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Basil Lee
Il Bosco di Latte

 

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Un tenebroso affare
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Decennio rosso
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Sarajevo
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Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta

 

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Stato di fermo
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satira politica

 

Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa

 

 

 

 

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anno IV, numero 16
febbraio - marzo 2010

 

Edizioni paginauno
formato: 21 x 30 - pagg. 64
prezzo: cartaceo 8,00 euro - PDF 4,00 euro
ISSN: 1971343600016

 

 

Leggi QUI l'editoriale e il sommario

 

Incipit di alcuni articoli contenuti nel numero

Restituzione Prospettica
Il romanzo mai scritto sugli anni Novanta (parte 1/5)di Walter G. Pozzi
Il federalismo, un'idea nata dall'incontro d'interessi tra mafia, massoneria coperta, industria e politica, in concomitanza con le stragi del ’92 e ’93

I primi anni Novanta sono stati un bell’intrigo. Tra il 1992 e il 1993, la politica italiana ha rischiato di crollare, e ci si è dovuta mettere di buzzo buono per riuscire a rimescolare le carte e porre in atto in un brevissimo lasso di tempo, un corazzato processo di restaurazione. È occorsa tutta l’esperienza acquisita in centoquarant’anni di trasformismo, unitamene alla grande maestria nell’intrallazzo, appresa e perfezionata durante la guerra fredda, per riuscire a orchestrare una soluzione politico-economica con cui cambiare tutto pur mantenendo inalterate le vecchie e collaudate dinamiche di potere. Questo, con il supporto di qualche bomba e un discreto numero di morti, come tradizione vuole.
Nasce in quei giorni la seconda Repubblica. E nasce in contemporanea con l’apertura dell’inchiesta Mani Pulite e alle deflagrazioni in Sicilia e in continente.
Solo oggi, a distanza di diciassette anni quei fatti cominciano a divenire più chiari, grazie alla piega che stanno prendendo le inchieste di quattro procure italiane (Firenze, Caltanissetta, Palermo e Milano). Un raggio di sole che permette un’interpretazione più attendibile, benché più tragica, di quegli anni, nel momento in cui si prova a collegare le attuali politiche di governo con le logiche che stavano alla base della strategia mafiosa. Finalmente è possibile affermare, senza essere tacciati di dietrologia, che la mafia (intesa come l’alleanza tra Cosa nostra, ‘ndrangheta e Camorra) e altri poteri occulti – garantiti da uomini appartenenti allo Stato – sono i veri ‘padri costituenti’ di questo nuovo corso storico.
Massimo Ciancimino (figlio di Don Vito, ex sindaco di Palermo) e Gaspare Spatuzza hanno cominciato a parlare di due trattative dalle quali è scaturito quel processo di autoriformismo (il sistema di governo che finge di cambiare tutto per mantenere in sella le medesime logiche, rinnovate, di potere) i cui effetti solamente oggi possono essere compresi...
(leggi tutto qui)

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Polemos
Sistema Italia: grande capitale e mafia di Giovanna Cracco
Dentro lo scudo fiscale e la vendita all'asta dei beni confiscati alla mafia: in tempi di crisi, la politica sceglie di rinforzare gli interessi sommersi e criminali dell’economia italiana

