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aprile - maggio 2012
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Polemos |
| Profitti da debito pubblico |
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Il rapporto
tra debito pubblico e mercato finanziario, quello tra politica e finanza
nato con il neoliberismo, e il carattere anti-redistributivo che sta
dietro un debito pubblico elevato |
| “Dopo la rivoluzione
di luglio il banchiere liberale Laffitte, accompagnando il suo compare,
il duca di Orléans, in trionfo all’Hotel de Ville, lasciava
cadere queste parole: «D’ora innanzi regneranno i banchieri».
Laffitte aveva tradito il segreto della rivoluzione”. “Moody’s ha tagliato il rating sul debito
della Spagna ad Aa1 da AAA, con outlook stabile…”. “Standard
& Poor’s ha abbassato il rating dell’Irlanda ad AA-
con outlook negativo…”. “Il rating di Fitch sul
debito dell’Italia è oggi AA-…”. Uno Stato non è un’azienda privata
il cui scopo è fare utili, bensì un’istituzione
politica che deve rendere conto di un contratto sociale sottoscritto
con i cittadini; non dovrebbe dunque essere considerato così
‘normale’ che la sua gestione sia valutata sulla base
di parametri puramente contabili, ossia il bilancio, al pari di un’impresa
privata. Subito dopo aver dichiarato l’insolvibilità
sui titoli pubblici, il 2 gennaio 2002, il neoeletto presidente Duhalde
sganciò la moneta argentina dall’ancoraggio con il dollaro
americano, una parità forzata vecchia di undici anni che aveva
contribuito a distruggere economicamente il Paese. Da un lato, aveva
bloccato le esportazioni, impoverendo l’industria nazionale
e creando gravi problemi occupazionali; dall’altro, aveva favorito
l’enorme bolla speculativa sul debito pubblico e rimpinguato
le casse del sistema bancario internazionale e del Fondo monetario,
che finanziavano lo Stato sudamericano imponendo riforme neoliberiste. Se si confronta la situazione dell’Argentina
del 2001 con quella della Grecia del 2009, ne risulta un curioso parallelo:
debito 62% del Pil per la prima, 114% per la seconda; disavanzo pubblico
6,4% del Pil per la prima, 12,7% per la seconda. La repubblica ellenica
versa dunque in una ben più grave situazione. Eppure, gli Stati
dell’Unione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario
internazionale hanno fatto di tutto pur di non farla fallire. A ben guardare, infatti, nel fallimento dell’Argentina
i creditori ci hanno rimesso parecchio. Grandi – istituzioni
finanziarie – e piccoli – singoli risparmiatori, numerosi
gli italiani, che davanti agli alti interessi dei titoli di Stato
del Paese sudamericano credevano di aver fiutato l’affare di
un buon investimento parassitario. Sulla pelle dei cittadini greci – ed europei
– si è consumata una guerra monetaria dollaro vs euro.
Quello delle monete è un delicato equilibrio, come dimostra
anche l’acceso conflitto valutario tra Stati Uniti e Cina: una
valuta debole favorisce l’esportazione ma non è certo
un bene rifugio, e nel caso del dollaro, moneta di riferimento mondiale
per tutte le quotazioni di materie prime, dal petrolio al grano, si
aggiunge la paura di perdere il dominio monetario – più
volte sul mercato ha fatto capolino la proposta di quotare il petrolio
in euro. Non stanno a guardare nemmeno i Cds (Credit default
swap), ossia quei derivati finanziari che assicurano l’investitore
dal rischio di insolvenza del suo investimento, un mercato al 75%
nelle mani delle cinque grandi banche di Wall Street: Jp Morgan, Bank
of America, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Citigroup. A fine maggio,
il Cds Grecia è a quota 687, Portogallo 323, Spagna 233, Irlanda
246, Islanda 319, Italia 215. Significa che per assicurare, per esempio,
10 milioni di dollari in titoli di Stato italiani contro il rischio
default, l’investitore è disposto a pagare un ‘premio
assicurativo’ pari a 215.000 dollari l’anno. Potrebbe venir voglia di affermare che i poveri
governi europei, vittime di un potere finanziario più forte
di quello politico, siano stati costretti a compiere determinate scelte.
