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Inchiesta

 

Potere e appalti: l'altra Protezione civile
di Giovanna Baer

Deroga straordinaria alle leggi sugli appalti, milioni di euro da gestire, una short list riservata di imprenditori amici: ecco perché per alcuni, prevenire un disastro naturale è economicamente meno conveniente che lasciarlo accadere

2 luglio 2009. Il sostituto procuratore Giuseppe Scelsi, titolare di una delle inchieste su Giampaolo Tarantini e la sua presunta lobby di affari, escort e politica, interroga Enrico Intini, imprenditore barese, accusato di turbativa d’asta nell’ambito di un appalto per le pulizie della Asl di Bari insieme a Lea Casentini e Cosimo Catalano. Durante l’interrogatorio gli viene chiesto di chiarire quale sia la natura dei suoi rapporti con Guido Bertolaso, che Intini ha incontrato due volte: la prima nel 2007, con Francesco Boccia, capo dipartimento per lo sviluppo delle economie territoriali sotto il governo di Romano Prodi, la seconda l’anno successivo in compagnia di Tarantini nella sede romana del Dipartimento della Protezione civile. Attivo soprattutto in Puglia, Basilicata e Campania, ma anche nel Lazio dove si è recentemente aggiudicato la raccolta dei rifiuti nei comuni di Anzio e Nettuno, il gruppo Intini comprende 44 società che offrono i servizi più disparati.

La galassia guidata da Intini è ben nota tra imprenditori e politici per la sua atipicità, dal momento che lavora sia nel pubblico che nel privato con un’attività che spazia dalle costruzioni agli spin off universitari, dal controllo del territorio alla raccolta rifiuti, dalle pulizie ai servizi satellitari. Alla domanda sul perché del suo interesse per Guido Bertolaso, l’imprenditore barese risponde: “Alla Protezione civile hanno una short list, un elenco riservato di imprese da far intervenire in situazioni di emergenza, e ci piaceva farne parte”. Quando i giornali battono la notizia, Bertolaso prima nega, poi ammette a denti stretti: “Un funzionario dello Stato non può sottrarsi dall’essere interlocutore per tutti coloro i quali intendono sviluppare eventuali tecnologie e iniziative finalizzate a dare spazio al ‘made in Italy’ che rappresenta, come ben noto, una delle priorità della Protezione civile, anche a livello internazionale. […] Mi vennero presentati alcuni progetti che il gruppo Intini voleva sviluppare nel settore della protezione civile, ma non vi fu seguito agli incontri”.

Ma l’obiettivo della Protezione civile non era quello di prevenire e affrontare terremoti, alluvioni, incendi e altre calamità? Da quando “dare spazio al made in Italy” è diventata una delle sue priorità, e che cosa significa questa espressione? E perché una short list (riservata, per di più, nemmeno fosse un dossier dei servizi segreti) di imprenditori amici?

I cittadini, in genere, immaginano la Protezione civile sulla base dei tanti speciali sentimental-informativi alla Bruno Vespa, spacciati via etere in occasione dei più svariati disastri – naturali e non – che la nostra (sfortunata?) penisola si trova così spesso ad affrontare. Eserciti di volontari senza macchia e senza paura che si muovono, a proprie spese, per portare aiuto alle popolazioni colpite; vigili del fuoco fra le macerie alla disperata ricerca dei superstiti; bambini che piangono fra le braccia dei salvatori. Agli occhi del pubblico la Protezione civile è lo slancio della solidarietà, l’angelo consolatore, la possibilità per chi ha perso ogni cosa di avere almeno la speranza di un futuro decente.
Ma il reality televisivo maschera, come spesso accade, una realtà ben diversa.

Nella maggioranza dei Paesi europei, quella della Protezione civile è una funzione assegnata a una sola istituzione o a poche strutture pubbliche, in genere dipendenti dal ministero degli Interni. In Italia, invece, la Protezione civile coinvolge l’intera struttura dello Stato (centrale e periferica), l’intero sistema degli enti locali, e anche la società civile attraverso le organizzazioni di volontariato. Secondo quanto dichiarato dai suoi ideatori, questo tipo di struttura permetterebbe un livello di coordinamento centrale unito a una forte flessibilità operativa sul territorio, oltre a consentire un coinvolgimento esplicito degli enti locali che gestiscono le realtà territoriali in ‘tempo di pace’.

