| Il 7 gennaio scorso Nicola Mancino
dichiara al Corsera che il peso dei togati rispetto alla componente
di laici all’interno del Csm è eccessiva (due terzi i primi,
eletti dagli stessi magistrati, un terzo i secondi, eletti dal Parlamento
su proposta dei partiti). “L’attuale sproporzione ha giocato
più a favore della correntizzazione che non di una libera rappresentanza
delle diverse componenti in seno all’organo di autogoverno”,
afferma il vice-presidente del Csm, precisando che “con la rappresentanza
dei due terzi contro un terzo è più facile cedere alla
tentazione di distribuire i posti a seconda dell’appartenenza
alle correnti”. Propone quindi di modificare gli equilibri, con
“una tripartizione della composizione affidata per un terzo ai
magistrati, per un terzo al Parlamento e per un terzo al presidente
della Repubblica”.
I membri togati del Csm rispondono con un documento nel quale si afferma
che le dichiarazioni rilasciate da Mancino “suscitano sconcerto
e amarezza” in merito al giudizio di correntizzazione del Consiglio
e chiedono conto di una mancata argomentazione su “come le modifiche
proposte darebbero maggior razionalità ed efficienza al governo
autonomo della magistratura”. A sottoscrivere il testo i togati
delle correnti Unicost, Magistratura democratica e Movimento per la
giustizia; mancano all’appello della firma gli esponenti di Magistratura
indipendente.
La riforma della giustizia scalda gli animi fin dall’epoca Castelli;
è su di essa che, principalmente, viene visto aleggiare lo spettro
della P2 ed è contro Berlusconi che viene puntato il dito quale
portatore attivo dei progetti della loggia massonica in Parlamento.
Non a torto.
Tuttavia…
“Per la magistratura è da rilevare che esiste già
una forza interna (la corrente di Magistratura indipendente della Associazione
nazionale magistrati) che raggruppa oltre il 40% dei magistrati italiani
su posizioni moderate. È sufficiente stabilire un raccordo sul
piano morale e programmatico ed elaborare un’intesa diretta a
concreti aiuti materiali per poter contare su un prezioso strumento
già operativo all’interno del corpo, anche ai fini di taluni
rapidi aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua
tradizionale funzione di elemento di equilibrio della società
e non già di eversione”. Sono parole contenute nel Piano
di rinascita democratica. È dunque scontata la chiave di lettura
con la quale interpretare l’auspicio di “equilibrio della
società e non già di eversione”; che cosa intendesse
il Venerabile per ‘equilibrio’ ed ‘eversione’.
Tuttavia… dunque. A prendersi la briga di leggere i documenti
piduisti – lo Schema R, il Memorandum sulla situazione
politica italiana e il Piano di rinascita democratica
– ben altri soggetti finiscono per rientrare nella trama e accompagnare
il protagonista Berlusconi lungo la via tracciata dalla P2. Certo sconcerta
ravvisare un possibile legame di progettualità politica con i
programmi della loggia fin dentro il Csm – nonostante oggi Magistratura
indipendente conti appena tre esponenti nel Consiglio sui 24 eletti
dai magistrati – ma ben altre similitudini si rivelano con la
lettura dei documenti piduisti; al punto da poter affermare che entrambi
i principali schieramenti presenti oggi in Parlamento, e in teoria contrapposti,
Pdl e Pd, sembrano non solo aver fatto proprie le finalità del
progetto massonico ma seguirne addirittura le dettagliate indicazioni.
Erano gli anni Settanta. Abbandonati i progetti eversivi
della prima parte del decennio – strategia della tensione (comprovato
il legame tra la loggia e la strage dell’Italicus, per dirne una)
e tentati golpe (tra gli appartenenti alla P2 fino al 1975 era forte
la percentuale di esponenti militari ad alti livelli) – la loggia
comprende di dover mutare strategia. Non a caso il Piano di rinascita
si definisce ‘democratico’: vi si legge nelle prime righe
che l’aggettivo “sta a significare che sono esclusi
dal presente piano ogni movente o intenzione anche occulta di rovesciamento
del sistema (corsivo del testo, n.d.a.)”. Questo non
significa che la P2 avesse intenzione di uscire dalla zona d’ombra:
la sua filosofia era “quella di un approccio ai problemi della
società finalizzato al controllo e non al governo dei processi
politici e sociali”, concludeva la relazione parlamentare d’inchiesta
presieduta da Tina Anselmi (1). La loggia dunque necessitava di appoggiarsi
a un apparato legale: un partito. A quel tempo, inevitabilmente, la
Dc. Un passo obbligato, vista la percentuale di consensi che ancora
raccoglieva il partito conservatore, tuttavia una scelta di ripiego.
