| «La compagnia è stata
formata nel maggio del ’62, e nel ’63 siamo venuti a cercare
i terreni e abbiamo individuato questa zona come ideale. Un drappello
di persone, di giovani ingegneri guidati dal mitico ingegnere Zuccu,
che aveva costruito la nostra raffineria in Sicilia e che poi ha fatto
la Saras, si sono addentrati nel terreno. Il terreno era molto fangoso
e l’ingegner Zuccu perse una scarpa. Tornò con una scarpa
e una calza. Tornò in ufficio abbastanza… abbastanza turbolento
come era lui, e disse: ‘Chissà se aver perso la scarpa
è stata una fortuna o una sfortuna’. E un ingegnere gli
rispose: ‘No, guardi, è stata una fortuna, siamo già
inglobati nell’ambiente’».
Sono parole che Gianmarco Moratti pronuncia durante un convegno e che
aprono concettualmente il documentario Oil-petrolio di Massimiliano
Mazzotta (1), il quale, tra il 2007 e il 2008, si reca in Sardegna
per documentare come vivono i sarrochesi da quando è stata impiantata
l’industria petrolchimica. Camera in spalla, come si suole dire,
il regista, insieme ai suoi collaboratori, privo di sponsor e in totale
autonomia, effettua tre lunghi sopralluoghi e comincia a girare. Il
risultato è talmente inquietante da indurre la famiglia Moratti
a intentare una causa per diffamazione per bloccarne la diffusione.
L’inserimento del dolce ricordo di Gianmarco Moratti nelle prime
scene del film è molto azzeccato. La gioiosa rimembranza che
racconta gli albori della nuova impresa industriale – la costruzione
di una raffineria – finirà, con lo scorrere delle immagini,
per assumere valore negativo, svelando alla fine il cinismo che la pervade.
L’inglobamento nel territorio sardo della famiglia Moratti, simboleggiato
nell’aneddoto dalla scarpa persa nel fango dal mitico ingegner
Zuccu, è veramente un matrimonio riuscito: 5,5 miliardi di euro
nel 2005, raddoppiati l’anno successivo. Una fortuna che a tutt’oggi
non smette di crescere. Ma: sulle spalle di chi, e a che prezzo?, ahilui!,
è proprio la domanda alla quale il documentario intende rispondere.
Il film inizia inquadrando la questione del territorio.
La fortunata consorte di cui Moratti parla, con un insopprimibile ghigno
stampato di traverso in mezzo al volto, è la terra di Sarroch
(Sarròccu, per dirla in sardo), un paese di 5.244 anime; una
delle coste più fertili e promettenti dal punto di vista agrario,
residenziale e turistico della Sardegna, prima che Zuccu vi perdesse
una scarpa, e prima che l’imprenditore milanese Angelo Moratti
decidesse che quella meraviglia naturale costituisse il luogo ideale,
per l’ottima postazione strategica e la profondità dei
fondali (agevoli per l’attracco di petroliere), dove costruire
una bella raffineria di oro nero. Oggi il 25% del petrolio trasportato
per mare transita da quella che è diventata la più grande
raffineria del Mediterraneo, che imbarca qualcosa come 15 milioni di
tonnellate annue di petrolio. La storia racconta che il fortunato connubio
nasce nel marzo del 1959, quando viene istituito l’assessorato
alla Rinascita nella regione Sardegna. Un organo burocratico che si
rimbocca le maniche e nel giro di quattro mesi pone in atto il “programma
straordinario per la rinascita economica e sociale della regione”.
L’anno successivo Angelo Morati sbarca da Milano, contatta l’amministrazione
di Sarroch per acquistare i terreni costieri e nel 1962 costituisce
la Saras (Società Anonima Raffinerie Sarde).
Nel 1966, Giulio Andreotti, allora ministro dell’Industria, partecipa
all’inaugurazione ringraziando l’imprenditore milanese (allora
presidente dell’Inter) per l’impegno a favore dell’industrializzazione
della Sardegna. Ben l’87% dei dipendenti impiegati nella raffineria
sono sardi. La ‘rinascita’ del territorio è avviata.
