| «Hans, ho paura».
«Sai, Klaus, mi fa veramente piacere sapere che tu ne abbia»
doveva sempre puntualizzare, ironico. Non gli avevo chiesto di passare
dal laboratorio per essere schernito, anche se conoscendolo dai tempi
dell’accademia avrei dovuto metterlo in conto.
«Perché vedi, i critici ti faranno a pezzi. E forse non
solo loro. Non siamo ancora pronti Klaus, lo vuoi capire?»
«No, sei tu che non capisci. Non è di questo che ho paura.
È da un anno che non realizzo nulla. Vuoto. Le mie mani non volano.
Non più come una volta. Forse non sono mai stato ciò che
voi pensavate, ciò che io pensavo. Ho soltanto prodotto pezzi
inutili e voi mi avete applaudito. Vi ringrazio, ma ora basta. Voglio
gettare le persone di fronte a un sogno che è passato, ha costruito
la nostra grandezza grondando sangue e ingiustizia e poi se ne è
andato, scomparso.
«Nacht und Nebel. Da Norimberga in poi conosciamo la nostra gloria
ma non la nostra storia. Voglio lasciare un segno, ricalcando in bronzo
la traccia lasciata da quegli uomini e quelle donne, scomparsi nella
notte e nella nebbia».
«Klaus, ma perché vuoi parlarne? Tanto tutti sappiamo come
è andata, più o meno…»
«Perché parlarne? Ma non li senti i dibattiti degli storici?
Non solo a New York o a Londra, ma anche qui a Berlino, anche nel resto
dell’Unione. Finalmente si sta facendo chiarezza e anche l’arte
deve prendere una posizione».
«Klaus, senti, lascia che lo faccia qualcun altro. Cristo hai
solo trent’anni, non sei intoccabile, non sei un Van der Rohe.
Ti spezzeranno la carriera, e anche qualcos’altro se non ci stai
attento».
«No! Sarò io a farlo».
«Va bene. Perfetto, fai come vuoi».
Rivivere le scene all’infinito. A ogni riavvolgimento
aggiungere o spezzare immagini e parole. Riassettare i ricordi. La memoria
altera se stessa, lo sapevate? Non posso fidarmi della mia mente, e
di sicuro ora non posso fare affidamento neppure sul mio corpo. Bloccato
da mille tiranti e cannule in un letto di ospedale. Terapia intensiva
e viaggi periodici lungo percorsi anestetici, per non ascoltare il canto
doloroso dei frammenti del mio scheletro che si ricompongono, o il singhiozzare
stremato di Helene al mio fianco. Rivivo le scene della mia memoria
all’infinito. Io ragazzino a fianco di nonno Richard, passeggiare
per il viale della Vittoria, stupirmi ogni volta con la grandiosità
della cupola del Reichstag. Mio nonno. Non faceva che parlarmi della
sua giovinezza, e quindi inevitabilmente della guerra. E io lo ascoltavo
rapito. Nel ’39 era troppo giovane e doveva completare gli studi,
non poté partecipare alla conquista della Polonia e all’umiliazione
dei francesi. Ma nel ’44, quando il Führer decise finalmente
di sbarazzarsi dei bolscevichi, era alla guida di un plotone di Tiger
sul fronte baltico. Una volta costretta alla pace l’Inghilterra,
sconfitta a Gibilterra e in tutto il Mediterraneo, con la sua aviazione
distrutta dalla Luftwaffe già dal 1940 e le sue città
ridotte a macerie, non restava che togliere di mezzo l’ultimo
vero nemico della sicurezza del Reich. Parlava con commozione dei suoi
compagni e del suo generale, Guderian, che li aveva condotti con determinazione
in una corsa folle nelle profondità del territorio russo fino
a ricongiungersi con gli altri eserciti dell’Asse provenienti
dall’Ucraina, chiudendo l’Armata rossa in una tenaglia colossale.
In quell’autunno polveroso, mi raccontava, a Brest Litovsk, milioni
di formiche marroni camminavano silenziose verso ovest, le mani dietro
la nuca, la barba sfatta, la dignità abbandonata sul campo di
battaglia. Nascondevano la fame e la disperazione, la fronte contro
il sole, verso il tramonto. Ma nel ’46, con il crollo dei sovietici,
questa stagione eroica volgeva al termine. Si apriva l’era del
confronto con gli Stati Uniti. La guerra fredda, la minaccia atomica
contrapponeva in un confronto sterile il Reich agli americani. Poi arrivarono
gli anni ’70, la morte di Bormann, ormai niente più che
il simbolo avvizzito del Partito, le riforme e l’apertura dei
mercati europei all’integrazione mondiale. Il Reich e i paesi
dell’Asse cominciarono a chiamarsi Unione europea, e nacque la
democrazia del marcodollaro.
