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anno IV, numero
16
febbraio - marzo 2010
Edizioni
paginauno
formato: 21 x 30 - pagg.
64
prezzo: cartaceo 8,00 euro - PDF 4,00 euro
ISSN: 1971343600016
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l'editoriale e il sommario
Incipit di alcuni
articoli contenuti nel numero
Restituzione Prospettica
Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta
(parte 1/5)di Walter G. Pozzi
Il federalismo, un'idea nata dall'incontro d'interessi tra mafia,
massoneria coperta, industria e politica, in concomitanza con le stragi
del ’92 e ’93
I primi anni Novanta sono stati un bell’intrigo.
Tra il 1992 e il 1993, la politica italiana ha rischiato di crollare,
e ci si è dovuta mettere di buzzo buono per riuscire a rimescolare
le carte e porre in atto in un brevissimo lasso di tempo, un corazzato
processo di restaurazione. È occorsa tutta l’esperienza
acquisita in centoquarant’anni di trasformismo, unitamene alla
grande maestria nell’intrallazzo, appresa e perfezionata durante
la guerra fredda, per riuscire a orchestrare una soluzione politico-economica
con cui cambiare tutto pur mantenendo inalterate le vecchie e collaudate
dinamiche di potere. Questo, con il supporto di qualche bomba e un discreto
numero di morti, come tradizione vuole.
Nasce in quei giorni la seconda Repubblica. E nasce in contemporanea
con l’apertura dell’inchiesta Mani Pulite e alle deflagrazioni
in Sicilia e in continente.
Solo oggi, a distanza di diciassette anni quei fatti cominciano a divenire
più chiari, grazie alla piega che stanno prendendo le inchieste
di quattro procure italiane (Firenze, Caltanissetta, Palermo e Milano).
Un raggio di sole che permette un’interpretazione più attendibile,
benché più tragica, di quegli anni, nel momento in cui
si prova a collegare le attuali politiche di governo con le logiche
che stavano alla base della strategia mafiosa. Finalmente è possibile
affermare, senza essere tacciati di dietrologia, che la mafia (intesa
come l’alleanza tra Cosa nostra, ‘ndrangheta e Camorra)
e altri poteri occulti – garantiti da uomini appartenenti allo
Stato – sono i veri ‘padri costituenti’ di questo
nuovo corso storico.
Massimo Ciancimino (figlio di Don Vito, ex sindaco di Palermo) e Gaspare
Spatuzza hanno cominciato a parlare di due trattative dalle quali è
scaturito quel processo di autoriformismo (il sistema di governo che
finge di cambiare tutto per mantenere in sella le medesime logiche,
rinnovate, di potere) i cui effetti solamente oggi possono essere compresi...
(leggi
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Polemos
Sistema Italia: grande capitale e mafia
di Giovanna Cracco
Dentro lo scudo fiscale e la vendita all'asta dei beni confiscati
alla mafia: in tempi di crisi, la politica sceglie di rinforzare gli
interessi sommersi e criminali dell’economia italiana
Tempi di crisi. La recessione pone a ogni Stato non
pochi problemi di sostegno e rilancio dell’economia nazionale,
e sono proprio le scelte in ambito economico a svelare: da che parte
sta la classe dirigente politica nell’inconciliabile conflitto
tra capitale e lavoro, la sua idea di società futura, la sua
capacità di analizzare la struttura economica della nazione che
governa.
Lo scorso novembre, durante la discussione in Senato sulla legge finanziaria,
la maggioranza di centrodestra approva l’emendamento 2.3000 proposto
da Maurizio Saia del Pdl, che prevede la vendita tramite asta dei beni
immobili confiscati alla mafia qualora entro centottanta giorni dalla
confisca non vengano destinati a un uso pubblico e sociale. A dicembre
il governo pone l’ennesima fiducia sul passaggio della legge finanziaria
alla Camera, e l’emendamento diviene operativo. L’approvazione
di una tale norma subito dopo l’emanazione dello scudo fiscale
non può che confermare la regola che due più due fa sempre
quattro. La magistrale doppietta svela infatti, contemporaneamente,
la vicinanza agli interessi mafiosi di Pdl e Lega nord e, per l’ennesima
volta, quali interessi rappresenti in Parlamento l’opposizione
del Pd, premurosamente assente dall’aula al momento del voto in
numero sufficiente a far passare lo scudo. In più, conferma che
la politica tutta, trasversalmente, apprezza molto il ‘sistema
Italia’ e non intende affatto modificarlo.
