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anno IV, numero
18
giugno - settembre 2010
Edizioni
paginauno
formato: 17 x 24 - pagg.
96
prezzo: cartaceo 8,00 euro - PDF 4,00 euro
ISSN: 1971343600018
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l'editoriale e il sommario
Incipit di alcuni
articoli contenuti nel numero
Restituzione Prospettica
Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta
(parte 3/5) di Walter G. Pozzi
Le stragi del ’92/93 nei messaggi di Elio Ciolini: Cosa nostra,
P2, servizi segreti e neofascisti uniti nell’obiettivo comune
di un nuovo Ordine economico e politico
Con il messaggio inviato all’autorità
giudiziaria, Elio Ciolini dimostra di essere a conoscenza di un progetto
eversivo mirato a costruire un “nuovo ordine generale” che
porterà vantaggi economico finanziari (che egli definisce “già
in corso”) ai responsabili. Un “nuovo ordine deviato massonico
politico culturale, attualmente basato sulla commercializzazione degli
stupefacenti”, per concludere che la “storia” si ripete
dopo quasi quindici anni e prospettando un ritorno alle strategie omicide
che i responsabili metteranno in atto “per conseguire i loro intenti
falliti. Ritornano come l’araba fenice”.
Appare evidente che per chi voglia comprendere quanto accaduto durante
i quattro anni che vanno dal 1990 al 1994, le fonti più chiare
sono alcuni messaggi criptici, espressione di una ‘letteratura
periferica’ che tra le righe racconta una vicenda che, vuoi per
ignoranza vuoi per malafede, i giornali non hanno mai raccontato. Con
il risultato di mantenere all’oscuro gli italiani riguardo a trame
i cui protagonisti (alcuni, almeno) sono tutt’oggi visibilissimi.
Con l’ingresso in scena di Ciolini, cominciano a delinearsi il
Potere nella sua forma brutale e un gioco di alleanze non dissimile,
trasfigurandolo, dai tre livelli dell’ordine sociale proposto
da Platone. In basso, il popolo cieco, ignorante e ingenuo, in mezzo,
i sorveglianti-guerrieri (giornalisti, servizi segreti, uomini dell’Arma
e delle istituzioni) e in alto, al terzo livello, oligarchie economiche
in stretta alleanza con alcuni politici.
Tre insiemi di parole, nel messaggio, incuriosiscono: ‘omicidio’,
due volte evidenziato con virgolette e una terza usato come aggettivo
(strategie omicide); ‘ordine’, anch’esso ripetuto
due volte; e i verbi ‘ripetere’ e ‘ritornare’,
quest’ultimo due volte scritto nelle ultime due frasi. Importante
è la perfetta collocazione cronologica dei futuri accadimenti:
marzo-luglio 1992. L’esatto arco di tempo in cui avvengono i tre
omicidi eccellenti: Salvo Lima (12 marzo), Giovanni Falcone (23 maggio)
e Paolo Borsellino (19 luglio). I delitti colpiscono indirettamente
altri obiettivi e giustificano le virgolette messe da Ciolini, essendo,
il primo, viceré siciliano di un Andreotti in odore di Quirinale:
colpire Lima significa collegare il capo carismatico della Dc alla mafia,
rendendolo ineleggibile. Una morte simbolica la sua, dunque, come è
simbolico l’omicidio dell’esponente del Psi, identificabile
nel ministro di Grazie e Giustizia Claudio Martelli, che vede nei due
giudici i candidati alla Procura nazionale antimafia...
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Polemos
La notte del giornalismo di Giovanna
Cracco
Analisi del giornalismo fintamente obiettivo propagandato nei documentari
storico/politici a firma di autorevoli esponenti del piccolo schermo
Secondo il rapporto Censis 2009 su Comunicazione e
media, il 59,1% degli italiani si affida alla televisione per informarsi
sull’attualità politica; quando si tratta di cronaca, la
televisione è l’unica fonte d’informazione per il
72,4%. Per scegliere chi votare, il 69,3% si forma un’opinione
sulla base delle informazioni ricevute dai telegiornali e il 30,6% segue
i programmi giornalistici televisivi di approfondimento. Ogni personale
opinione, tuttavia, non poggia solo sulle informazioni d’attualità
ma anche su un bagaglio culturale e storico: la televisione provvede
a fornire anche questo, attraverso documentari e programmi di vario
genere – da quelli giornalistici alle fiction.