Tempi di crisi. La recessione pone a ogni Stato non pochi problemi di sostegno e rilancio dell’economia nazionale, e sono proprio le scelte in ambito economico a svelare: da che parte sta la classe dirigente politica nell’inconciliabile conflitto tra capitale e lavoro, la sua idea di società futura, la sua capacità di analizzare la struttura economica della nazione che governa.
Lo scorso novembre, durante la discussione in Senato sulla legge finanziaria, la maggioranza di centrodestra approva l’emendamento 2.3000 proposto da Maurizio Saia del Pdl, che prevede la vendita tramite asta dei beni immobili confiscati alla mafia qualora entro centottanta giorni dalla confisca non vengano destinati a un uso pubblico e sociale. A dicembre il governo pone l’ennesima fiducia sul passaggio della legge finanziaria alla Camera, e l’emendamento diviene operativo. L’approvazione di una tale norma subito dopo l’emanazione dello scudo fiscale non può che confermare la regola che due più due fa sempre quattro. La magistrale doppietta svela infatti, contemporaneamente, la vicinanza agli interessi mafiosi di Pdl e Lega nord e, per l’ennesima volta, quali interessi rappresenti in Parlamento l’opposizione del Pd, premurosamente assente dall’aula al momento del voto in numero sufficiente a far passare lo scudo. In più, conferma che la politica tutta, trasversalmente, apprezza molto il ‘sistema Italia’ e non intende affatto modificarlo.
L’etica ufficiale vuole che la struttura economica del Belpaese viaggi su due rette divergenti: l’economia criminale e l’economia legale e sommersa. Le rette in realtà convergono.
La principale impresa è la mafia. Secondo il rapporto Eurispes 2009, le quattro organizzazioni
mafiose – Cosa nostra, ‘ndragheta, Camorra e Sacra corona unita – hanno fatturato nel 2008
complessivamente 130 miliardi di euro, pari al 10,3% del pil nazionale dello stesso anno. Per
rendersi conto di che cosa significhino numeri simili, occorre confrontarli con la classifica stilata
dall’Ufficio studi di Mediobanca sulle principali società italiane risultate dai bilanci 2008: sul
gradino più alto Eni, con un fatturato di 108 miliardi, che stacca di gran lunga Enel, con 59,5
miliardi, che si contende di misura il secondo posto con Fiat, 59,3 miliardi... (leggi tutto qui)

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San Roberto dalla Campania di Davide Pinardi
La costruzione mediatica del ‘personaggio eroe’ Roberto Saviano

Lo sguardo è penetrante, l’espressione sofferta. È chiaro, con la vita che fa, con quella scorta che ha tolto ogni rifugio alla sua esistenza, che gli impedisce il nido di una casa, il calore di una famiglia...
L’estetica fotografica con la quale viene ritratto è barocca e sempre uguale: il volto ha tratti caravaggeschi ed è illuminato da una luce che giunge da lontano, che sottolinea la barba lunga, soffertamente impegnata, del nostro eroe e gli dà rilievo nel mezzo di un oceano di ombre. Sì, lui è il Cavaliere della Bellezza – illuminato da una Grazia superiore – che lotta contro il buio del Male.
Il suo sito internet è ricco, ben curato, con versioni in tedesco, francese, inglese e spagnolo. La sua agenzia editoriale è la più alla moda del Paese. Ma tutto ciò è necessario: Roberto Saviano – di lui stiamo parlando – non è più un personaggio di cronaca locale ma un fenomeno globale, un vero protagonista del nostro tempo, e rappresenta la storia edificante ed esemplare di un giovanotto che, pur nato nell’infame, immonda, zozza provincia campana, sa levarsi animato da una superiore caratura etica, sa riscattarsi con le proprie forze dalle colpe della sua terra, sa ergersi a coscienza etica del mondo...
Giovanni Di Lorenzo, il direttore del settimanale tedesco Die Zeit, nella sua laudatio per il premio Fratelli Scholl – assegnato nel 2007 ad Anna Politkovskaja, senza scorta e assassinata – sostiene che “al momento non c’è nessuno in Italia con una storia che mi commuova e mi indigni quanto quella di Roberto Saviano. […] Si ritrova, lui che ha ancora trent’anni, a portare due fardelli, di quelli che uno solo basterebbe a schiacciare un uomo”.
Pur avendo nome e cognome italiano, il direttore conosce poco e soprattutto male il nostro Paese. In poche ore trascorse non nei salotti ma per le strade, il bravo giornalista potrebbe raccogliere mille e mille storie italiane molto più commoventi e degne di indignazione. Storie di persone con fardelli che schiaccerebbero non uno ma cento uomini... (leggi tutto qui)

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Saviano, un colpo di Stato, nel suo piccolo di Marco Clementi
Le pericolose implicazioni politiche nascoste dietro l'appello contro la legge sul processo breve

