| Se qualcuno vuole studiare
il nazismo, da quale anno deve partire?
La questione è molto delicata, ovviamente.
Dalla notte dei cristalli del 1938?
Oppure deve risalire nel tempo e andare all’incendio del Reichstag
nel ’33?
O, ancora, giungere fino alla crisi economica del ’29?
O al congresso di Versailles del ’19?
Ognuna di queste scelte (e ce ne potrebbero essere innumerevoli altre)
implica una differente ‘verità storica’. Non che
i fatti di per sé cambino. Ma il criterio con i quali si scelgono,
la prospettiva con la quale si analizzano, il modo di leggerli, i legami
e le interconnessioni che si ricostruiscono tra di loro, i nessi causali
che se ne deducono, ecco, tutto può radicalmente mutare. Tutto.
Continuiamo a dimenticarlo, ma già ogni semplice cambiamento
nella periodizzazione storica accentua o alleggerisce responsabilità,
alibi, colpe, crimini, giustificazioni eccetera. Può far diventare
vittime i carnefici e carnefici le vittime (molto spesso, beninteso,
non sempre). E può mettere in una luce abbagliante fatti molto
banali, oppure in un’ombra fitta episodi importantissimi: dal
che ne conseguono ricadute di giudizio e valutazioni di merito che servono
a sostenere interessi politici ed economici molto concreti nel presente.
Per esempio: due persone, X e Y, si picchiano a morte. Ma chi ha tirato
il primo pugno? Chi ha urlato il primo insulto? Chi ha mostrato la prima
mancanza di rispetto? Chi ha creato lo stato di tensione che ha generato,
attraverso vari successivi scivolamenti, lo scontro?
Insomma, un evento è creato da chi analizza: costui, spesso e
volentieri, lo plasma attraverso le proprie scelte. È colui che
lo guarda a decidere che cosa è importante e, di conseguenza,
a stabilire da quale preciso momento esso va considerato ‘verità
storica’. E se uno dei contendenti sopravvive e a me potrà
servire la sua alleanza, puoi star certo che troverò il modo
per far risultare che la ‘verità storica’ stabilisce
che aveva ragione proprio lui e torto il morto. E guai a chi si permette
di dire il contrario.
Scegliere il ’38 come momento iniziale dello studio del nazismo
non è una scelta casuale ma significa volerne sottolineare il
carattere antisemita e razzista.
Scegliere il ’33 implica invece una evidenziazione delle matrici
antidemocratiche, antisocialiste e anticomuniste del regime. Scegliere
il ’29 determina un’attenzione centrale alle cause economiche
e sociali che determinano, in modo irresistibile, il suo avvento.
Scegliere il ’19 comporta una denuncia delle colossali responsabilità
dei vincitori della prima guerra mondiale in quello che avverrà
poi.
Insomma, basta cambiare il momento dal quale faccio partire un fenomeno
e quel fenomeno muta non solo perché cambia il contesto nel quale
lo colloco ma perché cambia esso stesso.
Tra le scelte sopra accennate, quella del ’19 (quella che io preferisco)
è la meno comune negli storici contemporanei. E c’è
un motivo molto forte che giustifica questa ‘rimozione’:
analizzare il nazismo partendo da lì, dalle enormi umiliazioni
imposte dalle potenze imperialiste vincitrici a una rivale che aveva
aspirato a sua volta a un ruolo imperialista, ebbene, questo cambio
di periodizzazione contribuirebbe a trasformare radicalmente la valutazione
sul nostro ultimo secolo, modificando il giudizio sull’egemonia
anglo-americana che, nel bene e nel male, continua a condizionare le
nostre vite (scrivo mentre l’economia americana e non soltanto
americana sta tracollando...). Se gli Alleati furono i liberatori dell’Europa
dal giogo nazista (risultato peraltro ottenuto distruggendo metà
delle città europee e sacrificando milioni e milioni di civili
per risparmiare le proprie truppe...), l’affermarsi di una diversa
analisi, di una differente ‘verità storica’, rammenterebbe
però che, all’instaurarsi di quel giogo, essi avevano parecchio
contribuito. E come hanno contribuito a quel giogo che poi hanno distrutto,
hanno contribuito ad altri gioghi che invece difendono a spada tratta.
