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Le insolite note |
| Rogue's Gallery: pirate
ballads, sea songs and chanteys di Augusto Q. Bruni |
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Andiamo per ordine: alcuni anni fa (1985) furono i Pogues di Shane McGowan a ritirare fuori la gioiosa fratellanza degli scorridori del mare con l’album Rum, Sodomy and the Lash, già nel titolo un compendio della vera vita di mare: beveraggi per la solitudine, sodomia per varie pulsioni e la frusta per tenere a bada il tutto, vera regola e paradigma dell’obbedienza e conseguente onnipotenza del capitano, il “secondo dopo Dio”. Ma allora i pirati non erano ancora tornati di moda e anche un mal riuscito film di Polanski, così come il successivo Hook di Spielberg, non riuscirono a resuscitare il genere. Stavolta la collaborazione tra regista e attore (Gore Verbinski e Johnny Depp) più un produttore-musicista accorto e fine nella scienza dell’omaggio (Hal Willner) ha invece fatto centro. Merito sicuramente dell’effettotraino della saga filmica, ma anche della bravura del cast stellare reclutato per questo Rogue’s Gallery: pirate ballads, sea songs and chanteys, doppio cd di fine 2006, composto in parte da rockettari stagionati in parte da vecchie e nuove glorie del folklore irlandese e britannico e statunitense. Impossibile resistere al fascino delle 43 ballate, canzoni marinare e chanteys impregnate di umori malsani di bettole e di stive, salsedine, alcool a fiumi, nostalgie a barili ma anche di atmosfere sgangherate, straniate e algide, come nel caso di Fire down below (Nick Cave) e Leave her, Johnny (Lou Reed), come a dire che il distacco emozionale non sempre produce risultati ‘freddi’. Più facile, non a caso, disimpegnare il compito rifacendosi a (propri) modelli stratificati dal tempo e dall’abitudine pop dove non c’è nulla da inventare, così come per Dying sailor to his shipmates a opera di Bono (un’occasione persa, insomma). Sarebbe un discorso lungo quello che verte sul modo
di eseguire e interpretare oggi musica scritta secoli fa. La polemica
sul filologismo, come quella su tutti gli -ismi, è
lungi dall’esaurirsi. Tanto di cappello allora a chi ha l’idea
straniante – come gli autori citati sopra (a cui aggiungeremo
una citazione a elogio di Gavin Friday) – una robusta dose di
autoironia oppure un’autentica voce folk come avviene
rispettivamente per uno Sting brillante nell’assolvere il suo
compito con una voce sorprendentemente bassa, e per il sempreverde
Martin Carthy. Cominciamo col dire che i pirati che conosciamo,
quelli letterari da Stevenson (L’isola del tesoro)
a Salgari (Sandokan, pirati della Malesia e dintorni)
occupano il periodo storico che va dal sedicesimo al diciottesimo
secolo. Nella storia, la pirateria era una realtà già
presente in epoche più antiche, anche se con caratteristiche
leggermente diverse da quelle che siamo soliti immaginare, basti pensare
ai romani, ai greci e più tardi ai cornuti vichinghi e ai feroci
saraceni, che scorrazzavano nell’Adriatico fino a metà
Ottocento: le valli del Po ancora oggi ricordano la cacciata dei Saraceni,
Goro alla foce era un loro rifugio e pare che un drappello si fosse
spinto sino a controllare per un periodo il Brennero. Fatto sta che
bisognerebbe distinguere doverosamente tra: Ma da sempre le canzoni degli scorridori del mare, indipendentemente dal loro status, fanno riferimento ad alcuni temi che ci parlano ancora, attraverso i secoli, non tanto della ribalderia e degli assalti, quanto piuttosto della ben più umana durezza della disciplina di bordo (rum, sodomia e frusta, per tornare all’inizio) con titoli celebri come The cruel ship’s captain o anche A drop of Nelson’s blood, l’oblio con bevute colossali e il dispendio delle paghe o dei bottini in un’unica notte (The drunken sailor) e poi la morte, ineluttabile compagna, la cui vicinanza è costante per chi sfida gli oceani su fragili gusci di legno e la legge delle grandi potenze con la propria ribalderia. Infine, è da dire che tutto il doppio cd è concepito come un lungo viaggio che, dalle verdi scogliere d’Irlanda attraverso le onde dell’Atlantico, approda nelle piccole isole che sono state testimoni delle più crudeli e straordinarie storie di corsari e bucanieri, e si arriva, come ultima tappa di un viaggio periglioso, sulle sponde del continente americano. E a compiere le traversate non sono solo pirati ma anche marinai che accompagnavano la loro fatica, al pari dei primi e dei raccoglitori di cotone nelle pianure degli Stati Uniti, con il ritmo della musica e delle canzoni. Indipendentemente dalla ‘purezza’ filologica
delle interpretazioni, peraltro in questo caso abbastanza difficile
da sindacare, rimane infine l’approccio che, come in altre produzioni
di Hal Willner, è sufficientemente smaliziato per non apparire
scontato e abbastanza disinvolto per essere apprezzato da un pubblico
vasto. Ma, esattamente come in altri casi, viene da chiedersi il perché
dell’esclusione di alcuni nomi: Shane McGowan, a esempio e per
tornare all’inizio, avrebbe avuto sia i titoli sia la voce sia
il physique du rôle per entrare di diritto nel novero
di autori ed esecutori qui rappresentati.
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