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Pdl-Pd: bipolarismo targato P2
di Giovanna Cracco

La seconda Repubblica, ovvero la realizzazione del programma della P2

La riforma della giustizia scalda gli animi fin dall’epoca Castelli; è su di essa che, principalmente, viene visto aleggiare lo spettro della P2 ed è contro Berlusconi che viene puntato il dito quale portatore attivo dei progetti della loggia massonica in Parlamento. Non a torto. Tuttavia, il progetto piduista non mirava solo a porre la magistratura sotto il controllo del potere politico – affinché i togati non fossero d’intralcio al lucroso fiorire di quel sistema corruttivo che da sempre tiene insieme in un abbraccio fraterno la classe dirigente italiana; il piano massonico era un dettagliato e completo progetto di società, con indicazioni politiche, economiche e sociali che miravano a rifondare sia le istituzioni che la realtà civile. Se si guardano gli ultimi quindici anni e si pongono a confronto i cambiamenti avvenuti nell’assetto dei partiti, le ‘riforme’ attuate nel Paese, quelle dichiarate nei programmi elettorali e ancora in costruzione, con le indicazioni contenute nei documenti piduisti – lo Schema R, il Memorandum sulla situazione politica italiana e il Piano di rinascita democratica – si arriva all’amara conclusione che sia il Pdl che il Pd sembrano aver fatto proprie le finalità del progetto massonico e che l’Italia si stia avviando senza troppi scossoni verso la società programmata dalla P2.

Erano gli anni Settanta. Abbandonati i progetti eversivi della prima parte del decennio – strategia della tensione (comprovato il legame tra la loggia e la strage dell’Italicus, per dirne una) e tentati golpe (tra gli appartenenti alla P2 fino al 1975 era forte la percentuale di esponenti militari ad alti livelli) – la loggia comprende di dover mutare strategia. Il ’74 ha visto la fine della dittatura di Caetano in Portogallo, quella dei Colonnelli in Grecia, l’inizio del declino di Franco in Spagna: la gestione politica di un Paese Occidentale – fa storia a sé l’America latina, cortile di casa statunitense e continente cavia per testare i modelli economici e politici – non è più pensabile nella forma di una dittatura. In aggiunta, oltreoceano – e non solo – risuonano le dimissioni di Nixon. Proprio dagli Stati Uniti inizia a soffiare il vento del nuovo progetto sociale capitalistico, il neoliberismo: un capitalismo forte dentro uno Stato democratico politicamente debole, basato sulla privatizzazione totale del welfare e sullo sfruttamento violento dei lavoratori.

Il fatto che la P2 riadatti secondo le nuove esigenze economiche statunitensi il nuovo programma massonico non è frutto del caso o di un particolare fiuto politico del Venerabile. Stando alle attendibili parole del collaboratore della Cia Richard Brenneke pronunciate nel 1990: “Gelli non era il capo della P2, riceveva ordini da gente che era in Svizzera e negli Stati Uniti […]. La Loggia P2 non è mai stata limitata solo all’Italia […] è tuttora operante e tra Cia, P2 e mafia c’è sempre stato un collegamento”. Secondo Brenneke, negli anni Novanta la P2 era ancora attiva, subordinata a una P2 internazionale (1).
Naturalmente il nuovo programma richiedeva particolari integrazioni, necessarie al mantenimento in vita del sistema italiano, caratterizzato da un’economia chiusa retta dalla corruzione e dalle sovvenzioni statali. Non a caso il Piano rinascita si definisce ‘democratico’: vi si legge nelle prime righe che l’aggettivo “sta a significare che sono esclusi dal presente piano ogni movente o intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema (corsivo del testo, n.d.a.)”. Questo non significa che la P2 avesse intenzione di uscire dalla zona d’ombra: la sua filosofia era “quella di un approccio ai problemi della società finalizzato al controllo e non al governo dei processi politici e sociali”, concludeva la Relazione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi (2). La loggia dunque necessitava di appoggiarsi a un apparato legale: un partito. A quel tempo, inevitabilmente, la Dc. Un passo obbligato, vista la percentuale di consensi che ancora raccoglieva il partito conservatore, tuttavia una scelta di ripiego.

