| La riforma della giustizia scalda gli
animi fin dall’epoca Castelli; è su di essa che, principalmente,
viene visto aleggiare lo spettro della P2 ed è contro Berlusconi
che viene puntato il dito quale portatore attivo dei progetti della
loggia massonica in Parlamento. Non a torto. Tuttavia, il progetto piduista
non mirava solo a porre la magistratura sotto il controllo del potere
politico – affinché i togati non fossero d’intralcio
al lucroso fiorire di quel sistema corruttivo che da sempre tiene insieme
in un abbraccio fraterno la classe dirigente italiana; il piano massonico
era un dettagliato e completo progetto di società, con indicazioni
politiche, economiche e sociali che miravano a rifondare sia le istituzioni
che la realtà civile. Se si guardano gli ultimi quindici anni
e si pongono a confronto i cambiamenti avvenuti nell’assetto dei
partiti, le ‘riforme’ attuate nel Paese, quelle dichiarate
nei programmi elettorali e ancora in costruzione, con le indicazioni
contenute nei documenti piduisti – lo Schema R, il Memorandum
sulla situazione politica italiana e il Piano di rinascita
democratica – si arriva all’amara conclusione che sia
il Pdl che il Pd sembrano aver fatto proprie le finalità del
progetto massonico e che l’Italia si stia avviando senza troppi
scossoni verso la società programmata dalla P2.
Erano gli anni Settanta. Abbandonati i progetti eversivi
della prima parte del decennio – strategia della tensione (comprovato
il legame tra la loggia e la strage dell’Italicus, per dirne una)
e tentati golpe (tra gli appartenenti alla P2 fino al 1975 era forte
la percentuale di esponenti militari ad alti livelli) – la loggia
comprende di dover mutare strategia. Il ’74 ha visto la fine della
dittatura di Caetano in Portogallo, quella dei Colonnelli in Grecia,
l’inizio del declino di Franco in Spagna: la gestione politica
di un Paese Occidentale – fa storia a sé l’America
latina, cortile di casa statunitense e continente cavia per testare
i modelli economici e politici – non è più pensabile
nella forma di una dittatura. In aggiunta, oltreoceano – e non
solo – risuonano le dimissioni di Nixon. Proprio dagli Stati Uniti
inizia a soffiare il vento del nuovo progetto sociale capitalistico,
il neoliberismo: un capitalismo forte dentro uno Stato democratico politicamente
debole, basato sulla privatizzazione totale del welfare e sullo sfruttamento
violento dei lavoratori.
Il fatto che la P2 riadatti secondo le nuove esigenze economiche statunitensi
il nuovo programma massonico non è frutto del caso o di un particolare
fiuto politico del Venerabile. Stando alle attendibili parole del collaboratore
della Cia Richard Brenneke pronunciate nel 1990: “Gelli non era
il capo della P2, riceveva ordini da gente che era in Svizzera e negli
Stati Uniti […]. La Loggia P2 non è mai stata limitata
solo all’Italia […] è tuttora operante e tra Cia,
P2 e mafia c’è sempre stato un collegamento”. Secondo
Brenneke, negli anni Novanta la P2 era ancora attiva, subordinata a
una P2 internazionale (1).
Naturalmente il nuovo programma richiedeva particolari integrazioni,
necessarie al mantenimento in vita del sistema italiano, caratterizzato
da un’economia chiusa retta dalla corruzione e dalle sovvenzioni
statali. Non a caso il Piano rinascita si definisce ‘democratico’:
vi si legge nelle prime righe che l’aggettivo “sta a significare
che sono esclusi dal presente piano ogni movente o intenzione
anche occulta di rovesciamento del sistema (corsivo del testo, n.d.a.)”.
Questo non significa che la P2 avesse intenzione di uscire dalla zona
d’ombra: la sua filosofia era “quella di un approccio ai
problemi della società finalizzato al controllo e non al governo
dei processi politici e sociali”, concludeva la Relazione parlamentare
d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi (2). La loggia dunque necessitava
di appoggiarsi a un apparato legale: un partito. A quel tempo, inevitabilmente,
la Dc. Un passo obbligato, vista la percentuale di consensi che ancora
raccoglieva il partito conservatore, tuttavia una scelta di ripiego.