Si legge nel Memorandum (1975) che “la crisi che travaglia il
partito Dc ha numerose componenti: […] la mancanza di una seria
politica culturale che permettesse al partito di rendersi conto dei
cambiamenti avvenuti nel corpo sociale in cui la tradizionale struttura
in classi è stata sostituita, col benessere del miracolo economico,
da quella in ceti medi; la natura di partito-apparato assunta negli
anni Cinquanta per impulso di Fanfani […]; il conseguente correntismo
[…] e la corruzione che ne deriva […]; gli scandali a ripetizione,
artificiosamente gonfiati dagli oppositori, sì, ma certamente
reali come risultato degli errori di cui sopra […]. Tutte queste
concause sono aggravate da quella, fondamentale, che il gioco reciproco
degli scandali e delle lotte intestine fra i massimi dirigenti della
Dc ne ha provocato il reciproco stallo, posto che in una situazione
di generale e vicendevole ricatto il non muoversi diviene l’unica
via di sopravvivenza. Rifondazione, quindi, e ringiovanimento della
Dc può significare soltanto virare di 180 gradi, escludendo la
ripetizione degli errori compiuti e sostituendo – almeno per l’80%
– tutta la dirigenza”. Nel caso che a breve ciò non
fosse possibile, la congrega di criminali in doppiopetto riuniti nella
loggia metteva in conto di “inserirsi – qualora si disponesse
dei fondi necessari pari a circa 10 miliardi – nell’attuale
sistema di tesseramento della Dc per acquistare il partito
(corsivo del testo, n.d.a.)”.
Non ci fu bisogno di mettere mano al portafogli: a rifondare
non solo la Dc ma la struttura stessa della classe dirigente politica
ci pensò Tangentopoli. Probabile che dell’inchiesta giudiziaria,
con sorriso sornione, i piduisti abbiano pensato: se non ci fosse, avremmo
dovuto inventarla! Era il 1992, ma è un’ingenua illusione
– o voluta cecità in malafede – credere che la P2
si sia sciolta nel 1981 in conseguenza dei processi penali seguiti al
ritrovamento a Castiglion Fibocchi dei documenti che ne comprovavano
l’esistenza; la P2 è viva e vegeta ancora oggi, pur certamente
in una forma diversa. A comprovare ciò, proprio la storia della
seconda Repubblica: in un paradosso, Tangentopoli e il conseguente scioglimento
della Dc e del Psi hanno consentito finalmente l’avvio
del Piano rinascita.
La via indicata nel Memorandum auspicava infatti “la
nascita di due nuovi movimenti politici, uno di ispirazione social-laburista
e uno di ispirazione liberal-moderata o conservatrice, capaci di attrarre
le due classiche componenti di ogni moderna società articolata
in ceti medi e non più in classi”; suggeriva di “definire
una strategia idonea che punti sulla restaurazione di valori antichi
ancora saldi (come i concetti di famiglia e nazione) e sulla creazione
di valori nuovi come quelli di una morale fondata sull’equilibrio
fra diritti e doveri, sul principio del ‘neminem laedere’,
sulla libertà di scelta economica quale presupposto di quella
politica, sul dovere di solidarietà cristiana e umana che ha
inizio nel momento fiscale, e così via”.
Nascono Forza Italia e l’Ulivo, oggi divenuti Pdl e Pd.
Sappiamo (quasi) tutto sulla storia imprenditoriale, piduista (tessera
n. 1816) e politica di Berlusconi; scontato – e rincuorante, o
interessato – focalizzare su di lui i lanci di strali riservati
al progetto massonico. E il suo rivale politico, il Pd (ancora a caccia
del proprio leader carismatico)?