Si legge nel Memorandum (1975): “La crisi che travaglia il partito Dc ha numerose componenti: […] la mancanza di una seria politica culturale che permettesse al partito di rendersi conto dei cambiamenti avvenuti nel corpo sociale in cui la tradizionale struttura in classi è stata sostituita, col benessere del miracolo economico, da quella in ceti medi; la natura di partito-apparato assunta negli anni Cinquanta per impulso di Fanfani […]; il conseguente correntismo […] e la corruzione che ne deriva […]; gli scandali a ripetizione, artificiosamente gonfiati dagli oppositori, sì, ma certamente reali come risultato degli errori di cui sopra […]. Tutte queste concause sono aggravate da quella, fondamentale, che il gioco reciproco degli scandali e delle lotte intestine fra i massimi dirigenti della Dc ne ha provocato il reciproco stallo, posto che in una situazione di generale e vicendevole ricatto il non muoversi diviene l’unica via di sopravvivenza. Rifondazione, quindi, e ringiovanimento della Dc può significare soltanto virare di 180 gradi, escludendo la ripetizione degli errori compiuti e sostituendo – almeno per l’80% – tutta la dirigenza”. Nel caso che a breve ciò non fosse possibile, la congrega piduista metteva in conto di “inserirsi – qualora si disponesse dei fondi necessari pari a circa 10 miliardi – nell’attuale sistema di tesseramento della Dc per acquistare il partito (corsivo del testo, n.d.a.)”.
La possente Balena bianca, con le sue correnti, non era dunque il partito ottimale cui appoggiarsi – e per inciso, risultano chiare le ragioni dell’avversione attuale per le correnti interne, sia nel Pdl che nel Pd. La P2 non ebbe bisogno di mettere mano al portafogli: a rifondare non solo la Dc ma la struttura dell’intera classe dirigente politica, ci pensò Tangentopoli. Probabile che dell’inchiesta giudiziaria, con sorriso sornione, i piduisti abbiano pensato: se non ci fosse, avremmo dovuto inventarla. In un paradosso, infatti, Mani pulite e il conseguente scioglimento della Dc e del Psi hanno consentito finalmente l’avvio del Piano rinascita: la seconda Repubblica.

La via indicata nel Memorandum auspicava “la nascita di due nuovi movimenti politici, uno di ispirazione social-laburista e uno di ispirazione liberal-moderata o conservatrice, capaci di attrarre le due classiche componenti di ogni moderna società articolata in ceti medi e non più in classi”; suggeriva di “definire una strategia idonea che punti sulla restaurazione di valori antichi ancora saldi (come i concetti di famiglia e nazione) e sulla creazione di valori nuovi come quelli di una morale fondata sull’equilibrio fra diritti e doveri, sul principio del ‘neminem laedere’, sulla libertà di scelta economica quale presupposto di quella politica, sul dovere di solidarietà cristiana e umana che ha inizio nel momento fiscale, e così via”.
Nascono Forza Italia e l’Ulivo, oggi divenuti Pdl e Pd; nasce quel bipolarismo a cui ora entrambi i partiti non vogliono assolutamente rinunciare. Non si contano le dichiarazioni bipartisan che affermano che “dal bipolarismo non si torna indietro”.
Berlusconi partiva avvantaggiato. Innanzitutto non doveva rifondarsi ma solo fondarsi; in secondo luogo, la scelta di proporsi come ‘l’imprenditore dinamico che si è fatto da sé’ non poteva che risultare vincente in un Paese allo sfascio economico e politico. Più difficoltosa e fin da subito inevitabilmente perdente nel breve-medio periodo la situazione nel campo opposto, dove l’unico grande partito rimasto, il Pci, una volta deciso – con la svolta della Bolognina – di abbracciare il neoliberismo doveva, lui sì, rifondarsi, rinnegare a piccoli passi le proprie radici politiche e dunque mettere in conto la perdita di una parte della propria base elettorale e di muoversi alla caccia dei voti tra l’elettorato ‘moderato’.

