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aprile - maggio 2012
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Polemos |
| Piccole bombe nucleari crescono |
| Il potere militare parla di ‘uranio
impoverito’, la comunità scientifica tace, e intanto
dalla prima guerra del Golfo vengono usate armi nucleari piccole
come proiettili d’artiglieria. |
| Una delle caratteristiche
della società moderna, che sembra fondata sull’abbondanza
e sulla disponibilità dell’informazione, è la
capacità di mantenere segreti. E li mantiene proprio grazie
all’enorme quantità di informazione che viene rovesciata
sulla testa delle persone le quali, non avendo più punti di
riferimento, assumono, rispetto all’informazione che ricevono,
un’attitudine passiva. Convinti di sapere tutto proprio perché
hanno ricevuto un mare di notizie i cittadini, paradossalmente, non
sanno niente. E non esiste modo migliore per nascondere la verità
che fare riferimento non a bugie plateali ma a verità parziali.
Per prima cosa occorre precisare che le potenze coinvolte
nell’uso di mini armi nucleari appartengono a un largo spettro;
anche se è difficile dire con esattezza quali siano, è
probabile che la Russia le abbia usate in Cecenia e gli Stati Uniti
e la Gran Bretagna nelle varie guerre del Medioriente e nei Balcani.
Partiamo da quello che già è noto,
ossia che a partire dagli ultimi vent’anni, dai campi di battaglia
dei Balcani, del Medioriente, probabilmente anche della Cecenia, sono
arrivate notizie ‘strane’: strane patologie che colpiscono
le persone, sia militari che civili. Tutti abbiamo sentito parlare
della ‘sindrome del Golfo’: nel corso del tempo, molte
persone che sono state in quei campi di battaglia sviluppano strane
patologie. Questa tesi è poco credibile. Se così
fosse, dato che l’uranio è usato da parecchio tempo,
tutti i minatori delle miniere di uranio si dovrebbero ammalare in
massa, mentre tra loro questa patologia non risulta. Oppure tutti
coloro che hanno a che fare con l’industria nucleare dovrebbero
presentare le stesse caratteristiche, eppure gli stessi soggetti dicono
da una parte che il nucleare è sicuro e dall’altra che
il semplice fatto di maneggiare proiettili di uranio provoca patologie
mortali. A dispetto delle varie dichiarazioni ufficiali, le
inchieste proseguono. Nella guerra del Libano del 2006 si verificò
un caso che fece parlare: in un paesino che si chiama Khiam, dove
vi era un caposaldo degli Hezbollah, l’aviazione israeliana
bombardò, e si dà il caso che erano presenti fotografi
che scattarono alcune foto. L’immagine riprese qualcosa che
sembrava, in piccole dimensioni – piccole ma non tanto, era
una colonna di 5.000 metri, anche se rispetto a un’esplosione
nucleare si può definire piccola – un fungo atomico. Qui occorre fare una piccola digressione scientifica:
che cos’è l’uranio arricchito? Dell’uranio che esiste in natura, il 99,3% è fatto dell’isotopo 238 e solo lo 0,7% è fatto dell’isotopo 235. Dato che per fare la bomba atomica occorre l’uranio 235, si deve cercare di ottenerne una maggiore quantità con un procedimento apposito: si prende l’uranio naturale, in forma gassosa, composto appunto per il 99,3% di isotopo 238 e per lo 0,7% di isotopo 235; lo si mette in una centrifuga, per effetto della forza centrifuga la parte più pesante va all’esterno, la parte più leggera resta al centro. In questo modo, la parte che resta al centro si definisce 'arricchita' ed è uranio 235, mentre la parte che resta all’esterno si definisce 'impoverita' ed è uranio 238. Naturalmente, per avere la quantità necessaria a fare una bomba atomica bisogna arricchire l’uranio fino a raggiungere il 90% di isotopo 235 e il risultato è che questo processo è molto costoso – è quello che stanno tentando di fare, si dice, gli iraniani con le loro centrifughe: ottenere uranio arricchito. È chiaro a questo punto che, poiché
l’arricchimento richiede tutti questi processi complicati e
costosi, uno Stato non si sognerebbe mai di usare uranio arricchito
in una normale bomba semplicemente per dare maggiore forza all’impatto:
quindi la presenza di uranio arricchito nel cratere di Khiam testimonia
del fatto o che è stata usata un’arma nucleare contenente
già uranio arricchito, oppure che l’uranio si è
arricchito nel momento dello scoppio. In entrambi i casi c’è
qualcosa di nucleare in gioco. Dopo aver chiarito la questione dell’uranio,
per affrontare l’argomento delle nuove armi utilizzate occorre
spiegare brevemente come è fatta una bomba atomica del tipo
utilizzato a Hiroshima e Nagasaki. Stabilito questo, com’è fatta una bomba
nucleare? Eppure, nei casi in questione – la prima guerra
del Golfo, i Balcani, i conflitti degli ultimi anni in Medioriente,
forse in Cecenia – pare che le armi usate fossero mini-armi
