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Profitti da debito pubblico
Manovre speculative e mancata redistribuzione
di Giovanna Cracco

Il rapporto tra debito pubblico e mercato finanziario, quello tra politica e finanza nato con il neoliberismo, e il carattere anti-redistributivo che sta dietro un debito pubblico elevato

“Dopo la rivoluzione di luglio il banchiere liberale Laffitte, accompagnando il suo compare, il duca di Orléans, in trionfo all’Hotel de Ville, lasciava cadere queste parole: «D’ora innanzi regneranno i banchieri». Laffitte aveva tradito il segreto della rivoluzione”.
Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, Karl Marx

“Moody’s ha tagliato il rating sul debito della Spagna ad Aa1 da AAA, con outlook stabile…”. “Standard & Poor’s ha abbassato il rating dell’Irlanda ad AA- con outlook negativo…”. “Il rating di Fitch sul debito dell’Italia è oggi AA-…”.
Per addetti ai lavori e profani, frasi simili a quelle sopra citate sono diventate la norma. Una volta accettato il gioco, infatti, se ne assimilano le regole – anche quando non le si comprende affatto – e si spera che il rating del proprio Paese resista vittorioso sul primo gradino del podio della tripla A – anche quando si è ben consapevoli che la credibilità delle tre sorelle americane Moody’s, S&P e Fitch è perlomeno dubbia, come confermano i clamorosi errori di valutazione commessi in passato. È come giocare a Monopoli o a Risiko, salvo che le manovre del mercato finanziario comportano conseguenze sugli esseri umani e che i carri armati sono veri.
Tre sono le questioni su cui occorre soffermarsi a ragionare: il rapporto tra debito pubblico e mercato finanziario, quello tra politica e finanza nato con il neoliberismo, e il carattere anti-redistributivo che sta dietro un debito pubblico elevato. Partiamo dalla prima.

Uno Stato non è un’azienda privata il cui scopo è fare utili, bensì un’istituzione politica che deve rendere conto di un contratto sociale sottoscritto con i cittadini; non dovrebbe dunque essere considerato così ‘normale’ che la sua gestione sia valutata sulla base di parametri puramente contabili, ossia il bilancio, al pari di un’impresa privata.
Dall’altra parte, dato che così stanno le cose, allora le regole imprenditoriali dovrebbero essere rispettate fino in fondo: se la gestione di uno Stato può essere oggetto di valutazione contabile, se i titoli pubblici possono essere oggetto di speculazione, se, dunque, uno Stato è trattato sul mercato finanziario come un’impresa privata, allora deve poter anche fallire. E nulla lo impedisce, tecnicamente, come dimostra il caso argentino del 2001.
In realtà, che un altro Stato possa oggi seguire la via del Paese sudamericano è un’ipotesi molto remota, per ragioni che con la politica hanno ben poco a che fare.

Subito dopo aver dichiarato l’insolvibilità sui titoli pubblici, il 2 gennaio 2002, il neoeletto presidente Duhalde sganciò la moneta argentina dall’ancoraggio con il dollaro americano, una parità forzata vecchia di undici anni che aveva contribuito a distruggere economicamente il Paese. Da un lato, aveva bloccato le esportazioni, impoverendo l’industria nazionale e creando gravi problemi occupazionali; dall’altro, aveva favorito l’enorme bolla speculativa sul debito pubblico e rimpinguato le casse del sistema bancario internazionale e del Fondo monetario, che finanziavano lo Stato sudamericano imponendo riforme neoliberiste.
Sganciato dal dollaro, il peso argentino subì un grosso deprezzamento ed esplose l’inflazione. I risparmi degli argentini si volatilizzarono – non di tutti, naturalmente: ministri, funzionari, banchieri, industriali, direttori di giornali ecc. avevano opportunamente spostato all’estero le proprie ricchezze già qualche mese prima, dimostrando che determinati ambienti ben sapevano in anticipo della dichiarazione di fallimento (una Commissione parlamentare sta cercano di far luce sull’entità delle somme espatriate, pare siano state circa 160 miliardi di dollari, una cifra superiore sia al debito pubblico che al Pil del Paese); per mesi l’economia fu bloccata, aumentò ulteriormente la disoccupazione, esplose una crisi sociale. Il governo promosse politiche di reindustrializzazione, le importazioni diminuirono e le esportazioni aumentarono grazie al ridotto – e più reale – valore della valuta argentina, e verso la fine del 2002, quindi dopo meno di un anno dalla dichiarazione di default, l’economia iniziò a stabilizzarsi. La disoccupazione, arrivata al 20,8% nel 2002, diminuì progressivamente negli anni successivi fino al 7,9% del secondo trimestre 2010; il debito pubblico, pari al 140% del Pil nel 2003, passò al 73% nel 2005 e al 48,8% nel 2009. Nel 2005 il Paese propose una ristrutturazione del debito al 30% con scadenze tra il 2033 e il 2045, accettata da circa la metà dei creditori; i rimanenti hanno optato per un ricorso all’arbitrato internazionale che durerà anni.