Si legge nel Memorandum (1975): “La crisi che travaglia il partito
Dc ha numerose componenti: […] la mancanza di una seria politica
culturale che permettesse al partito di rendersi conto dei cambiamenti
avvenuti nel corpo sociale in cui la tradizionale struttura in classi
è stata sostituita, col benessere del miracolo economico, da
quella in ceti medi; la natura di partito-apparato assunta negli anni
Cinquanta per impulso di Fanfani […]; il conseguente correntismo
[…] e la corruzione che ne deriva […]; gli scandali a ripetizione,
artificiosamente gonfiati dagli oppositori, sì, ma certamente
reali come risultato degli errori di cui sopra […]. Tutte queste
concause sono aggravate da quella, fondamentale, che il gioco reciproco
degli scandali e delle lotte intestine fra i massimi dirigenti della
Dc ne ha provocato il reciproco stallo, posto che in una situazione
di generale e vicendevole ricatto il non muoversi diviene l’unica
via di sopravvivenza. Rifondazione, quindi, e ringiovanimento della
Dc può significare soltanto virare di 180 gradi, escludendo la
ripetizione degli errori compiuti e sostituendo – almeno per l’80%
– tutta la dirigenza”. Nel caso che a breve ciò non
fosse possibile, la congrega piduista metteva in conto di “inserirsi
– qualora si disponesse dei fondi necessari pari a circa 10 miliardi
– nell’attuale sistema di tesseramento della Dc per acquistare
il partito (corsivo del testo, n.d.a.)”.
La possente Balena bianca, con le sue correnti, non era dunque il partito
ottimale cui appoggiarsi – e per inciso, risultano chiare le ragioni
dell’avversione attuale per le correnti interne, sia nel Pdl che
nel Pd. La P2 non ebbe bisogno di mettere mano al portafogli: a rifondare
non solo la Dc ma la struttura dell’intera classe dirigente politica,
ci pensò Tangentopoli. Probabile che dell’inchiesta giudiziaria,
con sorriso sornione, i piduisti abbiano pensato: se non ci fosse, avremmo
dovuto inventarla. In un paradosso, infatti, Mani pulite e il conseguente
scioglimento della Dc e del Psi hanno consentito finalmente
l’avvio del Piano rinascita: la seconda Repubblica.
La via indicata nel Memorandum auspicava “la
nascita di due nuovi movimenti politici, uno di ispirazione social-laburista
e uno di ispirazione liberal-moderata o conservatrice, capaci di attrarre
le due classiche componenti di ogni moderna società articolata
in ceti medi e non più in classi”; suggeriva di “definire
una strategia idonea che punti sulla restaurazione di valori antichi
ancora saldi (come i concetti di famiglia e nazione) e sulla creazione
di valori nuovi come quelli di una morale fondata sull’equilibrio
fra diritti e doveri, sul principio del ‘neminem laedere’,
sulla libertà di scelta economica quale presupposto di quella
politica, sul dovere di solidarietà cristiana e umana che ha
inizio nel momento fiscale, e così via”.
Nascono Forza Italia e l’Ulivo, oggi divenuti Pdl e Pd; nasce
quel bipolarismo a cui ora entrambi i partiti non vogliono assolutamente
rinunciare. Non si contano le dichiarazioni bipartisan che affermano
che “dal bipolarismo non si torna indietro”.
Berlusconi partiva avvantaggiato. Innanzitutto non doveva rifondarsi
ma solo fondarsi; in secondo luogo, la scelta di proporsi come ‘l’imprenditore
dinamico che si è fatto da sé’ non poteva che risultare
vincente in un Paese allo sfascio economico e politico. Più difficoltosa
e fin da subito inevitabilmente perdente nel breve-medio periodo la
situazione nel campo opposto, dove l’unico grande partito rimasto,
il Pci, una volta deciso – con la svolta della Bolognina –
di abbracciare il neoliberismo doveva, lui sì, rifondarsi, rinnegare
a piccoli passi le proprie radici politiche e dunque mettere in conto
la perdita di una parte della propria base elettorale e di muoversi
alla caccia dei voti tra l’elettorato ‘moderato’.
