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Polemos

 

Petrolio!
di Walter G. Pozzi

Il documentario-denuncia Oil, di Massimiliano Mazzotta: morte e inquinamento intorno alla Saras della famiglia Moratti, con la complicità dello Stato e del silenzio di tivù e giornali

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto scattata da Andrea Manunta, morto a 48 anni
di adenocarcinoma stenosante del cardias dopo
30 anni di lavoro nell'industria petrolchimica

http://www.oilfilm.it/

 

«La compagnia è stata formata nel maggio del ’62, e nel ’63 siamo venuti a cercare i terreni e abbiamo individuato questa zona come ideale. Un drappello di persone, di giovani ingegneri guidati dal mitico ingegnere Zuccu, che aveva costruito la nostra raffineria in Sicilia e che poi ha fatto la Saras, si sono addentrati nel terreno. Il terreno era molto fangoso e l’ingegner Zuccu perse una scarpa. Tornò con una scarpa e una calza. Tornò in ufficio abbastanza… abbastanza turbolento come era lui, e disse: ‘Chissà se aver perso la scarpa è stata una fortuna o una sfortuna’. E un ingegnere gli rispose: ‘No, guardi, è stata una fortuna, siamo già inglobati nell’ambiente’».

Sono parole che Gianmarco Moratti pronuncia durante un convegno e che aprono concettualmente il documentario Oil-petrolio di Massimiliano Mazzotta (1), il quale, tra il 2007 e il 2008, si reca in Sardegna per documentare come vivono i sarrochesi da quando è stata impiantata l’industria petrolchimica. Camera in spalla, come si suole dire, il regista, insieme ai suoi collaboratori, privo di sponsor e in totale autonomia, effettua tre lunghi sopralluoghi e comincia a girare. Il risultato è talmente inquietante da indurre la famiglia Moratti a intentare una causa per diffamazione per bloccarne la diffusione.

L’inserimento del dolce ricordo di Gianmarco Moratti nelle prime scene del film è molto azzeccato. La gioiosa rimembranza che racconta gli albori della nuova impresa industriale – la costruzione di una raffineria – finirà, con lo scorrere delle immagini, per assumere valore negativo, svelando alla fine il cinismo che la pervade. L’inglobamento nel territorio sardo della famiglia Moratti, simboleggiato nell’aneddoto dalla scarpa persa nel fango dal mitico ingegner Zuccu, è veramente un matrimonio riuscito: 5,5 miliardi di euro nel 2005, raddoppiati l’anno successivo. Una fortuna che a tutt’oggi non smette di crescere. Ma: sulle spalle di chi, e a che prezzo?, ahilui!, è proprio la domanda alla quale il documentario intende rispondere. Il film inizia inquadrando la questione del territorio.

La fortunata consorte di cui Moratti parla, con un insopprimibile ghigno stampato di traverso in mezzo al volto, è la terra di Sarroch (Sarròccu, per dirla in sardo), un paese di 5.244 anime; una delle coste più fertili e promettenti dal punto di vista agrario, residenziale e turistico della Sardegna, prima che Zuccu vi perdesse una scarpa, e prima che l’imprenditore milanese Angelo Moratti decidesse che quella meraviglia naturale costituisse il luogo ideale, per l’ottima postazione strategica e la profondità dei fondali (agevoli per l’attracco di petroliere), dove costruire una bella raffineria di oro nero. Oggi il 25% del petrolio trasportato per mare transita da quella che è diventata la più grande raffineria del Mediterraneo, che imbarca qualcosa come 15 milioni di tonnellate annue di petrolio. La storia racconta che il fortunato connubio nasce nel marzo del 1959, quando viene istituito l’assessorato alla Rinascita nella regione Sardegna. Un organo burocratico che si rimbocca le maniche e nel giro di quattro mesi pone in atto il “programma straordinario per la rinascita economica e sociale della regione”.
L’anno successivo Angelo Morati sbarca da Milano, contatta l’amministrazione di Sarroch per acquistare i terreni costieri e nel 1962 costituisce la Saras (Società Anonima Raffinerie Sarde).
Nel 1966, Giulio Andreotti, allora ministro dell’Industria, partecipa all’inaugurazione ringraziando l’imprenditore milanese (allora presidente dell’Inter) per l’impegno a favore dell’industrializzazione della Sardegna. Ben l’87% dei dipendenti impiegati nella raffineria sono sardi. La ‘rinascita’ del territorio è avviata. Quanta magia contengono le parole!