Se si confronta la situazione dell’Argentina del 2001 con quella della Grecia del 2009, ne risulta un curioso parallelo: debito 62% del Pil per la prima, 114% per la seconda; disavanzo pubblico 6,4% del Pil per la prima, 12,7% per la seconda. La repubblica ellenica versa dunque in una ben più grave situazione. Eppure, gli Stati dell’Unione europea, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale hanno fatto di tutto pur di non farla fallire.
Non serve particolare acume né cinismo per affermare che la ragione del sostegno ad Atene non sta nella volontà di non far patire ai cittadini greci ciò che hanno patito i cittadini argentini in termini di impoverimento e disoccupazione – basta dare un occhio all’entità e alle caratteristiche della manovra finanziaria imposta alla Grecia; non far patire alle istituzioni bancarie che detengono i titoli ellenici la grossa perdita che una ristrutturazione del debito avrebbe comportato, non far innescare l’effetto domino su altri Paesi europei, non far crollare ulteriormente il valore dell’euro nel mercato monetario, con il conseguente deprezzamento dei titoli detenuti in portafoglio – tutti i titoli in euro, non solo quelli greci – sono le sole ragioni del sostegno.

A ben guardare, infatti, nel fallimento dell’Argentina i creditori ci hanno rimesso parecchio. Grandi – istituzioni finanziarie – e piccoli – singoli risparmiatori, numerosi gli italiani, che davanti agli alti interessi dei titoli di Stato del Paese sudamericano credevano di aver fiutato l’affare di un buon investimento parassitario.
Fatto tesoro dell’esperienza, il potere finanziario/politico oggi si guarda bene dal far fallire uno Stato, soprattutto se inserito in un contesto monetario più ampio come l’Unione europea. Ha compreso che è molto più conveniente finanziare la Grecia con 110 miliardi in tre anni, al tasso del 5%, raccogliendo il denaro da dare in prestito al tasso del 3%: speculando dunque un bel 2%. Ossia speculando per la seconda volta, dato che alla situazione greca – già grave a causa dell’alta evasione fiscale, della corruzione diffusa e del governo che aveva falsificato i conti pubblici (con l’aiuto di Goldman Sachs) – si è arrivati grazie a un’altra manovra speculativa.

Sulla pelle dei cittadini greci – ed europei – si è consumata una guerra monetaria dollaro vs euro. Quello delle monete è un delicato equilibrio, come dimostra anche l’acceso conflitto valutario tra Stati Uniti e Cina: una valuta debole favorisce l’esportazione ma non è certo un bene rifugio, e nel caso del dollaro, moneta di riferimento mondiale per tutte le quotazioni di materie prime, dal petrolio al grano, si aggiunge la paura di perdere il dominio monetario – più volte sul mercato ha fatto capolino la proposta di quotare il petrolio in euro.
A dicembre 2009 la valuta europea tocca la soglia massima di 1,51 euro contro 1 dollaro. Una situazione che non favorisce nemmeno l’euro: significa veder diminuire le esportazioni e, soprattutto per la Germania, che dopo la crisi ha impostato il rilancio della propria economia sul mercato estero, non è un problema da poco (quella Germania, guarda caso, che ha tirato per le lunghe la sua adesione al salvataggio della Grecia dando alla speculazione qualche ulteriore giorno di profitti e all’euro qualche punticino in meno…). La leggenda metropolitana narra… non è nemmeno troppo leggenda, in realtà, visto che il dipartimento della Giustizia americano ha messo avanti le condizioni per l’apertura di un’indagine, chiedendo ai principali fondi speculativi, per ora solo in via ufficiosa, la conservazione rigorosa di tutti i documenti delle operazioni sull’euro.
L’8 febbraio 2010, in un ristorante di New York, si incontrano a cena i gestori dei sei maggiori fondi speculativi mondiali, i famigerati hedge funds, tutti e sei targati Stati Uniti. Scopo della riunione, affossare l’euro. La strategia messa a punto prevede come prima mossa di agire sul mercato dei futures, i prodotti finanziari derivati che scommettono sul futuro valore di un titolo. L’obiettivo è far aumentare sul mercato la quantità di futures che puntano sulla parità dollaro/euro, e dunque sulla svalutazione dell’euro. A fine febbraio, i futures contro l’euro toccano quota 70.000 contratti, il numero più alto dalla nascita della valuta europea nel 1999.
Le tre sorelle non stanno a guardare: tra aprile e maggio Moody’s, S&P e Fitch declassano a più riprese il rating della Grecia e paventano diminuzioni di rating anche per Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna: nasce l’acronimo Piigs.