Le reti private hanno un ‘padrone’ che detta la linea editoriale,
e lo spettatore che lo tiene bene a mente può riuscire a fare
la tara ai telegiornali e alle trasmissioni mandate in onda. Meno diretta
e lineare è la riflessione sulla linea editoriale adottata dalla
televisione pubblica: si pensa che dietro vi sia lo schieramento politico
al governo in quel momento, che certamente influenza programmi e palinsesto,
e non al fatto che prima, e sopra ogni cosa, il padrone delle reti pubbliche
è lo Stato. Non l’astratta istituzione ma quella ‘ragione
di Stato’, quegli equilibri, quel complesso d’interessi,
che sono la classe dirigente del Paese: un ‘comitato d’affari’
che detiene le leve del potere, economiche e politiche, che può
anche dividersi con etichette di destra e di sinistra e litigare su
contingenti questioni di governo, ma che sempre si troverà compatto
quando si tratta di conservare e proteggere quel sistema che lo vede
saldamente in sella. Affermare quindi che fin dalla sua nascita, per
le sue caratteristiche di invasività e diffusione, la televisione
– sostituendo la radio – è divenuta il più
imponente ed efficace mezzo di propaganda, equivale a scoprire l’acqua
calda.
Che il padrone sia pubblico o privato, la sostanza non cambia; cambia
quello che si può o non si può dire, denunciare, criticare.
Cambia soprattutto l’etica ufficiale: a differenza di quella privata
la televisione di Stato deve ambire alla patente di ‘servizio
pubblico’; deve apparire neutrale e super partes, titolare della
stessa falsa patente che lo Stato rivendica per se stesso.
Stabilito questo, è inevitabile chiedersi come un giornalista
possa far carriera all’interno di un mezzo di propaganda...
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Stalin: la necessità di parlarne senza
paura di Giorgio Galli e Davide Pinardi
Riflessioni sulla metodologia storica e sull'incapacità della
sinistra di liberarsi della leggenda nera di Stalin: un'afasia che ha
paralizzato qualunque proposta alternativa di società
Davide Pinardi:
Il saggio del professor Giorgio Galli, Stalin e la sinistra: parlarne
senza paura, affronta la figura di Stalin in una prospettiva storica
al fine di sollecitare l’avvio di un’analisi più
serena, equilibrata e ragionevole su di essa, un’analisi non più
condizionata da considerazioni politiche di breve respiro. In sintesi
potremmo dire che si tratta di una profonda riflessione sul rapporto
che lega la figura storica di Stalin e la sinistra italiana. In particolare,
soprattutto, si mette in luce la percezione alquanto deformata che quest’ultima
ha del ‘famigerato’ leader russo, diventato ormai una sorta
di ombra in grado di delegittimare qualunque logica di ricerca, di progetto,
di continuità politica rispetto al passato, quasi che quella
presenza così ingombrante avesse, nel tempo, essiccato e distrutto
l’apparato radicale più profondo della stessa sinistra.
A mio parere, per prima cosa occorre aprire una parentesi su un concetto
centrale nella metodologia storica. Di questi tempi da molte parti si
va ripetendo in maniera sempre più ossessiva il tormentone della
‘verità dei fatti’…
Giorgio Galli:
Mi sono deciso a scrivere questo saggio dopo essere stato un critico
dell’esperienza del comunismo staliniano e post-staliniano. Ritengo
che allora la critica fosse doverosa, così come oggi sono convinto
sia altrettanto doveroso, per uno storico, recuperare l’argomento,
soprattutto per aprire un dibattito a sinistra; un dibattito la cui
riflessione debba andare in direzione di un recupero dell’esperienza
staliniana per capovolgerla e valorizzarla in chiave economica, quando,
invece, la scelta degli attuali dirigenti dei partiti di centro-sinistra
si propone solo nell’ottica del silenzio.