Roberto Saviano ha scritto lo scorso novembre una lettera aperta a Berlusconi contro la legge per il processo breve e la Repubblica online ha raccolto le firme in suo sostegno. Il documento non è banale; ha aperto, infatti, una nuova pagina in questo martoriato Paese perché riconosce implicitamente a Berlusconi la qualifica di primus super pares (per dirla come i sostenitori del Lodo Alfano) o di monarca, mentre Saviano si porrebbe come il suddito, che lo prega di non esercitare il suo potere assoluto in tutta la sua potenza. Saviano, e con lui la Repubblica, sconvolgono i ruoli… (leggi tutto qui)

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La sovversione del '77: l'Autonomia operaia di Paolo Pozzi
Storia di un Movimento culturale e politico abbattuto dalla reazione militare e giudiziaria dello Stato

Caduto nell’oblio per trent’anni, il cosiddetto ‘movimento del ’77’ è stato riportato alla ribalta della discussione pubblica nel 2007; diversi libri ne hanno scritto, cercando di analizzarlo e soprattutto di raccontarlo. Oggi si può riflettere se sia stato avventurismo, se fosse giusto o sbagliato, ma l’unica realtà è che c’è stato, e che tantissimi ragazzi ne hanno fatto parte e non certo perché erano dei folli o addirittura dei violenti o dei delinquenti. I numeri sono importanti, soprattutto perché si è avuto, negli anni successivi e ancora oggi, un rifiuto totale a riflettere. Si è scatenato un processo di criminalizzazione per cui le ragioni, le situazioni, la storia dell’Autonomia, sono state completamente rimosse: era l’unico modo per non prendere atto che, nel bene o nel male, questo movimento era esistito.
Innanzitutto non nasce isolato e dal nulla: prima c’era stato non tanto il ’68, che aveva rappresentato soprattutto un movimento di anti-autoritarismo studentesco, ma il ’69, cioè la grande saldatura tra operai e studenti: la prima Lotta continua, il primo Potere operaio, l’Assemblea di Torino. È il ’69 che crea il momento di massima eversione sociale, proprio perché si uniscono l’anti-autoritarismo studentesco, in lotta contro l’università e l’insegnamento baronale, e la spinta di egualitarismo che nasce nelle fabbriche. Alcuni sostengono che, in realtà, l’Autonomia operaia finisce lì, e che il movimento successivo è solo la deriva di questa componente; che in qualche modo il movimento è già perdente agli inizi degli anni Settanta, e lo è perché non riesce a imporsi, perché i sindacati lo convogliano in un tentativo riformista e il Pci verso un potere inteso come potere parlamentare. Nel ’75 nasce l’idea del compromesso storico e il ’76 è l’anno in cui il Partito comunista italiano ottiene il suo massimo consenso elettorale, raggiungendo quasi la Dc; Berlinguer decide di dare un segno al Paese e tiene il cosiddetto discorso ‘del rigore morale e delle festività soppresse’; una presa di posizione, un cambio di linea, a cui l’Autonomia si oppone.
La prima imputazione del processo 7 aprile definiva il movimento come AUTONOMIA OPERAIA ORGANIZZATA, scritto tutto con lettere maiuscole: una pura invenzione dei giudici, processuale, a fini repressivi... (leggi tutto qui)

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L'inchiesta
Farmaci, business e lo strano caso dell'Aulin di Giovanna Baer
Il 'sistema farmaco', dalla ricerca ai brevetti, dai farmaci generici al criterio di fissazione dei prezzi, dal mercato delle pandemie alle industrie farmaceutiche: truffe, lauti profitti e corruzione

