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Parole sulla tela

 

Paolo Manazza. Il valore di un’opera d’arte
intervista di Chiara Carolei

 

Ogni cosa ha un prezzo, e non fanno eccezione le opere d’arte. Determinarne però il valore sembra una questione spesso molto più complessa che per altri beni, quantomeno al pubblico estraneo al settore. Motivo per cui si è scelto di dare la parola a chi il settore lo conosce bene, eccome: Paolo Manazza, esperto di economia dell’arte per il Corriere della Sera, pittore e autore di saggi critici.

La domanda è piuttosto generica e non pretendiamo di avere una risposta completa… ma di poterci avvicinare a capire: che cosa determina il valore di un’opera d’arte?

Innanzitutto il fatto che sia un’opera. In secondo luogo che si tratti di un’opera d’arte. Che cosa determina l’artisticità di un opera? Vi sono due fattori determinanti a riguardo: l’intelligenza e la stupidità.
È possibile per esempio registrare una differenza marcata tra il mercato degli Old Master Paintings (i dipinti antichi) e il mercato dell’arte contemporanea. Gli esperti sostengono che tra i dipinti antichi l’opera si difende da sola. Questo significa che è ininfluente che venga messa all’asta con una riserva alta (la riserva è il prezzo minimo concordato col venditore, n.d.a.). Per fare un esempio eclatante: il Rubens venduto in asta nel luglio 2001 da Sotheby’s (La strage degli innocenti) aveva una stima di 3-4 milioni di euro e ne ha fatti 77. Una grande e vera opera d’arte si difende da sola! Questo perché esiste un consesso di intellettuali, di esperti, di critici, di persone che hanno esercitato per anni i loro occhi e la loro intelligenza estetica, in grado di constatare il carattere straordinario di un’opera: nel valore cromatico, nell’accostamento della tavolozza, piuttosto che nella composizione volumetrica, nella gestualità...

Per rimanere in tema, Rubens non sbagliava, era veloce... Tiepolo finiva le figurine con un pennellino nero piccolissimo... Se tu prendi un pennellino nero piccolissimo non riesci a imitarlo neanche lontanamente! Si tratta di una serie di caratteristiche attraverso le quali il consesso di critici, che purtroppo in Italia non esiste – o comunque è molto raro – (sta a New York, Londra, Parigi) riconosce quel quadro come un capolavoro. Dopo questo ‘riconoscimento’ parte la gara, che può arrivare al triplo, al quadruplo, a dieci volte tanto la stima iniziale... Inoltre intervengono degli elementi emotivi. L’ultimo record è quello di Giacometti battuto a 65 milioni di dollari (esclusi i diritti d’asta) ma stimato 8-12. Al termine della gara in sala vi erano due persone a contenderselo. Sembra che il signore che ha fatto l’offerta precedente alla battuta finale sia poi scoppiato a piangere con la telefonista di Sotheby’s, dicendo che era tutta la vita che voleva quell’opera e che solo per un soffio non era riuscito a portarsela a casa.

Questo succede con l’arte consolidata. Ovvero: nell’arte vale quello che vale nella vita. Con la distanza si determina il valore dialetticamente e storicamente oggettivo di un sentimento, di un fatto, di qualsiasi cosa. Naturalmente la bellezza ha un valore che alcuni ritengono oggettivo, ma che io ritengo dialetticamente oggettivo. La maggior parte di quelli che dal Seicento leggono i sonetti di Shakespeare tremando di piacere, stessa cosa con le sinfonie di Beethoven, anche se non si ha conoscenza della musica classica... Io per esempio ho vinto tantissime scommesse grazie a Beethoven. Dicevo: «Prova ad ascoltare per dieci volte le nove sinfonie di Ludwig. Se poi non ti piace ti offro una cena in un ristorante di lusso. Se ti piace offri tu a me una pizza». Sai quante pizze ho mangiato gratis? Il valore della distanza nell’arte consolidata permette alla tua conoscenza di vedere. Piero della Francesca, parlando della prospettiva, diceva che se guardi la tua mano a cinque centimetri dagli occhi vedi solo un pezzo di carne. Non vedi la tua mano. Per capire che è una mano la devi allontanare.

E con l’arte contemporanea, invece, cosa accade?

