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dicembre 2011- gennaio 2012
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| Pdl-Pd: bipolarismo targato P2 |
| La seconda
Repubblica, ovvero la realizzazione del programma della P2 |
| La riforma della giustizia scalda gli animi fin dall’epoca Castelli; è su di essa che, principalmente, viene visto aleggiare lo spettro della P2 ed è contro Berlusconi che viene puntato il dito quale portatore attivo dei progetti della loggia massonica in Parlamento. Non a torto. Tuttavia, il progetto piduista non mirava solo a porre la magistratura sotto il controllo del potere politico – affinché i togati non fossero d’intralcio al lucroso fiorire di quel sistema corruttivo che da sempre tiene insieme in un abbraccio fraterno la classe dirigente italiana; il piano massonico era un dettagliato e completo progetto di società, con indicazioni politiche, economiche e sociali che miravano a rifondare sia le istituzioni che la realtà civile. Se si guardano gli ultimi quindici anni e si pongono a confronto i cambiamenti avvenuti nell’assetto dei partiti, le ‘riforme’ attuate nel Paese, quelle dichiarate nei programmi elettorali e ancora in costruzione, con le indicazioni contenute nei documenti piduisti – lo Schema R, il Memorandum sulla situazione politica italiana e il Piano di rinascita democratica – si arriva all’amara conclusione che sia il Pdl che il Pd sembrano aver fatto proprie le finalità del progetto massonico e che l’Italia si stia avviando senza troppi scossoni verso la società programmata dalla P2. Erano gli anni Settanta. Abbandonati i progetti eversivi della prima parte del decennio – strategia della tensione (comprovato il legame tra la loggia e la strage dell’Italicus, per dirne una) e tentati golpe (tra gli appartenenti alla P2 fino al 1975 era forte la percentuale di esponenti militari ad alti livelli) – la loggia comprende di dover mutare strategia. Il ’74 ha visto la fine della dittatura di Caetano in Portogallo, quella dei Colonnelli in Grecia, l’inizio del declino di Franco in Spagna: la gestione politica di un Paese Occidentale – fa storia a sé l’America latina, cortile di casa statunitense e continente cavia per testare i modelli economici e politici – non è più pensabile nella forma di una dittatura. In aggiunta, oltreoceano – e non solo – risuonano le dimissioni di Nixon. Proprio dagli Stati Uniti inizia a soffiare il vento del nuovo progetto sociale capitalistico, il neoliberismo: un capitalismo forte dentro uno Stato democratico politicamente debole, basato sulla privatizzazione totale del welfare e sullo sfruttamento violento dei lavoratori. Il fatto che la P2 riadatti secondo le nuove esigenze
economiche statunitensi il nuovo programma massonico non è
frutto del caso o di un particolare fiuto politico del Venerabile.
Stando alle attendibili parole del collaboratore della Cia Richard
Brenneke pronunciate nel 1990: “Gelli non era il capo della
P2, riceveva ordini da gente che era in Svizzera e negli Stati Uniti
[…]. La Loggia P2 non è mai stata limitata solo all’Italia
[…] è tuttora operante e tra Cia, P2 e mafia c’è
sempre stato un collegamento”. Secondo Brenneke, negli anni
Novanta la P2 era ancora attiva, subordinata a una P2 internazionale
(1). Si legge nel Memorandum (1975): “La crisi
che travaglia il partito Dc ha numerose componenti: […] la mancanza
di una seria politica culturale che permettesse al partito di rendersi
conto dei cambiamenti avvenuti nel corpo sociale in cui la tradizionale
struttura in classi è stata sostituita, col benessere del miracolo
economico, da quella in ceti medi; la natura di partito-apparato assunta
negli anni Cinquanta per impulso di Fanfani […]; il conseguente
correntismo […] e la corruzione che ne deriva […]; gli
scandali a ripetizione, artificiosamente gonfiati dagli oppositori,
sì, ma certamente reali come risultato degli errori di cui
sopra […]. Tutte queste concause sono aggravate da quella, fondamentale,
che il gioco reciproco degli scandali e delle lotte intestine fra
i massimi dirigenti della Dc ne ha provocato il reciproco stallo,
posto che in una situazione di generale e vicendevole ricatto il non
muoversi diviene l’unica via di sopravvivenza. Rifondazione,
quindi, e ringiovanimento della Dc può significare soltanto
virare di 180 gradi, escludendo la ripetizione degli errori compiuti
e sostituendo – almeno per l’80% – tutta la dirigenza”.