Quanta magia contengono le parole!
La verità, tuttavia, non appena dismette la maschera, mostra
l’immagine di un teschio.
Massimiliano Mazzotta accende la sua telecamera proprio nel giorno di
un funerale. La vittima è un uomo di 31 anni che lavorava nella
fabbrica, ucciso da un tumore nel breve volgere di due mesi e mezzo.
Dalle parole dei presenti si capisce che non è il primo e che
non sarà l’ultimo. Da quando è iniziata la ‘rinascita’
la morte passeggia bellamente tra le strade del paese insieme all’inquinamento,
ai vapori, ai fumi tossici ormai parte integrante del territorio, un
po’ come la fatidica scarpa dell’ingegner Zuccu. Penetra,
attraverso i fumi, s’impossessa degli uomini entrando nei corpi
insieme a cibo e aria.
Le testimonianze della gente del luogo si sprecano. Barbara Romanino,
una donna del posto, non si dà pace: «Quando avevo quattro
giorni, al mio arrivo a Sarroch, ho visto prima lei di casa mia e, ogni
volta che la rivedo, è lei che mi dà il bentornato in
paese. E quando non la vedo, la sento: con le orecchie e con il naso.
È vero che a Sarroch, prima della Saras, la fame era tanta, era
tantissima. Ma era tantissima anche l’ignoranza; forse era anche
più della fame. Era raro l’uomo di cultura, quello…
Chi lo sapeva che cos’era il cancro, che cosa lo provocava! Non
si sapeva bene cos’erano i disturbi provocati dall’inquinamento,
perché non si sapeva neanche che cosa era l’inquinamento.
I miei nonni, anche loro veri sarrochesi, mi hanno detto che hanno dato
(gli amministratori comunali, n.d.a.) i terreni migliori, per
fare l’industria. Tra l’altro i miei nonni sono morti di
tumore tutti e quattro. E non erano i soli, i miei nonni, a chiamarla
SA
ROVINERIA, anziché SA RAFFINERIA».
In un’altra scena, un sub dice che qui «si pescano spigole
diesel, si mangiano spigole diesel», mentre l’immagine successiva
spiega che cosa accade a chi tenta di guadagnarsi da vivere al di fuori
della raffineria. L’odissea di un pescatore è emblematica:
un giorno un vigile, passando davanti alla sua bancarella, si accorge
che i suoi pesci hanno un odore strano e glieli sequestra. Le analisi
sono micidiali ed egli viene denunciato: quel pesce è pericolosissimo.
Eppure… eppure, processato, viene assolto e i documenti immediatamente
finiscono in archivio. Era il 1973. Da allora, fa notare il pescatore,
«quante persone, da quel tempo a oggi, hanno mangiato di quel
pesce…»
«Le piante, il terreno… tutto quanto… è tutto
quanto inquinato» dice Marco, un altro abitante intervistato.
«Vi posso dire solo una cosa: che mi è capitato di pulire
ventrami d’agnelli che pascolavano nei dintorni della raffineria
e abbiamo dovuto buttare via tutto perché aveva odore di zolfo».
Il danno che da una cinquantina d’anni affligge gli abitanti di
Sarroch, mostra il suo portato tragico con le parole di Annibale Biggeri,
docente dell’università di Firenze. In base alle sue ricerche,
un’analisi effettuata sui bambini mostra un livello di malattie
respiratorie neoplastiche superiori alla media regionale, che Biggeri
associa all’inquinamento dell’aria. Il professore parla
di anidride solforosa, di polveri fini e di benzene in particolare;
ovvero, di una forma di inquinamento di origine industriale. Ma Biggeri
non si ferma qui, e afferma che l’esposizione agli idrocarburi
policiclici aromatici, presenti nelle polveri fini, e al benzene, hanno
ormai comportato un danno al dna. La situazione non è irreversibile,
precisa, ma certo, qualcosa occorre fare.
