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Un tenebroso affare
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Decennio rosso
narrativa

 

Massimo Vaggi
Sarajevo
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Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta

 

John Wainwright
Stato di fermo
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Walter G. Pozzi
Altri destini
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anno IV, numero 17
aprile - maggio 2010

 

Edizioni paginauno
formato: 17 x 24 - pagg. 96
prezzo: cartaceo 8,00 euro - PDF 4,00 euro
ISSN: 1971343600017

 

 

Leggi QUI l'editoriale e il sommario

 

Incipit di alcuni articoli contenuti nel numero

Restituzione Prospettica
Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte 2/5) di Walter G. Pozzi
La rinascita dell'eversione nera: all’origine della seconda Repubblica, l’alleanza tra neofascismo, ‘ndrangheta, massoneria e politica

Nel momento in cui Bagarella, uomo di Cosa nostra, fonda Sicilia Libera, è a conoscenza della discesa in campo ormai prossima di Silvio Berlusconi. Ma non per questo vuole rinunciare al progetto separatista. Non si fida più dei politici e preferisce un partito in cui Cosa nostra sia direttamente presente; fidarsi equivarrebbe a ripetere di nuovo l’errore commesso da Riina in passato, anche se è vero che i candidati del Polo contattati dalla mafia si sono assunti impegni precisi. Corrono voci incoraggianti su un’ampia convergenza di progetti tra il nuovo partito di Berlusconi e Sicilia Libera, e l’idea di trasformare l’isola in un porto franco è condivisa dagli stessi politici siciliani che aderiscono a Forza Italia. Inoltre, sta prendendo quota una trattativa tra Bossi e Berlusconi per un accordo elettorale tra i cui obiettivi c’è il federalismo. Un parlamentare della Lega nord, questore del Senato, scende al sud e conferma che il nuovo movimento politico, il cui nome sarà Forza Italia, sposa la tesi federalista. Per la mafia significa non abbandonare il progetto separatista da realizzarsi in tempi lunghi, pur risolvendo nell’immediato le questioni più importanti: i pentiti, il 41bis e il reato di associazione mafiosa.
Per raccontare questa alleanza tra Cosa nostra e Silvio Berlusconi, lo scrittore può servirsi di una dichiarazione di Tullio Cannella e ambientare una scena a Palermo, durante l’ultimo comizio del Cavaliere alla Fiera del Mediterraneo... (leggi tutto qui)

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Polemos
L'uomo massa e suo fratello, al voto di Giovanna Cracco
I dati della ricerca Ials-Sials in Italia incrociati con l’ultimo rapporto Censis su Comunicazione e media evidenziano un popolo-bue-tele-comandato incapace di leggere, informarsi e di costruire nessi logici tra due fatti

La politica italiana del XXI secolo ha sempre in bocca la parola ‘popolo’. Da una parte Berlusconi dichiara un giorno sì e l’altro pure di essere stato eletto dalla maggioranza degli italiani – evitando in tal modo di dimettersi e venire processato. Dall’altra il Pd, che in assenza di un programma politico di opposizione, per mostrarsi vicino alla sua gente – e, quindi, veramente democratico – indossa la veste moderna delle primarie. Ma mentre quest’ultimo meccanismo ha ancora bisogno di aggiustamenti per diventare pienamente la farsa che dovrebbe essere – come dimostrano la cecità politica e i giochi interni di potere che hanno portato la sorpresa della schiacciante vittoria di Vendola nelle primarie pugliesi – l’appello al popolo quotidianamente lanciato dal Pdl è un ingranaggio mirabilmente oliato e funzionante; al punto che se qualcuno richiama l’attenzione sul conflitto di interessi, sulla deriva autoritaria di una maggioranza che sempre più esautora il Parlamento dalla funzione legislativa, sui problemi giudiziari del presidente del Consiglio, si sente ribadire il concetto senza possibilità di appello: gli italiani lo hanno comunque votato. Che cosa significa? Che sono tutti scemi?
In effetti è vero: gli italiani lo votano. Non la totalità del ‘popolo’ che evoca l’enfatica dichiarazione, tantomeno la sua maggioranza assoluta, ma poco importa dal momento che i meccanismi di una legge elettorale lo rendono legittimamente capo del Governo.
Centrali diventano dunque due altre questioni: attraverso quali informazioni il cittadino decide a chi dare il proprio voto e, data l’informazione, quale sia la sua capacità di comprenderla e di sviluppare un’opinione propria. Partiamo da quest’ultima, con i dati della ricerca Ials-Sials lanciata dall'Ocse e a cui l'Italia ha aderito... (leggi tutto qui)