Non a caso, dopo la parentesi di Prodi e dell’Ulivo, Veltroni – che ora sembra voler tornare fortemente alla ribalta – era l’uomo giusto al posto giusto: giovane, faccia relativamente nuova, reduce dal successo del governo di Roma, iscritto al Pci ma, stando alle sue parole, “mai stato comunista”. Alcuni passaggi del suo discorso al Lingotto del giugno 2007 da primo segretario del Pd (3) risultano addirittura imbarazzanti, se confrontati con i suggerimenti strategici piduisti; la populistica esaltazione di “una politica sincera, pragmatica, ancorata ai suoi valori, non ideologica” e della “piena libertà delle idee e della libertà di intraprendere”; un progetto che propone il Pd come il partito “della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese”, che invita a superare “gli odi, i rancori e le divisioni” in quanto “la ripresa economica non è né di destra né di sinistra”; un partito che sostiene che “non è con gli odi di classe che si sconfigge l’evasione” e che “bandisce dalla sua cultura politica ogni pregiudizio classista” in merito all’evasione fiscale suggerendo, per combatterla, una “spirale virtuosa”, che tanto assomiglia al “dovere di solidarietà cristiana e umana che ha inizio nel momento fiscale” di conio gelliano.

La stessa costruzione dei due partiti rispecchia i dettami del Memorandum piduista. Vi si legge che a un classico apparato è preferibile un partito che nasca “sul consenso della grande opinione media che è indispensabile per i giochi di sezione e di tesseramento. Donde scaturisce la necessità di costruire un nuovo assetto strutturale del partito articolato in club territoriali e settoriali destinati a funzionare come centri propulsori nel campo della propagazione delle idee […] nonché in istituti altamente specializzati per la preparazione dei quadri, non già quali funzionari di partito, bensì quali elementi da inserire nella società a livello di insegnanti, giornalisti, magistrati, funzionari pubblici e privati, e così via”. Sono i Circoli del Buon Governo, nati nel 1999 a opera di quella macchina da guerra che è Marcello Dell’Utri, che si definiscono “associazione culturale” e che si pongono l’obiettivo di “sviluppare una relazione virtuosa tra cultura e politica”; affiancati nel 2002 dai Circoli giovani e dai Circoli università organizzano “master e cicli di seminari volti in particolare a studenti universitari, giovani laureati, professionisti nel campo della politica, comunicazione, mondo dell’impresa”. Sono circa 3.500, sparsi su tutto il territorio nazionale. Poi ci sono i Circoli della libertà, nati nel 2006 anch’essi sotto forma di associazione, il cui presidente è Michela Brambilla, la quale dal febbraio scorso coordina anche i Promotori della libertà, lanciati dallo stesso Berlusconi; a rompere un po’ le uova nel paniere, ma non a caso restando nello stesso filone, nascono i primi di maggio i Circoli di Generazione Italia, che fanno capo alla corrente di Fini. Infine abbiamo, dal 2007, la Summer school Scuola di alta formazione politica, coordinatore nazionale Sandro Bondi.
A far loro timida concorrenza troviamo i Circoli del Partito democratico, nati appena nel 2007, che si propongono non come “comitato promotore” ma come “embrione territoriale del partito in costruzione”, e la Scuola di politica Cultura democratica, fondata nel 2008. D’altra parte, Berlusconi è ineguagliabile per risorse economiche.

Fatte le due pentole, rimaneva da fare l’unico, comune, coperchio: mettere in atto il Piano rinascita. Occorre qui sintetizzare e schematizzare, rimandando alla lettura dei documenti della P2 chi volesse approfondire i dettagli.
Mettendo da parte quei provvedimenti che oggi risultano anacronistici e inattuabili per gli avvenuti mutamenti sociali e geopolitici allora non prevedibili, vi sono numerosi punti programmatici contenuti nel progetto piduista che entrambi i partiti hanno fatto propri; per rendersene conto è sufficiente leggere i due programmi di governo presentati nell’ultima campagna elettorale – che sono l’uno la fotocopia dell’altro – e aver seguito le azioni del precedente governo Prodi e dell’attuale governo Berlusconi.