La forte enfasi sul volontariato permette inoltre di far affluire in caso di necessità una quantità elevatissima di risorse professionali e umane a titolo gratuito: le stime parlano di circa 300.000 volontari operativi, suddivisi e organizzati in 2.500 gruppi distribuiti su tutto il territorio nazionale. Le strutture a disposizione della Protezione civile sono un vero e proprio ‘esercito di eserciti’, di cui fanno parte il Corpo nazionale dei vigili del fuoco, le Forze armate, le Forze di polizia, il Corpo forestale, Enel e Telecom, le università, l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e altre istituzioni di ricerca, la Croce rossa italiana, le strutture del Servizio sanitario nazionale, le organizzazioni di volontariato e infine il Corpo nazionale di soccorso alpino e speleologico. L’organismo che coordina le attività di questa mostruosa ‘macchina bellica’ è il Dipartimento della Protezione civile posto, contrariamente alla prassi comune, alle dirette dipendenze della Presidenza del consiglio dei ministri, il che lo situa in una posizione più elevata rispetto ai dipartimenti che dipendono da un semplice ministero, in modo da facilitare (o almeno è quanto si sostiene) il coordinamento delle risorse dello Stato (e di tutti gli altri ministeri) in caso di emergenza.

Perché l’Italia sia l’unico Stato europeo che abbia ritenuto necessario un tale livello di complessità organizzativa (tenuto conto della spiccata tendenza nazionale alla confusione e allo scaricabarile quando le cose vanno male), sotto il controllo diretto del capo dell’esecutivo, è un mistero per chi scrive. La sola possibile risposta è che il coinvolgimento di soggetti così numerosi e di tanto variegati livelli di responsabilità costituiscano una comoda cortina di fumo per nascondere tutt’altro.

Il Servizio nazionale per la Protezione civile nasce con la legge 24 febbraio 1992, n. 225, “al fine di tutelare l’integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l’ambiente dai danni o dal pericolo di danni derivanti da calamità naturali, catastrofi o altri eventi calamitosi”. La filosofia d’intervento è: previsione, prevenzione, soccorso, superamento dell’emergenza. In seguito, gli articoli 107-109 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112 (Bassanini) ridisegnano le competenze fra Stato ed enti locali nel quadro più generale della modifica del titolo V della Costituzione, ossia del federalismo, e nel luglio dell’anno successivo, sempre nell’ambito della riforma Bassanini, viene costituita l’Agenzia per la Protezione civile, autonoma rispetto al potere politico. L’agenzia fatica a decollare, in parte perché lo statuto che dovrebbe regolarne il funzionamento tarda a ottenere il via libera dalla Corte dei Conti, ma soprattutto perché viene travolta dall’inchiesta sulla famigerata missione Arcobaleno. I suoi vertici, il professor Franco Barberi e il prefetto Anna Maria D’Ascenso, insieme a una ventina di collaboratori, sono indagati dalla procura di Bari in merito allo scandalo degli aiuti in Kosovo e vengono rimossi: i reati ipotizzati sono abuso d’ufficio, concussione, associazione a delinquere e addirittura attentato agli organi costituzionali dello Stato.

Per governare la struttura in difficoltà il presidente del consiglio Amato sceglie il nome di un medico fino ad allora poco conosciuto al grande pubblico, e il 7 febbraio 2001 nomina Guido Bertolaso a capo dell’Agenzia, destinata però a passare dalla culla alla tomba. Berlusconi infatti, appena insediato col suo nuovo governo, la cancella con un blitz in piena regola, dimostrando di avere un’idea precisa su quali dovrebbero essere poteri e compiti di una Protezione civile al passo coi tempi e in sintonia con i suoi metodi di gestione della res publica. L’esecutivo si riappropria della struttura “con l’obiettivo di eliminare ogni pericolosa frammentazione di competenze e di organismi, attribuendo nuovamente alla Presidenza del consiglio un ruolo di centralità e di ricomposizione unitaria di tutti gli interessi del settore”.