La pace di Versailles fu infatti ingiusta e generatrice di nuove guerre,
come subito capì Keynes, giovane economista allora membro della
delegazione britannica. Il primo conflitto mondiale, negli ultimi mesi
combattuto anche sulla base dei punti della dichiarazione di Wilson
per la libertà delle nazionalità, si concluse infatti
con un radicale tentativo di disgregazione della nazione tedesca. L’impero
austriaco si polverizzò legittimando caoticamente tutte le rivendicazioni
delle sue varie etnie, con sanguinoso strascico di guerre locali: quell’impero
non era soltanto il regime cattolico degli Asburgo ma anche uno Stato
multinazionale che riusciva a far convivere, bene o male, gruppi molto
diversi tra loro. Quello tedesco venne stravolto in seguito all’amputazione
di sue parti essenziali. Che senso aveva ingabbiare maggioranze relative
tedesche in deboli Paesi ai confini della Germania sconfitta? A che
cosa avrebbe portato scaricare l’intero costo della guerra (a
cui si era giunti insieme, per una convergente follia bellicista) solo
sulla Germania, pretendendo colossali danni di guerra, costruendo processi
di colpevolizzazione assolutamente infondati, umiliando lo sconfitto?
Tutto portava evidentemente a una Germania disponibile non appena possibile
al richiamo revanscista (visto che poteva illudersi di non essere stata
sconfitta militarmente ma tradita dai movimenti pacifisti interni: non
un soldato nemico era nel territorio tedesco al momento della pace).
Era insomma preparare una nuova guerra.
Negli anni Trenta molta della denunciata ‘fiacchezza’ della
politica europea nei confronti di Hitler – il tanto vituperato
ancor oggi ‘spirito di Monaco’, insultando il quale si è
costruita la teoria della guerra preventiva – nasceva esattamente
da una sorta di ipocrita imbarazzo nei confronti di quanto di demenziale
era stato fatto in precedenza.
Oltretutto il nazismo, nei primi anni di politica interna, aveva colpito
soltanto i militanti dei partiti della sinistra, e questo non era stato
affatto un dispiacere per Gran Bretagna e Stati Uniti.
Una domanda: si è mai indagato veramente sul sostegno occidentale
a Hitler nei primi anni del regime? Sì. E i risultati sono davvero
inquietanti. Ma le poche ricerche a riguardo sono rimaste nella cerchia
ristretta di gruppi di professori non allineati, e l’opinione
pubblica ne è praticamente all’oscuro. Oltretutto, essi
sono stati spesso bollati come revisionisti: per questo, quando sento
qualcuno definito con l’epiteto revisionista, mi interrogo non
soltanto su di lui ma anche su chi formula l’accusa.
Le responsabilità dei vincitori della prima
guerra mondiale calda ricordano molto quelle dei vincitori della prima
guerra mondiale fredda (altre ne seguiranno?): i vincitori (l’Occidente)
hanno cercato di fare a pezzi la potenza sconfitta, di marginalizzarla,
di impoverirla, di circondarla con Paesini propri vassalli che, confidando
nella protezione del ‘fratello forte’, continuano a punzecchiare
la grande sconfitta. Al tempo della Germania erano Cecoslovacchia, Polonia,
Austria; oggi, intorno alla Russia, sono i Paesi baltici, l’Ucraina,
la Georgia, eccettera.
Possiamo stupirci che ora – passati i soliti quindici o vent’anni
– la potenza sconfitta cominci a mostrarsi insofferente?
Davide Pinardi
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