Non stanno a guardare nemmeno i Cds (Credit default swap), ossia quei derivati finanziari che assicurano l’investitore dal rischio di insolvenza del suo investimento, un mercato al 75% nelle mani delle cinque grandi banche di Wall Street: Jp Morgan, Bank of America, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Citigroup. A fine maggio, il Cds Grecia è a quota 687, Portogallo 323, Spagna 233, Irlanda 246, Islanda 319, Italia 215. Significa che per assicurare, per esempio, 10 milioni di dollari in titoli di Stato italiani contro il rischio default, l’investitore è disposto a pagare un ‘premio assicurativo’ pari a 215.000 dollari l’anno.
Per fare una proporzione, nello stesso periodo il Cds Francia è 71, Inghilterra 82, Germania 42, Finlandia 28, Norvegia 22, Stati Uniti 38.
Il mercato finanziario conta sulla natura gregaria degli uomini, fa leva sulla psicologia degli investitori. L’effetto valanga, quando si mettono in piedi simili manovre corazzate su più versanti, è assicurato: e infatti il 18 maggio 2010 l’euro quota 1,21 dollari, ai minimi storici rispetto agli ultimi quattro anni. Nel frattempo la Grecia, anello debole di Eurolandia, e via via tutti gli altri Paesi europei corrono ai ripari varando manovre finanziarie di miliardi centrate su draconiani tagli alla spesa, sperando di convincere i mercati della solidità finanziaria dei propri bilanci.

Potrebbe venir voglia di affermare che i poveri governi europei, vittime di un potere finanziario più forte di quello politico, siano stati costretti a compiere determinate scelte. Non è così. Il legame tra politica e finanza è infatti molto stretto dall’avvento del neoliberismo. A confermarlo, in primo luogo, il fatto che i governi potevano decidere di bloccare la manovra speculativa.
Nell’agosto 1998, in conseguenza alla crisi finanziaria del Sud-Est asiatico, a essere presi di mira dalla speculazione furono la valuta e il mercato azionario di Hong Kong, che iniziarono a scendere a picco. Davanti al crollo, la Banca di Hong Kong rispose all’attacco finanziario elevandosi al di sopra delle norme, che vogliono che una banca centrale non possa intervenire direttamente nei mercati finanziari con operazioni di acquisto. La ragione è semplice: se posso emettere moneta, ho una capacità illimitata di acquisto che falsa ogni equilibrio. In pochissimi giorni la Banca di Hong Kong comprò azioni – addirittura azioni, non titoli di Stato – per 15 miliardi di dollari. L’operazione inflisse grosse perdite agli speculatori al ribasso, che lasciarono il mercato con la coda tra le gambe. In aggiunta, essa rivendette poi gradualmente le azioni acquistate, traendone un guadagno per le casse pubbliche di 4 miliardi di dollari.

Il solo timido accenno da parte di alcuni economisti a una simile manovra a opera della Bce, per proteggere l’evidente speculazione al ribasso sull’euro, ha prodotto lanci di strali e denunce contro la tentata violazione delle sacre regole del libero mercato. Piuttosto vanno accelerate le manovre per rientrare dai deficit di bilancio, ha tuonato il presidente Jean-Claude Trichet: mai la Bce acquisterà in prima battuta titoli di Stato europei. D’accordo con lui tutti i governi di Eurolandia. Poco importa se anche la Fed, la banca centrale americana, nel momento più cupo della crisi, ha acquistato sul mercato titoli pubblici statunitensi e addirittura derivati legati ai subprime: la Bce “non prende ordini” dalla politica, dice Trichet, la sua indipendenza vale più di ogni altra cosa.
Ma si tratta di indipendenza o di una precisa scelta tutt’altro che finanziaria?