L’etica ufficiale vuole che la struttura economica del Belpaese
viaggi su due rette divergenti: l’economia criminale e l’economia
legale e sommersa. Le rette in realtà convergono.
La principale impresa è la mafia. Secondo il rapporto Eurispes
2009, le quattro organizzazioni
mafiose – Cosa nostra, ‘ndragheta, Camorra e Sacra corona
unita – hanno fatturato nel 2008
complessivamente 130 miliardi di euro, pari al 10,3% del pil nazionale
dello stesso anno. Per
rendersi conto di che cosa significhino numeri simili, occorre confrontarli
con la classifica stilata
dall’Ufficio studi di Mediobanca sulle principali società
italiane risultate dai bilanci 2008: sul
gradino più alto Eni, con un fatturato di 108 miliardi, che stacca
di gran lunga Enel, con 59,5
miliardi, che si contende di misura il secondo posto con Fiat, 59,3
miliardi... (leggi
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San Roberto dalla Campania di Davide
Pinardi
La costruzione mediatica del ‘personaggio eroe’ Roberto
Saviano
Lo sguardo è penetrante, l’espressione
sofferta. È chiaro, con la vita che fa, con quella scorta che
ha tolto ogni rifugio alla sua esistenza, che gli impedisce il nido
di una casa, il calore di una famiglia...
L’estetica fotografica con la quale viene ritratto è barocca
e sempre uguale: il volto ha tratti caravaggeschi ed è illuminato
da una luce che giunge da lontano, che sottolinea la barba lunga, soffertamente
impegnata, del nostro eroe e gli dà rilievo nel mezzo di un oceano
di ombre. Sì, lui è il Cavaliere della Bellezza –
illuminato da una Grazia superiore – che lotta contro il buio
del Male.
Il suo sito internet è ricco, ben curato, con versioni in tedesco,
francese, inglese e spagnolo. La sua agenzia editoriale è la
più alla moda del Paese. Ma tutto ciò è necessario:
Roberto Saviano – di lui stiamo parlando – non è
più un personaggio di cronaca locale ma un fenomeno globale,
un vero protagonista del nostro tempo, e rappresenta la storia edificante
ed esemplare di un giovanotto che, pur nato nell’infame, immonda,
zozza provincia campana, sa levarsi animato da una superiore caratura
etica, sa riscattarsi con le proprie forze dalle colpe della sua terra,
sa ergersi a coscienza etica del mondo...
Giovanni Di Lorenzo, il direttore del settimanale tedesco Die Zeit,
nella sua laudatio per il premio Fratelli Scholl – assegnato
nel 2007 ad Anna Politkovskaja, senza scorta e assassinata – sostiene
che “al momento non c’è nessuno in Italia con una
storia che mi commuova e mi indigni quanto quella di Roberto Saviano.
[…] Si ritrova, lui che ha ancora trent’anni, a portare
due fardelli, di quelli che uno solo basterebbe a schiacciare un uomo”.
Pur avendo nome e cognome italiano, il direttore conosce poco e soprattutto
male il nostro Paese. In poche ore trascorse non nei salotti ma per
le strade, il bravo giornalista potrebbe raccogliere mille e mille storie
italiane molto più commoventi e degne di indignazione. Storie
di persone con fardelli che schiaccerebbero non uno ma cento uomini...
