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Numero 12, aprile - maggio 2009

 

Polemos

 

Pdl-Pd: bipolarismo targato P2

Il Piano Rinascita piduista nella costruzione e nei programmi di governo dei due partiti, punto per punto

Il 7 gennaio scorso Nicola Mancino dichiara al Corsera che il peso dei togati rispetto alla componente di laici all’interno del Csm è eccessiva (due terzi i primi, eletti dagli stessi magistrati, un terzo i secondi, eletti dal Parlamento su proposta dei partiti). “L’attuale sproporzione ha giocato più a favore della correntizzazione che non di una libera rappresentanza delle diverse componenti in seno all’organo di autogoverno”, afferma il vice-presidente del Csm, precisando che “con la rappresentanza dei due terzi contro un terzo è più facile cedere alla tentazione di distribuire i posti a seconda dell’appartenenza alle correnti”. Propone quindi di modificare gli equilibri, con “una tripartizione della composizione affidata per un terzo ai magistrati, per un terzo al Parlamento e per un terzo al presidente della Repubblica”.
I membri togati del Csm rispondono con un documento nel quale si afferma che le dichiarazioni rilasciate da Mancino “suscitano sconcerto e amarezza” in merito al giudizio di correntizzazione del Consiglio e chiedono conto di una mancata argomentazione su “come le modifiche proposte darebbero maggior razionalità ed efficienza al governo autonomo della magistratura”. A sottoscrivere il testo i togati delle correnti Unicost, Magistratura democratica e Movimento per la giustizia; mancano all’appello della firma gli esponenti di Magistratura indipendente.
La riforma della giustizia scalda gli animi fin dall’epoca Castelli; è su di essa che, principalmente, viene visto aleggiare lo spettro della P2 ed è contro Berlusconi che viene puntato il dito quale portatore attivo dei progetti della loggia massonica in Parlamento. Non a torto.
Tuttavia…
“Per la magistratura è da rilevare che esiste già una forza interna (la corrente di Magistratura indipendente della Associazione nazionale magistrati) che raggruppa oltre il 40% dei magistrati italiani su posizioni moderate. È sufficiente stabilire un raccordo sul piano morale e programmatico ed elaborare un’intesa diretta a concreti aiuti materiali per poter contare su un prezioso strumento già operativo all’interno del corpo, anche ai fini di taluni rapidi aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di elemento di equilibrio della società e non già di eversione”. Sono parole contenute nel Piano di rinascita democratica. È dunque scontata la chiave di lettura con la quale interpretare l’auspicio di “equilibrio della società e non già di eversione”; che cosa intendesse il Venerabile per ‘equilibrio’ ed ‘eversione’.
Tuttavia… dunque. A prendersi la briga di leggere i documenti piduisti – lo Schema R, il Memorandum sulla situazione politica italiana e il Piano di rinascita democratica – ben altri soggetti finiscono per rientrare nella trama e accompagnare il protagonista Berlusconi lungo la via tracciata dalla P2. Certo sconcerta ravvisare un possibile legame di progettualità politica con i programmi della loggia fin dentro il Csm – nonostante oggi Magistratura indipendente conti appena tre esponenti nel Consiglio sui 24 eletti dai magistrati – ma ben altre similitudini si rivelano con la lettura dei documenti piduisti; al punto da poter affermare che entrambi i principali schieramenti presenti oggi in Parlamento, e in teoria contrapposti, Pdl e Pd, sembrano non solo aver fatto proprie le finalità del progetto massonico ma seguirne addirittura le dettagliate indicazioni.

