| Non avrei mai
immaginato, guardando da bambino i vecchi Caroselli, di poter un giorno
intervistare l’ideatore delle plastiline animate della pubblicità
del Fernet Branca, uno spot a mio avviso avanti di mezzo secolo rispetto
all’epoca in cui fu realizzato. Però volevo cominciare
da un altro argomento: nel 1976 Ro Marcenaro disegna e dà alle
stampe, per le mai abbastanza lodate Edizioni Ottaviano, Il Manifesto
del Partito Comunista di Marx e Engels a fumetti. Come ti venne
in mente di realizzare una tale folle idea? Come è stato possibile
‘sceneggiare’ un testo politico/ economico come fosse un
romanzo?
Erano tempi pesanti (primi anni Settanta) e c’era un grande fermento
di protesta unito a una altrettanto grande fede nella possibilità
concreta di arrivare a una società più giusta ed equilibrata.
Molti giovani abbandonavano le città – Milano in particolare
– per costruire per sé e con gli altri modelli di società
quanto meno diversi e più vivibili. A quell’epoca ero regista
di film pubblicitari, vivevo in un contesto sciocco e superficiale di
cui avvertivo tutta la sciocchezza e la superficialità (anche
per questo approfittavo dei Caroselli per inviare messaggi politici
criptati: La ballata dell’omino stanco altro non era
che l’unione di cinque caroselli Branca in un unico tema fortemente
critico a livello sociale) ed ero reduce da un ‘incidente matrimoniale’
che mi aveva allontanato temporaneamente da mia moglie e dai miei figli
e mi aveva indotto a lasciare il lavoro. Così, rientrato in patria
dopo un breve soggiorno in Inghilterra, decisi di mollare tutto e rifugiarmi
in quell’angolo di paradiso che è l’Oltrepo pavese,
a Caposelva, un piccolissimo
borgo in pietra in cui vivevano tredici magnifici vecchietti. Non lontano
da lì, a Santa Margherita Stàffora, operava un gruppo
di matrice cattolica capitanato da Angela Volpini, un’agguerrita
ragazza che da bambina aveva avuto visioni mistiche e pesanti disavventure
con la Chiesa. Facemmo quasi subito gruppo insieme ad altri transfughi
sparsi qua e là nella valle e conducemmo epiche battaglie in
un contesto fortemente intriso di fascismo bigotto e conservatore. Tutto
quel che ci voleva per alimentare la voglia di essere presente in un
panorama più vasto, quello editoriale, valendomi dell’amicizia
con Marcelo Ravoni (fondatore dell’agenzia Quipos, la più
importante in Italia nel campo del fumetto, n.d.r.) e della
sia pure abbandonata frequentazione del mondo editoriale milanese. Presi
in considerazione il Manifesto di Marx per un paio di motivi contingenti:
era breve e a una prima lettura mi era parso anche di facile interpretazione
grafica. Su questo punto evidentemente sbagliavo perché in effetti
analizzandolo più attentamente per sceneggiarlo mi accorsi che
per la sua realizzazione occorreva una preparazione politica ed economica
molto superiore a quella che allora (e tuttora) possedevo, ma ormai
il contratto era firmato e dovetti affrontare la situazione studiando
passo per passo il testo, cercando continuamente di non scivolare nella
retorica post-sessantottina. Non so se ci sono riuscito. Riguardandolo
oggi, lo trovo terribilmente (o magnificamente?) ingenuo, ma forse a
quell’epoca ingenui lo eravamo un po’ tutti se si considera
che oltre a un notevole numero di copie vendute in Italia, ci furono
molte edizioni estere dal Brasile, alla Grecia, alla Germania, e addirittura
ne uscì un’edizione clandestina in Spagna (paese che all’epoca
viveva gli strascichi dell’interminabile e feroce dittatura franchista).
Un paio di anni fa hai pensato di far rivivere
una rivista prestigiosa, L’Asino, che ha mosso il pensiero degli
italiani per tre decenni, dal 1892 al 1925, con la satira pungente di
stampo socialista e marcatamente anticlericale dei suoi creatori, Podrecca
e, soprattutto, Galantara. Pensi che in Italia oggi ci sia penuria,
e dunque bisogno, di satira? Che cos’è la satira e quali
sono i suoi meccanismi? Come si è riusciti a far passare per
satira politica le ossequiose imitazioni e le battute pecorecce del
Bagaglino?