Alcuni di essi sono di carattere istituzionale: trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale, ridurre il numero dei parlamentari, riformare la legge elettorale, orientata in senso maggioritario, sopprimere le province e i ministeri superflui, riformare il ministero delle Partecipazioni statali (le hanno chiamate ‘privatizzazioni’) e l’apparato burocratico e amministrativo. Altri si focalizzano sull’aspetto economico: rilanciare il turismo e il settore energetico. Vi sono poi quelli che mirano all’‘educazione’ del popolo e al controllo dell’opinione pubblica: riformare la scuola, in senso ‘meritocratico’, e i programmi della televisione pubblica, in senso ‘educativo’ – discorso a parte merita il controllo dei canali televisivi privati, che Berlusconi sembrerebbe aver raggiunto seguendo passo passo i suggerimenti piduisti concernenti televisione, stampa e informazione. Un punto riguarda la sanità: riformare i Cda ospedalieri in senso manageriale. Altri, infine, si occupano di gestire l’insofferenza e il disagio sociale: impiego delle forze armate in operazioni di ordine pubblico e inasprimento delle pene per i reati di droga.
Tuttavia sono i provvedimenti che i due partiti si sono spartiti, sulla base delle proprie caratteristiche identitarie, a dare ancor più l’amara conferma che sopra il teatrino della contrapposizione aleggi il progetto politico piduista.

Due fondanti realtà erano d’ostacolo all’auspicata società “equilibrata e non eversiva” programmata dalla loggia massonica: la magistratura e il mondo del lavoro. Occorreva riscriverne le regole, modificando quest’ultimo come dettava il dogma neoliberista – cioè svuotandolo di ogni diritto acquisito con le lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta – e rendendo la prima funzionale alla realtà italiana – cioè strumento di una giustizia di classe e impossibilitata a giudicare un’èlite politica ed economica corrotta. Il Pdl si è preso in carico la questione della magistratura, il Pd la patata bollente del lavoro. Non senza trovare, all’interno di entrambe le ‘riforme’, zone neutrali nelle quali darsi manforte e sostenersi a vicenda.
In merito alla giustizia, il Piano rinascita prevedeva la “responsabilità civile (per colpa) dei magistrati”, la “normativa per l’accesso in carriera (esami psico-attitudinali preliminari)”, “l’unità del pubblico ministero (a norma della Costituzione, art. 107 e 112 ove il pm è distinto dai giudici), la responsabilità del guardasigilli verso il Parlamento sull’operato del pm, la riforma del Consiglio superiore della magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento, la riforma dell’ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati, imporre limiti di età per le funzioni di accusa, separare le carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile (corsivo del testo, n.d.a.)”. Proposte già sentite per bocca di esponenti del Pdl e, alcune, anche per bocca di esperti del Pd, come Violante. Può darsi che la prossima riforma della giustizia non le preveda tutte esplicitamente ma di certo le conterrà nella sostanza.

Nessuno più di Berlusconi – e dell’‘equipe’ che si è portato appresso in Parlamento – è adatto a questo compito. Lo prevedeva lo stesso progetto piduista: qualora “le circostanze permettessero di contare sull’ascesa al governo di un uomo politico (o di una equipe) già in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee di ‘ripresa democratica’, è chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione anche per la possibilità di attuare subito il programma di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all’attuazione dei procedimenti sopra descritti (virgolette del testo, n.d.a.)”. In più il Cavaliere (tessera piduista n. 1816), oltre a essere mosso da istanze personali e dunque poco propenso a tergiversare e prendere tempo, focalizza su di sé l’attenzione, proprio a causa dei suoi problemi personali con la giustizia; perfetto specchietto per le allodole, attrae sulla sua persona le accuse di voler fare leggi ad personam e distoglie l’attenzione da un’intera classe politica ed economica che di quelle leggi beneficia silenziosa.