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Saviano, un colpo di Stato, nel suo piccolo
di Marco Clementi
Le pericolose implicazioni politiche nascoste dietro l'appello contro
la legge sul processo breve
Roberto Saviano ha scritto lo scorso novembre una lettera
aperta a Berlusconi contro la legge per il processo breve e la Repubblica
online ha raccolto le firme in suo sostegno. Il documento non è
banale; ha aperto, infatti, una nuova pagina in questo martoriato Paese
perché riconosce implicitamente a Berlusconi la qualifica di
primus super pares (per dirla come i sostenitori del Lodo Alfano)
o di monarca, mentre Saviano si porrebbe come il suddito,
che lo prega di non esercitare il suo potere assoluto in tutta la sua
potenza. Saviano, e con lui la Repubblica, sconvolgono i ruoli…
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La sovversione del '77: l'Autonomia operaia di Paolo
Pozzi
Storia di un Movimento culturale e politico abbattuto dalla reazione
militare e giudiziaria dello Stato
Caduto nell’oblio per trent’anni, il cosiddetto
‘movimento del ’77’ è stato riportato alla
ribalta della discussione pubblica nel 2007; diversi libri ne hanno
scritto, cercando di analizzarlo e soprattutto di raccontarlo. Oggi
si può riflettere se sia stato avventurismo, se fosse giusto
o sbagliato, ma l’unica realtà è che c’è
stato, e che tantissimi ragazzi ne hanno fatto parte e non certo perché
erano dei folli o addirittura dei violenti o dei delinquenti. I numeri
sono importanti, soprattutto perché si è avuto, negli
anni successivi e ancora oggi, un rifiuto totale a riflettere. Si è
scatenato un processo di criminalizzazione per cui le ragioni, le situazioni,
la storia dell’Autonomia, sono state completamente rimosse: era
l’unico modo per non prendere atto che, nel bene o nel male, questo
movimento era esistito.
Innanzitutto non nasce isolato e dal nulla: prima c’era stato
non tanto il ’68, che aveva rappresentato soprattutto un movimento
di anti-autoritarismo studentesco, ma il ’69, cioè la grande
saldatura tra operai e studenti: la prima Lotta continua, il primo Potere
operaio, l’Assemblea di Torino. È il ’69 che crea
il momento di massima eversione sociale, proprio perché si uniscono
l’anti-autoritarismo studentesco, in lotta contro l’università
e l’insegnamento baronale, e la spinta di egualitarismo che nasce
nelle fabbriche. Alcuni sostengono che, in realtà, l’Autonomia
operaia finisce lì, e che il movimento successivo è solo
la deriva di questa componente; che in qualche modo il movimento è
già perdente agli inizi degli anni Settanta, e lo è perché
non riesce a imporsi, perché i sindacati lo convogliano in un
tentativo riformista e il Pci verso un potere inteso come potere parlamentare.
Nel ’75 nasce l’idea del compromesso storico e il ’76
è l’anno in cui il Partito comunista italiano ottiene il
suo massimo consenso elettorale, raggiungendo quasi la Dc; Berlinguer
decide di dare un segno al Paese e tiene il cosiddetto discorso ‘del
rigore morale e delle festività soppresse’; una presa di
posizione, un cambio di linea, a cui l’Autonomia si oppone.
La prima imputazione del processo 7 aprile definiva il movimento come
AUTONOMIA OPERAIA ORGANIZZATA, scritto tutto con lettere maiuscole:
una pura invenzione dei giudici, processuale, a fini repressivi... (leggi
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L'inchiesta
Farmaci, business e lo strano caso dell'Aulin
di Giovanna Baer
Il 'sistema farmaco', dalla ricerca ai brevetti, dai farmaci generici
al criterio di fissazione dei prezzi, dal mercato delle pandemie alle
industrie farmaceutiche: truffe, lauti profitti e corruzione
I fatti
Torino, 24 maggio 2008. I pm Raffaele Guariniello, Sara Panelli e Gianfranco
Colace emettono otto ordini di custodia cautelare per corruzione e disastro
colposo causato dalla commercializzazione di medicinali non perfetti.