Di fronte al fiato gelido emesso dall’anima nera
del capitalismo si avverte un brivido. Le telecamere puntate sui disastri
ambientali causati dalla Saras sono impietose, prendono lo spettatore
per i capelli e lo riportano indietro nel tempo, a quando la letteratura
raccontava storie non già, come accade oggi, per intrattenere,
bensì per denunciare. Di fronte ai fumi iniettati nel cielo dagli
inceneritori dell’azienda dei Moratti, ai polipi neri pescati
in mare, agli uomini costretti a lavorare con maschere antigas che comunque
non impediscono ai veleni di ardere i polmoni e i bronchi, la coketown
di Dickens o le miniere descritte in Germinal da Zola cessano
di appartenere all’immaginario letterario di un passato immerso
nella barbarie. Diventano attualità. Il capitalismo non ha mai
mutato abiti, semplicemente ha aumentato il dominio dell’informazione
per occultare le proprie malefatte. Su Sarroch, così come sempre
quando si tratta di affari legati al petrolio, tutto tace. Di devastazione
dell’ambiente si parla in generale, di sfruttamento dell’uomo
sull’uomo parla solo il silenzio; sui crimini, quelli veri, nessuno
osa aprire becco. Non gli scrittori più in voga, non gli sceneggiatori,
figuriamoci i giornali di palazzo. Eppure la logica del profitto non
ha mai dismesso la violenza. Laddove esiste lo sfruttamento di una risorsa
a esaurimento, da sempre regnano morte e povertà per i lavoratori,
fatalmente condannati a vivere vicino a fabbriche con un’alta
concentrazione d’inquinamento. Così come non si tratta
di un caso se raffinerie come la Saras sorgano sistematicamente vicino
a centri abitati da ‘povera gente’. Il fatto saliente è
che questi capitani d’industria non hanno ragione di utilizzare
sistemi di produzione meno nocivi che hanno il grave difetto di essere
più costosi. E se è vero che questo è un po’
un luogo comune, lo è assai meno che tale sistema di produzione,
come mostra il documentario, è finanziato dallo Stato, tanto
quanto il programma di antinquinamento. Ma i soldi, allo Stato, da dove
vengono?
La regola vale in generale, per cui sarebbe un errore
considerare il documentario di Mazzotta alla stregua di una denuncia
circoscritta al caso Saras. Tutt’altro. L’industria della
famiglia Moratti viene assunta a emblema di un sistema di cui lo Stato
è complice. Il suo ‘assistenzialismo’ nei confronti
della grande impresa, spesso mediato da laute tangenti, è una
perdita pagata a suon di milioni di euro, che contribuisce a fare schizzare
verso l’alto il debito pubblico nazionale.
Si tratta, da parte del padronato, di un cordone ombelicale mai tagliato,
che sta alla base della mancata formazione in Italia di un capitalismo
maturo, autonomo e veramente concorrenziale (per chi crede, ça
va sans dire, alla funzione sociale dell’industria privata);
tutto questo, in barba della retorica inalberata da politici e industriali,
quando nei loro fastosi convegni cianciano di libero mercato. Corruzione,
protezionismo (di cui il caso Alitalia è solo l’ultimo
esempio), sono queste l’unica costante storica del sistema economico
italiano (2).
La parola chiave è Sarlux, un’azienda controllata dalla
Saras, deputata a smaltire le scorie della raffineria madre per riutilizzarle
nella produzione dell’energia elettrica, destinata alla vendita
al Gse (Gestore dell’energia elettrica).
Per comprendere, occorre risalire al 1992; ai giorni in cui l’Italia,
a detta di politici e stampa, entra ufficialmente nella modernità
grazie alla famigerata deregulation economica e la conseguente spoliazione
dello Stato e della sua funzione sociale; nell’anno della privatizzazione
selvaggia delle aziende statali, allorquando l’uomo più
potente d’Italia diventa il professor Mario Draghi, allora direttore
generale del Tesoro.