atomiche, cosa che le potenze militari negano proprio dicendo che
come tutti sanno, un’arma nucleare non funziona al di sotto
di una massa critica. Quando si fece la bomba atomica nel ’45, i
princìpi fisici su cui la bomba era fondata erano già
noti ed erano stati chiariti negli anni Trenta: c’era poco da
tenere segreto, soltanto la tecnologia adottata per mettere in pratica
princìpi fisici ben noti. Ma se uno Stato investe denaro e
mette a lavorare abbastanza ingegneri, in capo ad alcuni anni il segreto
tecnologico viene scoperto e rivelato. In che consiste la fusione fredda? Facciamo prima
un passo indietro: in che consiste la fusione? Dai nuclei leggeri quindi si ottiene liberazione
di energia fondendo, cioè aumentando il numero dei nucleoni,
mentre dai nuclei pesanti la si ottiene rompendo; da questi ultimi
dunque libero energia con il processo della fissione, spezzando il
nucleo, dai primi invece il contrario, ossia fondendo. Però nella fusione c’è una difficoltà:
le forze nucleari sono un milione di volte più intense delle
forze elettriche ma hanno un raggio di azione piccolissimo per cui
solo se quei due nuclei entrano in contatto si fondono; se stanno
un poco lontani, le forze nucleari non hanno il raggio di azione sufficiente
per attirarli. Dall’altra parte, le forze elettriche sono molto
più deboli ma hanno il raggio di azione più grande,
però sono repulsive: i due nuclei si respingono tra di loro,
quindi la fusione non si può realizzare a meno che io non trovi
un modo per farli entrare in contatto. Fatti i calcoli, si scopre che occorre una temperatura
di 60 milioni di gradi per sormontare la repulsione elettrica. Con
questa tecnica è stata realizzata la bomba H, la bomba all’idrogeno:
prendo una bomba atomica a fissione, questa esplode, produce una temperatura
di milioni di gradi e abbiamo la fusione dei nuclei. La bomba H è
dunque un processo a due stadi. Occorre un detonatore, formato da
una bomba atomica normale, che esplodendo determina la fusione. In questa situazione di sfida tecnologica arrivano
due professori che dicono: noi abbiamo realizzato la fusione nucleare
a temperatura ambiente, spendendo in cinque anni di lavoro, dato che
nessuno ci finanziava, i nostri risparmi, in totale l’equivalente
di 20 milioni di lire di allora. E come? Usando le buone maniere invece
della violenza. Se dunque anziché adoperare un ‘proiettile’, come un neutrone, si adopera un campo elettromagnetico, che non è puntiforme ma esteso, il problema della massa critica per avere un’esplosione nucleare non esiste più, perché un campo esteso non ha difficoltà a ‘colpire’ tutti i nuclei che trova, a scuoterli vigorosamente – dato che il campo elettromagnetico è un’oscillazione – e a spezzarli. Abbiamo così trovato un modo alternativo di realizzare la fissione nucleare senza usare ‘proiettili’, e quindi superare il problema balistico di cogliere il bersaglio. In questo modo non rompo il nucleo ma lo schiodo tramite risonanza. Che questa non sia un’ipotesi ma un certezza
posso personalmente garantirlo, perché ho partecipato agli
esperimenti di fusione fredda fatti a Frascati ed esaminando al microscopio
elettronico, dopo l’esperimento, il pezzo di metallo in cui
questo è avvenuto, si evidenziava che c’erano zone vergini
dove non era accaduto nulla e zone in cui tutto il reticolo cristallino
era dissestato; facendo l’esame della natura dei nuclei con
un’altra tecnica, chiamata SEM, questi erano, nei tratti vergini,
al 99,9% nuclei di palladio, mentre nei tratti dissestati il 10% erano
di nichel, e il nucleo di nichel è circa metà del nucleo
di palladio. Questo vuol dire che era avvenuta una fissione del palladio. Questo esperimento è stato fatto nel 2002, ma supponete che qualcuno avesse scoperto questi princìpi fisici molto prima di quanto non l’abbiano fatto Fleischmann e Pons; supponete che negli anni ’70/80, nei laboratori militari, qualcuno abbia scoperto questa cosa, e abbia provato a usare, come metallo ospite, l’uranio invece del palladio. Anche i nuclei di uranio si romperebbero, ma a differenza dei nuclei di palladio libererebbero energia. Dunque si potrebbe ottenere un’esplosione nucleare, e senza massa critica; non ci sarebbe più bisogno di fare esplodere 7/8 chili di uranio, potrebbe bastare anche un grammo. Si potrebbe quindi realizzare un’arma nucleare delle dimensioni di un proiettile di pistola. E che potenza avrebbe questa mini esplosione nucleare? Facciamo una proporzione: a Hiroshima, usando 7 chili
di uranio 235, per avere il quale devo usare 1.000 chili di uranio
normale – dato il rapporto dello 0,7% di uranio 235 presente
nell’uranio in natura – si è prodotta un’esplosione
che corrisponde a 20.000 tonnellate di tritolo, o venti chilotoni.