Il decreto legge 7 settembre 2001, n. 343, intitolato “disposizioni urgenti per assicurare il coordinamento operativo delle strutture preposte alle attività di protezione civile”, trasformato nella legge 9 novembre 2001 n. 401, contiene novità sorprendenti: quanto disposto dall’articolo 5 della vecchia legge 225/92, che permetteva al Presidente del consiglio o al ministro per la Protezione civile di operare in deroga a ogni disposizione vigente nei casi di emergenza, viene infatti esteso “ai grandi eventi rientranti nella competenza del dipartimento per la Protezione civile e diversi da quelli per i quali si rende necessaria la delibera dello Stato di emergenza” (legge 401/2001, art. 5bis, comma 5). I grandi eventi vengono dunque equiparati alle cosiddette “emergenze di tipo C”, cioè quelle che per estensione o gravità si qualificano come emergenze nazionali. In questi casi, il commissario straordinario che gestisce i fondi (stanziamenti speciali stabiliti ad hoc dal governo, nonché le somme raccolte dalle organizzazioni di solidarietà) può agire in deroga alle normative comunitarie e alla legge italiana in materia d’appalto e ha la possibilità di emettere ordinanze straordinarie.

Per cause di forza maggiore, o così si dichiara, e che consisterebbero nell’urgenza dell’intervento (come per il terremoto dell’Aquila), o quando è in gioco il prestigio della nazione (per esempio quando si tratta di far bella figura su un palcoscenico internazionale come per i mondiali di ciclismo del 2008), viene sospesa l’aggiudicazione delle opere pubbliche mediante gara d’appalto e il commissario può affidare i lavori a ditte scelte a sua discrezione: ed ecco uscire dall’ombra la famigerata short list di cui tanti imprenditori, e Intini fra loro, ambiscono a fare parte. Il fumo dei bravi volontari, della Croce rossa che medica i feriti, dei vigili del fuoco che scavano nelle macerie, dei sindaci e dei prefetti che scaricano ogni responsabilità, delle disgrazie che non si possono prevedere nasconde l’arrosto – succulento – degli appalti. A capo del nuovo potente Dipartimento viene riconfermato Guido Bertolaso.

Guido Bertolaso nasce nella capitale il 20 marzo 1950. Figlio del vicentino Giorgio Bertolaso, generale ed ex direttore dell’Aeronautica militare, nel 1977 si laurea con lode in medicina all’università La Sapienza di Roma e consegue il Master of science in salute pubblica alla Liverpool school of tropical medicine. Assunto dalla Farnesina, dopo aver svolto attività di ricerca in Africa nel suo campo di competenza (le malattie tropicali), crea e dirige ospedali in diverse zone di guerra. Dal 1982 al 1990 coordina tutti i progetti sanitari, di emergenza e di assistenza umanitaria per il terzo mondo nell’ambito del Dipartimento cooperazione e sviluppo del ministero degli Esteri, struttura che dirigerà dal 1990 al 1993, per poi passare all’Unicef di New York come vice direttore esecutivo. Nel 1996 viene posto da Romano Prodi a capo della Protezione civile, incarico che manterrà per circa un anno, e nel 1998 è nominato vice commissario vicario per il Gran de giubileo. Dal 1998 è direttore generale dell’Ufficio nazionale per il servizio civile finché, nel 2001, Amato lo chiama nuovamente, e Berlusconi lo conferma, al vertice del Dipartimento della Protezione civile, questa volta con ben altri poteri.