Dopo essere stato, dunque, un critico di quell’esperienza politica,
mi sono trovato di fronte a una deriva del discorso storico secondo
la quale il dramma del ventesimo secolo è consistito nella presenza
del movimento comunista. Ma quel che più mi stupiva, era notare
che la medesima deformazione storica veniva perpetuata da coloro che
a lungo avevano pensato e affermato, con frasi che sbalordivano anche
allora – seppure in senso opposto – che, parole di Togliatti,
Stalin fosse: l’uomo che più di tutti ha fatto per il progresso
dell’umanità...
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Musei e metafore di Felice Accame
L’impossibilità a museificare l’aspetto culturale
del calcio, nelle sue metafore funzionali a sostenere un modello economico
Le procedure di museificazione rivolte all’attualità
o, meglio, a oggetti che perdurano nel tempo del museificatore stesso,
sono procedure per loro natura selettive. Ovviamente, non prendono tutto
ciò che capita – come potrebbe accadere all’archeologo,
che, avendo a che fare con il perso nel tempo, non può permettersi
di buttar via nulla. Prendono qualcosa escludendo altro. I criteri in
base ai quali si seleziona non sempre sono chiari alla consapevolezza
del selezionatore. È ovvio che nella loro formazione intervengano
fattori inconsci, scopi più e meno dichiarati, esiti di negoziazioni
concettuali.
Accade così che molto di ciò che ha contribuito a determinati
risultati dell’evoluzione culturale rimanga sullo sfondo, fino
a stemperarsi, fino a perdere riconoscibilità. A maggior ragione,
allorché l’oggetto è il calcio – sport diventato
spettacolo planetario, mitologizzato, ridotto spesso a mero catalogo
di imprese leggendarie da parte di ‘campioni’ che, in quanto
tali, già nascondono all’occhio dell’osservatore
storicizzato, coloro che campioni non sono.
È così che la gran parte delle ‘forze’ che
hanno reso ‘grande’ il calcio può essere confusa
e dimenticata. Prima che l’amnesia collettiva faccia troppe vittime,
allora, il museificatore farà bene a registrare il maggior numero
possibile di elementi che, nei processi di comunicazione dell’attualità,
rimangono indistinti sullo sfondo.
Fra questi, il linguaggio... (leggi
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Sesso & potere: una questione politica di Felice
Bonalumi
L’uso della triade potere-sesso-perversione, una legge non
scritta della lotta politica che raggiunge sempre i suoi scopi
Sesso e politica: un binomio sempre agli onori della
cronaca, senza confini temporali, geopolitici, ideologici o altri. Michel
Foucault (Poteri e strategie, ma anche La volontà
di sapere, con i tre saggi sulla Storia della sessualità)
o Wilhelm Reich (La rivoluzione sessuale, per indicare un testo)
ne hanno fatto uno dei centri della loro riflessione. Tra i numerosi
film, cito solo Sesso & potere (Wag the Dog, il
titolo originale, 1997) di Barry Levinson che tratta, in modo ironico,
della manipolazione dell’opinione pubblica attraverso media ossequienti
al potere.
Il punto è proprio questo: il sesso viene usato a livello mediatico
per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica, per coprire
altre malefatte; e questa sembra essere una legge non scritta della
Storia, in particolare di quella politica.
Al centro ‘apparente’ della querelle campeggia il concetto
di morale, sia nella sua declinazione ‘privata’ sia in quella
‘pubblica’. In realtà l’analisi dei documenti
dei vari scandali (e senza dimenticare che spesso quei documenti sono
forniti da una parte sola degli attori coinvolti) rivela sempre che
da un lato c’è un uso ‘particolare’, oserei
dire privatistico, della morale, ossia una manipolazione operata dal
potere di quella stessa morale che viene sbandierata e ufficializzata,
e dall’altro ci sono interessi materiali che rappresentano il
centro reale della querelle stessa...
