvocato Menicacci, già sede della Intercontinental Export Company I.E.C, società di import-export di cui Menicacci è socio con il suo ‘cliente’ Stefano Delle Chiaie. Sono loro, insieme a un pregiudicato per reati comuni, Domenico Romeo, i fondatori di questa particolarissima galassia politica. In stretta alleanza con Licio Gelli.
Costruendo un dialogo tra i tre, lo scrittore ricorda che Stefano Menicacci è “l’elemento di collegamento principale” tra le iniziative leghiste centro-meridionali e la Liga Veneta (uno dei partiti leghisti più coinvolti con gli ambienti di estrema destra), per la quale è stato più volte candidato.

La caratterizzazione del personaggio Delle Chiaie merita un po’ di spazio perché è attraverso di lui che vengono rivelati i legami storici, tutt’oggi molto vivi, tra terrorismo, politica, massoneria e servizi segreti. Una biografia che certo non si può rilegare in una nota a fondo pagina.
Fondatore dei movimenti di estrema destra Ordine nuovo e, in seguito, di Avanguardia nazionale, il suo nome è stato spesso inserito tra quelli dei protagonisti della stagione stragista italiana all’inizio degli anni Settanta. Nello stesso periodo raccoglieva lodi e applausi in Sudamerica tra figure di rilievo (uno era Pinochet) appartenenti a sanguinarie giunte militari e fasciste, che lo consideravano un genio del terrorismo. I nomi a cui si accompagna la sua carriera sono di tutto rispetto. Implicato nel fallito Golpe Borghese (1970) e riparato nella Spagna di Franco, lavora spalla a spalla con El Brujo (lo Stregone), un criminale riconosciuto come il Rudolph Hess argentino, al secolo José Lopez Rega, un rosacroce, peronista, consulente mistico di Isabelita Peron, nonché fondatore degli squadroni della morte AAA e iscritto alla P2. Lopez Rega è amico di Gelli. Un altro ‘amico’ di Delle Chiaie è Klaus Barbie, meglio noto come il Macellaio di Lione (4).

Licio Gelli, dal canto suo, non rimane con le mani in mano e vive una seconda giovinezza politica.
Nel 1991 fonda la Lega Italiana in compagnia dell’ex piduista Bruno Rozzera, prefetto in pensione, Domenico Pittella, condannato a sette anni e tre mesi per partecipazione a banda armata, Alfredo Esposito, vicino agli ambienti missini, e il pubblicista, funzionario della regione Lazio, Enrico Viciconte. Gli stessi Pittella e Viciconte (1992) fondano la Lega Italiana-Lega delle Leghe, in stretta alleanza con altri esponenti del Msi, con rappresentanti del Movimento Lucano, della Lega Nazional Popolare, formazione riconducibile a Delle Chiaie e Adriano Tilgher, e della Lega Sud di Calabria. Un progetto che prevede la costituzione di un cartello elettorale dal nome Lega delle Leghe, a cui avrebbero dovuto partecipare il Partito di Dio Partito del Dovere, il Movimento Lombardo e Popolare di Milano e Busto Arsizio, la Lega Toscana e la Lega Laziale.
Dalle indagini della Dia emerge la sincronia con cui, nello stesso tempo, in alcune regioni meridionali e del centro, sorgono movimenti collegati alla Lega Nord, fondati per la maggior parte da Cesare Crosta, proveniente dagli ambienti monarchici, in seguito fusi con quelli creati da Menicacci.
Lo scrittore, in un breve capitolo, mostra una tournée in meridione di Umberto Bossi per presenziare e battezzare a modo suo la nascita dei partitini leghisti del sud, partecipando ad alcune manifestazioni organizzate dall’infaticabile Menicacci. È proprio durante uno di questi incontri che un giovane Alemanno gli dà senza mezzi termini del razzista.

L’intero progetto, per quanto ragionato e messo in moto in maniera capillare, si arena nelle secche di un sonoro insuccesso alle elezioni del 1992. Restano tuttavia gli effetti delle infiltrazioni e il trionfo nazionale della Lega Nord. Le ragioni del tonfo sono molteplici. Sicuramente la fretta non aiuta. La mafia siciliana, schiacciata sotto il tallone dello Stato, ha bisogno di soluzioni rapide per non morire, e un progetto federalista non è cosa che si possa realizzare con uno schiocco di dita. È comunque possibile, per lo scrittore, formulare alcune considerazioni che devono trovare spazio nel romanzo. Frasi rubate ai pentiti, collegamenti temporali. Alcuni collaboratori di giustizia parlano apertamente di tradimenti.

Durante un interrogatorio, Massimo Pizza rivela di avere appreso da Carmine Cortese (massone piduista e uomo di vertice della ‘ndrangheta) che la Lega Meridionale era la longa manus della mafia siciliana. Il progetto politico, mostrato al Pizza dall’avvocato Lanari, prevedeva la fondazione delle leghe, un patto con la Lega Nord tramite Gianmario Ferramonti (l’uomo seduto al tavolo con Bossi, Maroni, Parisi e De Chiara). E afferma che il fallimento del progetto è dovuto al tradimento di Gelli e Andreotti. Questa frase, inserita nell’ultima parte del romanzo, permette allo scrittore di portare all’incasso due ‘anticipazioni’ apparse all’inizio. Il lettore di buona memoria le ricorda di sicuro.
La prima: l’omicidio Lima, mirato a fare cadere la candidatura di Andreotti alla presidenza della Repubblica, potrebbe nascondere nelle ragioni anche una sanzione punitiva per il nuovo tradimento – considerando il primo, il voltafaccia che sarebbe alla base delle condanne definitive comminate dal maxi processo (5).
La seconda: il messaggio annotato da Elio Ciolini e consegnato al giudice di Bologna prima dell’inizio della stagione stragista: “Si giustifica Lima, per pressione a Andreotti” (6).