Alcuni passaggi del discorso al Lingotto di Veltroni del giugno 2007
(2) risultano addirittura imbarazzanti, se confrontati con i suggerimenti
strategici piduisti; la populistica esaltazione di “una politica
sincera, pragmatica, ancorata ai suoi valori, non ideologica”
e della “piena libertà delle idee e della libertà
di intraprendere”; un progetto che propone il Pd come il partito
“della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che
paralizzano il nostro Paese”, che invita a superare “gli
odi, i rancori e le divisioni” in quanto “la ripresa economica
non è né di destra né di sinistra”; un partito
che sostiene che “non è con gli odi di classe che si sconfigge
l’evasione” e che “bandisce dalla sua cultura politica
ogni pregiudizio classista” in merito all’evasione fiscale
suggerendo, per combatterla, una “spirale virtuosa” che
tanto assomiglia al “dovere di solidarietà cristiana e
umana che ha inizio nel momento fiscale” di conio gelliano.
La stessa costruzione dei due partiti rispecchia i dettami del Memorandum
piduista. Vi si legge che a un classico apparato è preferibile
un partito che nasca “sul consenso della grande opinione media
che è indispensabile per i giochi di sezione e di tesseramento.
Donde scaturisce la necessità di costruire un nuovo assetto strutturale
del partito articolato in club territoriali e settoriali destinati a
funzionare come centri propulsori nel campo della propagazione delle
idee […] nonché in istituti altamente specializzati per
la preparazione dei quadri, non già quali funzionari di partito,
bensì quali elementi da inserire nella società a livello
di insegnanti, giornalisti, magistrati, funzionari pubblici e privati,
e così via”. Sono i Circoli del Buon Governo, nati nel
1999 a opera di quella macchina da guerra che è Marcello Dell’Utri,
che si definiscono “associazione culturale” e che si pongono
l’obiettivo di “sviluppare una relazione virtuosa tra cultura
e politica”; affiancati nel 2002 dai Circoli giovani e dai Circoli
università organizzano “master e cicli di seminari volti
in particolare a studenti universitari, giovani laureati, professionisti
nel campo della politica, comunicazione, mondo dell’impresa”.
Sono circa 3.500, sparsi su tutto il territorio nazionale. Poi ci sono
i Circoli della libertà, nati nel 2006 anch’essi sotto
forma di associazione, il cui presidente è Michela Brambilla.
Infine abbiamo, dal 2007, la Summer school Scuola di alta formazione
politica di Forza Italia, coordinatore nazionale Sandro Bondi.
A far loro timida concorrenza troviamo i Circoli del Partito democratico,
nati appena nel 2007, che si propongono non come “comitato promotore”
ma come “embrione territoriale del partito in costruzione”.
D’altra parte, chi può eguagliare Berlusconi per risorse
economiche?
Fatte le due pentole, rimaneva da fare l’unico, comune, coperchio:
mettere in atto il Piano rinascita.
È innegabile che l’arrivo al governo del Cavaliere ne abbia
accelerato l’attuazione. Lo prevedeva lo stesso progetto: qualora
“le circostanze permettessero di contare sull’ascesa al
governo di un uomo politico (o di una equipe) già in sintonia
con lo spirito del club e con le sue idee di ‘ripresa democratica’,
è chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte
accelerazione anche per la possibilità di attuare subito il programma
di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all’attuazione
dei procedimenti sopra descritti (virgolette del testo, n.d.a.)”.
Occorre qui sintetizzare e schematizzare, rimandando alla lettura dei
documenti della P2 chi volesse approfondire i dettagli.
Escludendo quei provvedimenti che oggi risultano anacronistici e inattuabili
per gli avvenuti mutamenti sociali e geopolitici allora non prevedibili,
vi sono numerosi punti programmatici contenuti nel progetto piduista
che entrambi i partiti hanno fatto propri; è sufficiente leggere
i due programmi di governo presentati nell’ultima campagna elettorale
– che sono l’uno la fotocopia dell’altro – e
aver seguito le azioni del precedente governo Prodi e dell’attuale
governo Berlusconi – e la debole e fasulla opposizione del Pd
– per rendersene conto.