Ogni divergenza appianata, in nome degli affari. Ora le uniche gesta
eroiche sono le scalate finanziarie della IG Farben o della Siemens
nei confronti di multinazionali straniere.
Condannato a una vita inutile, nelle sue storie rivivevo un passato
non mio. All’accademia Albert Speer mi preparavo a un futuro nell’industria
della produzione artistica. Ho barattato quel futuro con l’emarginazione
dalle gallerie d’arte, l’ho barattato per un posto in ospedale.
Helene ora piange più forte.
Vorrei poterle spiegare perché non ho potuto tacere. Mio nonno
era morto da un mese. Nei suoi ultimi giorni, oltre a spiegarmi nei
dettagli come avrebbe voluto il suo funerale, era come ossessionato
dalla figura di una ragazza conosciuta da giovane, Sarah. Era la figlia
di un medico, un vicino di casa. Mi parlava con rammarico del suo affetto
per Sarah e dell’ammirazione per il padre, un eroe della prima
guerra mondiale che si era preso cura di lui quando il suo vero padre
da quella guerra non tornò mai più. Le loro strade si
divisero quando Sarah e la sua famiglia dovettero fuggire. Erano ebrei.
Certo tutti sanno di come gli ebrei stessero congiurando assieme ai
bolscevichi per mettere le mani sul mondo intero. I Protocolli dei Savi
di Sion ne sono una prova. Ma come poteva una ragazzina essere coinvolta
in tutto questo? Come poteva suo padre volere la rovina della Germania
dopo averla difesa valorosamente fino al 1918? E come loro chissà
quante altre persone sono state coinvolte loro malgrado per colpa dell’opera
di criminali appartenenti al loro popolo. Tutti quanti conoscevano ebrei
scomparsi nella notte e nella nebbia, ma nessuno si era mai domandato
veramente che fine avessero fatto. Meglio dimenticare. Solo ultimamente
gli storici e gli studiosi hanno cominciato a porsi questa domanda in
modo concreto. Prima negli Stati Uniti, poi anche in Europa. Le foto
dei campi di lavoro. I morti per la fatica. Fatti orribili, perpetrati
in Europa e taciuti in modo compiacente negli Stati Uniti. Dopo la morte
di mio nonno mi occupai per conto della famiglia della vendita del suo
appartamento. Nell’armadio vicino alla finestra nella sua camera
c’era, come nelle mille volte in cui me l’aveva mostrata,
quella vecchia cartelletta a quadretti bianchi e blu, che assomigliava
così tanto a una tovaglia. Mi aveva ripetuto inutilmente di non
abbandonarla, di serbarne gelosamente il contenuto: invano gli dicevo
che mai l’avrei dimenticata. Che non avrei smarrito i suoi ricordi,
il suo ricordo. Ammirai ancora una volta le sue decorazioni, le foto
da giovane accanto al suo carro, assieme agli equipaggi che comandava.
E poi una busta, ingiallita come la carta da lettera e la piccola foto
che vi trovai all’interno. Una scrittura sottile di inchiostro
blu, dei lunghi capelli neri e un sorriso fragile. Sarah scriveva del
suo affetto e della sua vita ad Amsterdam, ora che anche l’Olanda
era stata annessa al Reich. Dalla clandestinità a cui era costretta
era riuscita a inviare una lettera a mio nonno, arrivata chissà
come, e con quali rischi. La paura non l’aveva piegata: non aveva
voluto arrendersi alla follia della storia.
«Senti Hans, a dir la verità io l’ho
già fatto. È per questo che ti ho chiesto di passare da
me: volevo un tuo giudizio».
Tolto il telo che la ricopriva, Hans ammirò per alcuni secondi
la statua di bronzo realizzata dall’amico. Una giovane ragazza
marchiata con una stella di Davide che stava costruendo munizioni. Abbassò
lo sguardo per leggere l’iscrizione posta ai piedi dell’opera.
Recitava: Uomini e donne come lei hanno sacrificato le proprie case,
la propria giovinezza e la propria vita per rendere grande il nostro
Paese. |