Nel caso qui trattato, il punto di partenza è quella che può
sembrare una formuletta magica: Cip6.
Nel 1992, il Comitato interministeriale prezzi (Cip), stabilisce (appunto
con la delibera numero 6) una maggiorazione del 6% del prezzo dell’elettricità
inserito direttamente nella bolletta della luce, e garantisce al contempo
l’acquisto da parte di Enel dell’energia prodotta dai privati,
a prezzi maggiorati rispetto al mercato. Un prezzo stabilito da due
fattori: a) componente di costo evitato dalla gestione pubblica (impianto,
esercizio, manutenzione e costi del combustibile), b) componente di
incentivazione (basato sulla stima dei costi aggiuntivi per ogni singola
tecnologia). Mentre quest’ultimo è riconosciuto solamente
nei primi otto anni di esercizio dell’impianto, i costi evitati
sono garantiti per tutto il contratto della fornitura, previsto per
un tetto di quindici anni. Una convenzione che, per un curioso mistero,
nel caso della Sarlux dura vent’anni.
Il documentario mostra in modo assai efficace i risultati dell’intrallazzo
tra lo Stato e l’Impresa avvenuto in quel periodo storico. Al
solito il gioco è sulle parole – il Potere vive in una
sorta di perenne ‘occupazione del vocabolario’ – dal
momento che, nella norma, accanto alla locuzione ‘energie rinnovabili’
viene affiancata l’estensione ‘o assimilate’. È
fatta! Con una parola che nei vocabolari non ha definizione nel campo
della fisica o della chimica, si fa in modo che una vagonata di soldi
(il 76% dei fondi stanziati del Cip6 equivale a 30 miliardi di euro)
termini la sua corsa proprio nel finanziamento delle energie assimilate
– gli inceneritori – al posto delle energie rinnovabili.
È grazie a questo inghippo che aziende come la Sarlux, la cui
funzione consiste nel bruciare gli scarti della lavorazione del petrolio,
ricevono soldi dagli italiani, convinti di devolvere denaro per l’energia
pulita, attraverso il pagamento della bolletta della luce. Un modo come
un altro per continuare a sfruttare i lavoratori anche al di fuori del
lavoro.
Fortunatamente nel 1999 arriva Bersani che, con il decreto che porta
il suo nome, impone attraverso il meccanismo dei certificati verdi,
la fine della ‘truffa’ delle fonti assimilate. Ma, c’è
un ma: la regola non vale per le convenzioni stipulate in passato. Pace
e prosperità per la famiglia Moratti, dunque, la quale può
continuare ad avvantaggiarsi di un doppio canale di guadagno: mentre
con la mano destra (Saras) raffina il petrolio, con la sinistra (Sarlux)
– e con la fatica minima dell’attraversamento di una strada
– brucia gli scarti di lavorazione per produrre energia elettrica
da rivendere a prezzi maggiorati. Un palleggio che diventa ancora più
conveniente quando il costo del petrolio aumenta, dal momento che insieme
al costo del petrolio, aumenta anche il contributo di Stato riconosciuto
alla Sarlux, secondo quanto stabilito dalla delibera Cip6.
La parte centrale del filmato si sofferma sulla natura
di queste fonti ‘assimilate’ tutt’altro che rinnovabili,
come sospetta Soru in un’intervista che arricchisce il documentario.
Una di queste è il Tar (3), un cosiddetto residuo pesante che
viene sottoposto a trattamento termico dal quale origina un gas di sintesi
che viene lavato per rimuovere polveri e metalli. Il gas che deriva
da questo processo è chiamato Syngas e viene poi utilizzato per
produrre l’energia elettrica che lo Stato acquista, come si è
detto, a prezzi maggiorati. Purtroppo dalla produzione di questo Syngas
derivano altri prodotti di scarto molto nocivi, tra i quali il Filter
cake, ricco di nichel e di vanadio e l’H2S, un gas altamente tossico
che ha il tipico odore di uova marce.