Il pessimo carattere del personaggio è proverbiale: arrogante e litigioso, non esita a farsi terra bruciata intorno pur di soddisfare le sue molte ambizioni, e si vocifera che nel periodo newyorkese ebbe addirittura uno scontro feroce con l’allora ministro degli Esteri Lamberto Dini. In un Paese in cui l’abilità nel costruire e mantenere relazioni con chi conta è cruciale per far carriera, chiunque altro sarebbe andato incontro a morte (professionale) certa, ma non il nostro. Figura bipartisan per eccellenza, è corteggiato e appoggiato da destra e da sinistra, e nessuno come lui è in grado di far dimenticare ai politici i suoi risultati professionali non sempre di eccezione, e a volte francamente discutibili, come la gestione dell’emergenza rifiuti a Napoli o dell’emergenza incendi in Campania, per non parlare del disastro dell’Aquila e delle molte accuse per non aver saputo prevenire il peggio: Bertolaso si indigna, scuote le spalle e liquida la faccenda con un lapidario e molto discutibile: “I terremoti non si possono prevedere”. A quanto pare se lo può permettere, forse perché è nipote del cardinale Camillo Ruini, potentissimo presidente della Cei di Giovanni Paolo II: chi oserebbe, nella cattolicissima Italia, rischiare l’appoggio di Eminence, come lo chiama Luciana Littizzetto?

Certi cardinali in terra valgono più dei santi in paradiso così, in segno di devozione, il bravo nipotino non si perde nemmeno un viaggio del pontefice, ovviamente sovvenzionato dal dipartimento che dirige. Solo nel 2008, ha speso un totale di 800.000 euro: 100.000 euro per la visita pastorale di Benedetto XVI a Cagliari; 250.000 euro per quella a Savona e Genova; 200.000 euro per quella ad Assisi; e 250.000 euro per il viaggio a Brindisi e Castriliano del Capo. È stato insignito dei titoli di Cavaliere della Gran Croce della Repubblica italiana, Grande ufficiale della Repubblica italiana, medaglia d’oro al merito della Sanità pubblica, medaglia d’argento di pubblica benemerenza della Protezione civile, ed è cittadino onorario del comune di Ostuni. Ha ottenuto le lauree honoris causa in ingegneria gestionale all’università di Tor Vergata di Roma; in giurisprudenza alla St. John University; in sostenibilità ambientale e protezione civile all’università delle Marche. Dal 2008 è socio onorario della AIIC (Associazione Italiana Infrastrutture Critiche), una potente lobby di esperti in settori strategici, che si occupa di “sistema elettrico, reti di comunicazione, reti di trasporto, sistema sanitario, circuiti finanziari, e reti a supporto del governo”. Più intoccabile di così…

Dall’analisi dell’elenco di manifestazioni che la Protezione civile ha gestito su ordinanza dell’esecutivo, sfuggendo alle norme sugli appalti, al controllo della Corte dei Conti e a quello della Corte costituzionale – perché nemmeno queste ultime possono sindacare le ordinanze – non si riesce a chiarire il significato della misteriosa espressione “grandi eventi”. Ci si può far rientrare di tutto, dai meeting religiosi (ovviamente!), agli eventi sportivi, ai vertici internazionali: i festeggiamenti per i 400 anni dalla nascita di San Giuseppe da Copertino nella piazza centrale della sua città natale (ordinanza 3.356 del 2004 e concessione di poteri straordinari al sindaco del paese, in deroga a otto leggi vigenti); il congresso eucaristico del 2005 (ordinanza 3.420, tre milioni di euro “per riqualificare strade e piazze destinate all’evento”); i lavori sul lungomare di Trapani per la regata della Coppa America 2008 (commissario Bertolaso, 62 milioni di euro); il pellegrinaggio a Loreto “Agorà dei giovani italiani” del 2007 (commissario Bertolaso, 3 milioni di euro stanziati dalla regione Marche e due milioni stanziati dalla Protezione civile); i mondiali di ciclismo del 2008 (ordinanza 3.565, 7 milioni di euro), con cui Varese ha trovato i fondi per una nuova tangenziale, che peraltro non è stata ancora completata; e così di seguito.

Con un’ordinanza si può fare di tutto, disciplinare il transito dei tir a Messina, regolare il traffico a Milano o a Catania, risolvere una fantomatica emergenza gondole a Venezia, affrontare l’eccezionale afflusso turistico alle isole Eolie (come non considerare i turisti una catastrofe?), affrontare il degrado dei siti archeologici a Roma e Pompei (sottraendone il relativo stanziamento ai beni culturali). E ancora organizzare il vertice Nato-Russia, il semestre italiano di presidenza della Corte europea, la firma della Carta Costituzionale europea a Roma, il G8 a L’Aquila.

