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Inchiesta |
Potere e appalti: l'altra Protezione civile |
| Deroga straordinaria alle leggi
sugli appalti, milioni di euro da gestire, una short list riservata
di imprenditori amici: ecco perché per alcuni, prevenire un disastro
naturale è economicamente meno conveniente che lasciarlo accadere |
|
2 luglio 2009. Il sostituto procuratore
Giuseppe Scelsi, titolare di una delle inchieste su Giampaolo Tarantini
e la sua lobby di affari, escort e politica, interroga Enrico Intini,
imprenditore barese. Amico di Massimo D’Alema, oltre che del ruffiano
di palazzo Grazioli, Intini è accusato di turbativa d’asta
nell’ambito di un appalto per le pulizie della Asl di Bari insieme
a Lea Casentini e Cosimo Catalano. Durante l’interrogatorio gli
viene chiesto di chiarire quale sia la natura dei suoi rapporti con
Guido Bertolaso, che Intini ha incontrato due volte: la prima nel 2007,
con Francesco Boccia, capo dipartimento per lo sviluppo delle economie
territoriali sotto il governo di Romano Prodi, la seconda l’anno
successivo in compagnia di Tarantini nella sede romana del Dipartimento
della Protezione civile. Attivo soprattutto in Puglia, Basilicata e
Campania, ma anche nel Lazio dove si è recentemente aggiudicato
la raccolta dei rifiuti nei comuni di Anzio e Nettuno, il gruppo Intini
comprende 44 società che offrono i servizi più disparati.
La galassia guidata da Intini è ben nota tra imprenditori e politici
per la sua atipicità, dal momento che lavora sia nel pubblico
che nel privato con un’attività che spazia dalle costruzioni
agli spin off universitari, dal controllo del territorio alla raccolta
rifiuti, dalle pulizie ai servizi satellitari. Alla domanda sul perché
del suo interesse per Guido Bertolaso, l’imprenditore barese risponde:
“Alla Protezione civile hanno una short list, un elenco riservato
di imprese da far intervenire in situazioni di emergenza, e ci piaceva
farne parte”. Quando i giornali battono la notizia, Bertolaso
prima nega, poi ammette a denti stretti: “Un funzionario dello
Stato non può sottrarsi dall’essere interlocutore per tutti
coloro i quali intendono sviluppare eventuali tecnologie e iniziative
finalizzate a dare spazio al ‘made in Italy’ che rappresenta,
come ben noto, una delle priorità della Protezione civile, anche
a livello internazionale. […] Mi vennero presentati alcuni progetti
che il gruppo Intini voleva sviluppare nel settore della protezione
civile, ma non vi fu seguito agli incontri”. I cittadini, in genere, immaginano la Protezione civile
sulla base dei tanti speciali sentimental-informativi alla Bruno Vespa,
spacciati via etere in occasione dei più svariati disastri –
naturali e non – che la nostra (sfortunata?) penisola si trova
così spesso ad affrontare. Eserciti di volontari senza macchia
e senza paura che si muovono, a proprie spese, per portare aiuto alle
popolazioni colpite; vigili del fuoco fra le macerie alla disperata
ricerca dei superstiti; bambini che piangono fra le braccia dei salvatori.
Agli occhi del pubblico la Protezione civile è lo slancio della
solidarietà, l’angelo consolatore, la possibilità
per chi ha perso ogni cosa di avere almeno la speranza di un futuro
decente. Il Servizio nazionale per la Protezione civile nasce
con la legge 24 febbraio 1992, n. 225, “al fine di tutelare l’integrità
della vita, i beni, gli insediamenti e l’ambiente dai danni o
dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, catastrofi
o altri eventi calamitosi”. La filosofia d’intervento è:
previsione, prevenzione, soccorso, superamento dell’emergenza.
In seguito, gli articoli 107-109 del decreto legislativo 31 marzo 1998,
n. 112 (Bassanini) ridisegnano le competenze fra Stato ed enti locali
nel quadro più generale della modifica del titolo V della Costituzione,
ossia del federalismo, e nel luglio dell’anno successivo, sempre
nell’ambito della riforma Bassanini, viene costituita l’Agenzia
per la Protezione civile, autonoma rispetto al potere politico. L’agenzia
fatica a decollare, in parte perché lo statuto che dovrebbe regolarne
il funzionamento tarda a ottenere il via libera dalla Corte dei Conti,
ma soprattutto perché viene travolta dall’inchiesta sulla
famigerata missione Arcobaleno. I suoi vertici, il professor Franco
Barberi e il prefetto Anna Maria D’Ascenso, insieme a una ventina
di collaboratori, sono indagati dalla procura di Bari in merito allo
scandalo degli aiuti in Kosovo e vengono rimossi: i reati ipotizzati
sono abuso d’ufficio, concussione, associazione a delinquere e
addirittura attentato agli organi costituzionali dello Stato. Guido Bertolaso nasce nella capitale il 20 marzo 1950.
