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Numero 1, febbraio - marzo 2007

 

I racconti

 

Nella notte e nella nebbia

 

«Hans, ho paura».
«Sai, Klaus, mi fa veramente piacere sapere che tu ne abbia» doveva sempre puntualizzare, ironico. Non gli avevo chiesto di passare dal laboratorio per essere schernito, anche se conoscendolo dai tempi dell’accademia avrei dovuto metterlo in conto.
«Perché vedi, i critici ti faranno a pezzi. E forse non solo loro. Non siamo ancora pronti Klaus, lo vuoi capire?»
«No, sei tu che non capisci. Non è di questo che ho paura. È da un anno che non realizzo nulla. Vuoto. Le mie mani non volano. Non più come una volta. Forse non sono mai stato ciò che voi pensavate, ciò che io pensavo. Ho soltanto prodotto pezzi inutili e voi mi avete applaudito. Vi ringrazio, ma ora basta. Voglio gettare le persone di fronte a un sogno che è passato, ha costruito la nostra grandezza grondando sangue e ingiustizia e poi se ne è andato, scomparso.
«Nacht und Nebel. Da Norimberga in poi conosciamo la nostra gloria ma non la nostra storia. Voglio lasciare un segno, ricalcando in bronzo la traccia lasciata da quegli uomini e quelle donne, scomparsi nella notte e nella nebbia».
«Klaus, ma perché vuoi parlarne? Tanto tutti sappiamo come è andata, più o meno…»
«Perché parlarne? Ma non li senti i dibattiti degli storici? Non solo a New York o a Londra, ma anche qui a Berlino, anche nel resto dell’Unione. Finalmente si sta facendo chiarezza e anche l’arte deve prendere una posizione».
«Klaus, senti, lascia che lo faccia qualcun altro. Cristo hai solo trent’anni, non sei intoccabile, non sei un Van der Rohe. Ti spezzeranno la carriera, e anche qualcos’altro se non ci stai attento».
«No! Sarò io a farlo».
«Va bene. Perfetto, fai come vuoi».