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L'intervento
Il ruolo americano nella Resistenza italiana
di Franco Giannantoni
Linea strategico-politica, aiuti militari, finanziamenti, vincoli
politici dell’Oss verso le bande armate autonome al confine fra
Italia e Svizzera (1943-1945). La ‘scuola partigiana’ filo
alleata di Campione d’Italia e il ‘caso politico’
del capitano Ugo Ricci
Quando il 3 novembre 1943 Ferruccio Parri e Leo Valiani,
esponenti del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, andarono
a Villa De Nobili di Certenago presso Lugano per incontrare Allen Dulles
e John McCaffery, responsabili delle Agenzie dell’Oss (Office
of Strategic Services) e del Soe (Special Operation Executive), i servizi
segreti statunitense e inglese, per sollecitare un sostegno militare
e finanziario alla Resistenza, raccomandando “una propaganda più
aderente alla realtà italiana”, la risposta che ottennero
dal punto di vista tecnico fu interlocutoria e da quello politico lontana
dalle aspettative. I sacri fuochi di una lotta armata con un grande
esercito popolare erano apparsi in quel momento soffocati. Gli Alleati
avevano preso le distanze da quella visione militare in nome di una
strategia che non prevedeva cessioni di comando nella conduzione della
guerra.
La “guerra grossa” sognata da Parri per un riscatto del
Paese contro l’oppressore “sotto la spinta di irrinunciabili
istanze di rinnovamento politico e sociale” non rientrava negli
impegni che gli Alleati avrebbero assunto nella campagna d’Italia.
“Avemmo la sensazione – commentò a caldo il leader
azionista – che gli Alleati cercassero di dividerci invece di
aiutarci a creare un’organizzazione unitaria”. Una valutazione
in linea con l’esito dei contatti avuti il 17 settembre e il 25
ottobre precedenti con lo stesso McCaffery da Alberto Damiani, ‘giellista’,
inviato in Svizzera del Comitato militare milanese, che in alcune “relazioni
organiche sulla situazione nel Nord” aveva messo in luce prevenzioni
e profonde diffidenze di natura politica. In realtà gli Alleati
avevano della Resistenza una visione opposta. Ostili a una lotta politicizzata,
propensi a sostenere Casa Savoia “correa della tirannide fascista”,
contrari a bande armate irregolari alimentate dai partiti e da ideologie
come quella comunista, sprezzanti, secondo lo storico americano Norman
Kogan, verso i partigiani considerati al pari di mercenari e con scarse
qualità militari, timorosi di uno sbocco istituzionale rivoluzionario
al termine del conflitto, non erano disposti a mettere in gioco il controllo
strategico della guerra destinata a consolidare, una volta conclusa,
aree di potere e a restaurare il modello socio-istituzionale e conservatore
pre-fascista... (leggi
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L'inchiesta
Tre gradi di separazione
di Giovanna Baer
Chi possiede o controlla, seduto nei consigli di amministrazione,
i principali quotidiani italiani? Inchiesta sulla longa manus della
banche e dell’industria nella carta stampata
La teoria dei ‘sei gradi di separazione’
è un’ipotesi secondo cui qualunque persona può essere
collegata a qualunque altro abitante del globo terrestre attraverso
una catena di conoscenze con non più di cinque intermediari.