Non a caso, dopo la parentesi di Prodi e dell’Ulivo, Veltroni
– che ora sembra voler tornare fortemente alla ribalta –
era l’uomo giusto al posto giusto: giovane, faccia relativamente
nuova, reduce dal successo del governo di Roma, iscritto al Pci ma,
stando alle sue parole, “mai stato comunista”. Alcuni passaggi
del suo discorso al Lingotto del giugno 2007 da primo segretario del
Pd (3) risultano addirittura imbarazzanti, se confrontati con i suggerimenti
strategici piduisti; la populistica esaltazione di “una politica
sincera, pragmatica, ancorata ai suoi valori, non ideologica”
e della “piena libertà delle idee e della libertà
di intraprendere”; un progetto che propone il Pd come il partito
“della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che
paralizzano il nostro Paese”, che invita a superare “gli
odi, i rancori e le divisioni” in quanto “la ripresa economica
non è né di destra né di sinistra”; un partito
che sostiene che “non è con gli odi di classe che si sconfigge
l’evasione” e che “bandisce dalla sua cultura politica
ogni pregiudizio classista” in merito all’evasione fiscale
suggerendo, per combatterla, una “spirale virtuosa”, che
tanto assomiglia al “dovere di solidarietà cristiana e
umana che ha inizio nel momento fiscale” di conio gelliano.
La stessa costruzione dei due partiti rispecchia i
dettami del Memorandum piduista. Vi si legge che a un classico apparato
è preferibile un partito che nasca “sul consenso della
grande opinione media che è indispensabile per i giochi di sezione
e di tesseramento. Donde scaturisce la necessità di costruire
un nuovo assetto strutturale del partito articolato in club territoriali
e settoriali destinati a funzionare come centri propulsori nel campo
della propagazione delle idee […] nonché in istituti altamente
specializzati per la preparazione dei quadri, non già quali funzionari
di partito, bensì quali elementi da inserire nella società
a livello di insegnanti, giornalisti, magistrati, funzionari pubblici
e privati, e così via”. Sono i Circoli del Buon Governo,
nati nel 1999 a opera di quella macchina da guerra che è Marcello
Dell’Utri, che si definiscono “associazione culturale”
e che si pongono l’obiettivo di “sviluppare una relazione
virtuosa tra cultura e politica”; affiancati nel 2002 dai Circoli
giovani e dai Circoli università organizzano “master e
cicli di seminari volti in particolare a studenti universitari, giovani
laureati, professionisti nel campo della politica, comunicazione, mondo
dell’impresa”. Sono circa 3.500, sparsi su tutto il territorio
nazionale. Poi ci sono i Circoli della libertà, nati nel 2006
anch’essi sotto forma di associazione, il cui presidente è
Michela Brambilla, la quale dal febbraio scorso coordina anche i Promotori
della libertà, lanciati dallo stesso Berlusconi; a rompere un
po’ le uova nel paniere, ma non a caso restando nello stesso filone,
nascono i primi di maggio i Circoli di Generazione Italia, che fanno
capo alla corrente di Fini. Infine abbiamo, dal 2007, la Summer school
Scuola di alta formazione politica, coordinatore nazionale Sandro Bondi.
A far loro timida concorrenza troviamo i Circoli del Partito democratico,
nati appena nel 2007, che si propongono non come “comitato promotore”
ma come “embrione territoriale del partito in costruzione”,
e la Scuola di politica Cultura democratica, fondata nel 2008. D’altra
parte, Berlusconi è ineguagliabile per risorse economiche.
Fatte le due pentole, rimaneva da fare l’unico, comune, coperchio:
mettere in atto il Piano rinascita. Occorre qui sintetizzare e schematizzare,
rimandando alla lettura dei documenti della P2 chi volesse approfondire
i dettagli.
Mettendo da parte quei provvedimenti che oggi risultano anacronistici
e inattuabili per gli avvenuti mutamenti sociali e geopolitici allora
non prevedibili, vi sono numerosi punti programmatici contenuti nel
progetto piduista che entrambi i partiti hanno fatto propri; per rendersene
conto è sufficiente leggere i due programmi di governo presentati
nell’ultima campagna elettorale – che sono l’uno la
fotocopia dell’altro – e aver seguito le azioni del precedente
governo Prodi e dell’attuale governo Berlusconi.