Erano gli anni Settanta. Abbandonati i progetti eversivi della prima parte del decennio – strategia della tensione (comprovato il legame tra la loggia e la strage dell’Italicus, per dirne una) e tentati golpe (tra gli appartenenti alla P2 fino al 1975 era forte la percentuale di esponenti militari ad alti livelli) – la loggia comprende di dover mutare strategia. Non a caso il Piano di rinascita si definisce ‘democratico’: vi si legge nelle prime righe che l’aggettivo “sta a significare che sono esclusi dal presente piano ogni movente o intenzione anche occulta di rovesciamento del sistema (corsivo del testo, n.d.a.)”. Questo non significa che la P2 avesse intenzione di uscire dalla zona d’ombra: la sua filosofia era “quella di un approccio ai problemi della società finalizzato al controllo e non al governo dei processi politici e sociali”, concludeva la relazione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi (1). La loggia dunque necessitava di appoggiarsi a un apparato legale: un partito. A quel tempo, inevitabilmente, la Dc. Un passo obbligato, vista la percentuale di consensi che ancora raccoglieva il partito conservatore, tuttavia una scelta di ripiego.
Si legge nel Memorandum (1975) che “la crisi che travaglia il partito Dc ha numerose componenti: […] la mancanza di una seria politica culturale che permettesse al partito di rendersi conto dei cambiamenti avvenuti nel corpo sociale in cui la tradizionale struttura in classi è stata sostituita, col benessere del miracolo economico, da quella in ceti medi; la natura di partito-apparato assunta negli anni Cinquanta per impulso di Fanfani […]; il conseguente correntismo […] e la corruzione che ne deriva […]; gli scandali a ripetizione, artificiosamente gonfiati dagli oppositori, sì, ma certamente reali come risultato degli errori di cui sopra […]. Tutte queste concause sono aggravate da quella, fondamentale, che il gioco reciproco degli scandali e delle lotte intestine fra i massimi dirigenti della Dc ne ha provocato il reciproco stallo, posto che in una situazione di generale e vicendevole ricatto il non muoversi diviene l’unica via di sopravvivenza. Rifondazione, quindi, e ringiovanimento della Dc può significare soltanto virare di 180 gradi, escludendo la ripetizione degli errori compiuti e sostituendo – almeno per l’80% – tutta la dirigenza”. Nel caso che a breve ciò non fosse possibile, la congrega di criminali in doppiopetto riuniti nella loggia metteva in conto di “inserirsi – qualora si disponesse dei fondi necessari pari a circa 10 miliardi – nell’attuale sistema di tesseramento della Dc per acquistare il partito (corsivo del testo, n.d.a.)”.
Non ci fu bisogno di mettere mano al portafogli: a rifondare non solo la Dc ma la struttura stessa della classe dirigente politica ci pensò Tangentopoli. Probabile che dell’inchiesta giudiziaria, con sorriso sornione, i piduisti abbiano pensato: se non ci fosse, avremmo dovuto inventarla! Era il 1992, ma è un’ingenua illusione – o voluta cecità in malafede – credere che la P2 si sia sciolta nel 1981 in conseguenza dei processi penali seguiti al ritrovamento a Castiglion Fibocchi dei documenti che ne comprovavano l’esistenza; la P2 è viva e vegeta ancora oggi, pur certamente in una forma diversa. A comprovare ciò, proprio la storia della seconda Repubblica: in un paradosso, Tangentopoli e il conseguente scioglimento della Dc e del Psi hanno consentito finalmente l’avvio del Piano rinascita.