I fatti
Torino, 24 maggio 2008. I pm Raffaele Guariniello, Sara Panelli e Gianfranco Colace emettono otto ordini di custodia cautelare per corruzione e disastro colposo causato dalla commercializzazione di medicinali non perfetti. Tra le figure il cui operato è al vaglio dei magistrati spicca il nome di Nello Martini, direttore generale dell’Aifa (Agenzia italiana per il farmaco). I prodotti incriminati sono una trentina: si tratta di antibiotici, psicofarmaci, diuretici, antipertensivi, antinfiammatori e antiasmatici a base di principi attivi non più protetti da brevetto (i cosiddetti farmaci generici) che sono risultati poco efficaci rispetto ai prodotti originali e in qualche caso addirittura inutili o nocivi. L’inchiesta è iniziata nel 2006 dopo la scoperta della falsità di uno studio di bioequivalenza su tre generici (terafluss, prostatil e terazosina) per cui finirono sotto accusa Mario Eandi, a tutt’oggi direttore della cattedra di Farmacologia dell’università di Torino (troppo preziose le sue competenze per rinunciarvi); Carlo Della Pepa, ricercatore e sindaco della città di Ivrea (per uno strano caso, lavora anche lui alla cattedra di Farmacologia dell’università di Torino); e Giuseppe Irianni, committente dello studio per conto delle società farmaceutiche (Epifarma, Ipso Pharma e IG Farmaceutici). Dalle indagini su quello che sembrava un circoscritto caso di malcostume sono venute alla luce numerose vicende di corruzione: i tecnici dell’Aifa, foraggiati dai lobbisti delle industrie farmaceutiche, non solo erano disposti a chiudere un occhio sulla reale efficacia dei prodotti che autorizzavano, ma addirittura a lasciare sul mercato medicinali la cui tossicità è stata più volte dimostrata. Il ministero della Salute, interpellato, getta subito acqua sul fuoco: il sottosegretario Ferruccio Fazio fa sapere in una nota che “fino a oggi e allo stato delle informazioni ricevute dalla procura di Torino il ministero non ha riscontrato pericoli per la salute dei cittadini”, ma la Federconsumatori fa sapere che è pronta a costituirsi parte civile e chiede, senza risultato, che siano resi noti i nomi dei farmaci... (leggi tutto qui)

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L'intervento
Fumetto e musica. Tracce sonore e prospettive musicali di Andrea Garbuglia
È possibile un’interrelazione tra fumetto e musica? Una riflessione sul dialogo tra le arti

Il binomio ‘musica e fumetti’ sembra avere uno statuto particolare: da una parte allude a due delle forme di comunicazione più frequentate dagli adolescenti, dall’altra combina due categorie di testi che, almeno apparentemente, hanno poco a che fare l’una con l’altra. La ragione di quest’apparente incompatibilità risiede essenzialmente nella loro diversa natura: in un caso (quello della musica) abbiamo una forma di comunicazione essenzialmente dinamica, legata al tempo e all’ascolto; nell’altro (quello dei fumetti) abbiamo dei testi statici che sono pensati per una lettura silenziosa. Le difficoltà di questo connubio possono essere facilmente viste in Super-Gulp! – i fumetti in TV, una trasmissione televisiva, di Guido De Maria e Giancarlo Governi, che andò in onda intorno alla metà degli anni Settanta. Il tentativo di adattare i fumetti al mezzo televisivo mette in evidenza, infatti, tutte le difficoltà che si incontrano nel rendere dinamico qualcosa che è, e che rimane, sostanzialmente statico. Le letture dei testi verbali, l’introduzione delle musiche e dei rumori, si combinano allora con i movimenti di camera, le zumate, la comparsa e scomparsa dei suoni onomatopeici e dei balloons, tutti espedienti questi che hanno come unico scopo quello di conferire dinamicità alle tavole disegnate, senza però modificarne la natura; senza cioè farle diventare un film di animazione...

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Dire e condire
Croccante per arpa di Felice Accame
La 'gimblette', tra negoziato storico e metafora, ovvero: come l’arte si piega al pensiero dominante