Alcuni di essi sono di carattere istituzionale: trasformare l’Italia
in una Repubblica presidenziale, ridurre il numero dei parlamentari,
riformare la legge elettorale, orientata in senso maggioritario, sopprimere
le province e i ministeri superflui, riformare il ministero delle Partecipazioni
statali (le hanno chiamate ‘privatizzazioni’) e l’apparato
burocratico e amministrativo. Altri si focalizzano sull’aspetto
economico: rilanciare il turismo e il settore energetico. Vi sono poi
quelli che mirano all’‘educazione’ del popolo e al
controllo dell’opinione pubblica: riformare la scuola, in senso
‘meritocratico’, e i programmi della televisione pubblica,
in senso ‘educativo’ – discorso a parte merita il
controllo dei canali televisivi privati, che Berlusconi sembrerebbe
aver raggiunto seguendo passo passo i suggerimenti piduisti concernenti
televisione, stampa e informazione. Un punto riguarda la sanità:
riformare i Cda ospedalieri in senso manageriale. Altri, infine, si
occupano di gestire l’insofferenza e il disagio sociale: impiego
delle forze armate in operazioni di ordine pubblico e inasprimento delle
pene per i reati di droga.
Tuttavia sono i provvedimenti che i due partiti si sono spartiti, sulla
base delle proprie caratteristiche identitarie, a dare ancor più
l’amara conferma che sopra il teatrino della contrapposizione
aleggi il progetto politico piduista.
Due fondanti realtà erano d’ostacolo all’auspicata
società “equilibrata e non eversiva” programmata
dalla loggia massonica: la magistratura e il mondo del lavoro. Occorreva
riscriverne le regole, modificando quest’ultimo come dettava il
dogma neoliberista – cioè svuotandolo di ogni diritto acquisito
con le lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta – e rendendo
la prima funzionale alla realtà italiana – cioè
strumento di una giustizia di classe e impossibilitata a giudicare un’èlite
politica ed economica corrotta. Il Pdl si è preso in carico la
questione della magistratura, il Pd la patata bollente del lavoro. Non
senza trovare, all’interno di entrambe le ‘riforme’,
zone neutrali nelle quali darsi manforte e sostenersi a vicenda.
In merito alla giustizia, il Piano rinascita prevedeva la “responsabilità
civile (per colpa) dei magistrati”, la “normativa per l’accesso
in carriera (esami psico-attitudinali preliminari)”, “l’unità
del pubblico ministero (a norma della Costituzione, art. 107 e 112 ove
il pm è distinto dai giudici), la responsabilità del guardasigilli
verso il Parlamento sull’operato del pm, la riforma del Consiglio
superiore della magistratura che deve essere responsabile verso
il Parlamento, la riforma dell’ordinamento giudiziario per ristabilire
criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati, imporre
limiti di età per le funzioni di accusa, separare le carriere
requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile
(corsivo del testo, n.d.a.)”. Proposte già sentite
per bocca di esponenti del Pdl e, alcune, anche per bocca di esperti
del Pd, come Violante. Può darsi che la prossima riforma della
giustizia non le preveda tutte esplicitamente ma di certo le conterrà
nella sostanza.
Nessuno più di Berlusconi – e dell’‘equipe’
che si è portato appresso in Parlamento – è adatto
a questo compito. Lo prevedeva lo stesso progetto piduista: qualora
“le circostanze permettessero di contare sull’ascesa al
governo di un uomo politico (o di una equipe) già in sintonia
con lo spirito del club e con le sue idee di ‘ripresa democratica’,
è chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte
accelerazione anche per la possibilità di attuare subito il programma
di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all’attuazione
dei procedimenti sopra descritti (virgolette del testo, n.d.a.)”.
In più il Cavaliere (tessera piduista n. 1816), oltre a essere
mosso da istanze personali e dunque poco propenso a tergiversare e prendere
tempo, focalizza su di sé l’attenzione, proprio a causa
dei suoi problemi personali con la giustizia; perfetto specchietto per
le allodole, attrae sulla sua persona le accuse di voler fare leggi
ad personam e distoglie l’attenzione da un’intera
classe politica ed economica che di quelle leggi beneficia silenziosa.
Allo stesso modo, nessuno è più appropriato del Pd a modificare
le regole del mondo del
lavoro: le sue radici – per quanto oggi rinnegate – affondano
nel Pci. Perfetto cavallo di Troia, esso può agire dall’interno.
