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aprile - maggio 2012
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Parole sulla tela |
| Paolo Manazza. Il valore
di un’opera d’arte intervista di Chiara Carolei |
| Ogni cosa ha un prezzo, e non fanno eccezione le opere d’arte. Determinarne però il valore sembra una questione spesso molto più complessa che per altri beni, quantomeno al pubblico estraneo al settore. Motivo per cui si è scelto di dare la parola a chi il settore lo conosce bene, eccome: Paolo Manazza, esperto di economia dell’arte per il Corriere della Sera, pittore e autore di saggi critici. La domanda è piuttosto generica e non pretendiamo di avere una risposta completa… ma di poterci avvicinare a capire: che cosa determina il valore di un’opera d’arte? Innanzitutto il fatto che sia un’opera. In
secondo luogo che si tratti di un’opera d’arte. Che cosa
determina l’artisticità di un opera? Vi sono due fattori
determinanti a riguardo: l’intelligenza e la stupidità.
Per rimanere in tema, Rubens non sbagliava, era veloce... Tiepolo finiva le figurine con un pennellino nero piccolissimo... Se tu prendi un pennellino nero piccolissimo non riesci a imitarlo neanche lontanamente! Si tratta di una serie di caratteristiche attraverso le quali il consesso di critici, che purtroppo in Italia non esiste – o comunque è molto raro – (sta a New York, Londra, Parigi) riconosce quel quadro come un capolavoro. Dopo questo ‘riconoscimento’ parte la gara, che può arrivare al triplo, al quadruplo, a dieci volte tanto la stima iniziale... Inoltre intervengono degli elementi emotivi. L’ultimo record è quello di Giacometti battuto a 65 milioni di dollari (esclusi i diritti d’asta) ma stimato 8-12. Al termine della gara in sala vi erano due persone a contenderselo. Sembra che il signore che ha fatto l’offerta precedente alla battuta finale sia poi scoppiato a piangere con la telefonista di Sotheby’s, dicendo che era tutta la vita che voleva quell’opera e che solo per un soffio non era riuscito a portarsela a casa. Questo succede con l’arte consolidata. Ovvero: nell’arte vale quello che vale nella vita. Con la distanza si determina il valore dialetticamente e storicamente oggettivo di un sentimento, di un fatto, di qualsiasi cosa. Naturalmente la bellezza ha un valore che alcuni ritengono oggettivo, ma che io ritengo dialetticamente oggettivo. La maggior parte di quelli che dal Seicento leggono i sonetti di Shakespeare tremando di piacere, stessa cosa con le sinfonie di Beethoven, anche se non si ha conoscenza della musica classica... Io per esempio ho vinto tantissime scommesse grazie a Beethoven. Dicevo: «Prova ad ascoltare per dieci volte le nove sinfonie di Ludwig. Se poi non ti piace ti offro una cena in un ristorante di lusso. Se ti piace offri tu a me una pizza». Sai quante pizze ho mangiato gratis? Il valore della distanza nell’arte consolidata permette alla tua conoscenza di vedere. Piero della Francesca, parlando della prospettiva, diceva che se guardi la tua mano a cinque centimetri dagli occhi vedi solo un pezzo di carne. Non vedi la tua mano. Per capire che è una mano la devi allontanare. E con l’arte contemporanea, invece, cosa accade? La contemporaneità ha di bello che ti passa dentro nell’anima e nel cuore perché noi siamo contemporanei. Di brutto ha il fatto d’essere troppo vicina e di avere degli spigoli. La mattina quando ti alzi, fai per prendere l’orologio e picchi dentro uno spigolo. Se ti metti a guardare Rubens è più difficile farsi male. Nella contemporaneità intervengono altri fattori. Per raccontarla come una delle storie di Pierino, ‘ti tirano la giacchetta’... Siccome il valore equivale al potere e il potere equivale a una serie di conoscenze che hai, ti fermano e dicono: «Questo qua è mio cugino, ti piace come dipinge?» È questa la ragione per cui per trent’anni mi sono occupato solo di Old Master. Molti artisti contemporanei venivano a cercarmi e li costringevo a fare scongiuri... dicendo loro che per scelta mi occupavo solo di artisti morti. Poi è accaduto l’imprevisto. Una fulminazione totale e completa per la pittura di Willem de Kooning mi ha costretto, anzi obbligato, a occuparmi anche della contemporaneità. Ma fare questo per l’arte moderna e attuale, sotto il profilo assiologico (la ricerca del valore) e sotto quello estimativo (la valutazione del prezzo), senza conoscere l’arte classica è impossibile. Chiunque tenti di farlo è un venditore di fumo. Chiunque non sappia distinguere un Frans Hals da un Vermeer, Rembrandt da Goya, Tiepolo da Guardi, Sisley da Monet e si permette ugualmente di giudicare un’opera d’arte contemporanea, gioca con la fortuna. Può andargli bene, può andargli male. Nove volte su dieci gli va male. Quindi tu credi che la conoscenza dell’arte antica sia imprescindibile per penetrare nell’arte contemporanea, al di là della capacità di dare un valore economico all’opera? Esatto. Non al di là del valore economico ma insieme a esso. Come fai a spiegare a una persona il valore di un quadro di Fontana? O di un moderno che oggi vale centinaia di