Perché, in secondo luogo, i governi europei potevano decidere di varare manovre economiche dalle differenti caratteristiche: che contenessero, per esempio, un aumento delle imposte alle banche, alle rendite, alle transazioni finanziarie, ai prodotti derivati ecc., insomma a quella realtà finanziaria nel suo complesso che stava per di più guadagnando dalla stessa speculazione sui titoli pubblici. Non sarebbe stato poi così illogico, considerando il paradosso del circolo vizioso che si è innescato: il potere finanziario è tornato ad alzare la testa, dopo la crisi del 2008, anche grazie ai finanziamenti statali elargiti dai governi alle banche per evitarne il fallimento; prestiti che hanno contribuito ad aumentare i debiti pubblici, insieme alle maggiori spese che gli Stati hanno dovuto sostenere per far fronte alla crisi economica innescata dalla precedente crisi finanziaria; debiti che ora il potere finanziario giudica eccessivi.
Ma, appunto, i governi europei non sono affatto vittime. Le manovre varate tradiscono la precisa volontà politica di non voler cambiare rotta rispetto alla rivoluzione neoliberista inaugurata negli anni Novanta. Siamo anzi di fronte a una nuova fase: la crisi economica esige un ulteriore ridimensionamento degli spazi rimasti al welfare, un travaso dal pubblico al privato che vada ad alimentare i profitti del capitale impoveriti dalla crisi: trasporti, energia, fondi pensione; e poi sanità, scuola ecc. E la leva finanziaria è un perfetto cavallo di Troia per entrare nelle politiche di un Paese: permette ai governi di fingersi ostaggio di un nemico – la finanza – che detta le regole, quando in realtà ne sono alleati.

Ad Atene è stata imposta una manovra finanziaria ‘lacrime e sangue’. Stipendi pubblici bloccati fino al 2014 e tredicesime e quattordicesime cancellate (e difficilmente il settore privato si comporterà diversamente); età minima pensionabile equiparata tra uomini e donne e portata a 65 anni, con un ammontare dell’assegno mensile calcolato sulla base del salario medio di tutti gli anni lavorati e non più sugli ultimi dieci anni come in precedenza; quasi azzerati gli investimenti pubblici; al via una privatizzazione dei settori dei trasporti e dell’energia; aumento del 10% delle tasse su alcolici, tabacchi e benzina; aliquota iva al 23%, ossia aumentata di ulteriori due punti dopo che già a febbraio 2010 era passata dal 19 al 21. Nessuna maggiorazione di imposta per i redditi più alti, per gli utili delle banche, per le imprese – che anzi vedono facilitata la possibilità di licenziare, con l’aumento del tetto fino a oggi fissato del 2% al mese rispetto al numero dei dipendenti; nessuna nuova tassa sulle operazioni finanziarie, nessun aumento d’imposta per la rendita.

Ben lontana dall’aver fallito, l’Unione europea ha centrato l’obiettivo che si era riproposta alla nascita, suscitando addirittura l’invidia di Bernanke. Il 4 ottobre scorso, nel corso di un convegno annuale a Rhode Island, il presidente della Fed americana dichiara imminente il disastro finanziario pubblico globale a causa dell’insostenibilità delle spese pensionistiche e sanitarie per una popolazione mondiale che ha visto costantemente crescere le proprie aspettative di vita. L’unica via percorribile per evitarlo, a opinione di Bernanke, è l’attuazione fin da ora di rigide misure di austerità e tagli alla spesa pubblica. Tuttavia, afferma, un simile programma è difficile da attuare in sistemi democratici elettivi, governati da Parlamenti nazionali che devono ciclicamente fare i conti con il consenso popolare e gli appuntamenti elettorali.
Occorre dunque agire in due modi: da un lato, esautorare i governi nazionali dalle decisioni relative alla politica di spesa pubblica, affidandola a organismi non elettivi; dall’altro, vincolarla all’applicazione di rigide ‘regole fiscali’ impersonali, asettiche, non derogabili. L’Unione europea è riuscita in entrambe le cose, di qui l’ammirazione del presidente della Fed per il sistema del vecchio continente: il Patto di stabilità, rinnovato e reso ancora più stringente dopo la crisi greca, sottrae di fatto ai governi nazionali ogni decisione relativa alla spesa pubblica, demandandola al Consiglio europeo, nella fattispecie all’Ecofin, ossia il Consiglio Economia e Finanza composto dai ministri dell’Economia e delle Finanze dei Paesi membri della Ue; l’Ecofin, dunque, è un organismo non elettivo. Ne consegue che nessun Paese facente parte dell’Unione europea possiede più quella sovranità nazionale – ancor meno, evidentemente, quella monetaria – che ha permesso all’Argentina di mandare i creditori a quel paese e ridisegnare, in autonomia, una propria politica fiscale ed economica.