Nel caso che a breve ciò non fosse possibile, la congrega piduista
metteva in conto di “inserirsi – qualora si disponesse
dei fondi necessari pari a circa 10 miliardi – nell’attuale
sistema di tesseramento della Dc per acquistare il partito
(corsivo del testo, n.d.a.)”. La via indicata nel Memorandum auspicava “la
nascita di due nuovi movimenti politici, uno di ispirazione social-laburista
e uno di ispirazione liberal-moderata o conservatrice, capaci di attrarre
le due classiche componenti di ogni moderna società articolata
in ceti medi e non più in classi”; suggeriva di “definire
una strategia idonea che punti sulla restaurazione di valori antichi
ancora saldi (come i concetti di famiglia e nazione) e sulla creazione
di valori nuovi come quelli di una morale fondata sull’equilibrio
fra diritti e doveri, sul principio del ‘neminem laedere’,
sulla libertà di scelta economica quale presupposto di quella
politica, sul dovere di solidarietà cristiana e umana che ha
inizio nel momento fiscale, e così via”. Non a caso, dopo la parentesi di Prodi e dell’Ulivo, Veltroni – che ora sembra voler tornare fortemente alla ribalta – era l’uomo giusto al posto giusto: giovane, faccia relativamente nuova, reduce dal successo del governo di Roma, iscritto al Pci ma, stando alle sue parole, “mai stato comunista”. Alcuni passaggi del suo discorso al Lingotto del giugno 2007 da primo segretario del Pd (3) risultano addirittura imbarazzanti, se confrontati con i suggerimenti strategici piduisti; la populistica esaltazione di “una politica sincera, pragmatica, ancorata ai suoi valori, non ideologica” e della “piena libertà delle idee e della libertà di intraprendere”; un progetto che propone il Pd come il partito “della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese”, che invita a superare “gli odi, i rancori e le divisioni” in quanto “la ripresa economica non è né di destra né di sinistra”; un partito che sostiene che “non è con gli odi di classe che si sconfigge l’evasione” e che “bandisce dalla sua cultura politica ogni pregiudizio classista” in merito all’evasione fiscale suggerendo, per combatterla, una “spirale virtuosa”, che tanto assomiglia al “dovere di solidarietà cristiana e umana che ha inizio nel momento fiscale” di conio gelliano. La stessa costruzione dei due partiti rispecchia
i dettami del Memorandum piduista. Vi si legge che a un classico apparato
è preferibile un partito che nasca “sul consenso della
grande opinione media che è indispensabile per i giochi di
sezione e di tesseramento. Donde scaturisce la necessità di
costruire un nuovo assetto strutturale del partito articolato in club
territoriali e settoriali destinati a funzionare come centri propulsori
nel campo della propagazione delle idee […] nonché in
istituti altamente specializzati per la preparazione dei quadri, non
già quali funzionari di partito, bensì quali elementi
da inserire nella società a livello di insegnanti, giornalisti,
magistrati, funzionari pubblici e privati, e così via”.
Sono i Circoli del Buon Governo, nati nel 1999 a opera di quella macchina
da guerra che è Marcello Dell’Utri, che si definiscono
“associazione culturale” e che si pongono l’obiettivo
di “sviluppare una relazione virtuosa tra cultura e politica”;
affiancati nel 2002 dai Circoli giovani e dai Circoli università
organizzano “master e cicli di seminari volti in particolare
a studenti universitari, giovani laureati, professionisti nel campo
della politica, comunicazione, mondo dell’impresa”. Sono
circa 3.500, sparsi su tutto il territorio nazionale. Poi ci sono
i Circoli della libertà, nati nel 2006 anch’essi sotto
forma di associazione, il cui presidente è Michela Brambilla,
la quale dal febbraio scorso coordina anche i Promotori della libertà,
lanciati dallo stesso Berlusconi; a rompere un po’ le uova nel
paniere, ma non a caso restando nello stesso filone, nascono i primi
di maggio i Circoli di Generazione Italia, che fanno capo alla corrente
di Fini. Infine abbiamo, dal 2007, la Summer school Scuola di alta
formazione politica, coordinatore nazionale Sandro Bondi. Alcuni di essi sono di carattere istituzionale:
trasformare l’Italia in una Repubblica presidenziale, ridurre
il numero dei parlamentari, riformare la legge elettorale, orientata
in senso maggioritario, sopprimere le province e i ministeri superflui,
riformare il ministero delle Partecipazioni statali (le hanno chiamate
‘privatizzazioni’) e l’apparato burocratico e amministrativo.
Altri si focalizzano sull’aspetto economico: rilanciare il turismo
e il settore energetico. Vi sono poi quelli che mirano all’‘educazione’
del popolo e al controllo dell’opinione pubblica: riformare
la scuola, in senso ‘meritocratico’, e i programmi della
televisione pubblica, in senso ‘educativo’ – discorso
a parte merita il controllo dei canali televisivi privati, che Berlusconi
sembrerebbe aver raggiunto seguendo passo passo i suggerimenti piduisti
concernenti televisione, stampa e informazione. Un punto riguarda
la sanità: riformare i Cda ospedalieri in senso manageriale.