La verità, tuttavia, non appena dismette la maschera, mostra l’immagine di un teschio.
Massimiliano Mazzotta accende la sua telecamera proprio nel giorno di un funerale. La vittima è un uomo di 31 anni che lavorava nella fabbrica, ucciso da un tumore nel breve volgere di due mesi e mezzo. Dalle parole dei presenti si capisce che non è il primo e che non sarà l’ultimo. Da quando è iniziata la ‘rinascita’ la morte passeggia bellamente tra le strade del paese insieme all’inquinamento, ai vapori, ai fumi tossici ormai parte integrante del territorio, un po’ come la fatidica scarpa dell’ingegner Zuccu. Penetra, attraverso i fumi, s’impossessa degli uomini entrando nei corpi insieme a cibo e aria.
Le testimonianze della gente del luogo si sprecano. Barbara Romanino, una donna del posto, non si dà pace: «Quando avevo quattro giorni, al mio arrivo a Sarroch, ho visto prima lei di casa mia e, ogni volta che la rivedo, è lei che mi dà il bentornato in paese. E quando non la vedo, la sento: con le orecchie e con il naso. È vero che a Sarroch, prima della Saras, la fame era tanta, era tantissima. Ma era tantissima anche l’ignoranza; forse era anche più della fame. Era raro l’uomo di cultura, quello… Chi lo sapeva che cos’era il cancro, che cosa lo provocava! Non si sapeva bene cos’erano i disturbi provocati dall’inquinamento, perché non si sapeva neanche che cosa era l’inquinamento. I miei nonni, anche loro veri sarrochesi, mi hanno detto che hanno dato (gli amministratori comunali, n.d.a.) i terreni migliori, per fare l’industria. Tra l’altro i miei nonni sono morti di tumore tutti e quattro. E non erano i soli, i miei nonni, a chiamarla SA
ROVINERIA, anziché SA RAFFINERIA».

In un’altra scena, un sub dice che qui «si pescano spigole diesel, si mangiano spigole diesel», mentre l’immagine successiva spiega che cosa accade a chi tenta di guadagnarsi da vivere al di fuori della raffineria. L’odissea di un pescatore è emblematica: un giorno un vigile, passando davanti alla sua bancarella, si accorge che i suoi pesci hanno un odore strano e glieli sequestra. Le analisi sono micidiali ed egli viene denunciato: quel pesce è pericolosissimo. Eppure… eppure, processato, viene assolto e i documenti immediatamente finiscono in archivio. Era il 1973. Da allora, fa notare il pescatore, «quante persone, da quel tempo a oggi, hanno mangiato di quel pesce…»
«Le piante, il terreno… tutto quanto… è tutto quanto inquinato» dice Marco, un altro abitante intervistato. «Vi posso dire solo una cosa: che mi è capitato di pulire ventrami d’agnelli che pascolavano nei dintorni della raffineria e abbiamo dovuto buttare via tutto perché aveva odore di zolfo».