Alcuni di essi sono di carattere istituzionale: trasformare l’Italia
in una repubblica presidenziale, ridurre il numero dei parlamentari
e istituire una Camera unica suddivisa in due settori, uno politico
(Camera) e uno tecnico/economico (Senato), riformare la legge elettorale,
orientata in senso maggioritario, sopprimere le province e i ministeri
superflui, riformare il ministero delle Partecipazioni statali (le hanno
chiamate ‘privatizzazioni’) e l’apparato burocratico
e amministrativo. Altri si focalizzano sull’aspetto economico:
rilanciare il turismo, il settore energetico e quello agricolo. Vi sono
poi quelli che mirano all’‘educazione’ del popolo
e al controllo dell’opinione pubblica: riformare la scuola, in
senso meritocratico, e i programmi della televisione pubblica, in senso
‘educativo’. Un punto riguarda la sanità: riformare
i Cda ospedalieri in senso manageriale. Altri, infine, si occupano di
gestire l’insofferenza e il disagio sociale: impiego delle forze
armate in operazioni di ordine pubblico e inasprimento delle pene per
i reati di droga. Non mancano i provvedimenti populistici (non mancano
mai): aumentare le pensioni previdenziali e sociali e rilanciare l’edilizia
popolare.
Tuttavia sono i provvedimenti che i due partiti si sono spartiti, sulla
base delle proprie caratteristiche storiche e ideologiche, a dare ancor
più l’amara conferma che sopra il teatrino della contrapposizione
aleggi il progetto politico piduista.
Due fondanti realtà erano d’ostacolo all’auspicata
società ‘equilibrata e non eversiva’: la magistratura
e il mondo del lavoro. Occorreva riscriverne le regole, rendendo il
secondo sottomesso allo sfruttamento del capitale e la prima una giustizia
di classe, impossibilitata a giudicare l’èlite politica
ed economica. Il Pdl si è preso in carico la questione della
magistratura, il Pd la patata bollente del lavoro. Non senza trovare,
all’interno di entrambe le ‘riforme’, zone neutrali
nelle quali darsi manforte e sostenersi a vicenda.
In merito alla giustizia, il Piano rinascita prevedeva la “responsabilità
civile (per colpa) dei magistrati”, la “normativa per l’accesso
in carriera (esami psico-attitudinali preliminari)”, “l’unità
del pubblico ministero (a norma della Costituzione, art. 107 e 112 ove
il pm è distinto dai giudici), la responsabilità del guardasigilli
verso il Parlamento sull’operato del pm, la riforma del Consiglio
superiore della magistratura che deve essere responsabile verso
il Parlamento, la riforma dell’ordinamento giudiziario per ristabilire
criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati, imporre
limiti di età per le funzioni di accusa, separare le carriere
requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile
(corsivo del testo, n.d.a.)”. Proposte già sentite
per bocca di esponenti del Pdl e, alcune, anche per bocca di esperti
del Pd, come Violante.
Può darsi che la prossima riforma della giustizia non le preveda
tutte esplicitamente ma di certo le conterrà nella sostanza.
Nessuno più di Berlusconi – e dell’‘equipe’
che si è portato appresso in Parlamento – è adatto
a questo compito. Perché il Cavaliere, oltre a essere mosso da
istanze personali e dunque poco propenso a tergiversare e prendere tempo,
focalizza su di sé l’attenzione, proprio a causa dei suoi
problemi personali con la giustizia; perfetto specchietto per le allodole,
attrae sulla sua persona le accuse di voler fare leggi ad personam
e distoglie l’attenzione da un’intera classe politica ed
economica che di quelle leggi beneficia silenziosa.
Allo stesso modo, nessuno è più appropriato del Pd a modificare
le regole del mondo del
lavoro: le sue radici – per quanto oggi rinnegate – affondano
nel Pci. Perfetto cavallo di Troia, esso può agire dall’interno.