Allo stesso modo, nessuno è più appropriato del Pd a modificare le regole del mondo del
lavoro: le sue radici – per quanto oggi rinnegate – affondano nel Pci. Perfetto cavallo di Troia, esso può agire dall’interno. Solo il Pd può far ingoiare ai lavoratori il nuovo corso delle cose, annullare ogni reminescenza di appartenenza di classe con concetti del tipo: “quando si dice imprese, si dice lavoratori e imprenditori, insieme”. Il lavoro di manipolazione mentale e quello legislativo sono stati entrambi progressivi e sono iniziati con la nascita dell’Ulivo subito dopo Tangentopoli: 1992 riforma pensionistica (governo Amato) portata a termine nel 1995 (governo Dini); 1997 pacchetto Treu (governo Prodi), prodromo della legge 30; 2006 anticipo di un anno dell’entrata in vigore della riforma sul Tfr e riduzione di 5 punti percentuali del cuneo fiscale a totale effettivo favore delle imprese (governo Prodi); 2007 protocollo sul welfare – prolungamento dei rinnovi dei contratti a termine e detassazione degli straordinari (governo Prodi).

Probabilmente la criminale classe dirigente politica ed economica associata nella P2 non poteva nemmeno sperare, nel 1975, di veder realizzata nel Paese occidentale con il più forte partito comunista, la contrattazione di secondo livello, l’abolizione dei Contratti collettivi nazionali, il lavoro a chiamata legalizzato sotto il nome di ‘flessibilità’ e ‘agenzie interinali’, e ancor meno di vedere i lavoratori far proprio il concetto di ‘produttività’; nel 1975 le realtà da controllare erano le lotte operaie – proponendo un “armistizio sociale” per almeno due anni – e il sindacato, la Cgil in primis. Nel Piano rinascita si legge: “per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria è fra la sollecitazione alla rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei gruppi minoritari della Cisl e maggioritari della Uil, per poi agevolare la fusione con gli autonomi in una libera confederazione, oppure, senza toccare gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entità i più disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all’interno dell’attuale trimurti”. Un punto che si può vistare come ‘già fatto’: la Cgil, rediviva, apparentemente guarita (a singhiozzo) dalla sindrome da governo amico da cui è stata affetta all’epoca del governo Prodi, oggi è sola. Abbandonata dalla Cisl, dalla Uil e dallo stesso Pd.
Uno degli “scopi reali” da ottenere, recitava il Piano rinascita, era “ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello illegittimamente assunto di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative”. Già nel programma di governo del Pd per le elezioni del 2008 si leggeva che, in nome di una necessaria “stabilizzazione economica-finanziaria” occorreva “una nuova fase di concertazione”: “in questo contesto, tutti devono ‘cambiare’ comportamento e capacità di rappresentanza: la politica, certo. Ma anche le forze sociali, per le quali diventa urgente (per renderle protagoniste della contrattazione di secondo livello, dove si può agire sulla produttività) una (auto)riforma delle regole della rappresentanza”.

Veltroni, Franceschini, Bersani, la direzione non cambia; al di là delle parole vuote che risuonano sempre più forti data la crisi economica e la disoccupazione, la difesa del lavoro è l’ultimo pensiero del Pd; anche a costo di perdere elettori a favore della Lega nord, che maschera la propria ideologia xenofoba dietro un (pretestuoso e falso) interesse verso i lavoratori (italiani…). È indubbio che il compito del Pd è ben più arduo rispetto a quello del Pdl. Per la progressiva perdita di base elettorale e perché troppo giovane, ancora; troppo breve il suo percorso. “Il Pd doveva nascere già nel 1996”, subito dopo la vittoria dell’Ulivo, dichiara Veltroni il 18 febbraio 2009 nella conferenza stampa delle sue dimissioni da segretario. C’è da scommettere che fra dieci anni la nuova ideologia aclassista sarà stata completamente assimilata dalla sua base elettorale.
Il più è fatto. Resta quell’aggettivo, ‘democratico’, che come un grottesco sberleffo caratterizza il Piano rinascita e grazie al quale i cittadini s’illudono ancora, andando a votare, d’incidere sulla propria esistenza.

Giovanna Cracco

 

(1) Trame atlantiche, Sergio Flamigni, Kaos edizioni
(2) Dossier P2 La relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica segreta di Licio Gelli, Kaos edizioni, pag. 176
(3) Fomà Fomìc, chi era costui di Giovanna Cracco, PaginaUno n. 5/2007

 

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