I casi cruciali documentati e analizzati da Andrea Garbuglia – Stripsody in primis – rivelano consapevoli processi di contaminazione. Anche la musica colta – magari quella sorta nel clima delle neo-avanguardie dei primi anni Sessanta del Novecento – fra i tanti linguaggi di cui si alimenta, non rinuncia a quello del fumetto. Ciò che nel futurismo era fonema allo stato brado, qui diventa citazione. Che anche il fumetto, nella sua evoluzione, giunga ad alimentarsi di segni che designino sonorità o, addirittura – con un senso specifico per chi sa leggerla e con un senso più generico per chi non sa leggerla – di spartiti musicali, va da sé: i mondi con i quali abbiamo narrativamente a che fare, di solito, non ce li rappresentiamo ovattati.
In entrambi i casi, comunque, ci si invita a un atto di umiltà antropologica. La multimedialità non è l’invenzione di uno o più genii tecnologici, ma, più banalmente, un elaborato di madre natura. Nonostante tutta la prosopopea di chi crede di affidarsi alla sola ‘parola’, la comunicazione animale – sto dicendo la nostra si avvale di numerosi linguaggi interagenti –la parola è anche sonorità, tono, ritmo; è anticipata o correlata all’espressività di un volto, di un corpo e di un gesto; è contestuale a rumori di fondo, odori, sapori, codici culturali più e meno esplicitati, ingerenze varie. Difficile o, meglio, impossibile – checché ne dicano i fautori del mito della razionalità – tenere tutto sotto controllo, padroneggiare il bailamme e giurare sui propri risultati – sia su quelli nella cosiddetta uscita che su quelli nella cosiddetta entrata...

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Verità al tempo della moviola
Alibi Norimberga (5ª parte) di Davide Pinardi
La legittimazione di un nuovo ordine mondiale nel paradigma creato dal processo: gli Alleati 'cavalieri antinazisti senza macchia e senza paura'

Chi giudica i giudici?
Come abbiamo cercato di dimostrare negli articoli precedenti, il processo di Norimberga ha un valore molto scarso sia da un punto di vista normativo, sia in un’ottica giuridica. Nessuno, ragionevolmente, dovrebbe ispirarsi ai ‘principi di Norimberga’ per istituire ed esercitare un legittimo diritto internazionale. Eppure molti li considerano fari luminosi verso i quali tendere, e rimpiangono spesso che all’epoca non siano state istituite varie e differenti ‘Norimberga nazionali’. Probabilmente costoro non sanno di che cosa parlano, o si fermano all’apparenza, al pretesto di quel processo: punire i potenti ai vertici di grandi Stati, anche quei leader rimasti impuniti in situazioni precedenti, in nome di comportamenti criminali a loro ascrivibili. Motivazione sacrosanta ma, nella realtà dei fatti del 1945, pura vernice di copertura di esigenze politiche, mediatiche, diplomatiche e ideologiche, spesso molto meschine. Le violazioni dei diritti della difesa, infatti, lo squilibrio di forze con l’accusa, la confusione dei ruoli istituzionali tra accusatori e giudicanti, la vaghezza e la strumentalità delle norme in base alle quali giudicare, i continui condizionamenti politici subìti, la creazione di fattispecie criminali dopo e non prima dei comportamenti incriminati, tutto ciò può far concludere, con una sintetica espressione un po’ tranchant, che da un punto di vista giuridico quel processo fu un vero disastro (ovviamente a prescindere dalla colpevolezza degli imputati o di una parte di essi). Se si voleva fare un atto di giustizia e condannare dei colpevoli, non si doveva assolutamente farlo in quel modo...

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A proposito di...
Lo scandalo più grande è la felicità di Laura Defendi
Alda Merini, una poetessa nascosta dietro la propria leggenda; un funerale accompagnato da tristezza e molta ipocrisia

È di nuovo tornato il silenzio come avevo immaginato e temuto. Hanno detto di lei in qualche telegiornale, subito dopo il servizio dedicato al Grande fratello. È morta così la Signora del Naviglio, per molti ‘la pazza della porta accanto’.
Ricordo il giorno che le ho regalato dei fiori. Erano i primi di gennaio e mi pareva che l’anno non potesse cominciare senza portare un saluto a quelle parole che mi avevano confortato tante volte, a quella donna che aveva capito la follia della normalità, la pazzia di chi si crede salvo. Quella donna che ha scavalcato i muri del dolore, atterrando sulla poesia.
Mi sono fermata al negozio di fiori che sta a pochi metri da casa sua. Ho chiesto delle rose, le sue preferite o almeno così credevo. Più volte le citava nelle poesie e mi piaceva pensare che fossero le stesse rose di Campana, In un momento; ho scoperto solo al funerale che non erano i suoi fiori preferiti, lo diceva un biglietto appoggiato sulla bara. La fiorista mi ha chiesto se erano per un uomo o per una donna. Ho risposto con un sorriso imbarazzato: per la signora Merini. Convinta di essere l’ennesima persona a comprare fiori per lei in quel negozio...