Tra le figure il cui operato è al vaglio dei magistrati spicca
il nome di Nello Martini, direttore generale dell’Aifa (Agenzia
italiana per il farmaco). I prodotti incriminati sono una trentina:
si tratta di antibiotici, psicofarmaci, diuretici, antipertensivi, antinfiammatori
e antiasmatici a base di principi attivi non più protetti da
brevetto (i cosiddetti farmaci generici) che sono risultati poco efficaci
rispetto ai prodotti originali e in qualche caso addirittura inutili
o nocivi. L’inchiesta è iniziata nel 2006 dopo la scoperta
della falsità di uno studio di bioequivalenza su tre generici
(terafluss, prostatil e terazosina) per cui finirono sotto accusa Mario
Eandi, a tutt’oggi direttore della cattedra di Farmacologia dell’università
di Torino (troppo preziose le sue competenze per rinunciarvi); Carlo
Della Pepa, ricercatore e sindaco della città di Ivrea (per uno
strano caso, lavora anche lui alla cattedra di Farmacologia dell’università
di Torino); e Giuseppe Irianni, committente dello studio per conto delle
società farmaceutiche (Epifarma, Ipso Pharma e IG Farmaceutici).
Dalle indagini su quello che sembrava un circoscritto caso di malcostume
sono venute alla luce numerose vicende di corruzione: i tecnici dell’Aifa,
foraggiati dai lobbisti delle industrie farmaceutiche, non solo erano
disposti a chiudere un occhio sulla reale efficacia dei prodotti che
autorizzavano, ma addirittura a lasciare sul mercato medicinali la cui
tossicità è stata più volte dimostrata. Il ministero
della Salute, interpellato, getta subito acqua sul fuoco: il sottosegretario
Ferruccio Fazio fa sapere in una nota che “fino a oggi e allo
stato delle informazioni ricevute dalla procura di Torino il ministero
non ha riscontrato pericoli per la salute dei cittadini”, ma la
Federconsumatori fa sapere che è pronta a costituirsi parte civile
e chiede, senza risultato, che siano resi noti i nomi dei farmaci...
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L'intervento
Fumetto e musica. Tracce sonore e prospettive
musicali di Andrea Garbuglia
È possibile un’interrelazione tra fumetto e musica?
Una riflessione sul dialogo tra le arti
Il binomio ‘musica e fumetti’ sembra avere
uno statuto particolare: da una parte allude a due delle forme di comunicazione
più frequentate dagli adolescenti, dall’altra combina due
categorie di testi che, almeno apparentemente, hanno poco a che fare
l’una con l’altra. La ragione di quest’apparente incompatibilità
risiede essenzialmente nella loro diversa natura: in un caso (quello
della musica) abbiamo una forma di comunicazione essenzialmente dinamica,
legata al tempo e all’ascolto; nell’altro (quello dei fumetti)
abbiamo dei testi statici che sono pensati per una lettura silenziosa.
Le difficoltà di questo connubio possono essere facilmente viste
in Super-Gulp! – i fumetti in TV, una trasmissione televisiva,
di Guido De Maria e Giancarlo Governi, che andò in onda intorno
alla metà degli anni Settanta. Il tentativo di adattare i fumetti
al mezzo televisivo mette in evidenza, infatti, tutte le difficoltà
che si incontrano nel rendere dinamico qualcosa che è, e che
rimane, sostanzialmente statico. Le letture dei testi verbali, l’introduzione
delle musiche e dei rumori, si combinano allora con i movimenti di camera,
le zumate, la comparsa e scomparsa dei suoni onomatopeici e dei balloons,
tutti espedienti questi che hanno come unico scopo quello di conferire
dinamicità alle tavole disegnate, senza però modificarne
la natura; senza cioè farle diventare un film di animazione...
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Dire e condire
Croccante per arpa di Felice Accame
La 'gimblette', tra negoziato storico e metafora, ovvero: come l’arte
si piega al pensiero dominante
I casi cruciali documentati e analizzati da Andrea
Garbuglia – Stripsody in primis – rivelano consapevoli
processi di contaminazione. Anche la musica colta – magari quella
sorta nel clima delle neo-avanguardie dei primi anni Sessanta del Novecento
– fra i tanti linguaggi di cui si alimenta, non rinuncia a quello
del fumetto. Ciò che nel futurismo era fonema allo stato brado,
qui diventa citazione. Che anche il fumetto, nella sua evoluzione, giunga
ad alimentarsi di segni che designino sonorità o, addirittura
– con un senso specifico per chi sa leggerla e con un senso più
generico per chi non sa leggerla – di spartiti musicali, va da
sé: i mondi con i quali abbiamo narrativamente a che fare, di
solito, non ce li rappresentiamo ovattati.