Solo il Pd può far ingoiare ai lavoratori il nuovo corso delle
cose, annullare ogni reminescenza di appartenenza di classe con concetti
del tipo: “quando si dice imprese, si dice lavoratori e imprenditori,
insieme”. Il lavoro di manipolazione mentale e quello legislativo
sono stati entrambi progressivi e sono iniziati con la nascita dell’Ulivo
subito dopo Tangentopoli: 1992 riforma pensionistica (governo Amato)
portata a termine nel 1995 (governo Dini); 1997 pacchetto Treu (governo
Prodi), prodromo della legge 30; 2006 anticipo di un anno dell’entrata
in vigore della riforma sul Tfr e riduzione di 5 punti percentuali del
cuneo fiscale a totale effettivo favore delle imprese (governo Prodi);
2007 protocollo sul welfare – prolungamento dei rinnovi dei contratti
a termine e detassazione degli straordinari (governo Prodi).
Probabilmente la criminale classe dirigente politica ed economica associata
nella P2 non poteva nemmeno sperare, nel 1975, di veder realizzata nel
Paese occidentale con il più forte partito comunista, la contrattazione
di secondo livello, l’abolizione dei Contratti collettivi nazionali,
il lavoro a chiamata legalizzato sotto il nome di ‘flessibilità’
e ‘agenzie interinali’, e ancor meno di vedere i lavoratori
far proprio il concetto di ‘produttività’; nel 1975
le realtà da controllare erano le lotte operaie – proponendo
un “armistizio sociale” per almeno due anni – e il
sindacato, la Cgil in primis. Nel Piano rinascita si legge: “per
quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria è fra la sollecitazione
alla rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei
gruppi minoritari della Cisl e maggioritari della Uil, per poi agevolare
la fusione con gli autonomi in una libera confederazione, oppure, senza
toccare gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entità
i più disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare
i rapporti di forza all’interno dell’attuale trimurti”.
Un punto che si può vistare come ‘già fatto’:
la Cgil, rediviva, apparentemente guarita (a singhiozzo) dalla sindrome
da governo amico da cui è stata affetta all’epoca del governo
Prodi, oggi è sola. Abbandonata dalla Cisl, dalla Uil e dallo
stesso Pd.
Uno degli “scopi reali” da ottenere, recitava il Piano rinascita,
era “ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato
di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello illegittimamente
assunto di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e
governative”. Già nel programma di governo del Pd per le
elezioni del 2008 si leggeva che, in nome di una necessaria “stabilizzazione
economica-finanziaria” occorreva “una nuova fase di concertazione”:
“in questo contesto, tutti devono ‘cambiare’ comportamento
e capacità di rappresentanza: la politica, certo. Ma anche le
forze sociali, per le quali diventa urgente (per renderle protagoniste
della contrattazione di secondo livello, dove si può agire sulla
produttività) una (auto)riforma delle regole della rappresentanza”.
Veltroni, Franceschini, Bersani, la direzione non cambia; al di là
delle parole vuote che risuonano sempre più forti data la crisi
economica e la disoccupazione, la difesa del lavoro è l’ultimo
pensiero del Pd; anche a costo di perdere elettori a favore della Lega
nord, che maschera la propria ideologia xenofoba dietro un (pretestuoso
e falso) interesse verso i lavoratori (italiani…). È indubbio
che il compito del Pd è ben più arduo rispetto a quello
del Pdl. Per la progressiva perdita di base elettorale e perché
troppo giovane, ancora; troppo breve il suo percorso. “Il Pd doveva
nascere già nel 1996”, subito dopo la vittoria dell’Ulivo,
dichiara Veltroni il 18 febbraio 2009 nella conferenza stampa delle
sue dimissioni da segretario. C’è da scommettere che fra
dieci anni la nuova ideologia aclassista sarà stata completamente
assimilata dalla sua base elettorale.
Il più è fatto. Resta quell’aggettivo, ‘democratico’,
che come un grottesco sberleffo caratterizza il Piano rinascita e grazie
al quale i cittadini s’illudono ancora, andando a votare, d’incidere
sulla propria esistenza.
Giovanna Cracco
12 maggio 2010
(1) Trame atlantiche,
Sergio Flamigni, Kaos edizioni
(2) Dossier P2 La relazione finale della Commissione
parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica segreta di Licio
Gelli, Kaos edizioni, pag. 176
(3) Fomà Fomìc, chi era costui
di Giovanna Cracco, PaginaUno n. 5/2007
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