La contemporaneità ha di bello che ti passa dentro nell’anima e nel cuore perché noi siamo contemporanei. Di brutto ha il fatto d’essere troppo vicina e di avere degli spigoli. La mattina quando ti alzi, fai per prendere l’orologio e picchi dentro uno spigolo. Se ti metti a guardare Rubens è più difficile farsi male. Nella contemporaneità intervengono altri fattori. Per raccontarla come una delle storie di Pierino, ‘ti tirano la giacchetta’... Siccome il valore equivale al potere e il potere equivale a una serie di conoscenze che hai, ti fermano e dicono: «Questo qua è mio cugino, ti piace come dipinge?» È questa la ragione per cui per trent’anni mi sono occupato solo di Old Master. Molti artisti contemporanei venivano a cercarmi e li costringevo a fare scongiuri... dicendo loro che per scelta mi occupavo solo di artisti morti. Poi è accaduto l’imprevisto. Una fulminazione totale e completa per la pittura di Willem de Kooning mi ha costretto, anzi obbligato, a occuparmi anche della contemporaneità.

Ma fare questo per l’arte moderna e attuale, sotto il profilo assiologico (la ricerca del valore) e sotto quello estimativo (la valutazione del prezzo), senza conoscere l’arte classica è impossibile. Chiunque tenti di farlo è un venditore di fumo. Chiunque non sappia distinguere un Frans Hals da un Vermeer, Rembrandt da Goya, Tiepolo da Guardi, Sisley da Monet e si permette ugualmente di giudicare un’opera d’arte contemporanea, gioca con la fortuna. Può andargli bene, può andargli male. Nove volte su dieci gli va male.

Quindi tu credi che la conoscenza dell’arte antica sia imprescindibile per penetrare nell’arte contemporanea, al di là della capacità di dare un valore economico all’opera?

Esatto. Non al di là del valore economico ma insieme a esso. Come fai a spiegare a una persona il valore di un quadro di Fontana? O di un moderno che oggi vale centinaia di migliaia di euro se non milioni... di Manzoni, per esempio...? Questo è impossibile se tu non conosci la storia dell’arte. Se tu non riconosci in Fontana un valore straordinario di una storia evolutiva dell’arte. Partendo dal primo Ottocento con la Scuola di Barbizon e con Turner in Inghilterra, il colore è progressivamente diventato un linguaggio autonomo, cosa che poi hanno sviluppato gli Impressionisti con Monet fino a Gauguin... Quale poteva essere il passo successivo e obbligato? Che anche la forma lo diventasse. Ossia che la verosimiglianza figurativa si trasformasse in un elemento inessenziale per il valore estetico. Così infatti nel primo decennio del Novecento, Picasso e Braque a Parigi inventano il Cubismo. Da lì l’Astrattismo con Kandinsky... ecc. Se non conosciamo questi presupposti come possiamo tentare di comprendere la grandezza di Fontana? Possiamo soltanto fingere di capirlo. Lo Spazialismo di Fontana è un tentativo di oltrepassare la tela per cercare di superare persino l’astrazione. Questa è la scoperta straordinaria di Lucio. E per i grandi esperti d’arte del mondo – critici ma soprattutto gli innamorati, ossia i collezionisti – questo aspetto è straordinario e determina anche il grande valore economico delle sue opere.

Non credi che alcune opere, come i tagli di Fontana, al di là della specifica conoscenza abbiano in sé una capacità comunicativa universale?

Certo che sì! Nel senso che hanno un grandissimo effetto comunicazionale. Ma se io ti chiedo: che effetto ti fa Shakespeare e tu non sai né leggere né scrivere, che cosa mi rispondi? Ovvio che sono costretto a leggerti i sonetti... È chiaro che il crescere delle tue conoscenze ti permette di godere molto di più e soprattutto poi di riconoscere anche il valore economico. Altrimenti procedi a spanne. Voglio dire che devi sforzarti per accrescere la tua cultura e il tuo gusto.
Se ti dico che l’eruzione cutanea di un passante è un’opera d’arte potrei anche riuscire a imbonirti e convincerti, chissà... È un po’ la stessa differenza che c’è tra la sofistica e la filosofia. Se sono un sofista ti convinco di una cosa e subito dopo del contrario, ma se tu hai sviluppato autonomamente il tuo cervello allora hai gli strumenti critici per non farti fregare. Quando qualcuno mi chiede di essere aiutato per trovare un bel quadro io rispondo sempre: «Certo che ti aiuto: studia!». È fondamentale imparare a guardare coi propri occhi. Picasso prendeva in giro tutti perché quando entrava in una esposizione si chiedeva perché fuori dai musei non distribuissero mascherine per gli occhi come quelle che ti danno sugli aerei per addormentarti. E quando gli chiedevano spiegazioni lui diceva ridendo: «Non servono più gli occhi per guardare i quadri, bastano le orecchie... Quanto vale? Un milione?!? Bellissimo!!»