Altri, infine, si occupano di gestire l’insofferenza e il disagio
sociale: impiego delle forze armate in operazioni di ordine pubblico
e inasprimento delle pene per i reati di droga. Due fondanti realtà erano d’ostacolo
all’auspicata società “equilibrata e non eversiva”
programmata dalla loggia massonica: la magistratura e il mondo del
lavoro. Occorreva riscriverne le regole, modificando quest’ultimo
come dettava il dogma neoliberista – cioè svuotandolo
di ogni diritto acquisito con le lotte operaie degli anni Sessanta
e Settanta – e rendendo la prima funzionale alla realtà
italiana – cioè strumento di una giustizia di classe
e impossibilitata a giudicare un’èlite politica ed economica
corrotta. Il Pdl si è preso in carico la questione della magistratura,
il Pd la patata bollente del lavoro. Non senza trovare, all’interno
di entrambe le ‘riforme’, zone neutrali nelle
quali darsi manforte e sostenersi a vicenda. Nessuno più di Berlusconi – e dell’‘equipe’ che si è portato appresso in Parlamento – è adatto a questo compito. Lo prevedeva lo stesso progetto piduista: qualora “le circostanze permettessero di contare sull’ascesa al governo di un uomo politico (o di una equipe) già in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee di ‘ripresa democratica’, è chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione anche per la possibilità di attuare subito il programma di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all’attuazione dei procedimenti sopra descritti (virgolette del testo, n.d.a.)”. In più il Cavaliere (tessera piduista n. 1816), oltre a essere mosso da istanze personali e dunque poco propenso a tergiversare e prendere tempo, focalizza su di sé l’attenzione, proprio a causa dei suoi problemi personali con la giustizia; perfetto specchietto per le allodole, attrae sulla sua persona le accuse di voler fare leggi ad personam e distoglie l’attenzione da un’intera classe politica ed economica che di quelle leggi beneficia silenziosa. Allo stesso modo, nessuno è più appropriato
del Pd a modificare le regole del mondo del Probabilmente la criminale classe dirigente politica
ed economica associata nella P2 non poteva nemmeno sperare, nel 1975,
di veder realizzata nel Paese occidentale con il più forte
partito comunista, la contrattazione di secondo livello, l’abolizione
dei Contratti collettivi nazionali, il lavoro a chiamata legalizzato
sotto il nome di ‘flessibilità’ e ‘agenzie
interinali’, e ancor meno di vedere i lavoratori far proprio
il concetto di ‘produttività’; nel 1975 le realtà
da controllare erano le lotte operaie – proponendo un “armistizio
sociale” per almeno due anni – e il sindacato, la Cgil
in primis. Nel Piano rinascita si legge: “per quanto concerne
i sindacati la scelta prioritaria è fra la sollecitazione alla
rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei gruppi
minoritari della Cisl e maggioritari della Uil, per poi agevolare
la fusione con gli autonomi in una libera confederazione, oppure,
senza toccare gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di
pari entità i più disponibili fra gli attuali confederati
allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all’interno dell’attuale
trimurti”. Un punto che si può vistare come ‘già
fatto’: la Cgil, rediviva, apparentemente guarita (a singhiozzo)
dalla sindrome da governo amico da cui è stata affetta all’epoca
del governo Prodi, oggi è sola. Abbandonata dalla Cisl, dalla
Uil e dallo stesso Pd. Veltroni, Franceschini, Bersani, la direzione non
cambia; al di là delle parole vuote che risuonano sempre più
forti data la crisi economica e la disoccupazione, la difesa del lavoro
è l’ultimo pensiero del Pd; anche a costo di perdere
elettori a favore della Lega nord, che maschera la propria ideologia
xenofoba dietro un (pretestuoso e falso) interesse verso i lavoratori
(italiani…). È indubbio che il compito del Pd è
ben più arduo rispetto a quello del Pdl. Per la progressiva
perdita di base elettorale e perché troppo giovane, ancora;
troppo breve il suo percorso. “Il Pd doveva nascere già
nel 1996”, subito dopo la vittoria dell’Ulivo, dichiara
Veltroni il 18 febbraio 2009 nella conferenza stampa delle sue dimissioni
da segretario. C’è da scommettere che fra dieci anni
la nuova ideologia aclassista sarà stata completamente assimilata
dalla sua base elettorale.
(1) Trame atlantiche,
Sergio Flamigni, Kaos edizioni
Leggi anche: Governabilità!
di Walter G. Pozzi, Paginauno n. 21/2011 Le
ronde smascherano l'inutilità del Pd, Walter G.
Pozzi, Paginauno n. 14/2009 Lodo
Alfano, il primo atto della governabilità, Walter
G. Pozzi, Paginauno n. 9/2008 La questione dell'ingovernabilità,
Walter G. Pozzi, Paginauno n. 7/2008
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