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aprile - maggio 2012
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Verità al tempo della
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| Premi Nobel à la carte |
| Nobel
per la pace: un premio da sempre asservito agli interessi della politica
occidentale |
| Quesito tormentoso: qual è
la migliore guida ai ristoranti d’Italia? È meglio quella
dell’Espresso o invece quella di Slow Food? È preferibile
l’annuario del Gambero Rosso o la Rossa Michelin? Ma la normalità è differente, lo sappiamo
bene. Nelle pragmatiche redazioni delle case editrici di questi volumetti
si guardano le graduatorie dell’anno prima già comodamente
inserite nel computer, si riceve qualche segnalazione interessata,
si contano le pagine vuote e che bisogna riempire, si controlla che
un ristoratore non sia magari morto da qualche anno senza che nessuno
ce l’abbia fatto sapere (capita, capita…) si telefona
all’amico di un amico e ci si fa offrire la cena e un paio di
bottiglie per una gita con la fidanzata… Insomma, quando abbiamo bisogno dei consigli o dei
suggerimenti di qualcun altro usiamo il buon senso e facciamo tesoro
dell’esperienza. Princìpi da utilizzare in ogni situazione
della vita, quando possibile. Che ci fanno da scudo – purtroppo
non sempre efficace – dalle fregature, dagli imbrogli, dalle
furbizie interessate. Passando di palo in frasca (apparentemente): ma voi
avete mai visto l’elenco dei vincitori dei Nobel per la Pace
in questi ormai centodieci anni del premio? Qua e là alcune
grandi figure passate alla Storia e oggettivamente meritevoli. Poi
varie persone ormai dimenticate e quindi difficilmente giudicabili
(e questo testimonia quanto la Storia sia una questione di memoria
mediatica); infine una sequela di personaggi del tutto improponibili.
Personaggi incoerenti con quanto il premio vorrebbe affermare (ma
cosa esattamente vorrebbe affermare? Mah…). Theodore Roosevelt, il bellicoso presidente imperialista
americano, coinvolto direttamente nella guerra ispano-americana su
cui costruisce la sua personale carriera politica, premiato perché
dopo aver sollecitato l’espansionismo giapponese in funzione
antirussa, nella guerra del 1905 interviene a fare da mediatore tra
le parti in conflitto. Insomma, dopo varie decine di migliaia di morti… 1) La presenza di leader politici solo e soltanto occidentali (e in particolare anglo-americani) è continua (per esempio, cinque presidenti o vicepresidenti USA di cui tre mentre sono in carica: ma questi leader americani sono proprio dei pacifisti!). I capi di Stato di altre aree del mondo possono essere premiati soltanto quando, si può ragionevolmente affermare, sono venuti incontro ai desiderata occidentali (per esempio il pio Gorbaciov). Vengono premiate anche figure non immediatamente politiche ma che esercitano un’azione politica travestita di umanitarismo che si trasforma in oggettivo fiancheggiamento di posizioni occidentali (per esempio Elia Wiesel, un commovente caso di pacifista al passato…). 2) I premi a emeriti sconosciuti (dunque a persone per la cui opera tali onorificenze sarebbero estremamente utili al fine di difendere e far sopravvivere la loro lotta) sono rarissimi. E se questi erano poco conosciuti prima, tali rimangono anche in seguito, perché il circo mediatico internazionale offre alla loro opera un’attenzione scarsissima. Insomma, la loro personale figura in qualche modo si sacralizza rendendoli intoccabili ma le realtà in cui operano rimangono completamente abbandonate a loro stesse. Questo dimostra che, di per sé, un Nobel per la Pace serve a poco o nulla se altri interessi molto consistenti non vi si accompagnano. 3) Molti premi (soprattutto negli ultimi trent’anni) sono stati assegnati a oppositori – guarda caso – soltanto all’interno di Stati con i quali l’Occidente appare in contrasto o frizione: Walesa e Sacharov durante la guerra fredda, Aung San Suu Kyi in Birmania, Shirin Ebadi in Iran, il Dalai Lama e infine quest’anno Liu Xiaobo in Cina. In questi casi vi è una continua sovrapposizione tra la tematica della pace e quella dei diritti civili: vien dunque da pensare che il riconoscimento di Stoccolma non sia un premio per la Pace bensì per i diritti civili. Ne consegue il punto successivo. 4) Alcune aree geografiche sono straordinariamente sottorappresentate: America latina e Africa, nello specifico (mediaticamente valgono poco…). Eppure sono aree nelle quali sono avvenuti alcuni tra i peggiori crimini contro l’umanità e molti – moltissimi – sono stati coloro che vi si sono opposti pacificamente. 5) Appare smaccatamente evidente una prevalenza numerica di premi al mondo anglo-americano anche nella società civile e non soltanto in quella politica. Ma, si osservi con cura che – a parte Martin Luther King – tutti i premiati sono creatori di organizzazioni di intervento in altre aree del mondo, di opere pie e assistenziali in campo internazionale, di gruppi filantropici per il terzo mondo. In altre parole, sono membri dell’establishment che proclama (giustamente o opportunisticamente) la necessità di intervenire altrove e non all’interno del proprio Paese. Sono persone che raccolgono un po’ di quattrini da miliardari e tycoon e li portano tra i disperati. Meglio di niente, ma stiamo parlando di carità. Ritornando alla metafora delle guide dei ristoranti,
vien da pensare che nel ristretto comitato che decide i Nobel per
la Pace, anno dopo anno, ci siano molti furbetti che hanno capito
come gira il mondo. Forse tra di loro qualche persona seria c’è,
qualche idealista, qualche nobile spirito umanitario. Ma pochi. Attualmente, per esempio, si profila una ripresa
in grande stile della guerra valutaria con la Cina, dunque è
il momento di darle fastidio. Agiscono politicamente, ed è
perfettamente logico che molti rispondano politicamente. Non sono
dei pii idealisti un po’ allocchi, che compiono errori in buona
fede. Sono gente molto scafata con parecchio pelo sullo stomaco.
Leggi anche: Stoccolma
e l'economia: nobel per pifferai magici di Giovanna Cracco,
Paginauno n. 11/2009
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