| Dicesi ‘riciclaggio’
il recupero di materiali o di sostanze di scarto o di rifiuto riutilizzabili
in un nuovo ciclo produttivo. Si tratta di una pratica molto diffusa
e virtuosa che se utilizzata correttamente consente di risparmiare notevoli
quantità di materie prime e di energia e di dare nuova vita a
oggetti o sostanze che troppo frettolosamente vengono considerate spazzatura.
La pratica del riciclaggio ha da sempre accompagnato l’umanità,
soprattutto nel corso delle due guerre mondiali. Dimenticata durante
gli anni del boom economico, è tornata in auge con l’acuirsi
delle crisi energetiche negli anni ’70. Politiche di riuso dei
rifiuti sono strategicamente importanti in Paesi industrializzati ma
svantaggiati in termini di materie prime, come il Giappone o la stessa
Italia, tuttavia il più eclatante e simbolico esperimento di
riciclaggio non è avvenuto in Paesi poveri di risorse bensì
nella patria non solo della ricchezza e dello spreco ma anche della
modernità: gli Stati Uniti.
Protagonista di questa storia: il fluoro. Tutti noi associamo tale elemento
chimico a qualcosa di fresco e benefico, che ha a che fare con la difesa
della nostra igiene orale. Al contrario il fluoro puro è un gas
alogeno corrosivo e un potente agente ossidante. È il più
reattivo ed elettronegativo degli elementi e forma composti con la maggior
parte di essi. Sostanza pericolosa quindi, ma notevolmente utile in
medicina e nei processi industriali come la manifattura dei semiconduttori,
la produzione di insetticidi, lacrimogeni e gas velenosi e l’arricchimento
dell’uranio (attraverso l’esafluoruro). È inoltre
il principale prodotto di scarto nella produzione dell’alluminio.
Proprio da questa considerazione comincia la nostra storia.
Siamo nel 1931 e il dottor Trendley Dean, dentista,
sta indagando un fenomeno che colpisce popolazioni isolate negli Stati
Uniti, le cui fonti idriche presentano alte concentrazioni di fluoruro
naturale. Dean constata che i loro denti si macchiano, perdono colore
e si corrodono, e che ciò è dovuto a intossicazione da
fluoro (la cosiddetta fluorosi). Consiglia però di studiare l’eventualità
che l’assunzione di una quantità ‘ottimale’
di fluoro possa giovare alla salute dentale, in quanto riscontra in
queste popolazioni una scarsa incidenza di carie.
Nel 1939 il biochimico Gerald Cox, ricercatore al Mellon Institute,
somministrando fluoruro a cavie animali sottoposte a dieta ricca di
zuccheri, conclude che il fluoro diminuisce l’incidenza della
carie. Propone dunque di interrompere la depurazione delle fonti idriche
contaminate da fluoruri e anzi di aggiungerne, come misura preventiva
di sanità pubblica. Grazie a questa raccomandazione, il fluoro
smette di essere considerato un rifiuto tossico pericoloso e diventa
una merce da vendere. Da notare che nel 1939 il costo per lo smaltimento
del fluoro prodotto dall’industria dell’alluminio era di
36 centesimi di dollaro al chilogrammo; la quantità dei rifiuti
smaltiti annualmente era di circa 150.000 tonnellate, per una spesa
di 54 milioni di dollari l’anno.
All’epoca, il maggior produttore di alluminio (e quindi di fluoro)
era l’Alcoa. Il suo fondatore, Andrew Mellon, nel 1931 ricopriva
la carica di segretario al Tesoro, ministero dal quale dipendeva il
dott. Dean quando fece la sua ‘scoperta’. Il Mellon Institute,
laboratorio di proprietà dell’Alcoa, stipendiava il dottor
Cox quando nel 1939 pubblicava le sue raccomandazioni sull’utilità
sanitaria del fluoro.
L’inizio del progetto Manhattan mette in scena il co-protagonista
di questa storia: il Pentagono.
Come detto, l’esafluoruro è indispensabile nell’arricchimento
dell’uranio per scopi bellici: se il fluoro è una sostanza
tossica, deve essere opportunamente smaltito – con il costo che
ne deriva – se invece giova alla salute dentale, può essere
venduto per ‘arricchire’ le acque potabili.