Sinceramente, non so se c’è bisogno di satira oggi in Italia.
Non attribuisco alla satira una speciale capacità taumaturgica
in grado di sconfiggere i mali sociali. La satira è un modo per
esprimere la propria rabbia, la propria impotenza, la propria angosciosa
consapevolezza di essere una rotellina significativa solo se ingranata
nei milioni di altre rotelline che compongono la società, ma
di per sé assolutamente insignificante per i disegni dei poteri
forti. La satira potrebbe raggiungere qualche risultato se fosse così
forte e così ben informata, organizzata e agguerrita, da scoprire
le magagne anziché limitarsi a commentare quelle già note
a tutti e già da tutti riconosciute come tali. In tal caso, per
la sua carica... diciamo umoristica, sarebbe dirompente. Allo stato
attuale la satira è dunque una sorta di strumento psicanalitico
per gli autori che, nell’illusione di incidere sulle grandi questioni,
scaricano sui lettori la loro rabbia e la loro impotenza. Questo è
il motivo per cui diffido della satira dei grandi giornali o delle grandi
testate di informazione, la satira strapagata, quella subordinata ai
grandi centri di potere: in qualche modo, è pur sempre alle loro
dipendenze. L’Asino è rinato per questo: dare uno spazio
ai satirici, in libertà. Il fatto che tanti autori, anche di
grande spessore, lo utilizzino in modo così coeso, dimostra che
l’idea è vincente anche se non è premiata dal numero
dei lettori.
Quanto al Bagaglino, che dire? È l’avanspettacolo, nel
senso più deteriore del termine e l’avanspettacolo ha sempre
fatto l’occhiolino alla satira, quindi nulla di nuovo sotto il
sole. Il suo successo è lo stesso successo del festival di Sanremo,
è lo stesso successo del Grande fratello, è lo stesso
successo di tutta l’ignoranza di cui è intriso questo Paese
a cui se dici che una cosa è satira si convince rapidamente che
lo è in modo acritico e senza porsi tante domande, se dici che
una cosa è arte la considera arte, che una cosa è musica
la considera musica, che un libro è un libro... beh, su quello
forse ci pensa già un po’ su, poi magari lo compra pure
e qualcuno arriva perfino a leggerlo.
Ultimamente, un po’ per divertimento,
un po’ perché lo ritengo un esercizio utile, mi sono messo
a cercare tra le pagine de L’Asino originale (nel 1970 l’editore
Feltrinelli ha dedicato un bellissimo volumone alla rivista) articoli,
disegni e testimonianze che pur riferite a personaggi e argomenti dell’epoca,
possano essere considerati d’attualità. Sono rimasto sbalordito
dalla quantità di parallelismi con l’oggi. Un esempio per
tutti: nel 1909 la stampa diramò la notizia che un frate aveva
somministrato i sacramenti al morente Giacomo Leopardi, e che pertanto
il poeta “che negò il Dio d’iniquità dei cattolici”
era morto “cattolico come nacque”. Leggendo l’articolo
in questione, il mio pensiero non poteva che correre al recente maldestro
tentativo, da parte della curia, di impossessarsi delle ceneri di Gramsci.
Il lupo, dunque, perde il pelo ma non il vizio?
Il vizio non lo perderà fino a che ci sarà gente che così,
tanto per pararsi le chiappe, alla fine cederà al paradisiaco
ricatto ‘o così o brucerai all’inferno per tutta
l’eternità’.
Ti racconto un aneddoto: uno zio di mia moglie, un gaudente mangiatore
di femmine e di tortellini, mangiapreti blasfemo e irriverente, giunge
alfine al punto di morte. Il figlio, che attende il triste evento nel
corridoio dell’ospedale, viene raggiunto da un frate che si propone
per somministrare l’estrema unzione. Il figlio si avvicina al
padre e gli chiede se desidera il conforto del prete. Con l’ultimo
respiro il vecchio, dopo averci pensato un attimo, sussurra nel dialetto
di Reggio Emilia : Mo sè, as sa pò mai... (ma sì,
non si può mai sapere...). Un’ultima strepitosa bestemmia
mascherata da adesione alle melliflue promesse del frate. Chi ci dice
che Leopardi e poi Gramsci non si siano comportati nello stesso modo?
