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Miss Ada Banner of
Bannerlodge, con un tometto del suo inseparàbile Moore sottobraccio,
risaliva le scale del Grand Hôtel de Genève a Roma e
veniva dall’aver impostato il suo terzo reciso rifiuto alla
terza insistente proposta di matrimonio del cugino di lei,Tomaso Turtleson,
esq. Mò figuràtevi presunzione!
Parlare di matrimonio, anzi di letto matrimoniale, ad una che non
capiva se non l’amore di contrabbando (che è il più
incòmodo amore) parlarne poi tanto alla buona, tanto commercialmente,
come se si trattasse di un affar di formaggi. Infatti circostanza
aggravante – il cugino Tomaso negoziava all’ingrosso di
questo alleato degli osti. Per quanto muschio sentisse la sua carta
da lèttere, le delicatìssime nari di Ada, odoràvano
sempre formaggio. Pàride anche – chissà! –
avrà esercito in sìmili gèneri, ma il
Priamide vestiva pelli agnelline e non avèa su ditta. Imaginate!
Sposare un ‘Thomas Turtleson and Co.’ all’insegna
della Vacca e del Bue! E di più, uno le cui ventrali carnosità,
già inestètiche, auguràvano di riuscire nella
maritale sbottonatura alle rotondità di una pancia. Domando
io, come possìbile i voli con una sìmile bomba ai piedi?
Come i lunari colloqui con un paralume tale dinanzi?
Fanciulle! Gran bella cosa la poesìa… Parlo s’intende,
non a quelle dense tosoccie o piuttosto ‘pollanche ingrassate
col riso’ che si permèttono di avere sempre appetito
e sempre voglia di rìdere, ma a quelle, le quali, tenuia
vix summo vestigia pùlvere signant, dalla lingua perpetuamente
sudicia, dagli occhi coi luciconi, dal naso che trasparisce, assidue
frequentatrici del negozietto Aleardiano di profumerìa poètica:
e dico, gran bella cosa, o mie azzurrine, la poesìa! Inquantochè
essa ci toglie al solitismo di cotesto mondaccio e ci fa piàngere
amaramente sopra disgrazie non mai avvenute né mai avventure,
e ci mantiene tutta la scienza dimessa e sèrbaci magri con
poco.
Disgraziatamente, per quanto poco si mangi – ahimè! –
non tutto va in sangue, ed anche le più vaporose fanciulle…
(dove troverò io espressione che non offenda le mie gentili
lettrici, tanto caste d’orecchio?…) sono obbligate di
fare da sé ciò che non pòsson far fare dalla
lor cameriera.
Il che, per la forma, è il capolavoro della infernale malizia:
dìgitus diàboli est hic; benché io ci
ravvisi piuttosto di quella sapienza divina che mette tutti nel mondo
per un’ùnica strada. O pòpoli, trepidanti in ginocchio
dinanzi a degli appiccapanni abbigliati d’oro e d’argento,
o datevi pena d’imaginare i vostri Reacci e Papassi anche sul
trono forato! Quella è la vera comune.
Addìo maestà! Addìo infallibilità! E appunto
– tornando a noi – fu uno di tali inviti improvvisi, imperiosi,
che colse a mezza scala la biondìssima inglese e la obbligò,
pàllida e smarrita, a rifugiarsi nella sua prima compatriota
in cui diede. Era il poètico cestellino di uva, mangiato il
dì prima. Tutto va in quell’eterno sepolcro – e
la foglia di rosa e la foglia d’alloro… Ma sostiamo. Non
è indispensàbile, vero?, ch’io dica tutto. Avessi
pure lettori leggenti le sole parole, di que’ lettori pei quali
i puntini rèstano sempre puntini, abituati alle dande e non
ancora svezzati, parmi ciò nondimeno ch’io possa, in
questo ùnico caso, contare un pochetto, se non sulla fantasìa
loro, almeno sulla memoria. E però, pregàndoli di èssermi
tacitamente collaboratori, tirerò via dritto saltando a ritrovare
la nostra bionda inglesina, quando, soffusa di un pudico rossore e,
diciàmolo pure, col cuore più sollevato (o cuore, comodìssimo
nome) sta per riporre la mano sul catenaccio dell’uscio.
Ma, alla maniglia, un sobbalzo.
Miss Ada si arrestò sussultando. Era un nuovo avventore. Il
quale trovando chiuso, e avendo invano bussato, parve si allontanasse.
E lei ripose con titubanza la mano sul catenaccio.
Ma l’avventore ritorna e si dà a passeggiare su e giù
pel ripiano.
Miss Ada si ferma di nuovo e si mette in ascolto. Il passo continua.
Che fare? Uscire? Spoetizzarsi?… Ma e in faccia di chi? La poesìa
è alle fanciulle come la polve dorata alle farfalle…
guài se la tocchi!… E perduta la poesìa, che le
restava da pèrdere?… Fra il sì e il no, passàrono
alcuni minuti, minuti che a tutti e due sembràrono un’ora
– e lo credo.
«Sapristì!» esclamò spazientito, colùi
che aspettava.
Gran Dio! La voce del prìncipe russo, di quell’elegantìssimo
giòvane, che accompagnàvala al piano e cantava con lei
i più appassionati duetti ed imparava l’inglese dalle
sue rosee labbruzze sul Moore… pòvero Moore! Or che fare?
Che fare? Ragazze mie: mettètevi ne’ panni suòi.
Parlo, sempre, s’intende, alle mie sòlite magroline.
Ogni speranza, vana.
E intanto s’era avviato sul pianeròttolo il dialoghetto
seguente:
«Comanda il signore?»
«Morbleu! Ma sono tutti occupati i vostri nùmero 1000?
E ci si gode a starci. È un’ora che attendo».
«Un’ora?»
«Dico poco».
«Ha bussato? Hanno risposto?
No…? Oh allora… non voglia Dio!» e forte battendo
e scuotendo la spagnoletta dell’uscio, il nuovo venuto gridò:
«Signore! Signore!» Miss Ada si guardò bene dal
muòvere labbro.
«Certo… certo…» continuò in inquietìssimo
tono colùi che parlava, «una disgrazia è accaduta.
È un luogo malaugurato questo. L’altr’anno…»
E qui nuovi passi e altre voci… Che c’è?…
Una disgrazia? Dove?… Apoplessìa? Omicidio?… Convien
chiamare un dottore… Chiamate un prete piuttosto… Occorre
il sìndaco… il giùdice… Fate presto…
un ferro… una leva.
Miss Ada non sapeva più in che mondo si fosse, o, sapèvalo
troppo.
L’idèa del suicidio le balenò.
Guardò al finestrino del chiaro; non vi passava nemmeno la
testa; guardò al finestrino del buio, inorridì.
E dire che ella sarebbe rimasta senza paura in una gabbia di tigri!
O martirio, invidiàbile onore! All’aria aperta però.
Né più sapeva se le convenisse svenire.
Ma la porta cedette.
Miss Ada fremé di furore e si coprì colle palme la faccia.
Stette immota un istante, come vinta dal peso di una universale berlina,
come sotto le risa che meno udiva di quel che sentisse, eppòi
precipitossi alla scala, dietro lasciando un profumo, che non era
di viole.
La Poesìa fuggì, turàndosi il naso.
E quel dì stesso Tomaso Turtleson, esq. negoziante in formaggi
all’ingrosso Chester Whitesquare – leggeva, gongolando
di gioia, il telegramma seguente: “Riceverài una lèttera
mia. Non aprirla. Stràcciala. Io mi marito anche con te”.
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