La via indicata nel Memorandum auspicava infatti “la nascita di due nuovi movimenti politici, uno di ispirazione social-laburista e uno di ispirazione liberal-moderata o conservatrice, capaci di attrarre le due classiche componenti di ogni moderna società articolata in ceti medi e non più in classi”; suggeriva di “definire una strategia idonea che punti sulla restaurazione di valori antichi ancora saldi (come i concetti di famiglia e nazione) e sulla creazione di valori nuovi come quelli di una morale fondata sull’equilibrio fra diritti e doveri, sul principio del ‘neminem laedere’, sulla libertà di scelta economica quale presupposto di quella politica, sul dovere di solidarietà cristiana e umana che ha inizio nel momento fiscale, e così via”.
Nascono Forza Italia e l’Ulivo, oggi divenuti Pdl e Pd.
Sappiamo (quasi) tutto sulla storia imprenditoriale, piduista (tessera n. 1816) e politica di Berlusconi; scontato – e rincuorante, o interessato – focalizzare su di lui i lanci di strali riservati al progetto massonico. E il suo rivale politico, il Pd (ancora a caccia del proprio leader carismatico)?
Alcuni passaggi del discorso al Lingotto di Veltroni del giugno 2007 (2) risultano addirittura imbarazzanti, se confrontati con i suggerimenti strategici piduisti; la populistica esaltazione di “una politica sincera, pragmatica, ancorata ai suoi valori, non ideologica” e della “piena libertà delle idee e della libertà di intraprendere”; un progetto che propone il Pd come il partito “della sfida ai conservatorismi, di destra e di sinistra, che paralizzano il nostro Paese”, che invita a superare “gli odi, i rancori e le divisioni” in quanto “la ripresa economica non è né di destra né di sinistra”; un partito che sostiene che “non è con gli odi di classe che si sconfigge l’evasione” e che “bandisce dalla sua cultura politica ogni pregiudizio classista” in merito all’evasione fiscale suggerendo, per combatterla, una “spirale virtuosa” che tanto assomiglia al “dovere di solidarietà cristiana e umana che ha inizio nel momento fiscale” di conio gelliano.
La stessa costruzione dei due partiti rispecchia i dettami del Memorandum piduista. Vi si legge che a un classico apparato è preferibile un partito che nasca “sul consenso della grande opinione media che è indispensabile per i giochi di sezione e di tesseramento. Donde scaturisce la necessità di costruire un nuovo assetto strutturale del partito articolato in club territoriali e settoriali destinati a funzionare come centri propulsori nel campo della propagazione delle idee […] nonché in istituti altamente specializzati per la preparazione dei quadri, non già quali funzionari di partito, bensì quali elementi da inserire nella società a livello di insegnanti, giornalisti, magistrati, funzionari pubblici e privati, e così via”. Sono i Circoli del Buon Governo, nati nel 1999 a opera di quella macchina da guerra che è Marcello Dell’Utri, che si definiscono “associazione culturale” e che si pongono l’obiettivo di “sviluppare una relazione virtuosa tra cultura e politica”; affiancati nel 2002 dai Circoli giovani e dai Circoli università organizzano “master e cicli di seminari volti in particolare a studenti universitari, giovani laureati, professionisti nel campo della politica, comunicazione, mondo dell’impresa”. Sono circa 3.500, sparsi su tutto il territorio nazionale. Poi ci sono i Circoli della libertà, nati nel 2006 anch’essi sotto forma di associazione, il cui presidente è Michela Brambilla. Infine abbiamo, dal 2007, la Summer school Scuola di alta formazione politica di Forza Italia, coordinatore nazionale Sandro Bondi.
A far loro timida concorrenza troviamo i Circoli del Partito democratico, nati appena nel 2007, che si propongono non come “comitato promotore” ma come “embrione territoriale del partito in costruzione”. D’altra parte, chi può eguagliare Berlusconi per risorse economiche?
Fatte le due pentole, rimaneva da fare l’unico, comune, coperchio: mettere in atto il Piano rinascita.
È innegabile che l’arrivo al governo del Cavaliere ne abbia accelerato l’attuazione. Lo prevedeva lo stesso progetto: qualora “le circostanze permettessero di contare sull’ascesa al governo di un uomo politico (o di una equipe) già in sintonia con lo spirito del club e con le sue idee di ‘ripresa democratica’, è chiaro che i tempi dei procedimenti riceverebbero una forte accelerazione anche per la possibilità di attuare subito il programma di emergenza e quello a breve termine in modo contestuale all’attuazione dei procedimenti sopra descritti (virgolette del testo, n.d.a.)”.