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Strategia della tensione, una tecnica di governo per i momenti di crisi di Fabio Damen
La crisi economica dietro le ragioni della Strategia della tensione, che potrebbe quindi tornare d'attualità seppur con modalità differenti

La ‘strategia della tensione’ parte nel 1969 con la strage di piazza Fontana a Milano per proseguire con una serie impressionante di episodi e si conclude con la strage di Bologna dell’agosto 1980 e la ‘strage di Natale’ del 1984 (Rapido 904).
Alla base di questa strategia ci sono stati i servizi segreti – il Sid fino al 1977 e il Sismi e Sisde dopo la riforma – le forze politiche di governo, la P2 e alti ufficiali dell’esercito, mentre la manovalanza, quella che operativamente ha messo in atto tutte le stragi, è stata ‘assunta’ tra i militanti fascisti di Ordine nero e Ordine nuovo.
Lo scopo era quello di creare le condizioni psicologiche e politiche perché fosse giustificabile una politica repressiva – all’epoca qualcuno ventilò la possibilità di emettere leggi eccezionali – e, in via subordinata, di fare quadrato attorno alle istituzioni democratiche che sembravano essere messe in discussione da quei terribili avvenimenti.
In realtà la vera emergenza era rappresentata dalla crisi economica che, a partire dalla fine degli anni Sessanta/inizio anni Settanta, iniziava a manifestarsi con pesanti ripercussioni sul mondo del lavoro... (leggi tutto qui)

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Gioco, lavoro e sport di Felice Accame
Tre categorie e alcune condizioni della loro servitù ideologica

Erano appena ricominciate le Olimpiadi che, a Stoccolma, nel 1912, già si organizzava una sorta di concorso di ‘arte delle Olimpiadi’ e che, alla commissione esaminatrice, perveniva un testo del genere: “O Sport, diletto degli dei, essenza di vita, messaggero radioso di età perdute, di quelle età in cui sorrideva… O Sport, tu sei la bellezza! Tu generi l’armonia, tu ritmi i movimenti, tu dai grazia alla forza… O Sport, tu sei l’audacia…” e via attribuendogli ‘onore’, ‘gioia’, ‘progresso’ nonché, ovviamente (figuriamoci, a Stoccolma), ‘pace’. Firmata da tali Georges Hohrod e Max Eschbach, l’ode, nonostante la rara bruttezza, venne premiata con la medaglia d’oro e già ciò dovrebbe giustificare alcune indagini in proposito. Sul piano strettamente letterario ci ha pensato Daniel Poyan a ricondurla alla versificazione di Paul Claudel, ma su altri piani c’è ancora molto da lavorare. Di sicuro si sa che i due nomi sono pseudonimo del barone Pierre De Coubertin (con il che saranno contenti quelli che cercano una ragione extraletteraria all’oro assegnato dalla giuria) e che il primo di essi era già stato da questi usato, nel 1902, in occasione della pubblicazione di un romanzo – Le roman d’un rallye – ma sulla loro origine, di solito, si tace.
Hohrod e Eschbach sono due toponimi alsaziani. Nella mappa, nella zona alta del Reno, trovo oggi ‘Hohrodberg’ e ‘Eschbach-au-val’, ma non va dimenticato che, dal 1871 al 1918, l’Alsazia è tedesca e che, negli anni Ottanta, cresce in Francia un forte movimento revanchista che chiede a gran voce il ritorno dell’Alsazia sotto il dominio francese. A Parigi e in altre città francesi, dunque, non sono rari i casi di circoli sportivi perlopiù rivolti all’atletismo che vengono battezzati ‘Alsace’ o con termini attinenti.
La scelta degli pseudonimi, da parte di De Coubertin, pertanto, non è tanto innocente come certa sua retorica invece pretenderebbe. Ai due nomi viene attribuita una funzione e questa, indiscutibilmente, ha una natura politica.
Nell’eventualità che qualcuno creda in un’età dell’oro sportivo, sarà bene, poi, precisare che senza neppure dover scavare fino a trovare la ritualità religiosa, la funzione politica emerge in tutta evidenza già nella storia greca...