Rivivere le scene all’infinito. A ogni riavvolgimento aggiungere o spezzare immagini e parole. Riassettare i ricordi. La memoria altera se stessa, lo sapevate? Non posso fidarmi della mia mente, e di sicuro ora non posso fare affidamento neppure sul mio corpo. Bloccato da mille tiranti e cannule in un letto di ospedale. Terapia intensiva e viaggi periodici lungo percorsi anestetici, per non ascoltare il canto doloroso dei frammenti del mio scheletro che si ricompongono, o il singhiozzare stremato di Helene al mio fianco. Rivivo le scene della mia memoria all’infinito. Io ragazzino a fianco di nonno Richard, passeggiare per il viale della Vittoria, stupirmi ogni volta con la grandiosità della cupola del Reichstag. Mio nonno. Non faceva che parlarmi della sua giovinezza, e quindi inevitabilmente della guerra. E io lo ascoltavo rapito. Nel ’39 era troppo giovane e doveva completare gli studi, non poté partecipare alla conquista della Polonia e all’umiliazione dei francesi. Ma nel ’44, quando il Führer decise finalmente di sbarazzarsi dei bolscevichi, era alla guida di un plotone di Tiger sul fronte baltico. Una volta costretta alla pace l’Inghilterra, sconfitta a Gibilterra e in tutto il Mediterraneo, con la sua aviazione distrutta dalla Luftwaffe già dal 1940 e le sue città ridotte a macerie, non restava che togliere di mezzo l’ultimo vero nemico della sicurezza del Reich. Parlava con commozione dei suoi compagni e del suo generale, Guderian, che li aveva condotti con determinazione in una corsa folle nelle profondità del territorio russo fino a ricongiungersi con gli altri eserciti dell’Asse provenienti dall’Ucraina, chiudendo l’Armata rossa in una tenaglia colossale. In quell’autunno polveroso, mi raccontava, a Brest Litovsk, milioni di formiche marroni camminavano silenziose verso ovest, le mani dietro la nuca, la barba sfatta, la dignità abbandonata sul campo di battaglia. Nascondevano la fame e la disperazione, la fronte contro il sole, verso il tramonto. Ma nel ’46, con il crollo dei sovietici, questa stagione eroica volgeva al termine. Si apriva l’era del confronto con gli Stati Uniti. La guerra fredda, la minaccia atomica contrapponeva in un confronto sterile il Reich agli americani. Poi arrivarono gli anni ’70, la morte di Bormann, ormai niente più che il simbolo avvizzito del Partito, le riforme e l’apertura dei mercati europei all’integrazione mondiale. Il Reich e i paesi dell’Asse cominciarono a chiamarsi Unione europea, e nacque la democrazia del marcodollaro.
Ogni divergenza appianata, in nome degli affari. Ora le uniche gesta eroiche sono le scalate finanziarie della IG Farben o della Siemens nei confronti di multinazionali straniere.
Condannato a una vita inutile, nelle sue storie rivivevo un passato non mio. All’accademia Albert Speer mi preparavo a un futuro nell’industria della produzione artistica. Ho barattato quel futuro con l’emarginazione dalle gallerie d’arte, l’ho barattato per un posto in ospedale. Helene ora piange più forte.
Vorrei poterle spiegare perché non ho potuto tacere. Mio nonno era morto da un mese. Nei suoi ultimi giorni, oltre a spiegarmi nei dettagli come avrebbe voluto il suo funerale, era come ossessionato dalla figura di una ragazza conosciuta da giovane, Sarah. Era la figlia di un medico, un vicino di casa. Mi parlava con rammarico del suo affetto per Sarah e dell’ammirazione per il padre, un eroe della prima guerra mondiale che si era preso cura di lui quando il suo vero padre da quella guerra non tornò mai più. Le loro strade si divisero quando Sarah e la sua famiglia dovettero fuggire. Erano ebrei. Certo tutti sanno di come gli ebrei stessero congiurando assieme ai bolscevichi per mettere le mani sul mondo intero. I Protocolli dei Savi di Sion ne sono una prova. Ma come poteva una ragazzina essere coinvolta in tutto questo? Come poteva suo padre volere la rovina della Germania dopo averla difesa valorosamente fino al 1918? E come loro chissà quante altre persone sono state coinvolte loro malgrado per colpa dell’opera di criminali appartenenti al loro popolo. Tutti quanti conoscevano ebrei scomparsi nella notte e nella nebbia, ma nessuno si era mai domandato veramente che fine avessero fatto. Meglio dimenticare. Solo ultimamente gli storici e gli studiosi hanno cominciato a porsi questa domanda in modo concreto. Prima negli Stati Uniti, poi anche in Europa. Le foto dei campi di lavoro. I morti per la fatica. Fatti orribili, perpetrati in Europa e taciuti in modo compiacente negli Stati Uniti. Dopo la morte di mio nonno mi occupai per conto della famiglia della vendita del suo appartamento. Nell’armadio vicino alla finestra nella sua camera c’era, come nelle mille volte in cui me l’aveva mostrata, quella vecchia cartelletta a quadretti bianchi e blu, che assomigliava così tanto a una tovaglia. Mi aveva ripetuto inutilmente di non abbandonarla, di serbarne gelosamente il contenuto: invano gli dicevo che mai l’avrei dimenticata. Che non avrei smarrito i suoi ricordi, il suo ricordo. Ammirai ancora una volta le sue decorazioni, le foto da giovane accanto al suo carro, assieme agli equipaggi che comandava. E poi una busta, ingiallita come la carta da lettera e la piccola foto che vi trovai all’interno. Una scrittura sottile di inchiostro blu, dei lunghi capelli neri e un sorriso fragile. Sarah scriveva del suo affetto e della sua vita ad Amsterdam, ora che anche l’Olanda era stata annessa al Reich. Dalla clandestinità a cui era costretta era riuscita a inviare una lettera a mio nonno, arrivata chissà come, e con quali rischi. La paura non l’aveva piegata: non aveva voluto arrendersi alla follia della storia.

«Senti Hans, a dir la verità io l’ho già fatto. È per questo che ti ho chiesto di passare da me: volevo un tuo giudizio».
Tolto il telo che la ricopriva, Hans ammirò per alcuni secondi la statua di bronzo realizzata dall’amico. Una giovane ragazza marchiata con una stella di Davide che stava costruendo munizioni. Abbassò lo sguardo per leggere l’iscrizione posta ai piedi dell’opera.
Recitava: Uomini e donne come lei hanno sacrificato le proprie case, la propria giovinezza e la propria vita per rendere grande il nostro Paese.

Leggi gli articoli di Nicola Loda

 

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È uscito il numero 18
giugno / settembre 2010

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