Figlio del vicentino Giorgio Bertolaso, generale ed ex direttore dell’Aeronautica
militare, nel 1977 si laurea con lode in medicina all’università
La Sapienza di Roma e consegue il Master of science in salute pubblica
alla Liverpool school of tropical medicine. Assunto dalla Farnesina,
dopo aver svolto attività di ricerca in Africa nel suo campo
di competenza (le malattie tropicali), crea e dirige ospedali in diverse
zone di guerra. Dal 1982 al 1990 coordina tutti i progetti sanitari,
di emergenza e di assistenza umanitaria per il terzo mondo nell’ambito
del Dipartimento cooperazione e sviluppo del ministero degli Esteri,
struttura che dirigerà dal 1990 al 1993, per poi passare all’Unicef
di New York come vice direttore esecutivo. Nel 1996 viene posto da Romano
Prodi a capo della Protezione civile, incarico che manterrà per
circa un anno, e nel 1998 è nominato vice commissario vicario
per il Gran de giubileo. Dal 1998 è direttore generale dell’Ufficio
nazionale per il servizio civile finché, nel 2001, Amato lo chiama
nuovamente, e Berlusconi lo conferma, al vertice del Dipartimento della
Protezione civile, questa volta con ben altri poteri. Il pessimo carattere
del personaggio è proverbiale: arrogante e litigioso, non esita
a farsi terra bruciata intorno pur di soddisfare le sue molte ambizioni,
e si vocifera che nel periodo newyorkese ebbe addirittura uno scontro
feroce con l’allora ministro degli Esteri Lamberto Dini. In un
Paese in cui l’abilità nel costruire e mantenere relazioni
con chi conta è cruciale per far carriera, chiunque altro sarebbe
andato incontro a morte (professionale) certa, ma non il nostro. Figura
bipartisan per eccellenza, è corteggiato e appoggiato da destra
e da sinistra, e nessuno come lui è in grado di far dimenticare
ai politici i suoi risultati professionali non sempre di eccezione,
e a volte francamente discutibili, come la gestione dell’emergenza
rifiuti a Napoli o dell’emergenza incendi in Campania, per non
parlare del disastro dell’Aquila e delle molte accuse per non
aver saputo prevenire il peggio: Bertolaso si indigna, scuote le spalle
e liquida la faccenda con un lapidario e molto discutibile: “I
terremoti non si possono prevedere”. A quanto pare se lo può
permettere, forse perché è nipote del cardinale Camillo
Ruini, potentissimo presidente della Cei di Giovanni Paolo II: chi oserebbe,
nella cattolicissima Italia, rischiare l’appoggio di Eminence,
come lo chiama Luciana Littizzetto? Dall’analisi dell’elenco di manifestazioni
che la Protezione civile ha gestito su ordinanza dell’esecutivo,
sfuggendo alle norme sugli appalti, al controllo della Corte dei Conti
e a quello della Corte costituzionale – perché nemmeno
queste ultime possono sindacare le ordinanze – non si riesce a
chiarire il significato della misteriosa espressione “grandi eventi”.
Ci si può far rientrare di tutto, dai meeting religiosi (ovviamente!),
agli eventi sportivi, ai vertici internazionali: i festeggiamenti per
i 400 anni dalla nascita di San Giuseppe da Copertino nella piazza centrale
della sua città natale (ordinanza 3.356 del 2004 e concessione
di poteri straordinari al sindaco del paese, in deroga a otto leggi
vigenti); il congresso eucaristico del 2005 (ordinanza 3.420, tre milioni
di euro “per riqualificare strade e piazze destinate all’evento”);
i lavori sul lungomare di Trapani per la regata della Coppa America
2008 (commissario Bertolaso, 62 milioni di euro); il pellegrinaggio
a Loreto “Agorà dei giovani italiani” del 2007 (commissario
Bertolaso, 3 milioni di euro stanziati dalla regione Marche e due milioni
stanziati dalla Protezione civile); i mondiali di ciclismo del 2008
(ordinanza 3.565, 7 milioni di euro), con cui Varese ha trovato i fondi
per una nuova tangenziale, che peraltro non è stata ancora completata;
e così di seguito. Con un’ordinanza si può fare
di tutto, disciplinare il transito dei tir a Messina, regolare il traffico
a Milano o a Catania, risolvere una fantomatica emergenza gondole a
Venezia, affrontare l’eccezionale afflusso turistico alle isole
Eolie (come non considerare i turisti una catastrofe?), affrontare il
degrado dei siti archeologici a Roma e Pompei (sottraendone il relativo
stanziamento ai beni culturali). E ancora organizzare il vertice Nato-Russia,
il semestre italiano di presidenza della Corte europea, la firma della
Carta Costituzionale europea a Roma, il G8 a L’Aquila. Da quando
Bertolaso è stato nominato capo della Protezione civile nel 2001
a maggio del 2009 sono state varate dalla Presidenza del consiglio dei
ministri 587 ordinanze emergenziali, che solo in parte sono riferibili
a calamità naturali: il valore delle cifre stanziate non è
facile da calcolare, visto il mistero che circonda i dati (per esempio
le spese per il G8 della Maddalena, poi trasferito a L’Aquila,
sono soggette a segreto di Stato), ma secondo alcune stime si potrebbe
arrivare a 10,6 miliardi di euro gestiti in tutta libertà. Unico
possibile argine: l’azione della magistratura, ma solo quando
vi sia ragione di credere che siano stati compiuti illeciti civili o
reati penali (nemmeno Berlusconi è riuscito ancora a far approvare
una legge in deroga a tutte le altre norme dello Stato). Bertolaso si
indigna quando qualche malpensante osa insinuare che la sua gestione
sia meno che trasparente: “Il 90% degli acquisti della Protezione
civile avviene tramite regolare procedura di gara – dichiara –
e per quel che riguarda i grandi eventi tutti i rapporti contrattuali
vengono diffusi sul sito della Protezione civile o pubblicati sulla
Gazzetta Ufficiale. Per quanto riguarda invece le donazioni degli italiani
in caso di particolari eventi emergenziali, viene istituito un Comitato
dei garanti (chi ne faccia parte non si sa, n.d.a.), per controllare
ogni singolo euro speso dal dipartimento e i risultati conseguiti”. Con un decreto del 30 settembre 2005, la Protezione
civile viene incaricata di gestire i Mondiali di nuoto di Roma del 2009
e come commissario al grande evento viene nominato Angelo Balducci.