migliaia di euro se non milioni... di Manzoni, per esempio...? Questo è impossibile se tu non conosci la storia dell’arte. Se tu non riconosci in Fontana un valore straordinario di una storia evolutiva dell’arte. Partendo dal primo Ottocento con la Scuola di Barbizon e con Turner in Inghilterra, il colore è progressivamente diventato un linguaggio autonomo, cosa che poi hanno sviluppato gli Impressionisti con Monet fino a Gauguin... Quale poteva essere il passo successivo e obbligato? Che anche la forma lo diventasse. Ossia che la verosimiglianza figurativa si trasformasse in un elemento inessenziale per il valore estetico. Così infatti nel primo decennio del Novecento, Picasso e Braque a Parigi inventano il Cubismo. Da lì l’Astrattismo con Kandinsky... ecc. Se non conosciamo questi presupposti come possiamo tentare di comprendere la grandezza di Fontana? Possiamo soltanto fingere di capirlo. Lo Spazialismo di Fontana è un tentativo di oltrepassare la tela per cercare di superare persino l’astrazione. Questa è la scoperta straordinaria di Lucio. E per i grandi esperti d’arte del mondo – critici ma soprattutto gli innamorati, ossia i collezionisti – questo aspetto è straordinario e determina anche il grande valore economico delle sue opere. Non credi che alcune opere, come i tagli di Fontana, al di là della specifica conoscenza abbiano in sé una capacità comunicativa universale? Certo che sì! Nel senso che hanno un grandissimo
effetto comunicazionale. Ma se io ti chiedo: che effetto ti fa Shakespeare
e tu non sai né leggere né scrivere, che cosa mi rispondi?
Ovvio che sono costretto a leggerti i sonetti... È chiaro che
il crescere delle tue conoscenze ti permette di godere molto di più
e soprattutto poi di riconoscere anche il valore economico. Altrimenti
procedi a spanne. Voglio dire che devi sforzarti per accrescere la
tua cultura e il tuo gusto. I più ignoranti sostengono che il valore
di un’opera dipenda dalla capacità dell’artista
di farsi pubblicità con le conoscenze. Con queste persone non
c’è rimedio, non c’è possibilità
nemmeno di chiacchierare. Siccome viviamo in un’epoca in cui
la lente per guardare il mondo è l’economia, tutto per
loro deve per forza essere letto attraverso lenti economicistiche.
In realtà oggi con i soldi si può comprare tutto, anche
gli uomini di cultura... Ma non la cultura! Così come il buongusto!
E quando nel 2300 nei supermarket ci saranno i kit per diventare artisti,
i veri artisti allora faranno gli sprogrammatori. Immagino che anche in questo campo ci siano delle mode... In questo momento, quali sono gli artisti o i filoni più seguiti? Siamo in un momento particolarmente difficile da
leggere, ma proprio per questo particolarmente interessante. Io credo
di vivere in un’epoca in cui sia terminata una civiltà.
Quella che io chiamo ‘del capitalismo tossico’. In cui
appunto tutto era, e in buona parte ancora lo è, tossico, dagli
strumenti finanziari alla politica sino alla vita privata dei singoli
cittadini. Ogni epoca ha l’arte che si merita, e anche in questo
caso gli artisti hanno interpretato questa tossicità in maniera
magistrale e rimarranno nella Storia. Mi riferisco a Damien Hirst,
a Jeff Koons, ma anche ad artisti come Lucian Freud con la sua pittura
sfatta, gommosa, materica, per non parlare di Francis Bacon. C’è quindi sempre un momento in cui viene fatta una selezione... Secondo te, rispetto agli ultimi cinquant’anni, siamo riusciti a fare buona selezione? Diciamo che fa parte dei nostri cromosomi selezionare, e più ci si allontana più è facile. Se guardo gli ultimi duemila anni è accaduto sempre. La selezione degli ultimi cinquant’anni possiamo soltanto immaginarcela attraverso gli occhi dei nostri nipoti. Mi fai capire che con occhio esperto è possibile capire il valore; ti sono capitati casi eclatanti in cui un’opera è stata battuta a un prezzo che assolutamente non ti aspettavi? Kant diceva: «Non c’è una scienza dell’arte ma solo una critica di essa». C’è quello che va in asta con la moglie e la moglie impazzisce per l’opera e la compra a dieci volte tanto... magari solo perché vuole non litigare alla sera. Per fare discorsi più seri, per lo stesso Giacometti recentemente battuto, io stesso non mi aspettavo un record così. Credevo potesse al massimo salire sino a 40 milioni di euro... È arrivato a oltre 70! Sull’arte moderna e contemporanea gioca molto il fattore emotività dei singoli, perché l’opera è troppo vicina... Chissà, magari questa persona aveva persino conosciuto Giacometti... In Italia chi sono i maggiori compratori d’arte? L’Italia è un Paese che ha una provincia
straordinariamente ricca. Il fatto che noi arriviamo dalle signorie
rinascimentali è un patrimonio genetico tutto nostro... Gli
Stati Uniti sono New York... Qui da noi c’è un collezionismo
colto, anonimo, che non vuole mostrarsi, per alcuni aspetti troppo
provinciale... ma anche coltissimo. Negli ultimi anni si è
delineata anche la figura dell’investitore: è ovvio che
oggi il portafoglio ottimale sia quello meglio diversificato.
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