È un altro pentito, Tullio Cannella, a suggerire agli inquirenti i risvolti che rendono molto prossimo, questo passato, al quadro politico siciliano delineatosi all’inizio dell’ottobre 2010, che vede due partiti autonomisti/ federalisti impegnati a preparare le prossime elezioni, su un tavolo più ampio dei confini imposti dal mare.
Le parole di Cannella rivelano ai magistrati che, nel 1994, i rappresentanti di un altro movimento leghista, Sicilia Libera, incontrano uomini della mafia ed esponenti di altri movimenti leghisti per capire il da farsi in vista delle elezioni politiche di marzo. La decisione passa per i voleri dei boss Bagarella, dei fratelli Graviano e di Giovanni Brusca: accantonare momentaneamente il progetto e convogliare il voto sul neonato partito di Silvio Berlusconi. È questa, a loro avviso, la soluzione più rapida ai problemi, malgrado non vedano di buon occhio i tanti imbarcati appartenenti alla vecchia nomenclatura socialista e democristiana.

Il romanzo sembra così costituirsi di tutti i fatti e lo scrittore può sedersi di fronte al computer per iniziare la prima stesura.
I tre momenti dialettici potrebbero essere raccontati in un’unica stesura fiume, secondo un complicato modello di romanzo americano (qualcosa di simile a un Underworld stile Don DeLillo) o trovare una divisione logica all’interno di un trittico. Eh sì, perché lo scrittore ritiene che la componente avventurosa (ovvero la fase centrale) meriti comunque, pur con tutte le lacune dovute a un vuoto di notizie, di essere raccontata. In quest’ultimo caso sarebbe opportuno disseminare fatti di violenza, bombe, omicidi misteriosi, tenendoli sullo sfondo del primo e del terzo libro; il che gli consentirebbe di mostrare la politica italiana come una malata cronica, patologicamente affetta dalla necessità di perpetuare nella propria Storia, senza soluzione di continuità, la strategia della tensione. Violenza che invece diviene il focus del romanzo centrale, incentrato sulla componente criminale dell’intero progetto eversivo.
Già immagina una scena iniziale, cruenta e concitata. Il giorno 4 gennaio 1991, nel momento in cui comincia a nascere il piano federalista al centro-sud – mentre le indagini sui fondi neri del Sisde scoperchiano tombini e pozzi neri, nel bel mezzo dello scandalo Gladio e del suo conseguente ‘scioglimento’ tra mezze rivelazioni e tentativi di depistaggio – e un anno e mezzo prima dell’omicidio Lima, i poliziotti della Uno Bianca uccidono tre carabinieri con mitra in dotazione alle forze speciali di pronto intervento. L’attentato viene rivendicano con la sigla Falange armata.

Una forzatura? No, una congettura, semmai, che potrebbe trovare un parallelismo nell’ultima pagina del romanzo. Con due date che ne suggellano la fine.
Schio, 24 marzo 2003: un ordigno esplode nel Palazzo di giustizia, nel bagno posto accanto all’aula Falcone e Borsellino.
Schio, 15 gennaio 2009: un altro ordigno esplode in un parcheggio sotterraneo, proprio sotto piazza Falcone e Borsellino. Lo scoppio avviene in singolare coincidenza con momenti culminanti delle indagini su Unabomber, dalle quali comincia a emergere il dubbio che gli attentati del famigerato bombarolo non siano opera di un uomo solo.
Un’altra forzatura? Di fronte a quest’ultima domanda, lo scrittore non può che allargare le braccia e limitarsi a una flemmatica risposta: può darsi.

 

Walter G. Pozzi

 

* questo articolo trae spunto dalla Richiesta di archiviazione del Procedimento penale n. 2566/98 denominato ‘Sistemi criminali’, tribunale di Palermo; il virgolettato contenuto nel testo – salvo diversa indicazione nelle note a margine – è tratto dal suddetto decreto di archiviazione

(1) videoinchiesta di Canal+ dal titolo Europe: ascenseur pour les fachos (Europa: ascensore per i fascisti), 2009
(2) Il Giornale, 20 marzo 1999
(3) L’Europeo, 10 settembre 1992
(4) Satana e la svastica, Peter Levenda, Mondadori
(5) Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte 1/5), Walter G. Pozzi, Paginauno n. 16/2010
(6) Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte 3/5), Walter G. Pozzi, Paginauno n. 18/2010

 

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Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte 1/5), Walter G. Pozzi
Il federalismo, un'idea nata dall'incontro d'interessi tra mafia, massoneria coperta, industria e politica, in concomitanza con le stragi del ’92 e ’93

Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte 2/5), Walter G. Pozzi
La rinascita dell'eversione nera
All’origine della seconda Repubblica, l’alleanza tra neofascismo, ‘ndrangheta, massoneria e politica

Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte 3/5), Walter G. Pozzi
Un nuovo Ordine criminale
Le stragi del ’92/93 nei messaggi di Elio Ciolini: Cosa nostra, P2, servizi segreti e neofascisti uniti nell’obiettivo comune di un nuovo Ordine economico e politico

Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte 4/5), Walter G. Pozzi
Strategia della tensione e origini della Lega Nord
All’inizio degli anni Novanta, la Lega Lombarda diventa Lega Nord e si afferma come nuova forza politica. Tra stragi, Tangentopoli e guerra dei Balcani, nasce anche un nuovo potere, di cui la Lega diventa riferimento ideologico

Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte 5/5), Walter G. Pozzi
Fallimento delle Leghe del sud e appoggio a Forza Italia
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