I più ignoranti sostengono che il valore di un’opera dipenda dalla capacità dell’artista di farsi pubblicità con le conoscenze. Con queste persone non c’è rimedio, non c’è possibilità nemmeno di chiacchierare. Siccome viviamo in un’epoca in cui la lente per guardare il mondo è l’economia, tutto per loro deve per forza essere letto attraverso lenti economicistiche. In realtà oggi con i soldi si può comprare tutto, anche gli uomini di cultura... Ma non la cultura! Così come il buongusto! E quando nel 2300 nei supermarket ci saranno i kit per diventare artisti, i veri artisti allora faranno gli sprogrammatori.
Il valore di un’opera d’arte non è il valore monetario. Il valore di un’opera d’arte è il piacere che ti concede nell’osservarla. Quando guardi un bel quadro ricavi un piacere così intenso, che le poche persone che riescono a capire questo aspetto sono disposte a impegnare persino un patrimonio, per provarlo.
Ovviamente ci sono tante varianti che determinano il valore finale dell’opera. Per esempio la rarità o meno. Pensa a Piero Manzoni, un artista morto giovane. Gli ignoranti credono che quando un artista muore (ancor più se in giovane età) le opere automaticamente salgono di prezzo. Un’abnorme stupidata! Non è vero! Se l’artista in vita ha prodotto tanto, il prezzo cala! Se invece ha prodotto poco, può accadere l’esatto contrario.

Immagino che anche in questo campo ci siano delle mode... In questo momento, quali sono gli artisti o i filoni più seguiti?

Siamo in un momento particolarmente difficile da leggere, ma proprio per questo particolarmente interessante. Io credo di vivere in un’epoca in cui sia terminata una civiltà. Quella che io chiamo ‘del capitalismo tossico’. In cui appunto tutto era, e in buona parte ancora lo è, tossico, dagli strumenti finanziari alla politica sino alla vita privata dei singoli cittadini. Ogni epoca ha l’arte che si merita, e anche in questo caso gli artisti hanno interpretato questa tossicità in maniera magistrale e rimarranno nella Storia. Mi riferisco a Damien Hirst, a Jeff Koons, ma anche ad artisti come Lucian Freud con la sua pittura sfatta, gommosa, materica, per non parlare di Francis Bacon.
Queste sono le icone del capitalismo tossico. Quando un’epoca va a morire ne arriva un‘altra... quale, in questo caso, è difficile dirlo. Certamente esiste un’esigenza di ritorno alla pittura nel senso classico. Il che non significa vecchio. Voglio dire che è probabile che nei prossimi anni si assista alla ricerca di strade estetiche nei vari supporti, da quello più tradizionale del dipingere sino a quelli tecno-artistici, ma sempre nel segno di un ritorno verso la tradizione. Qualsiasi periodo storico di cambiamento e di nascita di nuova epoca comincia con il rifarsi alla classicità.
In fondo, tra classicismo e modernismo una cosa soltanto è solidamente vera: tutto passa e diventa polvere, l’unica cosa che resta è ciò che è poetico.

C’è quindi sempre un momento in cui viene fatta una selezione... Secondo te, rispetto agli ultimi cinquant’anni, siamo riusciti a fare buona selezione?

Diciamo che fa parte dei nostri cromosomi selezionare, e più ci si allontana più è facile. Se guardo gli ultimi duemila anni è accaduto sempre. La selezione degli ultimi cinquant’anni possiamo soltanto immaginarcela attraverso gli occhi dei nostri nipoti.

Mi fai capire che con occhio esperto è possibile capire il valore; ti sono capitati casi eclatanti in cui un’opera è stata battuta a un prezzo che assolutamente non ti aspettavi?

Kant diceva: «Non c’è una scienza dell’arte ma solo una critica di essa». C’è quello che va in asta con la moglie e la moglie impazzisce per l’opera e la compra a dieci volte tanto... magari solo perché vuole non litigare alla sera. Per fare discorsi più seri, per lo stesso Giacometti recentemente battuto, io stesso non mi aspettavo un record così. Credevo potesse al massimo salire sino a 40 milioni di euro... È arrivato a oltre 70! Sull’arte moderna e contemporanea gioca molto il fattore emotività dei singoli, perché l’opera è troppo vicina... Chissà, magari questa persona aveva persino conosciuto Giacometti...

In Italia chi sono i maggiori compratori d’arte?

L’Italia è un Paese che ha una provincia straordinariamente ricca. Il fatto che noi arriviamo dalle signorie rinascimentali è un patrimonio genetico tutto nostro... Gli Stati Uniti sono New York... Qui da noi c’è un collezionismo colto, anonimo, che non vuole mostrarsi, per alcuni aspetti troppo provinciale... ma anche coltissimo. Negli ultimi anni si è delineata anche la figura dell’investitore: è ovvio che oggi il portafoglio ottimale sia quello meglio diversificato.
Ed è chiaro che è buona norma investire una parte in beni rifugio, ma se si compra con questa idea si sbaglia. Lo ripeterò sino ad annoiare: è necessario imparare a guardare coi propri occhi.

 

Chiara Carolei

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