Da quando Bertolaso è stato nominato capo della Protezione civile nel 2001 a maggio del 2009 sono state varate dalla Presidenza del consiglio dei ministri 587 ordinanze emergenziali, che solo in parte sono riferibili a calamità naturali: il valore delle cifre stanziate non è facile da calcolare, visto il mistero che circonda i dati (per esempio le spese per il G8 della Maddalena, poi trasferito a L’Aquila, sono soggette a segreto di Stato), ma secondo alcune stime si potrebbe arrivare a 10,6 miliardi di euro gestiti in tutta libertà. Unico possibile argine: l’azione della magistratura, ma solo quando vi sia ragione di credere che siano stati compiuti illeciti civili o reati penali (nemmeno Berlusconi è riuscito ancora a far approvare una legge in deroga a tutte le altre norme dello Stato). Bertolaso si indigna quando qualche malpensante osa insinuare che la sua gestione sia meno che trasparente: “Il 90% degli acquisti della Protezione civile avviene tramite regolare procedura di gara – dichiara – e per quel che riguarda i grandi eventi tutti i rapporti contrattuali vengono diffusi sul sito della Protezione civile o pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale. Per quanto riguarda invece le donazioni degli italiani in caso di particolari eventi emergenziali, viene istituito un Comitato dei garanti (chi ne faccia parte non si sa, n.d.a.), per controllare ogni singolo euro speso dal dipartimento e i risultati conseguiti”.

Il senatore Antonio D’Alì, trapanese, discende da una famiglia di proprietari terrieri convertiti alla finanza che per anni ha avuto alle sue dipendenze, come fattori, Francesco Messina Denaro e il figlio Matteo, uno dei più pericolosi latitanti di mafia (ovviamente, i D’Alì erano all’oscuro della loro appartenenza alle cosche). Per aumentare il prestigio della sua città riesce a convincere Ernesto Bertarelli, patron della barca Alinghi, a portare a Trapani l’edizione 2005 della Louis Vuitton Cup, pre-regata della Coppa America. Guido Bertolaso viene nominato commissario al grande evento e vengono stanziati 62 milioni di euro per i lavori pubblici necessari, che comprendono addirittura uno scalo marittimo a Favignana, isola non coinvolta dallo svolgimento delle gare.
Per mettere il turbo agli stanziamenti la Protezione civile emette un’ordinanza (la 3377 del 2004) che velocizza la valutazione d’impatto ambientale e rende più fluide le gare d’appalto. In una trasmissione radiofonica Bertolaso dichiara: “Il giustizialismo di troppe leggi complica l’esecuzione dei lavori. La nuova Protezione civile serve a superare questa giungla impressionante”. Ma con quali effetti collaterali?

La relazione della Commissione parlamentare antimafia della XIV legislatura prospetta un’ingerenza mafiosa nella gestione dell’evento. La siciliana Inerti e Bituminosi srl di Tommaso Coppola, imprenditore legato alla mafia e detenuto nel carcere palermitano di Pagliarelli, si è aggiudicata forniture per la manutenzione straordinaria dei marciapiedi della città, per la realizzazione delle opere fognarie e per la sistemazione della banchina del porto. Nei lavori per la regata è coinvolta inoltre la Seo srl di Antonino Biritella, altro imprenditore condannato per mafia, e l’Ira Costruzione Generali srl, azienda catanese su cui il boss Francesco Pace è in grado di esercitare pressioni. Inoltre, come denuncia in un’interrogazione del 2006 l’ex deputato Verde Massimo Fundarò, “confidando sull’uso delle procedure straordinarie si è tentato, in nome dell’organizzazione della Coppa America, un attacco profondo alla riserva naturale delle saline di Trapani, cercando di ottenere una forte riduzione dei vincoli di tutela”. Il 23 giugno 2008 la magistratura condanna a sei mesi Vincenzo Sorge, direttore tecnico dei cantieri navali, ritenuto colpevole di violazione delle norme sull’ambiente. La Louis Vuitton Cup non è un caso isolato: è già stato denunciato dal prefetto dell’Aquila, Franco Gabrielli, il tentativo di infiltrazione da parte di società mafiose nei lavori di ricostruzione post terremoto in Abruzzo, e lo stesso Bertolaso, in qualità di commissario per l’emergenza rifiuti di Napoli, è indagato dalla procura per “traffico illecito di rifiuti, falso ideologico e truffa ai danni dello Stato”. Niente male come difesa del made in Italy.