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Pagine invisibili
Rosso dentro. Un ricordo di Giulio Salierno di Giuseppe Ciarallo
Da 'Autobiografia di un picchiatore fascista' a 'Fuori margine': percorso intellettuale di un uomo che attraverso l’esperienza del carcere abbandona l’ideologia fascista per approdare al marxismo

Quando agli inizi del 1976 uscì nelle librerie Autobiografia di un picchiatore fascista di Giulio Salierno il clima che si respirava in ogni piccolo e grande centro del nostro Paese era di scontro sociale furioso. Uno Stato democratico a parole ma repressivo e reazionario nei fatti, sfruttava a proprio vantaggio una situazione esplosiva creata ad arte e presentata al cittadino medio con il nome esplicito di ‘teoria degli opposti estremismi’, come a dire, confluite verso il centro e sostenetelo fortemente perché sia dall’estrema sinistra che dall’estrema destra non possono venire che violenza e destabilizzazione.
In verità, in quegli anni di violenza ne arrivava da tutte le parti, e la peggiore era proprio quella attuata dallo Stato attraverso la repressione delle forze dell’ordine e, peggio, con gli attentati e le stragi provocate da organi dei servizi segreti, sempre in combutta con elementi dell’eversione nera, come è stato dimostrato dalle indagini e dai processi degli anni successivi. Senza voler tenere una macabra contabilità dei morti, che indubbiamente ci furono da una parte e dall’altra, è indiscutibile che fu la sinistra a pagare col maggior numero di vittime il clima arroventato di quegli anni. Per cui, quando un mio compagno di classe mi suggerì il libro di Salierno, gli risposi – le parole esatte non le ricordo, ma più o meno il senso doveva essere questo – che a un picchiatore fascista non si doveva permettere di scrivere un’autobiografia, lo si doveva solo appendere per i piedi in piazzale Loreto. Questo per capire il livello di coinvolgimento emotivo e l’aria pesante che si respirava.
Poi in un modo o nell’altro quel libro mi capitò tra le mani e io, spinto dalla curiosità che qualsiasi oggetto fatto di carta stampata suscita da sempre in me, lo lessi. E lo lessi tutto d’un fiato, dalla prima all’ultima pagina, e durante la lettura riuscii persino a mettere in stand-by l’odio che provavo per quelli che sentivo essere miei acerrimi nemici. Potenza della letteratura.
In quelle righe, che raccontano di una vita ambientata nella Roma dell’immediato dopoguerra – ma che per tanti versi ricordava il frenetico periodo che stavamo attraversando – vi si potevano leggere l’insofferenza verso l’attendismo dei partiti madre (Msi per loro, Pci per noi), la voglia di fare qualcosa in prima persona, il bisogno di spaccare tutto per poi poter ricostruire un mondo diverso (ognuno secondo la propria, opposta, ottica), l’analisi sull’uso della violenza, della reazione alla violenza, sull’uso delle armi... (leggi tutto qui)

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Sotto i ri(f)lettori
Il corpo sottratto di Sabrina Campolongo
(recensione de Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides)