In entrambi i casi, comunque, ci si invita a un atto di umiltà
antropologica. La multimedialità non è l’invenzione
di uno o più genii tecnologici, ma, più banalmente, un
elaborato di madre natura. Nonostante tutta la prosopopea di chi crede
di affidarsi alla sola ‘parola’, la comunicazione animale
– sto dicendo la nostra si avvale di numerosi linguaggi interagenti
–la parola è anche sonorità, tono, ritmo; è
anticipata o correlata all’espressività di un volto, di
un corpo e di un gesto; è contestuale a rumori di fondo, odori,
sapori, codici culturali più e meno esplicitati, ingerenze varie.
Difficile o, meglio, impossibile – checché ne dicano i
fautori del mito della razionalità – tenere tutto sotto
controllo, padroneggiare il bailamme e giurare sui propri risultati
– sia su quelli nella cosiddetta uscita che su quelli nella cosiddetta
entrata...
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Verità al tempo della
moviola
Alibi Norimberga (5ª
parte) di Davide Pinardi
La legittimazione di un nuovo ordine mondiale nel paradigma creato
dal processo: gli Alleati 'cavalieri antinazisti senza macchia e senza
paura'
Chi giudica i giudici?
Come abbiamo cercato di dimostrare negli articoli precedenti, il processo
di Norimberga ha un valore molto scarso sia da un punto di vista normativo,
sia in un’ottica giuridica. Nessuno, ragionevolmente, dovrebbe
ispirarsi ai ‘principi di Norimberga’ per istituire ed esercitare
un legittimo diritto internazionale. Eppure molti li considerano fari
luminosi verso i quali tendere, e rimpiangono spesso che all’epoca
non siano state istituite varie e differenti ‘Norimberga nazionali’.
Probabilmente costoro non sanno di che cosa parlano, o si fermano all’apparenza,
al pretesto di quel processo: punire i potenti ai vertici di grandi
Stati, anche quei leader rimasti impuniti in situazioni precedenti,
in nome di comportamenti criminali a loro ascrivibili. Motivazione sacrosanta
ma, nella realtà dei fatti del 1945, pura vernice di copertura
di esigenze politiche, mediatiche, diplomatiche e ideologiche, spesso
molto meschine. Le violazioni dei diritti della difesa, infatti, lo
squilibrio di forze con l’accusa, la confusione dei ruoli istituzionali
tra accusatori e giudicanti, la vaghezza e la strumentalità delle
norme in base alle quali giudicare, i continui condizionamenti politici
subìti, la creazione di fattispecie criminali dopo e non prima
dei comportamenti incriminati, tutto ciò può far concludere,
con una sintetica espressione un po’ tranchant, che da
un punto di vista giuridico quel processo fu un vero disastro (ovviamente
a prescindere dalla colpevolezza degli imputati o di una parte di essi).
Se si voleva fare un atto di giustizia e condannare dei colpevoli, non
si doveva assolutamente farlo in quel modo...
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A proposito di...
Lo scandalo più grande è la felicità
di Laura Defendi
Alda Merini, una poetessa nascosta dietro la propria leggenda; un
funerale accompagnato da tristezza e molta ipocrisia
È di nuovo tornato il silenzio come avevo immaginato
e temuto. Hanno detto di lei in qualche telegiornale, subito dopo il
servizio dedicato al Grande fratello. È morta così la
Signora del Naviglio, per molti ‘la pazza della porta accanto’.
Ricordo il giorno che le ho regalato dei fiori. Erano i primi di gennaio
e mi pareva che l’anno non potesse cominciare senza portare un
saluto a quelle parole che mi avevano confortato tante volte, a quella
donna che aveva capito la follia della normalità, la pazzia di
chi si crede salvo. Quella donna che ha scavalcato i muri del dolore,
atterrando sulla poesia.
Mi sono fermata al negozio di fiori che sta a pochi metri da casa sua.
Ho chiesto delle rose, le sue preferite o almeno così credevo.