Non è così. Il legame tra politica e finanza è
infatti molto stretto dall’avvento del neoliberismo. A confermarlo,
in primo luogo, il fatto che i governi potevano decidere di bloccare
la manovra speculativa. Il solo timido accenno da parte di alcuni economisti
a una simile manovra a opera della Bce, per proteggere l’evidente
speculazione al ribasso sull’euro, ha prodotto lanci di strali
e denunce contro la tentata violazione delle sacre regole del libero
mercato. Piuttosto vanno accelerate le manovre per rientrare dai deficit
di bilancio, ha tuonato il presidente Jean-Claude Trichet: mai la
Bce acquisterà in prima battuta titoli di Stato europei. D’accordo
con lui tutti i governi di Eurolandia. Poco importa se anche la Fed,
la banca centrale americana, nel momento più cupo della crisi,
ha acquistato sul mercato titoli pubblici statunitensi e addirittura
derivati legati ai subprime: la Bce “non prende ordini”
dalla politica, dice Trichet, la sua indipendenza vale più
di ogni altra cosa. Perché, in secondo luogo, i governi europei
potevano decidere di varare manovre economiche dalle differenti caratteristiche:
che contenessero, per esempio, un aumento delle imposte alle banche,
alle rendite, alle transazioni finanziarie, ai prodotti derivati ecc.,
insomma a quella realtà finanziaria nel suo complesso che stava
per di più guadagnando dalla stessa speculazione sui titoli
pubblici. Non sarebbe stato poi così illogico, considerando
il paradosso del circolo vizioso che si è innescato: il potere
finanziario è tornato ad alzare la testa, dopo la crisi del
2008, anche grazie ai finanziamenti statali elargiti dai governi alle
banche per evitarne il fallimento; prestiti che hanno contribuito
ad aumentare i debiti pubblici, insieme alle maggiori spese che gli
Stati hanno dovuto sostenere per far fronte alla crisi economica innescata
dalla precedente crisi finanziaria; debiti che ora il potere finanziario
giudica eccessivi. Ad Atene è stata imposta una manovra finanziaria ‘lacrime e sangue’. Stipendi pubblici bloccati fino al 2014 e tredicesime e quattordicesime cancellate (e difficilmente il settore privato si comporterà diversamente); età minima pensionabile equiparata tra uomini e donne e portata a 65 anni, con un ammontare dell’assegno mensile calcolato sulla base del salario medio di tutti gli anni lavorati e non più sugli ultimi dieci anni come in precedenza; quasi azzerati gli investimenti pubblici; al via una privatizzazione dei settori dei trasporti e dell’energia; aumento del 10% delle tasse su alcolici, tabacchi e benzina; aliquota iva al 23%, ossia aumentata di ulteriori due punti dopo che già a febbraio 2010 era passata dal 19 al 21. Nessuna maggiorazione di imposta per i redditi più alti, per gli utili delle banche, per le imprese – che anzi vedono facilitata la possibilità di licenziare, con l’aumento del tetto fino a oggi fissato del 2% al mese rispetto al numero dei dipendenti; nessuna nuova tassa sulle operazioni finanziarie, nessun aumento d’imposta per la rendita. Ben lontana dall’aver fallito, l’Unione
europea ha centrato l’obiettivo che si era riproposta alla nascita,
suscitando addirittura l’invidia di Bernanke. Il 4 ottobre scorso,
nel corso di un convegno annuale a Rhode Island, il presidente della
Fed americana dichiara imminente il disastro finanziario pubblico
globale a causa dell’insostenibilità delle spese pensionistiche
e sanitarie per una popolazione mondiale che ha visto costantemente
crescere le proprie aspettative di vita. L’unica via percorribile
per evitarlo, a opinione di Bernanke, è l’attuazione
fin da ora di rigide misure di austerità e tagli alla spesa
pubblica. Tuttavia, afferma, un simile programma è difficile
da attuare in sistemi democratici elettivi, governati da Parlamenti
nazionali che devono ciclicamente fare i conti con il consenso popolare
e gli appuntamenti elettorali. E pensare che Trichet non è affatto soddisfatto:
il controllo dei conti pubblici non si può lasciare in mano
ai politici, dichiara criticando il nuovo Patto di stabilità. Ma come si è arrivati all’esplosione
dei debiti pubblici? La crisi finanziaria e poi quella economica,
certo; questo negli ultimi tre anni. Ma in una realtà come
quella italiana, per esempio, in cui fin dagli anni Ottanta si combatte
con un indebitamento superiore al Pil? Anziché creare un equo sistema fiscale, che
preveda imposte maggiori per i redditi elevati e le rendite, incamerando
così più entrate di cassa per coprire le spese pubbliche,
la politica sceglie di fare debiti. Il denaro non prelevato tramite
la fiscalità, diviene infatti per i cittadini ricchi risparmio
da investire, risparmio con cui acquistare anche titoli pubblici.
In tal modo lo Stato si assicura la liquidità necessaria per
affrontare le spese e i cittadini facoltosi, anziché pagare
imposte adeguate al loro alto reddito, si assicurano un investimento
fruttifero. I cittadini che affollano le aste di titoli pubblici pronti
ad acquistarli, sono gli stessi che poi pretendono un bilancio contabilmente
equilibrato, da tripla A, lontano dal rischio fallimento; e quando
il debito supera il Pil del Paese, e il disavanzo tra entrate e uscite
cresce pericolosamente, e il costo degli interessi sul debito aumenta
sempre più fino a mangiarsi miliardi di euro – 70 miliardi
all’anno per l’Italia, secondo i dati del ministero dell’Economia
del 2007 – sono quelli che ne pretendono la riduzione a suon
di tagli alle spese, l’unica via possibile se non si vuole l’aumento
delle tasse. Così, coloro che allo Stato possono dare solo
le imposte, magari trattenute direttamente in busta paga, e non hanno
alcun risparmio da investire in titoli pubblici o altrove, si ritrovano
a pagare due volte: in termini di tagli a pensioni e di esorbitanti
tariffe private per quelli che un tempo erano gratuiti o economici
servizi pubblici – sanità, trasporti, energia, scuole
– e in termini di interessi sul debito pubblico. I cittadini
che possiedono solo il salario, in sostanza, pagano ai cittadini che
possiedono un patrimonio parte degli interessi sui loro risparmi investiti
in titoli pubblici.
(1) Debito
pubblico, fra tangenti e privatizzazioni, Giovanna Cracco Leggi anche: Stoccolma
e l'economia: nobel per pifferai magici di Giovanna Cracco Debito
pubblico, fra tangenti e privatizzazioni
di Giovanna Cracco E
ci penseranno i superstiti di Giovanna Baer, Paginauno
n. 23
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