Da mesi, ormai, dalle pagine di ogni testata giornalistica o dalle poltrone di ogni talk show che si rispetti (ma anche in quelli poco rispettabili) ‘esperti’ di ogni tipo, opinionisti, artisti e intellettuali discettano del ‘corpo delle donne’. Corpo, poi, al singolare; piace così, come se tutte le donne condividessero la stessa struttura in comodato d’uso.
Il dibattito sul sopraccitato ‘corpo delle donne’ che ha, come al solito, giovato soprattutto alla popolarità di uomini, da Gad Lerner, a Vespa, a Ferrara, allo stesso premier, probabilmente, a Santoro – che non disdegna di addobbare lo studio di Annozero con signorine perfettamente intercambiabili e altrettanto inutili, belle sebbene non discinte (in qualcosa bisognerà pur distinguersi) – è senza dubbio partito dal dramma del corpo morto di Eluana Englaro, per spostarsi poi, con grande spargimento di flash e linguaggi pirotecnici, sui corpi tonici, mostrati da ogni angolazione, di aspiranti veline/eurodeputate (a scelta, i casting pare siano unificati) e su quelli di escort da mille euro a notte, per riprendere vigore a partire dall’offesa al corpo maturo e non certo televisivo di Rosy Bindi, e qui mi fermo.
Scorrendo i fiumi di inchiostro e di pixel di questi mesi, tra finti scandalizzati, finti preoccupati, veri puritani, genericamente disgustati, e poche e marginali voci di autentica ribellione, mi è tornato alla mente il romanzo Le vergini suicide, opera prima, pubblicata nel 1993, del premio Pulitzer 2003 Jeffrey Eugenides... (leggi tutto qui)

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Le insolite note - critica musicale
Boris Kovac & Ladaaba Orchest di Augusto Q. Bruni
Il film 2012, una profezia Maya che non esiste e la musica apocalittica di Boris Kovac

Comincio a pensare di stare invecchiando. Mai al cinema di sabato: per l’ovvia considerazione che il rumore dei sacchetti delle patatine fritte, le suonerie dei messaggi dei cellulari e soprattutto l’incontenibile logorrea dei vicini (adolescenti e non) impediscono una visione serena. Ho chiuso rapidamente il solito incidente diplomatico con lo spettatore dietro di me – che stava spendendo cinque minuti buoni a commentare la lunghezza del film a inizio pellicola – ringhiando secco che non avevo pagato per ascoltare lui tutta la durata della pellicola stessa. La proiezione è filata liscia sino alla fine. In 2012 ci sono almeno tre vicende, esattamente come in The day after tomorrow e nell’ultima versione de La guerra dei mondi:
a) il protagonista riguadagna la fiducia e l’amore della sua famiglia, entrambi perduti in passato, con un gesto eroico e si riunisce a loro;
b) la vicenda è speculare a quella di tutti gli imbarcati sulla novella Arca di Noè, salvati dal protagonista, i quali nel corso del possibile disastro trovano di nuovo la forza di sentirsi uniti; il fattore agglutinante è un giovane scienziato di colore politically correct che per premio si cucca la figlia del Presidente degli Usa;
c) il giovane scienziato di cui sopra capisce insieme a un amico scienziato indiano che il mondo sta per tracollare a causa di un bombardamento eccezionale di neutrini, dovuto a una altrettanto eccezionale serie di esplosioni solari; e dunque corsa contro il tempo per salvare il salvabile... (leggi tutto qui)

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Vocabolario storico
Libertà, uguaglianza, fratellanza di Nicola Loda
Tre princìpi di cui la Chiesa rivendica la paternità, pur negandoli nella pratica del proprio potere

Passato alla storia come il motto della Francia rivoluzionaria, ‘libertà, uguaglianza, fratellanza’ è la sintesi dei princìpi ‘inventati’ dal pensiero illuminista ed enunciati nella carta dei diritti dell’uomo e del cittadino.
Un luogo comune molto diffuso e caro sia ai credenti che ai laici ritiene che il cristianesimo abbia per primo affermato questi princìpi. Secondo Pio XII, “i grandi princìpi di libertà, di uguaglianza e di fraternità, cui si vogliono richiamare le democrazie moderne [...], pena le peggiori contraffazioni, devono essere intesi, è ovvio, come li intendono il diritto naturale, la legge evangelica e la tradizione cristiana, che ne sono nello stesso tempo – ed esse soltanto – gli ispiratori e gli interpreti autentici”.
Che il cristianesimo sia la religione dell’eguaglianza e della fratellanza ci viene insegnato fin da bambini...

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