E pensare che Trichet non è affatto soddisfatto: il controllo dei conti pubblici non si può lasciare in mano ai politici, dichiara criticando il nuovo Patto di stabilità.
E il 25 ottobre, in un articolo sul Financial Times Deutschland, Juergen Stark, membro del consiglio esecutivo della Bce, incalza: “Quello che ci serve è una vigilanza fiscale e macroeconomica depoliticizzata […]. Una sorveglianza depoliticizzata può essere meglio realizzata da un organismo indipendente, che sia ufficiale o non ufficiale”.

Ma come si è arrivati all’esplosione dei debiti pubblici? La crisi finanziaria e poi quella economica, certo; questo negli ultimi tre anni. Ma in una realtà come quella italiana, per esempio, in cui fin dagli anni Ottanta si combatte con un indebitamento superiore al Pil?
Un elevato debito pubblico può essere indice di un’alta evasione fiscale e di una mala gestione della cosa pubblica; nel Belpaese lo è certamente, quando per mala gestione si intende una corruzione spaventosa e sistematica che pilota gli appalti e porta le opere pubbliche a costare fino a quattro volte di più rispetto agli altri Paesi, a sostenere per decenni quella collusione criminale che ha prodotto un capitalismo feudale e straccione perennemente attaccato alla mammella dello Stato (1). Ma un elevato debito pubblico è indice anche di altro: di una cosciente volontà anti-redistributiva o, se vogliamo usare termini oggi considerati obsoleti, di una società classista.

Anziché creare un equo sistema fiscale, che preveda imposte maggiori per i redditi elevati e le rendite, incamerando così più entrate di cassa per coprire le spese pubbliche, la politica sceglie di fare debiti. Il denaro non prelevato tramite la fiscalità, diviene infatti per i cittadini ricchi risparmio da investire, risparmio con cui acquistare anche titoli pubblici. In tal modo lo Stato si assicura la liquidità necessaria per affrontare le spese e i cittadini facoltosi, anziché pagare imposte adeguate al loro alto reddito, si assicurano un investimento fruttifero. I cittadini che affollano le aste di titoli pubblici pronti ad acquistarli, sono gli stessi che poi pretendono un bilancio contabilmente equilibrato, da tripla A, lontano dal rischio fallimento; e quando il debito supera il Pil del Paese, e il disavanzo tra entrate e uscite cresce pericolosamente, e il costo degli interessi sul debito aumenta sempre più fino a mangiarsi miliardi di euro – 70 miliardi all’anno per l’Italia, secondo i dati del ministero dell’Economia del 2007 – sono quelli che ne pretendono la riduzione a suon di tagli alle spese, l’unica via possibile se non si vuole l’aumento delle tasse. Così, coloro che allo Stato possono dare solo le imposte, magari trattenute direttamente in busta paga, e non hanno alcun risparmio da investire in titoli pubblici o altrove, si ritrovano a pagare due volte: in termini di tagli a pensioni e di esorbitanti tariffe private per quelli che un tempo erano gratuiti o economici servizi pubblici – sanità, trasporti, energia, scuole – e in termini di interessi sul debito pubblico. I cittadini che possiedono solo il salario, in sostanza, pagano ai cittadini che possiedono un patrimonio parte degli interessi sui loro risparmi investiti in titoli pubblici.
Forse è per questo che a maggio 2010, nei giorni di maggiore tensione sociale in Grecia, quando le piazze erano gremite di persone che urlavano di non voler essere loro a pagare il prezzo della speculazione, di una manovra finanziaria che avrebbe aumentato ancora di più la sperequazione tra ricchi e poveri, un enorme striscione è comparso sull’Acropoli. In greco e in inglese, vi era scritto: “Popoli d’Europa, alzatevi”.

 

Giovanna Cracco

 

(1) Debito pubblico, fra tangenti e privatizzazioni, Giovanna Cracco

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