Solo il Pd può far ingoiare ai lavoratori il nuovo corso delle
cose, annullare ogni reminescenza di appartenenza di classe con concetti
del tipo: “quando si dice imprese, si dice lavoratori e imprenditori,
insieme”. Il lavoro di manipolazione mentale e quello legislativo
sono stati entrambi progressivi e sono iniziati con la nascita dell’Ulivo
subito dopo Tangentopoli: 1992 riforma pensionistica (governo Amato)
portata a termine nel 1995 (governo Dini); 1997 pacchetto Treu (governo
Prodi), prodromo della legge 30; 2006 anticipo di un anno dell’entrata
in vigore della riforma sul Tfr e riduzione di 5 punti percentuali del
cuneo fiscale a totale effettivo favore delle imprese (governo Prodi);
2007 protocollo sul welfare – prolungamento dei rinnovi dei contratti
a termine e detassazione degli straordinari (governo Prodi).
Probabilmente la criminale classe dirigente politica ed economica associata
nella P2 nemmeno nei sui più mirabolanti sogni immaginava la
contrattazione di secondo livello, l’abolizione dei Contratti
collettivi nazionali, il lavoro a chiamata legalizzato sotto il nome
di ‘flessibilità’ e ‘agenzie interinali’
e ancor meno di poter imbambolare i lavoratori con il concetto di ‘produttività’;
nel 1975 le realtà da controllare erano le lotte operaie –
proponendo un “armistizio sociale” per almeno due anni –
e il sindacato, la Cgil in primis. Nel Piano rinascita si legge: “per
quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria è fra la sollecitazione
alla rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei
gruppi minoritari della Cisl e maggioritari della Uil, per poi agevolare
la fusione con gli autonomi in una libera confederazione, oppure, senza
toccare gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entità
i più disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare
i rapporti di forza all’interno dell’attuale trimurti”.
Un punto che si può vistare come ‘già fatto’:
la Cgil, rediviva, apparentemente guarita (a singhiozzo) dalla sindrome
da governo amico da cui è stata affetta all’epoca del governo
Prodi, oggi è sola. Abbandonata dalla Cisl, dalla Uil e dallo
stesso Pd.
Uno degli “scopi reali” da ottenere, recitava il Piano rinascita,
era “ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato
di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello illegittimamente
assunto di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e
governative”. Si legge nel programma di governo del Pd per le
elezioni del 2008 che, in nome di una necessaria “stabilizzazione
economica-finanziaria” occorre “una nuova fase di concertazione”:
“in questo contesto, tutti devono ‘cambiare’ comportamento
e capacità di rappresentanza: la politica, certo. Ma anche le
forze sociali, per le quali diventa urgente (per renderle protagoniste
della contrattazione di secondo livello, dove si può agire sulla
produttività) una (auto)riforma delle regole della rappresentanza”.
Dopo aver messo mano ai diritti dei lavoratori, ecco qua l’atto
finale del Pd, che in pieno rispetto del programma piduista propone
la trasformazione del sindacato da rappresentante delle istanze della
classe lavoratrice a portatore delle necessità produttive del
capitale.
Un compito ben più arduo rispetto a quello di Berlusconi, senza
ombra di dubbio. Il Pd paga infatti lo scotto in consensi elettorali
del brutale abbandono dei lavoratori. Troppo giovane, ancora; troppo
breve il suo percorso. “Il Pd doveva nascere già nel 1996”,
subito dopo la vittoria dell’Ulivo, dichiara Veltroni il 18 febbraio
scorso nella conferenza stampa delle sue dimissioni da segretario. C’è
da scommettere che fra dieci anni la nuova ideologia aclassista sarà
stata completamente assimilata dalla sua base elettorale.
Il più è fatto. Resta quell’aggettivo,
‘democratico’, che come un grottesco sberleffo caratterizza
il Piano rinascita e grazie al quale i cittadini s’illudono ancora
d’incidere sulla propria esistenza.
Giovanna Cracco
(1) Dossier P2 La relazione
finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia
massonica segreta di Licio Gelli, Kaos edizioni, pag. 176
(2) vedi Fomà Fomìc, chi era costui di Giovanna
Cracco, PaginaUno n. 5/2007
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