Più volte le citava nelle poesie e mi piaceva pensare che fossero
le stesse rose di Campana, In un momento; ho scoperto solo al funerale
che non erano i suoi fiori preferiti, lo diceva un biglietto appoggiato
sulla bara. La fiorista mi ha chiesto se erano per un uomo o per una
donna. Ho risposto con un sorriso imbarazzato: per la signora Merini.
Convinta di essere l’ennesima persona a comprare fiori per lei
in quel negozio...
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Pagine invisibili
Rosso dentro. Un ricordo di Giulio Salierno
di Giuseppe Ciarallo
Da 'Autobiografia di un picchiatore fascista' a 'Fuori margine':
percorso intellettuale di un uomo che attraverso l’esperienza
del carcere abbandona l’ideologia fascista per approdare al marxismo
Quando agli inizi del 1976 uscì nelle librerie
Autobiografia di un picchiatore fascista di Giulio Salierno
il clima che si respirava in ogni piccolo e grande centro del nostro
Paese era di scontro sociale furioso. Uno Stato democratico a parole
ma repressivo e reazionario nei fatti, sfruttava a proprio vantaggio
una situazione esplosiva creata ad arte e presentata al cittadino medio
con il nome esplicito di ‘teoria degli opposti estremismi’,
come a dire, confluite verso il centro e sostenetelo fortemente perché
sia dall’estrema sinistra che dall’estrema destra non possono
venire che violenza e destabilizzazione.
In verità, in quegli anni di violenza ne arrivava da tutte le
parti, e la peggiore era proprio quella attuata dallo Stato attraverso
la repressione delle forze dell’ordine e, peggio, con gli attentati
e le stragi provocate da organi dei servizi segreti, sempre in combutta
con elementi dell’eversione nera, come è stato dimostrato
dalle indagini e dai processi degli anni successivi. Senza voler tenere
una macabra contabilità dei morti, che indubbiamente ci furono
da una parte e dall’altra, è indiscutibile che fu la sinistra
a pagare col maggior numero di vittime il clima arroventato di quegli
anni. Per cui, quando un mio compagno di classe mi suggerì il
libro di Salierno, gli risposi – le parole esatte non le ricordo,
ma più o meno il senso doveva essere questo – che a un
picchiatore fascista non si doveva permettere di scrivere un’autobiografia,
lo si doveva solo appendere per i piedi in piazzale Loreto. Questo per
capire il livello di coinvolgimento emotivo e l’aria pesante che
si respirava.
Poi in un modo o nell’altro quel libro mi capitò tra le
mani e io, spinto dalla curiosità che qualsiasi oggetto fatto
di carta stampata suscita da sempre in me, lo lessi. E lo lessi tutto
d’un fiato, dalla prima all’ultima pagina, e durante la
lettura riuscii persino a mettere in stand-by l’odio
che provavo per quelli che sentivo essere miei acerrimi nemici. Potenza
della letteratura.
In quelle righe, che raccontano di una vita ambientata nella Roma dell’immediato
dopoguerra – ma che per tanti versi ricordava il frenetico periodo
che stavamo attraversando – vi si potevano leggere l’insofferenza
verso l’attendismo dei partiti madre (Msi per loro, Pci per noi),
la voglia di fare qualcosa in prima persona, il bisogno di spaccare
tutto per poi poter ricostruire un mondo diverso (ognuno secondo la
propria, opposta, ottica), l’analisi sull’uso della violenza,
della reazione alla violenza, sull’uso delle armi... (leggi
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Sotto i ri(f)lettori
Il corpo sottratto di Sabrina Campolongo
(recensione de Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides)
Da mesi, ormai, dalle pagine di ogni testata giornalistica
o dalle poltrone di ogni talk show che si rispetti (ma anche in quelli
poco rispettabili) ‘esperti’ di ogni tipo, opinionisti,
artisti e intellettuali discettano del ‘corpo delle donne’.
Corpo, poi, al singolare; piace così, come se tutte
le donne condividessero la stessa struttura in comodato d’uso.