Occorre qui sintetizzare e schematizzare, rimandando alla lettura dei documenti della P2 chi volesse approfondire i dettagli.
Escludendo quei provvedimenti che oggi risultano anacronistici e inattuabili per gli avvenuti mutamenti sociali e geopolitici allora non prevedibili, vi sono numerosi punti programmatici contenuti nel progetto piduista che entrambi i partiti hanno fatto propri; è sufficiente leggere i due programmi di governo presentati nell’ultima campagna elettorale – che sono l’uno la fotocopia dell’altro – e aver seguito le azioni del precedente governo Prodi e dell’attuale governo Berlusconi – e la debole e fasulla opposizione del Pd – per rendersene conto.
Alcuni di essi sono di carattere istituzionale: trasformare l’Italia in una repubblica presidenziale, ridurre il numero dei parlamentari e istituire una Camera unica suddivisa in due settori, uno politico (Camera) e uno tecnico/economico (Senato), riformare la legge elettorale, orientata in senso maggioritario, sopprimere le province e i ministeri superflui, riformare il ministero delle Partecipazioni statali (le hanno chiamate ‘privatizzazioni’) e l’apparato burocratico e amministrativo. Altri si focalizzano sull’aspetto economico: rilanciare il turismo, il settore energetico e quello agricolo. Vi sono poi quelli che mirano all’‘educazione’ del popolo e al controllo dell’opinione pubblica: riformare la scuola, in senso meritocratico, e i programmi della televisione pubblica, in senso ‘educativo’. Un punto riguarda la sanità: riformare i Cda ospedalieri in senso manageriale. Altri, infine, si occupano di gestire l’insofferenza e il disagio sociale: impiego delle forze armate in operazioni di ordine pubblico e inasprimento delle pene per i reati di droga. Non mancano i provvedimenti populistici (non mancano mai): aumentare le pensioni previdenziali e sociali e rilanciare l’edilizia popolare.
Tuttavia sono i provvedimenti che i due partiti si sono spartiti, sulla base delle proprie caratteristiche storiche e ideologiche, a dare ancor più l’amara conferma che sopra il teatrino della contrapposizione aleggi il progetto politico piduista.
Due fondanti realtà erano d’ostacolo all’auspicata società ‘equilibrata e non eversiva’: la magistratura e il mondo del lavoro. Occorreva riscriverne le regole, rendendo il secondo sottomesso allo sfruttamento del capitale e la prima una giustizia di classe, impossibilitata a giudicare l’èlite politica ed economica. Il Pdl si è preso in carico la questione della magistratura, il Pd la patata bollente del lavoro. Non senza trovare, all’interno di entrambe le ‘riforme’, zone neutrali nelle quali darsi manforte e sostenersi a vicenda.
In merito alla giustizia, il Piano rinascita prevedeva la “responsabilità civile (per colpa) dei magistrati”, la “normativa per l’accesso in carriera (esami psico-attitudinali preliminari)”, “l’unità del pubblico ministero (a norma della Costituzione, art. 107 e 112 ove il pm è distinto dai giudici), la responsabilità del guardasigilli verso il Parlamento sull’operato del pm, la riforma del Consiglio superiore della magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento, la riforma dell’ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati, imporre limiti di età per le funzioni di accusa, separare le carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile (corsivo del testo, n.d.a.)”. Proposte già sentite per bocca di esponenti del Pdl e, alcune, anche per bocca di esperti del Pd, come Violante.
Può darsi che la prossima riforma della giustizia non le preveda tutte esplicitamente ma di certo le conterrà nella sostanza.
Nessuno più di Berlusconi – e dell’‘equipe’ che si è portato appresso in Parlamento – è adatto a questo compito. Perché il Cavaliere, oltre a essere mosso da istanze personali e dunque poco propenso a tergiversare e prendere tempo, focalizza su di sé l’attenzione, proprio a causa dei suoi problemi personali con la giustizia; perfetto specchietto per le allodole, attrae sulla sua persona le accuse di voler fare leggi ad personam e distoglie l’attenzione da un’intera classe politica ed economica che di quelle leggi beneficia silenziosa.
Allo stesso modo, nessuno è più appropriato del Pd a modificare le regole del mondo del
