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dicembre 2011- gennaio 2012
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Sotto i ri(f)lettori |
| Nel nome dei Padri di Luciana Viarengo |
| Recensione
di Paradiso, Toni Morrison |
|
Impossibile condensare in breve il valore delle
opere di Toni Morrison, meglio lasciare alla rilettura la riscoperta
della sua straordinaria ricchezza tematica, linguistica e poetica,
focalizzandoci ora su uno solo dei tanti motivi che rendono Paradiso
un romanzo da ri-leggere oggi: uno dei temi portanti del romanzo è
il rifiuto e l’esclusione dell’altro, la paura del nuovo
e del diverso, una paura che stimola in modo abnorme la fame di sicurezza;
una paura che spinge a cercare di imporre un’idea di perfezione
– non da tutti condivisa in un mondo assolutamente imperfetto.
Imporre a costo di reprimere e massacrare chi è fuori dai canoni,
chi ha alle spalle storie di emarginazione e di dolore, chi non si
assoggetta alle regole comunitarie, chi risponde a principi etici
personali o non ne ha affatto. Da quel momento, attraverso i lunghi e bellissimi
ritratti di cinque donne, il romanzo si srotola su un arco narrativo
che comprende più di duecento anni di storia americana, immaginaria
e non, partendo dall’atto finale e mischiando i piani temporali
attraverso quella narrazione ricca di andirivieni nei quali Toni Morrison
è maestra, come già avevamo avuto modo di sottolineare
a proposito del suo Canto di Salomone. Non è affatto casuale che il lettore non
possa scoprire chi tra le ospiti del convento sia la ragazza bianca
uccisa per prima, saperlo non avrebbe cambiato nulla della storia,
poiché non è per il colore della sua pelle che verrà
uccisa. Come a dimostrare che, oltre alla razza, sono molti altri
i parametri utilizzati per discriminare. Che il sottoinsieme sociale sia composto tutto da
donne è un’aggravante ulteriore all’interno della
vicenda, ma è il concetto di alterità e di capro espiatorio
delle pulsioni securitarie che ci permette di leggere questo romanzo,
universalmente valido, come una metafora del nostro tempo. La differenza
di età, di razza, di estrazione sociale che denota questo piccolo
gruppo fa emergere il suo comune denominatore: la necessità
di aiuto materiale e morale e l’estraneità agli schemi
sociali. L’epopea dei fondatori di Ruby ripercorre
lo schema portante della Storia americana, che i Puritani hanno a
loro volta mutuato dalla Bibbia, e come ogni popolo eletto che ritiene
di essere giunto nella terra promessa per volere di Dio, anche i patriarchi
neri di questo piccolo paese si sentono investiti di una responsabilità
morale che li spinge a considerarsi superiori al resto del mondo.
In particolare, gli uomini sono un miscuglio di vizi e virtù,
orgogliosi, indipendenti, ottusi e polemici. I più anziani
non accettano le nuove abitudini. Condannano il lassismo sessuale,
gli orari lavorativi ridotti, i giovani che bighellonano nei pressi
del Forno con le radio a tutto volume, la messa in discussione senza
remore dell’autorità degli anziani, i graffiti che offendono
la vista e insultano la tradizione, come il grosso pugno nero dalle
unghie rosse dipinto sulla parete posteriore del Forno. Ogni gruppo con una pretesa superiorità ha
bisogno di un colpevole al quale attribuire la causa del proprio degrado.
Nel caso di Paradiso, è lo sparuto gruppo di donne diverse
e indipendenti, ma ciò che muove alla tragedia finale –
ovvero il senso di appartenenza e la strenua difesa di valori e radici
(pensili) dei cittadini di Ruby – è molto simile al nostro
bisogno di decretarci legittimi rispetto ai clandestini, di proclamarci
proprietari di qualcosa che in realtà non ci appartiene, di
rivendicare radici religiose falsamente condivise con le quali delegittimare
le loro, nell’eterna lotta che non potrà mai vedere vincitori. |