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Per la cronaca

 

La Nato del XXI secolo: difesa del cyberspazio
e delle fonti energetiche
di Claudio Vainieri

La nuova strategia dell’Alleanza, finalizzata ad assumere la direzione del ministero della sicurezza internazionale per la difesa del cyberspazio, delle fonti energetiche, e dei Paesi delle ‘forze schierate’ da attacchi missilistici

Appaiono all’improvviso, monopolizzando le prime notizie dei telegiornali e riempiendo le pagine della carta stampata. Sono i signori della guerra, mascherati da attori della difesa collettiva. Gli basta un fine settimana per inventare le loro narrazioni, rinchiusi nelle fortezze e lontani da voci rumorose.
Non indossano divise militari ma si mostrano in eleganti abiti, come si accingessero a partecipare a importanti riunioni aziendali. Non trattano più solo bombe, mine e armi in genere, ma arricchiscono il dizionario della guerra con nuove terminologie. Cyber defense, attacchi alle fonti energetiche, minaccia missilistica, sono alcuni dei nuovi vocaboli. I conflitti aumentano e loro, gli uomini in doppiopetto, continuano a dirci che si ritrovano per discutere della nostra sicurezza.
A Lisbona, il 19 e 20 novembre scorsi, si è svolto il vertice Nato. Capi di Stato e di governo hanno portato a conclusione il nuovo concetto strategico dell’Alleanza. Dalla prima fase fondativa, in risposta – così dicono – al Patto di Varsavia e in funzione di difesa della democrazia dal pericolo comunista si è passati, dopo il crollo del Muro e la fine dell’Urss, alla fase allargata e bipartisan: una Nato che ha inglobato i Paesi dell’ex blocco sovietico e impegnata fuori dai suoi confini in sanguinose guerre – nella ex Jugoslavia, in Iraq e in Afghanistan – tutt’altro che difensive, il tutto con il sostegno e l’approvazione dei partiti di sinistra, un tempo non certo favorevoli all’Alleanza Atlantica.
Ora, a seguito dell’ennesima crisi d’identità, si passa alla versione 3.0: una Nato globale, capace di assumere la direzione del ministero della sicurezza internazionale.

Il nuovo concetto strategico, pur non rinunciando alla difesa territoriale degli Stati membri, mette più decisamente l’accento sia sulla necessità di sviluppare maggiormente la capacità di gestione delle crisi esterne sia sulle nuove ‘minacce’ che pesano sull’Occidente: attacchi alle fonti energetiche, al cyberspazio, pirateria navale, terrorismo e minaccia missilistica.
Per rispondere ai nuovi pericoli, la Nato sta pensando di includere gli attacchi di tipo informativo nell’articolo 5. Quello che tratta il concetto di difesa collettiva. “Le parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in America settentrionale, deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l’uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell’area Nord Atlantica”. Dall’anno della sua formulazione, il 1949, l’articolo 5 è stato invocato solo una volta, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Quello che l’articolo non prevede, perché sessant’anni fa non era prevedibile, sono gli attacchi non armati, e nello specifico gli attacchi cibernetici. Come quello che la Russia sferrò sull’Estonia il 18 maggio 2007 e che gettò nel caos uffici governativi, banche e mezzi d’informazione – la Russia non l’ha mai confermato. O quello subito dall’Iran nel maggio 2009: Stuxnet, un virus informatico particolarmente sofisticato, in grado di installarsi in un sistema industriale, svolgere un’azione di danneggiamento mirata, trasmettere informazioni via rete – fare quindi anche spionaggio – aggiornarsi e modificarsi a seconda dell’impianto in cui si installa, ha mandato fuori uso parecchie centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio.
Da questo quadro, emerge che il cyberspazio può trasformarsi in un nuovo campo di battaglia, equiparabile per importanza agli attacchi via mare, terra o aria, e occorre saperlo prevenire.