lavoro: le sue radici – per quanto oggi rinnegate – affondano nel Pci. Perfetto cavallo di Troia, esso può agire dall’interno. Solo il Pd può far ingoiare ai lavoratori il nuovo corso delle cose, annullare ogni reminescenza di appartenenza di classe con concetti del tipo: “quando si dice imprese, si dice lavoratori e imprenditori, insieme”. Il lavoro di manipolazione mentale e quello legislativo sono stati entrambi progressivi e sono iniziati con la nascita dell’Ulivo subito dopo Tangentopoli: 1992 riforma pensionistica (governo Amato) portata a termine nel 1995 (governo Dini); 1997 pacchetto Treu (governo Prodi), prodromo della legge 30; 2006 anticipo di un anno dell’entrata in vigore della riforma sul Tfr e riduzione di 5 punti percentuali del cuneo fiscale a totale effettivo favore delle imprese (governo Prodi); 2007 protocollo sul welfare – prolungamento dei rinnovi dei contratti a termine e detassazione degli straordinari (governo Prodi).
Probabilmente la criminale classe dirigente politica ed economica associata nella P2 nemmeno nei sui più mirabolanti sogni immaginava la contrattazione di secondo livello, l’abolizione dei Contratti collettivi nazionali, il lavoro a chiamata legalizzato sotto il nome di ‘flessibilità’ e ‘agenzie interinali’ e ancor meno di poter imbambolare i lavoratori con il concetto di ‘produttività’; nel 1975 le realtà da controllare erano le lotte operaie – proponendo un “armistizio sociale” per almeno due anni – e il sindacato, la Cgil in primis. Nel Piano rinascita si legge: “per quanto concerne i sindacati la scelta prioritaria è fra la sollecitazione alla rottura, seguendo cioè le linee già esistenti dei gruppi minoritari della Cisl e maggioritari della Uil, per poi agevolare la fusione con gli autonomi in una libera confederazione, oppure, senza toccare gli autonomi, acquisire con strumenti finanziari di pari entità i più disponibili fra gli attuali confederati allo scopo di rovesciare i rapporti di forza all’interno dell’attuale trimurti”. Un punto che si può vistare come ‘già fatto’: la Cgil, rediviva, apparentemente guarita (a singhiozzo) dalla sindrome da governo amico da cui è stata affetta all’epoca del governo Prodi, oggi è sola. Abbandonata dalla Cisl, dalla Uil e dallo stesso Pd.
Uno degli “scopi reali” da ottenere, recitava il Piano rinascita, era “ripristinare per tale via il ruolo effettivo del sindacato di collaboratore del fenomeno produttivo in luogo di quello illegittimamente assunto di interlocutore in vista di decisioni politiche aziendali e governative”. Si legge nel programma di governo del Pd per le elezioni del 2008 che, in nome di una necessaria “stabilizzazione economica-finanziaria” occorre “una nuova fase di concertazione”: “in questo contesto, tutti devono ‘cambiare’ comportamento e capacità di rappresentanza: la politica, certo. Ma anche le forze sociali, per le quali diventa urgente (per renderle protagoniste della contrattazione di secondo livello, dove si può agire sulla produttività) una (auto)riforma delle regole della rappresentanza”. Dopo aver messo mano ai diritti dei lavoratori, ecco qua l’atto finale del Pd, che in pieno rispetto del programma piduista propone la trasformazione del sindacato da rappresentante delle istanze della classe lavoratrice a portatore delle necessità produttive del capitale.
Un compito ben più arduo rispetto a quello di Berlusconi, senza ombra di dubbio. Il Pd paga infatti lo scotto in consensi elettorali del brutale abbandono dei lavoratori. Troppo giovane, ancora; troppo breve il suo percorso. “Il Pd doveva nascere già nel 1996”, subito dopo la vittoria dell’Ulivo, dichiara Veltroni il 18 febbraio scorso nella conferenza stampa delle sue dimissioni da segretario. C’è da scommettere che fra dieci anni la nuova ideologia aclassista sarà stata completamente assimilata dalla sua base elettorale.

Il più è fatto. Resta quell’aggettivo, ‘democratico’, che come un grottesco sberleffo caratterizza il Piano rinascita e grazie al quale i cittadini s’illudono ancora d’incidere sulla propria esistenza.

Giovanna Cracco

 

(1) Dossier P2 La relazione finale della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica segreta di Licio Gelli, Kaos edizioni, pag. 176
(2) vedi Fomà Fomìc, chi era costui di Giovanna Cracco, PaginaUno n. 5/2007

 

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