Il danno che da una cinquantina d’anni affligge gli abitanti di Sarroch, mostra il suo portato tragico con le parole di Annibale Biggeri, docente dell’università di Firenze. In base alle sue ricerche, un’analisi effettuata sui bambini mostra un livello di malattie respiratorie neoplastiche superiori alla media regionale, che Biggeri associa all’inquinamento dell’aria. Il professore parla di anidride solforosa, di polveri fini e di benzene in particolare; ovvero, di una forma di inquinamento di origine industriale. Ma Biggeri non si ferma qui, e afferma che l’esposizione agli idrocarburi policiclici aromatici, presenti nelle polveri fini, e al benzene, hanno ormai comportato un danno al dna. La situazione non è irreversibile, precisa, ma certo, qualcosa occorre fare.

Di fronte al fiato gelido emesso dall’anima nera del capitalismo si avverte un brivido. Le telecamere puntate sui disastri ambientali causati dalla Saras sono impietose, prendono lo spettatore per i capelli e lo riportano indietro nel tempo, a quando la letteratura raccontava storie non già, come accade oggi, per intrattenere, bensì per denunciare. Di fronte ai fumi iniettati nel cielo dagli inceneritori dell’azienda dei Moratti, ai polipi neri pescati in mare, agli uomini costretti a lavorare con maschere antigas che comunque non impediscono ai veleni di ardere i polmoni e i bronchi, la coketown di Dickens o le miniere descritte in Germinal da Zola cessano di appartenere all’immaginario letterario di un passato immerso nella barbarie. Diventano attualità. Il capitalismo non ha mai mutato abiti, semplicemente ha aumentato il dominio dell’informazione per occultare le proprie malefatte. Su Sarroch, così come sempre quando si tratta di affari legati al petrolio, tutto tace. Di devastazione dell’ambiente si parla in generale, di sfruttamento dell’uomo sull’uomo parla solo il silenzio; sui crimini, quelli veri, nessuno osa aprire becco. Non gli scrittori più in voga, non gli sceneggiatori, figuriamoci i giornali di palazzo. Eppure la logica del profitto non ha mai dismesso la violenza. Laddove esiste lo sfruttamento di una risorsa a esaurimento, da sempre regnano morte e povertà per i lavoratori, fatalmente condannati a vivere vicino a fabbriche con un’alta concentrazione d’inquinamento. Così come non si tratta di un caso se raffinerie come la Saras sorgano sistematicamente vicino a centri abitati da ‘povera gente’. Il fatto saliente è che questi capitani d’industria non hanno ragione di utilizzare sistemi di produzione meno nocivi che hanno il grave difetto di essere più costosi. E se è vero che questo è un po’ un luogo comune, lo è assai meno che tale sistema di produzione, come mostra il documentario, è finanziato dallo Stato, tanto quanto il programma di antinquinamento. Ma i soldi, allo Stato, da dove vengono?

La regola vale in generale, per cui sarebbe un errore considerare il documentario di Mazzotta alla stregua di una denuncia circoscritta al caso Saras. Tutt’altro. L’industria della famiglia Moratti viene assunta a emblema di un sistema di cui lo Stato è complice. Il suo ‘assistenzialismo’ nei confronti della grande impresa, spesso mediato da laute tangenti, è una perdita pagata a suon di milioni di euro, che contribuisce a fare schizzare verso l’alto il debito pubblico nazionale.
Si tratta, da parte del padronato, di un cordone ombelicale mai tagliato, che sta alla base della mancata formazione in Italia di un capitalismo maturo, autonomo e veramente concorrenziale (per chi crede, ça va sans dire, alla funzione sociale dell’industria privata); tutto questo, in barba della retorica inalberata da politici e industriali, quando nei loro fastosi convegni cianciano di libero mercato. Corruzione, protezionismo (di cui il caso Alitalia è solo l’ultimo esempio), sono queste l’unica costante storica del sistema economico italiano (2).
La parola chiave è Sarlux, un’azienda controllata dalla Saras, deputata a smaltire le scorie della raffineria madre per riutilizzarle nella produzione dell’energia elettrica, destinata alla vendita al Gse (Gestore dell’energia elettrica).