Per le opere pubbliche necessarie il governo stanzia 60 milioni di euro,
a cui si aggiungono, con le “disposizioni urgenti di Protezione
civile” del 6 aprile 2006, altri 26 milioni di euro (ordinanza
3508) per la costruzione di un museo dello sport nell’area di
Tor Vergata, in accordo col ministero dei Beni culturali di Rocco Buttiglione.
Con la stessa ordinanza, vengono anche attribuiti pieni poteri al commissario
delegato per implementare le strutture sportive esistenti nell’area,
sia pubbliche che private. Balducci, inoltre, potrà “provvedere,
ove necessario, dell’assistenza della forza pubblica per il conseguimento
della disponibilità delle aree di proprietà dell’ateneo
che risultino occupate”. Nella gestione delle emergenze, la Protezione civile
coordina le sue componenti ai vari livelli territoriali (comuni, province,
regioni, ecc.) e funzionali (esercito, vigili del fuoco, ecc.), attraverso
un sistema di tavoli decisionali e sale operative che permette –
si sostiene – l’avvio in tempo reale di progetti di intervento
condivisi. Il metodo seguito è il ‘metodo Augustus’,
dal nome del celebre imperatore romano che per primo riunì i
suoi collaboratori in tavoli consultivi per facilitare la risoluzione
delle emergenze. Augusto sosteneva, supportato da quali prove non è
dato sapere, che “il valore della pianificazione diminuisce con
l’aumentare della complessità degli eventi”: è
subito chiaro che lo spirito latino insito nell’italico dna considera
inutili, forse addirittura dannosi, i tentativi di immaginare scenari
alternativi e modalità d’approccio preventive come è
tipico nelle società moderne. A noi non piacciono i piani di
emergenza pronti nel cassetto, con tutte le ipotesi ponderate e le soluzioni
alternative, o le simulazioni ‘what if ’: la realtà
è complessa, e se ci sono grossi guai meglio gestire la situazione
intorno a un tavolo, sperando che l’attitudine al comportamento
collaborativo degli italiani quando si tratta di risolvere le calamità
non sia la stessa che ci troviamo davanti nelle riunioni di condominio
o nelle dinamiche parlamentari. Se poi consideriamo che ogni dichiarazione
di stato di emergenza comporta parallelamente lo stanziamento di fondi
straordinari gestibili, a seconda della gravità ed estensione
dell’evento, a livello comunale, provinciale, regionale o nazionale
(in quest’ultimo caso in deroga alle norme sugli appalti come
per i grandi eventi), non si può escludere che qualcuno degli
invitati a sedere al tavolo senta di avere diritto a una fettina di
torta. Forse una bella emergenza vale più di tanta prevenzione,
come sembra dimostrare l’allocazione delle risorse nel bilancio
della Protezione civile. Quest’anno, il dipartimento ha a disposizione
circa un miliardo e mezzo di euro (per la precisione, 1.486.574.961
euro). Di questi, solo il 2% (35 milioni) è stato stanziato per
“studi indagini e rilevazioni per la prevenzione e previsione
di calamità naturali”, mentre per gestire le emergenze
e i grandi eventi vengono impiegati 1,1 miliardi di euro (il 73% del
totale). Roberto De Marco, ex direttore del Servizio sismico nazionale,
dichiara: “La prevenzione è stata ridotta, sostituita dall’intenzione
di usare il principio di straordinarietà per qualsiasi cosa”.
Anche a prezzo di qualche irrisoria e disprezzabile vita umana, a quanto
pare.
Giovanna Baer |
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È uscito il numero 18
giugno / settembre 2010
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