Con un chilo avrei un’esplosione pari a 1.000 volte di meno,
20 tonnellate; con un grammo avrei l’equivalente di 20 chili
di tritolo, che corrispondono alla carica di una cannonata. Probabilmente, alla base della cosiddetta sindrome
del Golfo vi è il fatto che i militari americani non si aspettavano
effetti radioattivi perché, in effetti, questa è una
fissione non radioattiva: mentre un neutrone che colpisce un nucleo
lo rompe a caso, come quando si scaraventa un bicchiere contro una
parete, se il nucleo è messo in risonanza in realtà
non viene rotto ma, appunto, schiodato; i suoi frammenti sono dunque
in equilibrio e perciò non radioattivi – la radioattività
è causata dal fatto che un frammento non è in equilibrio
e comincia a buttare fuori qualche particella per ritrovare l’equilibrio. Sulla base di questa scoperta le grandi potenze, chi prima e chi dopo, realizzano dunque armi di questo genere, fatte in questo modo: si prende un pezzo di uranio, si carica di deuterio appena al di sotto della soglia, in modo che non esploda in mano, si spara il proiettile, il proiettile colpisce il bersaglio, subisce una compressione che fa andare la densità di deuterio al di sopra della soglia, scatta la fusione fredda, produce quel campo elettromagnetico che scuote i nuclei di uranio i quali cominciano a spezzarsi e abbiamo il botto nucleare. Il processo è dunque invertito rispetto alla bomba H: mentre in questa usiamo una bomba a fissione per innescare la fusione, qui all’opposto usiamo la fusione per innescare la fissione. Torniamo alla prima guerra in Iraq del 1991. Un
corrispondente di guerra segnalò il seguente fatto: vide un
carro iracheno inseguito da un carro americano. Il primo si nascose
dietro una duna di sabbia, il secondo, senza neanche cercare di andare
a stanarlo, sparò una cannonata contro la duna. Il proiettile
passò la duna da parte a parte, colpì il carro iracheno
e lo distrusse. Un altro caso, a Baghdad: un ricovero antiaereo
venne colpito da un missile il quale perforò un blocco di cemento
di un paio di metri di diametro ed entrò all’interno,
esplodendo e provocando la morte di tutte le persone presenti. La
particolarità è che sul muro rimasero stampate le silhouette
di tre persone, di cui una era una donna incinta. Come mai? La persona
che sta lì e che quindi proietta la propria ombra sul muro
viene istantaneamente vaporizzata, il che avviene in un tempo brevissimo:
l’ombra non fa in tempo a sparire, perché l’ondata
di calore scalda tutta la parete non in ombra e salva la parte in
ombra. Fatti come questi sono stati fotografati a Hiroshima. Altro esempio: a Bàssora, dove ci sono stati pesanti bombardamenti, la percentuale di tumori si è moltiplicata in modo esponenziale. Mentre nel 1989 le morti per tumori erano state 34, nel 2001 superano i 600 casi e si evidenziano tumori rarissimi. Il primario di oncologia di Bàssora, che aveva riportato questi dati, ha successivamente ricevuto il formale avvertimento dal governo iracheno di non divulgarli ulteriormente, pena il taglio totale dei finanziamenti; ovviamente, non ha più parlato. È stata realizzata anche un’arma intermedia,
usata proprio vicino a Bàssora; è oggetto dell’inchiesta
video realizzata da Maurizio Torrealta e mandata in onda da Rainews24
nel 2008, ancora visibile e scaricabile sul sito (1). Torrealta si rivolge all’Osservatorio sismologico
di Stoccolma, specializzato nel testare e controllare se i vari Paesi
facciano o meno esperimenti nucleari. L’osservatorio risponde
che il 27 febbraio 1991 sono state registrate scosse sismiche a 30
miglia a est di Bàssora, alle 13.39 ora locale, un evento di
4,2 gradi della scala Richter. Dichiara inoltre che le caratteristiche
del profilo dell’evento non possono, per ragioni connesse allo
statuto dell’Osservatorio di Stoccolma, essere rese pubbliche,
e l’unica cosa che può affermare è che l’evento
registrato non è incompatibile con un evento nucleare e che
è avvenuto in superficie, tra zero e 33 chilometri di profondità. Nella prima guerra del Golfo, in cui i militari,
probabilmente, non previdero le conseguenze radioattive di queste
nuove armi, solo le truppe anglo-americane svilupparono la sindrome
del Golfo: i militari degli altri Paesi alleati non vennero infatti
ammessi nelle zone di combattimento anglo-americane, probabilmente
allo scopo di proteggere il segreto sulle nuove armi. Non dimentichiamo, infine, che uno dei vantaggi
della fusione fredda è che non richiede grosse somme di denaro
per essere realizzata, tanto che Fleischmann e Pons lo fecero con
i loro risparmi. A differenza di altre branche della scienza, non
necessita dunque di massicci finanziamenti.
(1) http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/inchieste/08102008_bomba/
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