Per comprendere, occorre risalire al 1992; ai giorni in cui l’Italia, a detta di politici e stampa, entra ufficialmente nella modernità grazie alla famigerata deregulation economica e la conseguente spoliazione dello Stato e della sua funzione sociale; nell’anno della privatizzazione selvaggia delle aziende statali, allorquando l’uomo più potente d’Italia diventa il professor Mario Draghi, allora direttore generale del Tesoro.
Nel caso qui trattato, il punto di partenza è quella che può sembrare una formuletta magica: Cip6.
Nel 1992, il Comitato interministeriale prezzi (Cip), stabilisce (appunto con la delibera numero 6) una maggiorazione del 6% del prezzo dell’elettricità inserito direttamente nella bolletta della luce, e garantisce al contempo l’acquisto da parte di Enel dell’energia prodotta dai privati, a prezzi maggiorati rispetto al mercato. Un prezzo stabilito da due fattori: a) componente di costo evitato dalla gestione pubblica (impianto, esercizio, manutenzione e costi del combustibile), b) componente di incentivazione (basato sulla stima dei costi aggiuntivi per ogni singola tecnologia). Mentre quest’ultimo è riconosciuto solamente nei primi otto anni di esercizio dell’impianto, i costi evitati sono garantiti per tutto il contratto della fornitura, previsto per un tetto di quindici anni. Una convenzione che, per un curioso mistero, nel caso della Sarlux dura vent’anni.

Il documentario mostra in modo assai efficace i risultati dell’intrallazzo tra lo Stato e l’Impresa avvenuto in quel periodo storico. Al solito il gioco è sulle parole – il Potere vive in una sorta di perenne ‘occupazione del vocabolario’ – dal momento che, nella norma, accanto alla locuzione ‘energie rinnovabili’ viene affiancata l’estensione ‘o assimilate’. È fatta! Con una parola che nei vocabolari non ha definizione nel campo della fisica o della chimica, si fa in modo che una vagonata di soldi (il 76% dei fondi stanziati del Cip6 equivale a 30 miliardi di euro) termini la sua corsa proprio nel finanziamento delle energie assimilate – gli inceneritori – al posto delle energie rinnovabili. È grazie a questo inghippo che aziende come la Sarlux, la cui funzione consiste nel bruciare gli scarti della lavorazione del petrolio, ricevono soldi dagli italiani, convinti di devolvere denaro per l’energia pulita, attraverso il pagamento della bolletta della luce. Un modo come un altro per continuare a sfruttare i lavoratori anche al di fuori del lavoro.

Fortunatamente nel 1999 arriva Bersani che, con il decreto che porta il suo nome, impone attraverso il meccanismo dei certificati verdi, la fine della ‘truffa’ delle fonti assimilate. Ma, c’è un ma: la regola non vale per le convenzioni stipulate in passato. Pace e prosperità per la famiglia Moratti, dunque, la quale può continuare ad avvantaggiarsi di un doppio canale di guadagno: mentre con la mano destra (Saras) raffina il petrolio, con la sinistra (Sarlux) – e con la fatica minima dell’attraversamento di una strada – brucia gli scarti di lavorazione per produrre energia elettrica da rivendere a prezzi maggiorati. Un palleggio che diventa ancora più conveniente quando il costo del petrolio aumenta, dal momento che insieme al costo del petrolio, aumenta anche il contributo di Stato riconosciuto alla Sarlux, secondo quanto stabilito dalla delibera Cip6.