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L'intervento
Così in bella vista da diventare invisibili di Dario Banfi
L'esclusione del lavoro professionale autonomo dalle politiche di welfare tra crisi e riforme mancate

Stiamo vivendo in Italia la crisi più profonda che il mercato del lavoro abbia maturato nell’ultimo dopoguerra. Nelle dieci fasi di recessione che dal 1948 al 2007 hanno investito l’economia occidentale, soltanto la più recente ha visto 24 mesi ininterrotti di riduzione dei posti di lavoro. E ancora non si vede un’inversione di rotta. Il livello dell’occupazione ha fatto un passo indietro di sei anni. Le richiese di sussidi e il ricorso alla cassa integrazione sono schizzati alle stelle, aumentando oltre il 500% anno su anno. Includendo chi è in cassa integrazione e potrebbe finire presto in mobilità, Cgil ha calcolato la disoccupazione reale in Italia intorno al 12%. Economisti, governo e parti sociali sono comunque concordi: il sistema di welfare tiene. Ma che cosa significa con precisione? Quali lavoratori vivono oggi una crisi ‘morbida’ e chi ha veramente subito la recessione? Le risorse pubbliche previste per fronteggiare la crisi occupazionale ammontano a 13 miliardi di euro in gran parte, però, in carico alle regioni che per fare cassa hanno stornato ampie quote di risorse destinate alla formazione e provenienti dal Fondo sociale europeo.
Sono somme ingenti, cifre monstre, amministrate nel delicato risiko della crisi direttamente da governo, amministrazioni locali e sindacati, attori che giocano così un ruolo di primo piano in una partita politica e d’immagine senza precedenti, che consente di salvare posti di lavoro, aziende e famiglie dalla bancarotta. Quale potere più grande è concesso oggi a chi interviene nelle politiche attive per il lavoro? E i beneficiari di questa pioggia di euro chi sono?...
(leggi tutto qui)

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L'inchiesta
L'appropriazione dei beni mafiosi di Giovanna Cracco
La nuova legge sulla vendita degli immobili confiscati alla mafia, che li sottrae al patrimonio pubblico sociale per trasformali in capitale privato, con priorità d'acquisto per le cooperative delle Forze Armate e della Polizia

Nel dicembre 2009, la legge finanziaria 2010 passa alle Camere con l’ennesimo voto di fiducia. Tra disposizioni di ogni tipo, diventa legge dello Stato anche il tanto discusso emendamento 2.3000 del senatore Maurizio Saia del Pdl, che prevede la vendita dei beni immobili confiscati alla mafia qualora entro novanta giorni dal provvedimento definitivo di confisca non siano stati destinati per finalità di pubblico interesse.
Contro il provvedimento si sono scagliate diverse associazioni civili antimafia, cercando inutilmente di bloccarlo: per l’impostazione stessa – fino a oggi gli immobili non potevano essere venduti ma restavano patrimonio dello Stato che li destinava, in senso prioritario, a comuni e associazioni per fini sociali – e per il timore che la mafia finisse per rientrarne in possesso tramite prestanome – data anche la concomitanza dell’emanazione dello scudo fiscale, in forma anonima e privo di ogni controllo antiriciclaggio (un timore sensato e legittimo, tuttavia i commi della legge nascondono anche altre insidie, come vedremo). Il governo l’ha varato definendolo ‘necessario’, a causa dell’enorme quantità di beni confiscati ancora in attesa di destinazione e lasciati ad ammuffire: se lo Stato non sa che farsene, se le lungaggini burocratiche ne impediscono la messa a frutto, tanto vale venderli e far cassa, data la crisi economica e le tasche pubbliche sempre vuote.
Il 4 febbraio 2010, con decreto legge n. 4, viene istituita l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, con sede a Reggio Calabria; una società di diritto pubblico, dotata di autonomia organizzativa e contabile e posta sotto la vigilanza del ministero dell’Interno. Si occuperà dell’amministrazione, della custodia e della destinazione dei beni mobili, immobili e aziendali sequestrati e confiscati e sostituirà in toto, una volta divenuta operativa entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto, l’attività del Commissario straordinario per la gestione e destinazione dei beni confiscati alla mafia.
La doppietta di provvedimenti voluta dal governo pone due inevitabili interrogativi: l’istituzione e l’attività del Commissario straordinario è stata un fallimento? E di conseguenza, la messa in vendita dei beni immobili è l’unica alternativa possibile per valorizzarli?...
(leggi tutto qui)

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Verità al tempo della moviola
Alibi Norimberga (6ª parte) di Davide Pinardi
Gli Alleati avevano la legittimità politica per poter giudicare i crimini tedeschi? Anche loro si erano macchiati di reati contro l’umanità, la pace e di guerra...