Con un decreto del 30 settembre 2005, la Protezione civile viene incaricata di gestire i Mondiali di nuoto di Roma del 2009 e come commissario al grande evento viene nominato Angelo Balducci. Per le opere pubbliche necessarie il governo stanzia 60 milioni di euro, a cui si aggiungono, con le “disposizioni urgenti di Protezione civile” del 6 aprile 2006, altri 26 milioni di euro (ordinanza 3508) per la costruzione di un museo dello sport nell’area di Tor Vergata, in accordo col ministero dei Beni culturali di Rocco Buttiglione. Con la stessa ordinanza, vengono anche attribuiti pieni poteri al commissario delegato per implementare le strutture sportive esistenti nell’area, sia pubbliche che private. Balducci, inoltre, potrà “provvedere, ove necessario, dell’assistenza della forza pubblica per il conseguimento della disponibilità delle aree di proprietà dell’ateneo che risultino occupate”.

Parliamo di rom, i cui insediamenti abusivi vengono sgomberati per accogliere “importanti strutture sportive come il campus con la piazza disegnata da Calatrava e il palazzetto dello sport che ospiterà i prossimi mondiali di nuoto”, si rallegra Walter Veltroni. Il 15 giugno 2007 la Presidenza del consiglio, “ravvisando la necessità di accelerare ulteriormente le misure di carattere straordinario volte a garantire la realizzazione di tutti gli interventi e le opere indispensabili per assicurare il regolare svolgimento dei mondiali” dispone – su proposta del capo della Protezione civile – il trasferimento dal ministero delle Infrastrutture alla contabilità speciale intestata al rettore di Tor Vergata di 135 milioni di euro, che vengono immediatamente “trasferiti in blocco alla contabilità speciale intestata al commissario delegato”.

Il 13 giugno 2008 l’incarico di commissario viene tolto ad Angelo Balducci e trasferito a Claudio Rinaldi su consiglio di Bertolaso. Ma i lavori vanno a rilento, e l’unica struttura pronta per le competizioni è la piscina esterna del villaggio olimpico di Tor Vergata, che tuttavia è stata esclusa dalle gare. Per questa ragione viene deciso di ristrutturare il campo centrale di tennis del Foro Italico quale “impianto centrale per lo svolgimento dei mondiali”, calandovi una piscina prefabbricata. Il consiglio comunale di Alemanno vara un ordine del giorno che “impegna il sindaco e la giunta a superare le problematiche che possono condizionare il potere del commissario delegato” dando il via libera a “interventi in deroga alle recenti previsioni urbanistiche e al regolamento edilizio”. Il 26 maggio 2009 il pm Sergio Colaiocco ha convocato Guido Bertolaso per deporre sui presunti abusi edilizi relativi al Salaria sport village, sequestrato dalla magistratura per evidenti violazioni dei piani urbanistici. Al capo della Protezione civile il magistrato romano avrebbe voluto chiedere notizie anche della ragione dell’avvicendamento nel ruolo di commissario da Balducci a Rinaldi (per ora unico indagato eccellente), e sulle regole per individuare le strutture sportive che sono state ammesse a beneficiare dei permessi e di un mutuo ad hoc erogato dall’Istituto di Credito sportivo. Ma Bertolaso, impegnato a L’Aquila, ha deciso di non presentarsi. Con buona pace della trasparenza.

