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aprile - maggio 2012
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Per la cronaca |
| La Nato del XXI secolo: difesa del cyberspazio |
| La nuova
strategia dell’Alleanza, finalizzata ad assumere la direzione
del ministero della sicurezza internazionale per la difesa del cyberspazio,
delle fonti energetiche, e dei Paesi delle ‘forze schierate’
da attacchi missilistici |
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Appaiono all’improvviso, monopolizzando
le prime notizie dei telegiornali e riempiendo le pagine della carta
stampata. Sono i signori della guerra, mascherati da attori della
difesa collettiva. Gli basta un fine settimana per inventare le loro
narrazioni, rinchiusi nelle fortezze e lontani da voci rumorose. Il nuovo concetto strategico, pur non rinunciando
alla difesa territoriale degli Stati membri, mette più decisamente
l’accento sia sulla necessità di sviluppare maggiormente
la capacità di gestione delle crisi esterne sia sulle nuove
‘minacce’ che pesano sull’Occidente: attacchi alle
fonti energetiche, al cyberspazio, pirateria navale, terrorismo e
minaccia missilistica. Quello che l’articolo non prevede, perché
sessant’anni fa non era prevedibile, sono gli attacchi non armati,
e nello specifico gli attacchi cibernetici. Come quello che la Russia
sferrò sull’Estonia il 18 maggio 2007 e che gettò
nel caos uffici governativi, banche e mezzi d’informazione –
la Russia non l’ha mai confermato. O quello subito dall’Iran
nel maggio 2009: Stuxnet, un virus informatico particolarmente sofisticato,
in grado di installarsi in un sistema industriale, svolgere un’azione
di danneggiamento mirata, trasmettere informazioni via rete –
fare quindi anche spionaggio – aggiornarsi e modificarsi a seconda
dell’impianto in cui si installa, ha mandato fuori uso parecchie
centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio.
Un altro tema trattato al summit di Lisbona è quello relativo al nuovo sistema antimissile. La Nato ha deciso di sviluppare una capacità di difesa missilistica in grado di proteggere tutte le popolazioni europee, concepita, in particolar modo, per la protezione dei Paesi delle ‘forze schierate’, ossia quelli che hanno militari dispiegati in operazioni belliche in aeree esterne al territorio dell’Alleanza. Il sistema, denominato Active Layered Theatre Ballistic Missile Defence System (ALTBMD), dovrebbe essere messo a punto entro il 2018 ed essere in grado di intercettare i missili balistici a corto e medio raggio (con gittata massima di 3.000 chilometri). Nella prima fase, che sarà completata nel 2011, gli Usa dislocheranno in Europa missili intercettori SM-3 a bordo di navi da guerra; nella seconda, che diverrà operativa verso il 2015, installeranno una versione potenziata di questo missile, con base a terra, nell’Europa centro-meridionale. In Polonia è già in corso l’installazione di una batteria di missili Patriot, gestita da una squadra di soldati Usa, nella città baltica di Morag, a circa 50 chilometri dal confine con il territorio dell’amico Putin. Dubbiosa l’intenzione di collaborare a questo
sistema da parte della Russia, che in passato lo ha sempre considerato
un attacco nei suoi confronti. Nessun dubbio, invece, sulla cappa
di piombo che aspetta l’Europa, se questo piano antimissile
verrà realizzato come da progetto. Riunione anche per l’Isaf, a Lisbona, con la presenza del presidente afghano Hamid Karzai. Il documento finale stabilisce il via libera, da quest’anno, alla strategia di transizione in Afghanistan. Obiettivo: riconsegnare la sicurezza di tutte le province del Paese alle forze locali entro la fine del 2014. L’Italia è stata tra i primi a rispondere positivamente alla richiesta americana di inviare più addestratori per l’esercito afghano, e Obama ha ringraziato Berlusconi per l’impegno nella missione. Duecento carabinieri in più, e così l’Italia sale a 4.230 militari, diventando la terza forza in Afghanistan dopo quelle americana e inglese. Il costo, come precisato dal ministro della Difesa La Russa, sarà ‘modesto’: appena qualche milione di euro in più. Una modesta cifra che peserà su lavoratori, disoccupati, università e welfare. Le risorse per lo stato sociale diminuiscono sempre più, in corrispondenza all’aumento delle spese militari. Il vento di guerra che soffia da questo vertice spazza
via ogni ipocrisia. Il riarmo generalizzato a cui stiamo assistendo
mostra quanto la guerra sia sempre e ancora una risposta altamente
produttiva alla crisi economica, sia per le commesse all’industria
militare sia per il controllo delle fonti energetiche. E non è
da disdegnare nemmeno in un’ottica di ridisegnamento delle basi
e dei presidi militari nel pianeta.
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