A fronte di tutto questo, i controlli medici sugli operai sono, per
usare un eufemismo, risibili, come afferma con chiarezza la dottoressa
Zuncheddu: «I controlli essenziali sono radiografia al torace,
funzionalità respiratoria e poi, uno importantissimo: l’esame
del catarro. Il catarro deve uscire dai bronchi per essere esaminato,
perché le fibre terrificanti dell’amianto si incastrano
tra i bronchi. Quindi, per vedere se ci sono o non ci sono, va studiato
il catarro. Sapete cosa fanno? Li fanno sputare, quindi (i lavoratori,
n.d.a.) sputano la saliva che si produce nel cavo orale, in
bocca… e analizzano la saliva dove è chiaro che non c’è
un accidenti».
Di fronte a tutto ciò, non si riesce a trattenere un sorriso
amaro quando, a tre quarti della proiezione, appare un festante Massimo
Moratti – persino commosso in occasione della festa per lo scudetto
dell’Inter – intento a duettare uno sgangherato Ora
sei rimasta sola niente di meno che insieme al re degli ecologisti,
Adriano Celentano. E non si può fare a meno di chiedersi, rispondendo
con cinismo al cinismo di chi specula sulla tragedia, a quale delle
donne di Sarroch la canzone sia dedicata. La cerchia dei complici è
quindi assai ampia.
Dopo un’ora il documentario giunge a conclusione;
ma non risparmia un’ultima perla. La scena di chiusura è
lasciata ancora alle parole di Gianmarco Moratti. Frasi tombali espresse
con malcelata soddisfazione che spengono ogni speranza in chi vive nei
paraggi della Saras. Sono pronunciate al plurale, a nome di un’intera
dinastia: «Non ci fermiamo qua. E la nostra famiglia intende essere
sempre in questa straordinaria realtà. C’è già
mio figlio Angelo che ha 44 anni, è in azienda da quando ne aveva
diciotto. È vicepresidente. C’è Angelo Mario che
ha studiato a Oxford e alla Columbia che è consigliere di amministrazione
e capo dell’azienda che abbiamo in Spagna, c’è Gabriele
che ha fatto due anni alla Saras, poi ha voluto fare un’esperienza
in una grandissima banca americana, ha avuto successo e adesso sta rientrando.
Quindi ci siamo già inseriti per portare avanti le cose, ma la
nostra famiglia non è la famiglia. La famiglia è la Saras».
Walter G. Pozzi
(1) primo premio al Filmfestival Cinemambiente
come miglior documentario: “Per aver portato alla luce con efficacia
la vicenda della raffineria Saras fondata nel 1962 da Angelo Moratti,
evidenziando gli effetti contraddittori di un modello di sviluppo industriale
che ha caratterizzato il nostro Paese negli anni ’60 e che, oltre
ad avere portato benefici sull’occupazione, ha sottovalutato o
ignorato o nascosto l’impatto a lungo termine sul territorio e
sulla popolazione di Sarroch, provincia di Cagliari”
(2) Debito
pubblico: italianità al 104%, Giovanna Cracco, PaginaUno
n. 10/2008; Crisi di sistema,
Giovanna Baer, PaginaUno n. 7/2008
(3) “La pericolosità del Tar deriva dalla presenza di idrocarburi
policiclici aromatici cancerogeni, tra cui il benzopirene. Le classi
di pericolosità sono H5 (nocivo), H6 (tossico), H7 (cancerogeno);
il Tar contiene inoltre metalli tossici quali il nichel e il vanadio,
sotto forma di miscele di Sali e ossidi”. Estratto da: Commissione
parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività
illecite a esso connesse, relazione finale al Parlamento, 18 aprile
2001
http://www.oilfilm.it/
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