Nella gestione delle emergenze, la Protezione civile coordina le sue componenti ai vari livelli territoriali (comuni, province, regioni, ecc.) e funzionali (esercito, vigili del fuoco, ecc.), attraverso un sistema di tavoli decisionali e sale operative che permette – si sostiene – l’avvio in tempo reale di progetti di intervento condivisi. Il metodo seguito è il ‘metodo Augustus’, dal nome del celebre imperatore romano che per primo riunì i suoi collaboratori in tavoli consultivi per facilitare la risoluzione delle emergenze. Augusto sosteneva, supportato da quali prove non è dato sapere, che “il valore della pianificazione diminuisce con l’aumentare della complessità degli eventi”: è subito chiaro che lo spirito latino insito nell’italico dna considera inutili, forse addirittura dannosi, i tentativi di immaginare scenari alternativi e modalità d’approccio preventive come è tipico nelle società moderne. A noi non piacciono i piani di emergenza pronti nel cassetto, con tutte le ipotesi ponderate e le soluzioni alternative, o le simulazioni ‘what if’: la realtà è complessa, e se ci sono grossi guai meglio gestire la situazione intorno a un tavolo, sperando che l’attitudine al comportamento collaborativo degli italiani quando si tratta di risolvere le calamità non sia la stessa che ci troviamo davanti nelle riunioni di condominio o nelle dinamiche parlamentari.

Se poi consideriamo che ogni dichiarazione di stato di emergenza comporta parallelamente lo stanziamento di fondi straordinari gestibili, a seconda della gravità ed estensione dell’evento, a livello comunale, provinciale, regionale o nazionale (in quest’ultimo caso in deroga alle norme sugli appalti come per i grandi eventi), non si può escludere che qualcuno degli invitati a sedere al tavolo senta di avere diritto a una fettina di torta. Forse una bella emergenza vale più di tanta prevenzione, come sembra dimostrare l’allocazione delle risorse nel bilancio della Protezione civile. Quest’anno, il dipartimento ha a disposizione circa un miliardo e mezzo di euro (per la precisione, 1.486.574.961 euro). Di questi, solo il 2% (35 milioni) è stato stanziato per “studi indagini e rilevazioni per la prevenzione e previsione di calamità naturali”, mentre per gestire le emergenze e i grandi eventi vengono impiegati 1,1 miliardi di euro (il 73% del totale). Roberto De Marco, ex direttore del Servizio sismico nazionale, dichiara: “La prevenzione è stata ridotta, sostituita dall’intenzione di usare il principio di straordinarietà per qualsiasi cosa”. Anche a prezzo di qualche irrisoria e disprezzabile vita umana, a quanto pare.

Un esempio fra tanti la recente alluvione nel messinese, avvenuta due anni dopo un’analoga calamità su cui la procura ha a suo tempo aperto un’inchiesta. Nella relazione consegnata ai pm lo scorso anno, i tecnici sostengono che “a prescindere dall’elevata intensità degli eventi meteorici, non può non essere presa in considerazione la leggerezza di scelte territoriali […] che hanno fatto sì che il degrado dei corsi idrici nel messinese diventasse un fenomeno generalizzato e diffuso capace di provocare un vero e proprio disastro”. Catastrofe annunciata già nel 2008, dunque. E che misure cautelative hanno ritenuto doveroso prendere i sindaci, il prefetto, il direttore della provincia, il governatore della Sicilia, la stessa Protezione civile che si è occupata della perizia? Calogero Ferlisi, comandante del Nucleo tutela del territorio dei vigili urbani, ha richiesto, in meno di tre anni, 1.191 demolizioni di manufatti abusivi, ma nemmeno una casa è stata abbattuta. “Mi piacerebbe sapere il perché di tanta ignavia”, dichiara, e come dargli torto? Rassicura gli animi il procuratore Lo Forte: “Gli ordini di demolizione spettano alle amministrazioni, e verificheremo se e chi abbia omesso di dare seguito alle ordinanze”.
Intanto, Bertolaso chiede a Berlusconi 25 miliardi di euro per mettere in sicurezza tutte
le zone a rischio idrogeologico presenti sul territorio nazionale. Il presidente del consiglio liquida la richiesta come “una provocazione”, ma assicura che metterà a sua disposizione “una cifra importante per cominciare da quelle più pericolose”. Certo morti e dispersi non sono stati inutili. Soprattutto per chi si occuperà della ricostruzione.

 

Giovanna Baer

 

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