Riprendiamo l’interrogativo della puntata precedente. La questione, in estrema sintesi, era la seguente: i membri della Corte di Norimberga avevano il diritto di ergersi a giudici in quel processo? Quei giudici godevano di una qualche forma di legittimità morale o etica per poter assurgere degnamente al ruolo tanto importante di rappresentanti della Giustizia? O invece l’unica ed esclusiva ragione della loro partecipazione a quel procedimento risiedeva nel fatto di essere esponenti delle potenze vincitrici i cui interessi politici, diplomatici e ideologici dovevano essere rigorosamente garantiti? Non stiamo parlando di costoro quali singoli individui, come competenti giuristi o come studiosi di diritto o come persone di alta cultura – anche se forse ci sarebbe qualcosa da obiettare anche su questo piano, come si è visto in precedenza – ma sul loro essere rappresentanti ufficiali di poteri statuali.
Questo problema non riguarda la fondatezza o la coerenza delle accuse a carico degli imputati, che è un’altra questione, ma esclusivamente la legittimità di chi venne chiamato (o, per dire più giustamente, con un gesto di imperio si auto-chiamò) a giudicare le colpe dei leader tedeschi. I ‘Quattro Grandi’ – Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia e Gran Bretagna – avevano insomma una qualche forma di superiorità morale, di eccellenza etica, di primato umanitario per potersi ergere a giudici della classe dirigente della Germania e delle sue infamie? O invece questa loro facoltà derivava banalmente, semplicemente, esclusivamente dal fatto di aver vinto la guerra con la forza militare e dal voler costruire, su questa vittoria, una giurisprudenza mondiale a loro favorevole?
Esaminiamo alcuni dei comportamenti di questi Stati. Indaghiamo sulle ombre della loro storia. E usiamo lo stesso metro utilizzato a Norimberga: la responsabilità penale è individuale ma se si è membri di organizzazioni criminali (quali quelle dello Stato nazista) la responsabilità diventa collettiva e dunque si può essere puniti anche se non si sono personalmente commessi crimini...

...

Tony si perdona di Davide Pinardi
Le dichiarazioni di Tony Blair davanti alla Commissione d'inchiesta sulla guerra in Iraq

Cercando di apparire spigliato, il 29 gennaio scorso Tony spiega alla commissione d’inchiesta sulla guerra in Iraq riunita al Queen Elizabeth Centre, di non essere pentito: “Sono cosciente della responsabilità storica, ma non provo alcun rimorso”. Perché dovrebbe? In base alle informazioni di cui ero in possesso, afferma, ho agito correttamente...

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A proposito di...
Tra la poesia e la storia di Felice Bonalumi
La poesia di Giovanni Raboni, Mario Luzi e Alda Merini tra storia, politica e ‘mondo morale’

Jorge Luis Borges in uno scritto giovanile dal titolo Ultraismo (ora in Il prisma e lo specchio. Testi ritrovati 1919-1929, Adelphi) afferma perentoriamente: “Trasportare il linguaggio quotidiano nella letteratura è un errore. Si sa che nella conversazione imbastiamo in qualche maniera i vocaboli tra loro e che distribuiamo le cifre verbali con generosa imprecisione”. L’assunzione delle parole del grande argentino come apertura di queste righe vuole avere valore polemico, nel senso che credo sia proprio la prosaicità del verso poetico il deficit della poesia italiana del secondo Novecento.
Le condizioni del ‘mercato della poesia’ in Italia sono tali che nessuno può anche lontanamente avere un quadro esauriente della produzione attuale. In mancanza di recensioni e di visibilità, la poesia occupa una nicchia di mercato soprattutto perché è pubblicata da piccoli e piccolissimi editori, i cui libri sono di difficile (quando non impossibile) reperimento. Le stesse biblioteche ne sono spesso sprovviste.
Dunque, quanto segue non vuole essere una summa della poesia italiana del secondo Novecento, un excursus e/o una catalogazione di poeti aut similia. All’opposto si limita a focalizzare l’attenzione su tre autori che, per motivi diversissimi, sono conosciuti anche da un pubblico ben più vasto dei lettori di poesia: tre autori famosi, insomma, e tutti e tre recentemente scomparsi. Si tratta di Giovanni Raboni (morto nel 2004), Mario Luzi (2005) e Alda Merini (2009)...