Proposta per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Karinthy
in un racconto breve intitolato Catene, venne confermata nel
1967 dal sociologo americano Stanley Milgram e più tardi, nel
2001, da Duncan Watts della Columbia University. La ricerca di Watts,
pubblicata su Science nel 2003, permise l’applicazione
della teoria dei sei gradi di separazione anche in aree differenti,
tra cui l’analisi delle reti informatiche ed elettriche, la trasmissione
delle malattie, la teoria dei grafi, le telecomunicazioni e la progettazione
della componentistica dei computer. La nostra inchiesta vuole dimostrare
che la legge di Watts non si applica alle relazioni fra le principali
testate giornalistiche italiane e il capitalismo industriale-finanziario,
o più precisamente che, analizzando i legami esistenti, andrebbe
corretta al ribasso, in non più di tre gradi di separazione.
Con quali effetti sulla libertà di informazione?
La cosiddetta linea editoriale è ciò che distingue in
sostanza una testata giornalistica da un’altra. Rappresenta, diremmo
in linguaggio aziendale, una sorta di missione strategica, l’ipotesi
di fondo a partire dalla quale si scelgono e si analizzano le notizie.
Dall’esistenza di linee editoriali diverse – il cosiddetto
pluralismo informativo – dipende la qualità dell’informazione,
perché il pluralismo garantisce al cittadino/lettore la possibilità
di conoscere notizie differenti lette da punti di vista differenti.
Ciò detto, dove si forma la linea editoriale di una testata?
Come suggerisce il termine, è espressione della visione dell’editore,
e si forma nel luogo in cui questi (che è il proprietario del
giornale) prende le sue decisioni strategiche. Nelle moderne società
capitalistiche questo luogo è il Consiglio di amministrazione.
Diamo quindi un’occhiata a chi siede nei Cda dei principali giornali
italiani e valutiamo di quali tipi di interessi siano portatori, dal
momento che sulla base degli interessi del Consiglio si forma la linea
editoriale... (leggi
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Verità al tempo della
moviola
Alibi Norimberga (7ª
parte) di Davide Pinardi
I crimini dei vincitori
Alle 6 del pomeriggio del 14 luglio 1943, a Canicattì,
il tenente colonnello dell’esercito americano George Herbert McCaffrey,
componente di rilievo dell’Allied Military Government of Occupied
Territory – l’ufficio direttamente incaricato di amministrare
i territori occupati nel corso dell’avanzata verso nord subito
dopo lo sbarco in Sicilia – giunse al municipio della cittadina.
Subito qualcuno lo informò che – a quanto pareva –
un numeroso gruppo di civili stava saccheggiando una piccola fabbrica
di detergenti, la ‘Narbone-Garilli’, alle porte della cittadina.
Pareva, in particolare, che venissero rubate delle saponette (nella
fabbrica non c’era molto altro). Il sapone in effetti era prezioso,
a quei tempi. E le condizioni igieniche della zona risultavano oggettivamente
disastrose, gli ospedali erano al collasso, dilagavano tifo e infezioni.
L’ufficiale raggiunse rapidamente lo stabilimento assaltato e,
sul luogo, trovò alcuni suoi uomini che lo avevano preceduto
di poco. Questi avevano già bloccato una quarantina di quei popolani
saccheggiatori: per la maggior parte donne e bambini. Il tenente colonnello
non perse tempo: gridando che i responsabili di un atto tanto grave
andavano puniti immediatamente per dare una lezione a tutta la gente
del posto, invitò i suoi soldati a fucilarli seduta stante.
Di fronte alle esitazioni dei presenti, l’ufficiale – che,
si diceva, da giovane era stato un campione di tiro a segno giunto fino
alle selezioni per le Olimpiadi – estrasse dalla fondina la sua
Colt ’45 e vuotò personalmente un caricatore sul gruppo
di fermati che, terrorizzati, si erano accalcati contro un muro, in
un angolo. Poi ricaricò e svuotò un secondo caricatore.