E comunque: questo tentativo di disvelare un momento così intimo
della vita di un uomo, qual è quello della morte, è a
dir poco volgare e non cambia nulla, assolutamente nulla, della qualità
(e che qualità, parlando di Gramsci e di Leopardi!) di quanto
questi due grandi uomini hanno fatto e detto nel corso della loro vita!
C’è la stessa volgare arroganza di questo Pastor Alemannus
quando parla a vanvera di preservativi, vanificando così, d’un
sol colpo, tutte le azioni di educazione sanitaria che per trent’anni
l’Oms si è affannata a cercare di inculcare nei costumi
sessuali della gente, al fine di debellare il flagello dell’Aids.
“Cristo d’un Dio – dice Scalfaro
– quello zoppo d’un negro è una checca!”. Con
questa battuta Daniele Luttazzi ha voluto infrangere in un sol colpo
le cinque tematiche tabù, sulle quali qualcuno vorrebbe fosse
proibito fare satira: religione, capo dello Stato, handicap fisici,
razzismo e omosessualità. È giusto che la satira si dia
dei limiti o che ci siano temi che non possano essere nemmeno sfiorati?
Ce ne sono altri oltre a quelli individuati da Luttazzi?
Sì, la satira un limite ce l’ha: la gratuità. La
satira dell’offesa personale è una finta satira. La satira
che vuol far ridere a ogni costo non è satira, è umorismo.
Tutta un’altra storia!
Per il resto la satira non ha limiti, non ha confini, non ha educazione.
La satira deve porre un’alternativa, deve partire da un’alternativa,
la satira deve essere volgare nel senso pieno del termine: volgo, popolo,
protesta. Nobilissima. Anche Dante scrisse in volgare. La satira non
ha prezzo nel senso che non può (mi azzardo a dire: non deve)
essere pagata. Chi paga chiede, spesso pretende. La satira invece è
libera e non si esprime quotidianamente: quello è esercizio di
satira. La satira la esprimi quando sei incazzato. Ci sono ogni giorno
eventi che ti fanno incazzare ma non tutti meritano il privilegio di
essere presi a sassate dalla satira. La satira è agnostica e
non ha pregiudizi. La satira non è integralista, ma quando s’incazza,
cioè sempre, è feroce e non ha alcun timore delle conseguenze.
La situazione attuale del nostro Paese, dal
punto di vista culturale e sociologico, è a mio avviso tragica.
Il vocabolario degli italiani si è terribilmente ristretto, un
linguaggio che vada oltre quello utilizzato nei film dei Vanzina è
scarsamente recepito, le parole ‘cultura’ e ‘intellettuale’
sono diventate oggetto di scherno. Come può in questo contesto,
la satira ‘alta’, quella che non vuole piegarsi alla logica
della grossolanità, arrivare al popolo per incidere sulla vita
sociale e sul costume della nazione?
Questa sì che è una bella domanda! La risposta sembrerebbe
essere quella di adattarsi alla grossolanità e all’incultura
per poter accedere ai palcoscenici su cui grossolanità e incultura
la fanno da padroni. Ma evidentemente non può essere così.
Occorre tener duro, occorre insistere dal proprio angolino, faticosamente
ritagliato, di spazio comunicativo e far sentire la propria voce con
costanza e quotidianità. L’Asino è rinato per questo.
Vuole essere uno spazio a cui rivolgersi per cogliere l’aspetto
satirico della protesta: uno spazio costante, omogeneo, coerente, affidabile,
spietato. Uno spazio in cui non cercare la risata a tutti i costi: la
satira è una cosa seria e non c’è nulla da ridere
nella satira, anzi. Ti mette a nudo aspetti della realtà che
spesso inducono più al pianto che al riso.
E per concludere, faccio appello al tuo ‘mestiere’
di pubblicitario e alla tua straordinaria verve di autore satirico e
ti chiedo uno slogan per l’auspicabile neo rinascimento che ci
permetterebbe di uscire dal Medio(cre) Evo in corso.
Il nostro motto è uno e uno soltanto: rimbocchiamoci il cervello!
Ro Marcenaro è uno dei
pionieri del cartone animato in pubblicità. Attivo anche nel
settore televisivo ed editoriale (i suoi disegni sono pubblicati su
periodici e quotidiani quali Panorama e Il Venerdì di Repubblica),
dal 2007 ha deciso di far rivivere, con l’aiuto di una folta schiera
di autori e disegnatori satirici, L’Asino, la
rivista di stampo socialista e anticlericale che accompagnò la
storia italiana dal 1892 al 1925. |