Nel 1945 a Grand Rapids, nel Michigan, viene avviato il primo esperimento
di fluorizzazione delle acque a scopo sanitario. Doveva durare quindici
anni, ma si concluse dopo soli due, quando anche nella vicina città
di Muskegon – che doveva servire come test di riscontro –
venne introdotto un progetto di fluorizzazione delle acque, invalidando
qualsiasi risultato. Altre città seguirono. Curioso che il dott.
Harold Hodge, responsabile dei programmi sulla tossicità del
fluoro per il progetto Manhattan, fosse anche il responsabile del programma
di sperimentazione sulla fluorizzazione delle acque a scopo sanitario.
Nel 1947 Oscar Ewing, avvocato dell’Alcoa, diventa responsabile
del Servizio sanitario pubblico. Subito promuove la fluorizzazione dell’acqua
a livello nazionale, coadiuvato nel progetto da Edward Bernays, il padre
della propaganda.
Curiosamente, l’adozione di quello che veniva spacciato dal governo
per un abbozzo di sistema sanitario nazionale fece infuriare la destra
americana, rappresentata dalla John Birch Society. I suoi membri sostenevano
infatti che la fluorizzazione delle fonti idriche era un complotto comunista
volto all’inquinamento delle acque. Questo fraintendimento fornì
l’archetipo da cui prese vita il personaggio del generale Ripper
nel Dottor Stranamore di Kubrick e fece sì che
la fluorizzazione delle fonti idriche venisse per sempre vista come
una proposta liberal e progressista.
Negli anni il processo di fluorizzazione si è esteso a buona
parte degli Stati Uniti (67%), del Canada (40%) e in altri paesi (Cile,
Israele, Nuova Zelanda e Brasile). Trascorsi ormai cinquant’anni,
possiamo oggi valutare gli effetti benefici di tale pratica.
Nel 1986 fu eseguito negli USA uno studio su 39.000 ragazzi tra i 5
e i 17 anni in 84 località delle quali un terzo utilizzava la
fluorizzazione, un terzo solo parzialmente e un terzo non la utilizzava
affatto. Non si riscontrò alcuna differenza nell’incidenza
della carie fra le tre popolazioni statistiche.
Uno studio condotto nel 1999 dal Dipartimento sanitario dello Stato
di New York su 3.500 soggetti a Newburgh – una delle prime città
fluorizzate – rivelò che i bambini non avevano meno carie
ma molta più fluorosi dentale dei bambini di Kingston, nello
stesso Stato, dove l’acqua non era mai stata fluorizzata.
A fronte di questi risultati incoraggianti dobbiamo però elencare
le possibili controindicazioni. Uno studio del 1978 dell’Università
di Yale scoprì che è sufficiente 1 ppm (parti per milione)
di fluoruro (la dose consigliata dai promotori della fluorizzazione)
per diminuire la resistenza delle ossa facilitando fratture e osteoporosi.
Negli Stati Uniti artriti e tumore osseo si riscontrano a livelli epidemici.
Il fluoruro è usato da decenni per la cura all’ipertiroidismo,
se somministrato in dosi inferiori a quelle attualmente presenti nelle
acque fluorizzate. Alti dosaggi in persone sane provocano ipotiroidismo,
i cui sintomi sono sostanzialmente associati a quelli da avvelenamento
da fluoro. Negli USA anche le disfunzioni della tiroide sono diffuse
a livelli epidemici.
Il fluoruro è l’ingrediente fondamentale del Prozac (fluoxetina
cloridrato), di droghe come il Roipnol e del Sarin. Come riportato dal
Wall Street Journal, esistono studi che correlano cambiamenti comportamentali
e danni celebrali nei ratti che subiscono la somministrazione di acqua
fluorizzata. Effetti sul cervello erano stati dimostrati fin dalla seconda
guerra mondiale: la prima fluorizzazione di massa dell’acqua venne
effettuata nei campi di concentramento nazisti al fine di rendere i
prigionieri più docili e sottomessi.
Esistono inoltre studi che mettono in relazione il cancro alle ossa
e all’utero; William Marcus, consigliere scientifico dell’Epa
(Ente protezione ambiente) nel 1990 dichiarò: “Il fluoruro
è un agente cancerogeno, qualunque sia lo standard adottato.
A mio parere l’Epa dovrebbe agire immediatamente per proteggere
il pubblico, non solo sulla scorta dei dati sul cancro, ma anche in
base alle prove fornite da fratture ossee, artriti, mutamenti genetici
e altri effetti”. Fu licenziato subito dopo.
Nicola Loda
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