Un altro tema trattato al summit di Lisbona è quello relativo al nuovo sistema antimissile. La Nato ha deciso di sviluppare una capacità di difesa missilistica in grado di proteggere tutte le popolazioni europee, concepita, in particolar modo, per la protezione dei Paesi delle ‘forze schierate’, ossia quelli che hanno militari dispiegati in operazioni belliche in aeree esterne al territorio dell’Alleanza. Il sistema, denominato Active Layered Theatre Ballistic Missile Defence System (ALTBMD), dovrebbe essere messo a punto entro il 2018 ed essere in grado di intercettare i missili balistici a corto e medio raggio (con gittata massima di 3.000 chilometri). Nella prima fase, che sarà completata nel 2011, gli Usa dislocheranno in Europa missili intercettori SM-3 a bordo di navi da guerra; nella seconda, che diverrà operativa verso il 2015, installeranno una versione potenziata di questo missile, con base a terra, nell’Europa centro-meridionale. In Polonia è già in corso l’installazione di una batteria di missili Patriot, gestita da una squadra di soldati Usa, nella città baltica di Morag, a circa 50 chilometri dal confine con il territorio dell’amico Putin.

Dubbiosa l’intenzione di collaborare a questo sistema da parte della Russia, che in passato lo ha sempre considerato un attacco nei suoi confronti. Nessun dubbio, invece, sulla cappa di piombo che aspetta l’Europa, se questo piano antimissile verrà realizzato come da progetto.
È indubbio che il nuovo concetto strategico della Nato delinei un ruolo ambiguo per le armi nucleari, nel momento in cui dagli Usa alla Russia si fa un gran parlare di diminuzione delle testate atomiche. Sia mai. La Francia temeva che lo scudo minacciasse il mantenimento del suo arsenale, e i negoziatori hanno ottenuto che il documento finale contenesse una precisazione: “Fino a quando resteranno armi nucleari in circolazione, la Nato non rinuncerà alla propria deterrenza atomica”. Di conseguenza, sarà necessario mantenere in Europa ben 200 testate, che pure un recente rapporto della Casa Bianca aveva giudicato obsolete.

Riunione anche per l’Isaf, a Lisbona, con la presenza del presidente afghano Hamid Karzai. Il documento finale stabilisce il via libera, da quest’anno, alla strategia di transizione in Afghanistan. Obiettivo: riconsegnare la sicurezza di tutte le province del Paese alle forze locali entro la fine del 2014. L’Italia è stata tra i primi a rispondere positivamente alla richiesta americana di inviare più addestratori per l’esercito afghano, e Obama ha ringraziato Berlusconi per l’impegno nella missione. Duecento carabinieri in più, e così l’Italia sale a 4.230 militari, diventando la terza forza in Afghanistan dopo quelle americana e inglese. Il costo, come precisato dal ministro della Difesa La Russa, sarà ‘modesto’: appena qualche milione di euro in più. Una modesta cifra che peserà su lavoratori, disoccupati, università e welfare. Le risorse per lo stato sociale diminuiscono sempre più, in corrispondenza all’aumento delle spese militari.

Il vento di guerra che soffia da questo vertice spazza via ogni ipocrisia. Il riarmo generalizzato a cui stiamo assistendo mostra quanto la guerra sia sempre e ancora una risposta altamente produttiva alla crisi economica, sia per le commesse all’industria militare sia per il controllo delle fonti energetiche. E non è da disdegnare nemmeno in un’ottica di ridisegnamento delle basi e dei presidi militari nel pianeta.
La Nato e le altre organizzazioni internazionali, compresa l’Unione europea, sono sempre più sovrastrutture espressioni di un potere sovranazionale che incide nelle politiche interne dei Paesi. Così come la Nato può indirizzare le scelte di bilancio del ministero della Difesa, l’Unione europea, attraverso il Patto di stabilità, fissa i paletti in materia di spesa pubblica del ministero del Tesoro. Governato da queste sovrastrutture, all’individuo globalizzato non rimane altro che assistere impotente.

Claudio Vainieri

 

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