Il dibattito sul sopraccitato ‘corpo delle donne’ che ha,
come al solito, giovato soprattutto alla popolarità di uomini,
da Gad Lerner, a Vespa, a Ferrara, allo stesso premier, probabilmente,
a Santoro – che non disdegna di addobbare lo studio di Annozero
con signorine perfettamente intercambiabili e altrettanto inutili, belle
sebbene non discinte (in qualcosa bisognerà pur distinguersi)
– è senza dubbio partito dal dramma del corpo morto di
Eluana Englaro, per spostarsi poi, con grande spargimento di flash e
linguaggi pirotecnici, sui corpi tonici, mostrati da ogni angolazione,
di aspiranti veline/eurodeputate (a scelta, i casting pare siano unificati)
e su quelli di escort da mille euro a notte, per riprendere vigore a
partire dall’offesa al corpo maturo e non certo televisivo di
Rosy Bindi, e qui mi fermo.
Scorrendo i fiumi di inchiostro e di pixel di questi mesi, tra finti
scandalizzati, finti preoccupati, veri puritani, genericamente disgustati,
e poche e marginali voci di autentica ribellione, mi è tornato
alla mente il romanzo Le vergini suicide, opera prima, pubblicata
nel 1993, del premio Pulitzer 2003 Jeffrey Eugenides... (leggi
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...
Le insolite note - critica
musicale
Boris Kovac & Ladaaba Orchest
di Augusto Q. Bruni
Il film 2012, una profezia Maya che non esiste e la musica apocalittica
di Boris Kovac
Comincio a pensare di stare invecchiando. Mai al cinema
di sabato: per l’ovvia considerazione che il rumore dei sacchetti
delle patatine fritte, le suonerie dei messaggi dei cellulari e soprattutto
l’incontenibile logorrea dei vicini (adolescenti e non) impediscono
una visione serena. Ho chiuso rapidamente il solito incidente diplomatico
con lo spettatore dietro di me – che stava spendendo cinque minuti
buoni a commentare la lunghezza del film a inizio pellicola –
ringhiando secco che non avevo pagato per ascoltare lui tutta la durata
della pellicola stessa. La proiezione è filata liscia sino alla
fine. In 2012 ci sono almeno tre vicende, esattamente come in The day
after tomorrow e nell’ultima versione de La guerra dei mondi:
a) il protagonista riguadagna la fiducia e l’amore della sua famiglia,
entrambi perduti in passato, con un gesto eroico e si riunisce a loro;
b) la vicenda è speculare a quella di tutti gli imbarcati sulla
novella Arca di Noè, salvati dal protagonista, i quali nel corso
del possibile disastro trovano di nuovo la forza di sentirsi uniti;
il fattore agglutinante è un giovane scienziato di colore politically
correct che per premio si cucca la figlia del Presidente degli Usa;
c) il giovane scienziato di cui sopra capisce insieme a un amico scienziato
indiano che il mondo sta per tracollare a causa di un bombardamento
eccezionale di neutrini, dovuto a una altrettanto eccezionale serie
di esplosioni solari; e dunque corsa contro il tempo per salvare il
salvabile... (leggi
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Vocabolario storico
Libertà, uguaglianza, fratellanza
di Nicola Loda
Tre princìpi di cui la Chiesa rivendica la paternità,
pur negandoli nella pratica del proprio potere
Passato alla storia come il motto della Francia rivoluzionaria,
‘libertà, uguaglianza, fratellanza’ è la sintesi
dei princìpi ‘inventati’ dal pensiero illuminista
ed enunciati nella carta dei diritti dell’uomo e del cittadino.
Un luogo comune molto diffuso e caro sia ai credenti che ai laici ritiene
che il cristianesimo abbia per primo affermato questi princìpi.
Secondo Pio XII, “i grandi princìpi di libertà,
di uguaglianza e di fraternità, cui si vogliono richiamare le
democrazie moderne [...], pena le peggiori contraffazioni, devono essere
intesi, è ovvio, come li intendono il diritto naturale, la legge
evangelica e la tradizione cristiana, che ne sono nello stesso tempo
– ed esse soltanto – gli ispiratori e gli interpreti autentici”.
Che il cristianesimo sia la religione dell’eguaglianza e della
fratellanza ci viene insegnato fin da bambini...
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