La parte centrale del filmato si sofferma sulla natura di queste fonti ‘assimilate’ tutt’altro che rinnovabili, come sospetta Soru in un’intervista che arricchisce il documentario. Una di queste è il Tar (3), un cosiddetto residuo pesante che viene sottoposto a trattamento termico dal quale origina un gas di sintesi che viene lavato per rimuovere polveri e metalli. Il gas che deriva da questo processo è chiamato Syngas e viene poi utilizzato per produrre l’energia elettrica che lo Stato acquista, come si è detto, a prezzi maggiorati. Purtroppo dalla produzione di questo Syngas derivano altri prodotti di scarto molto nocivi, tra i quali il Filter cake, ricco di nichel e di vanadio e l’H2S, un gas altamente tossico che ha il tipico odore di uova marce.
A fronte di tutto questo, i controlli medici sugli operai sono, per usare un eufemismo, risibili, come afferma con chiarezza la dottoressa Zuncheddu: «I controlli essenziali sono radiografia al torace, funzionalità respiratoria e poi, uno importantissimo: l’esame del catarro. Il catarro deve uscire dai bronchi per essere esaminato, perché le fibre terrificanti dell’amianto si incastrano tra i bronchi. Quindi, per vedere se ci sono o non ci sono, va studiato il catarro. Sapete cosa fanno? Li fanno sputare, quindi (i lavoratori, n.d.a.) sputano la saliva che si produce nel cavo orale, in bocca… e analizzano la saliva dove è chiaro che non c’è un accidenti».

Di fronte a tutto ciò, non si riesce a trattenere un sorriso amaro quando, a tre quarti della proiezione, appare un festante Massimo Moratti – persino commosso in occasione della festa per lo scudetto dell’Inter – intento a duettare uno sgangherato Ora sei rimasta sola niente di meno che insieme al re degli ecologisti, Adriano Celentano. E non si può fare a meno di chiedersi, rispondendo con cinismo al cinismo di chi specula sulla tragedia, a quale delle donne di Sarroch la canzone sia dedicata. La cerchia dei complici è quindi assai ampia.

Dopo un’ora il documentario giunge a conclusione; ma non risparmia un’ultima perla. La scena di chiusura è lasciata ancora alle parole di Gianmarco Moratti. Frasi tombali espresse con malcelata soddisfazione che spengono ogni speranza in chi vive nei paraggi della Saras. Sono pronunciate al plurale, a nome di un’intera dinastia: «Non ci fermiamo qua. E la nostra famiglia intende essere sempre in questa straordinaria realtà. C’è già mio figlio Angelo che ha 44 anni, è in azienda da quando ne aveva diciotto. È vicepresidente. C’è Angelo Mario che ha studiato a Oxford e alla Columbia che è consigliere di amministrazione e capo dell’azienda che abbiamo in Spagna, c’è Gabriele che ha fatto due anni alla Saras, poi ha voluto fare un’esperienza in una grandissima banca americana, ha avuto successo e adesso sta rientrando. Quindi ci siamo già inseriti per portare avanti le cose, ma la nostra famiglia non è la famiglia. La famiglia è la Saras».

 

Walter G. Pozzi

 

(1) primo premio al Filmfestival Cinemambiente come miglior documentario: “Per aver portato alla luce con efficacia la vicenda della raffineria Saras fondata nel 1962 da Angelo Moratti, evidenziando gli effetti contraddittori di un modello di sviluppo industriale che ha caratterizzato il nostro Paese negli anni ’60 e che, oltre ad avere portato benefici sull’occupazione, ha sottovalutato o ignorato o nascosto l’impatto a lungo termine sul territorio e sulla popolazione di Sarroch, provincia di Cagliari”
(2) Debito pubblico: italianità al 104%, Giovanna Cracco, PaginaUno n. 10/2008; Crisi di sistema, Giovanna Baer, PaginaUno n. 7/2008
(3) “La pericolosità del Tar deriva dalla presenza di idrocarburi policiclici aromatici cancerogeni, tra cui il benzopirene. Le classi di pericolosità sono H5 (nocivo), H6 (tossico), H7 (cancerogeno); il Tar contiene inoltre metalli tossici quali il nichel e il vanadio, sotto forma di miscele di Sali e ossidi”. Estratto da: Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite a esso connesse, relazione finale al Parlamento, 18 aprile 2001

http://www.oilfilm.it/

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