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Sotto i ri(f)lettori
Comunque, all'inizio erano tutti contenti di Sabrina Campolongo
(recensione di Sozaboy, Ken Saro-Wiwa)

Sozaboy. A novel in rotten English: questo è il titolo scelto da Ken Saro-Wiwa per il suo romanzo, questo il titolo con cui è uscito in lingua originale nel 1985. Originale in doppia accezione, perché è davvero una lingua primigenia, quel ‘rotten English’ forgiato dall’autore, come egli stesso spiega nell’introduzione, amalgamando pidgin (pessimo inglese usato originariamente per le transazioni commerciali tra cinesi ed europei) nigeriano, inglese sgrammaticato e buon inglese. Nella versione italiana, comparsa vent’anni dopo, il sottotitolo è stato omesso, ed è rimasto solo Sozaboy. Il che potrebbe anche avere un senso, dato che il riferimento alla lingua originale è, per forza di cose, inapplicabile alla traduzione. Per analoghi motivi si potrebbe anche pensare che non vi sia ragione di riflettere su quel ‘rotten English’ che Meme, protagonista di questo romanzo di formazione, utilizza per raccontarci le sue avventure.
Eppure, allo stesso tempo non si può sorvolare sulla questione, dal momento che l’autore l’ha considerata così fondamentale da farle spazio già nel titolo, da sentire la necessità di un’introduzione che la spiegasse, che mettesse in primo piano quella che è stata la ricerca di una lingua che potesse dare voce a quel segmento socio-culturale della società nigeriana: un problema molto più etico che estetico, come lo fu la ‘questione della lingua’ per Gadda e Pasolini... (leggi tutto qui)

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Le insolite note - critica musicale
Maria Pia De Vito & Songs From The Underground: Mind the gap di Augusto Q. Bruni

Se ci sono degli scrittori a cui mi piacerebbe assomigliare? Come no? Bene: (dopo attento rimuginare) vorrei essere un condensato tra Gadda, Borges, Manganelli e Beniamino Placido. Non sto a spiegarvi in dettaglio il perché e il percome, ma sappiate che c’è una cosa in cui (ancora) non riesco e che loro invece sapevano fare meravigliosamente: interrogarsi in modo straordinario su fatti e fatterelli della vita così come su destini cosmici prendendo assolutamente tutto sul serio e assolutamente tutto nel suo contrario. A mo’ di tentativo potrei partire da una storiella di (fine) umorismo bolognese: da quelle parti, come appresi, l’umorismo spesso eccelle nella medietas, nella virtù cioè di mettersi nel mezzo ed eliminare gli estremi – dopo averli accettati – solo per il fatto che se ne fa malamente uso, meno spesso per semplice cattivo gusto (di una donna bruttissima si dice per esempio: va bene essere brutta, ma lei lì se ne approfitta).
La storiella in questione racconta dunque di un uomo divenuto prematuramente vedovo causa un colpo al cuore patito da sua moglie... (leggi tutto qui)

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Vocabolario storico
Riforme condivise di Nicola Loda
Il bipolarismo politico che ha permesso a un presidente-corruttore di conservare le sue concessioni televisive e di impossessarsi dei bulbi oculari degli italiani

Il tema delle ‘riforme’, ancor meglio se costituzionali, occupa un posto di rilievo nel dibattito politico italiano ormai da una quindicina d’anni. Dai giorni del grande spavento causato dall’inchiesta Mani Pulite, allorquando la classe dirigente si è accorta del pericolo rappresentato da una magistratura lasciata troppo libera di agire. Nasce quindi negli anni Novanta la fame di riforme costituzionali, viste ormai come una necessità da tutto l’arco parlamentare.
Ora: in una società complessa fondata sul consenso elettorale, la condizione ottimale necessaria alla stesura delle riforme è la complicità del più ampio schieramento delle forze politiche. Per raggiungerla occorre che i partiti – che sulla carta rappresentano parti sociali contrapposte – riescano a fare ingoiare al proprio elettorato un patto che, di fatto, non farebbe che negare la funzione stessa della tanto decantata democrazia parlamentare: l’antagonismo storico, cioè, di governo e opposizione.
Per aggirare l’ostacolo, i leader dei partiti giocano una carta vincente che non delude mai: il richiamo ai grandi valori condivisi...

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