Ricaricò per la seconda volta ed esaurì un terzo caricatore,
per un totale di ventuno colpi. Caddero a terra in venti, alcuni forse
colpiti dallo stesso proiettile: le pallottole della Colt ’45
possono trapassare più corpi. Altri restarono miracolosamente
illesi o riuscirono a correre via, a disperdersi qua e là, a
fuggire. I morti furono almeno sei (ma, a detta di alcuni, molti di
più). Un ragazzino di dodici anni – raccontarono in seguito
i testimoni – era stato preso da un colpo allo stomaco: la pancia
gli si era squarciata e rantolò a lungo prima di morire davanti
ai soldati, lamentandosi e mormorando: «C’haiu ’na
bodda ’untu stomachu… C’haiu ’na bodda ’untu
stomachu…»
A chi legge queste righe, probabilmente, verrà la curiosità
di sapere come fu configurata questa vicenda dal punto di vista della
giustizia militare. La risposta è semplice: non si configurò
affatto...
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Sotto i ri(f)lettori
Lo scandalo della verità di
Sabrina Campolongo
(recensione di Medea, Christa Wolf)
Christa Wolf inizia a scrivere i primi appunti su Medea
nel 1990, all’indomani della caduta del muro di Berlino, e nel
momento in cui si rende conto che il suo Paese, la DDR, “stava
sparendo dalla Storia”. Non si può immaginare forma più
totale di sconfitta, per uno Stato, della sua ‘sparizione’:
la cancellazione non solo del suo nome, delle sue strutture politiche
e amministrative a ogni livello, ma anche la negazione della sua storia,
del suo percorso, delle sue forme di espressione artistica, intellettuale,
scientifica. Niente di più lontano dal concetto di unificazione.
Nel matrimonio tra RFT e DDR è accaduto che, subito dopo il banchetto,
la sposa dell’Est sia stata spogliata della dote, le sia stato
intimato di rinnegare i genitori, di dimenticare la sua infanzia, scordare
tutti i libri letti e gli amici, bruciare i vecchi abiti e indossarne
di diversi, mangiare cose nuove, frequentare una nuova chiesa e il tutto
cercando di dare il meno fastidio possibile. I vincitori hanno preteso
che l’identità dei vinti venisse da loro stessi negata
come una buccia vuota, spazzata via, distrutta, cancellata se possibile,
altrimenti occultata – per sostituirla con una nuova pelle modellata
sui valori occidentali del profitto e del consumo. Un atto non dissimile
dalle vecchie dinamiche della colonizzazione.
La Wolf, in quanto intellettuale, subisce in prima persona questo trattamento.
Già precedentemente biasimata in patria, da quanti la consideravano
troppo critica verso la politica di regime, si ritrova a esserlo anche
nella nuova patria, questa volta per non essere abbastanza critica verso
il passato. Da sovversiva diventa reazionaria, una spia, addirittura
(“hanno fatto di noi quello di cui avevano bisogno”, dirà
la sua Medea) e gli effetti sulla sua vita restano gli stessi: diffidenza,
isolamento, accuse... (leggi
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Le insolite note - critica
musicale
The Chieftains featuring Ry Cooder: San Patricio
di Augusto Q. Bruni
Verrà un giorno, almeno oso sperarlo, in cui
la Storia sarà scritta più dagli episodi dimenticati e
di nicchia che dalle grandi battaglie. Trovo estremamente più
interessanti le investigazioni di Garboli e Ginzburg sull’universo
di un mugnaio eretico del Cinquecento (Il formaggio e i vermi)
che i saggi di un qualunque storico di grido su una qualunque dinastia
reale. È per lo stesso motivo che le opere discografiche pop
in senso lato mi interessano solo come fenomeno di costume, per tenermi
aggiornato sui movimenti-macro che riflettono la massificazione di certi
modi di pensare e di vivere. E guarda caso, a scavare con pazienza,
le storie dimenticate e i personaggi scomparsi dalla Storia hanno più
sale e sugo di quelli che ci vengono proposti dalle Major.
I poveri, per esempio – in particolare i poveri di religione cattolica
romana – pare ci provino gusto a rimanere poveri e a farsi massacrare,
torturare, bistrattare. Paradossalmente, sono anche in grado di produrre
opere di sublime bellezza. Prendi per esempio gli irlandesi...
(leggi
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