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febbraio - marzo 2012
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I racconti |
| Nella notte e nella nebbia di Nicola Loda |
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«Hans, ho paura». Rivivere le scene all’infinito. A ogni riavvolgimento
aggiungere o spezzare immagini e parole. Riassettare i ricordi. La
memoria altera se stessa, lo sapevate? Non posso fidarmi della mia
mente, e di sicuro ora non posso fare affidamento neppure sul mio
corpo. Bloccato da mille tiranti e cannule in un letto di ospedale.
Terapia intensiva e viaggi periodici lungo percorsi anestetici, per
non ascoltare il canto doloroso dei frammenti del mio scheletro che
si ricompongono, o il singhiozzare stremato di Helene al mio fianco.
Rivivo le scene della mia memoria all’infinito. Io ragazzino
a fianco di nonno Richard, passeggiare per il viale della Vittoria,
stupirmi ogni volta con la grandiosità della cupola del Reichstag.
Mio nonno. Non faceva che parlarmi della sua giovinezza, e quindi
inevitabilmente della guerra. E io lo ascoltavo rapito. Nel ’39
era troppo giovane e doveva completare gli studi, non poté
partecipare alla conquista della Polonia e all’umiliazione dei
francesi. Ma nel ’44, quando il Führer decise finalmente
di sbarazzarsi dei bolscevichi, era alla guida di un plotone di Tiger
sul fronte baltico. Una volta costretta alla pace l’Inghilterra,
sconfitta a Gibilterra e in tutto il Mediterraneo, con la sua aviazione
distrutta dalla Luftwaffe già dal 1940 e le sue città
ridotte a macerie, non restava che togliere di mezzo l’ultimo
vero nemico della sicurezza del Reich. Parlava con commozione dei
suoi compagni e del suo generale, Guderian, che li aveva condotti
con determinazione in una corsa folle nelle profondità del
territorio russo fino a ricongiungersi con gli altri eserciti dell’Asse
provenienti dall’Ucraina, chiudendo l’Armata rossa in
una tenaglia colossale. In quell’autunno polveroso, mi raccontava,
a Brest Litovsk, milioni di formiche marroni camminavano silenziose
verso ovest, le mani dietro la nuca, la barba sfatta, la dignità
abbandonata sul campo di battaglia. Nascondevano la fame e la disperazione,
la fronte contro il sole, verso il tramonto. Ma nel ’46, con
il crollo dei sovietici, questa stagione eroica volgeva al termine.
Si apriva l’era del confronto con gli Stati Uniti. La guerra
fredda, la minaccia atomica contrapponeva in un confronto sterile
il Reich agli americani. Poi arrivarono gli anni ’70, la morte
di Bormann, ormai niente più che il simbolo avvizzito del Partito,
le riforme e l’apertura dei mercati europei all’integrazione
mondiale. Il Reich e i paesi dell’Asse cominciarono a chiamarsi
Unione europea, e nacque la democrazia del marcodollaro. «Senti Hans, a dir la verità io l’ho
già fatto. È per questo che ti ho chiesto di passare
da me: volevo un tuo giudizio». |