Giovanna Cracco. Nel sentire comune, un muro separa
il linguaggio e il mondo della finzione dal linguaggio e il mondo
della realtà, delle cose ‘vere’. Ebbene, come
prima cosa, come premessa fondamentale all’analisi teorica
e pratica sviluppata nel libro, questo saggio di Davide Pinardi
abbatte quel muro; e questo è, a mio avviso, uno tra gli
aspetti più interessanti.
Generalmente, infatti, i termini narrare e narrazione sono associati
al mondo dell’immaginario: un film, un romanzo ci vengono
raccontati, narrati. Del mondo della realtà fanno invece
parte i fatti oggettivi, che ci vengono spiegati e non narrati.
La scienza, l’economia, la finanza, le dinamiche sociali,
la Storia ci vengono spiegate. Questa contrapposizione tra fatti
reali e finzione non esiste per caso: è un meccanismo di
indottrinamento, e quindi di controllo, utile al potere, perché
permette di creare narrazioni dominanti in cui un’intera collettività
si riconosce, proprio perché non vengono proposte come narrazioni
ma come verità di fatti. E quando si scomoda addirittura
il concetto di Verità, quando si crea e si rivendica una
verità oggettiva dei fatti, ci viene detto a che cosa dobbiamo
credere. Ma se riconosciamo che il mondo in cui viviamo è
in realtà il museo culturale dei valori, dei dogmi, delle
ipotesi che noi stessi abbiamo costruito, è evidente che
il linguaggio del reale è dominato dall’invenzione
non meno di quello della finzione, e che quindi utilizza i medesimi
strumenti narrativi.
Pensiamo a un romanzo storico e a un saggio di storia. Alla storia
dell’unità d’Italia che abbiamo imparato sui
libri di scuola, con Garibaldi, l’epica dei Mille e la volontà
di un Paese diviso di riunirsi in un’unica nazione. E poi
pensiamo a I Viceré di De Roberto, un romanzo
che, usando il linguaggio dell’immaginario, narra la storia
del Risorgimento italiano, contesto nel quale l’autore
cala i personaggi, con ben altre tin te: tinte che possiamo definire,
semplificando, molto meno patriottiche. Ebbene, sarebbe stato difficile
creare una memoria collettiva nazionale, un’identità
italiana in cui popoli dal diverso passato e dalle diverse tradizioni
avrebbero dovuto riconoscersi, adottando l’interpretazione
dei fatti data da De Roberto nel suo romanzo. Ma inserendo la saggistica
nella sfera del reale, del vero, la Storia con la S maiuscola è
divenuta la narrazione dominante, e il romanzo I Viceré è
stato relegato nel mondo della finzione: quello in cui regna l’immaginazione
e l’invenzione, il non reale, e quindi quello a cui non dobbiamo
credere.
Vi è poi un altro aspetto importante, affrontato da Pinardi
in questo saggio. Narrare è indubbiamente un’azione,
e dunque occorre qualcuno che la compia. E questo è abbastanza
evidente. Esiste però un’altra figura che, soprattutto
nelle grandi narrazioni di realtà, spesso è nascosta
e di difficile individuazione: il committente. Qualcuno che ha interesse
che quella narrazione sia creata e diffusa. Nelle piccole narrazioni
private, autore e committente possono anche coincidere nella stessa
persona. Se io racconto a un amico del dibattito di stasera, sono
autrice della narrazione e contemporaneamente committente, e il
mio interesse può essere semplicemente quello di parlare
di qualcosa che mi riguarda. Il committente della narrazione di
una guerra, invece, può essere uno Stato, un potere politico,
un’impresa, una qualunque istituzione, un apparato militare
ecc. Pensiamo alla narrazione, portata fin davanti all’Onu,
per invadere l’Iraq – le famigerate armi di distruzione
di massa – oppure a quella per invadere l’Afghanistan
– la caccia a Bin Laden e l’esportazione della democrazia
– quando è evidente, oggi come già allora, che
le ragioni delle due invasioni erano economiche.
La riflessione sulla figura del committente è ciò
che inserisce questo saggio, concettualmente, nel campo della controinformazione.
Si tende a pensare che la controinformazione abbia soprattutto una
base ideologica, che magari non di rado sfoci nella dietrologia,
e che si ponga lo scopo di rovesciare la verità dominante
promossa dall’informazione ufficiale, e dunque dal potere.
A mio avviso, la controinformazione è molto più di
questo, perché non si pone semplicemente contro
l’informazione ufficiale ma alle sue spalle. Il suo
obiettivo non è fornire un’altra versione della realtà,
ma svelare i rapporti di potere che hanno fatto sì che una
narrazione fosse creata. In poche parole, la controinformazione
rivela il committente, e rivelando il committente rivela i suoi
interessi e dunque anche le ragioni della creazione di quella narrazione.
La strage di Piazza Fontana, per esempio: non a caso il termine
controinformazione, in Italia, nasce lì. Quando a giugno
del ’70 esce il libro del collettivo di controinformazione
su Piazza Fontana, intitolato La Strage di Stato,
il testo fornisce non solo un’altra versione rispetto ai presunti
colpevoli della strage – non gli anarchici ma la destra eversiva
– ma definendola ‘strage di Stato’ parla per la
prima volta di strategia della tensione. È dunque una narrazione
che svela i rapporti di potere, individuando un committente –
lo Stato – che non è l’autore materiale, e individuando
gli interessi del committente, sia nella strage che nella narrazione
ufficiale della strage stessa: la strategia della tensione. Questo
fornisce non solo una versione diversa della realtà dei fatti,
ma una chiave di lettura per interpretare anche altri fatti che
accadranno.
È una chiave di lettura che non è possibile possedere
se non si ha chiaro che non esiste una realtà ma solo narrazioni
di realtà, e che ogni narrazione ha un autore e un committente
con un interesse nella narrazione che creano e diffondono.
Esistono quindi sempre delle responsabilità. Quelle dell’autore
e del committente – anche quando non sono facilmente identificabili
a livello individuale ma solo a livello collettivo e/o istituzionale;
ma esiste anche la responsabilità di chi riceve la narrazione,
colui che Pinardi chiama il narratario. Perché può
scegliere di accettarla o di rifiutarla. Farla propria, portarla
avanti, farla crescere, farla dunque diventare dominante, oppure
metterla in discussione. Ed è una responsabilità che
riguarda tutti noi, e non è affatto una responsabilità
da poco.
Giorgio Galli. Io vorrei soffermarmi su un punto
a mio avviso molto importante, che Pinardi in questo saggio sottolinea:
la narrazione è sempre narrazione di un conflitto. Questo
è un elemento basilare della sua interpretazione, nella quale
colloca i ruoli del narratore, del committente e del narratario.
Si pone quindi ironicamente la domanda: «E allora, vi chiederete,
quale conflitto è contenuto in questa mia narrazione, cioè
il libro Narrare?»
Se ho capito bene, il conflitto è in parte quello già
espresso da Giovanna Cracco, cioè la controinformazione,
che è già di per sé l’esplicazione di
un conflitto: c’è un’informazione ufficiale
e c’è un’altra informazione conflittuale con
la prima, e questo saggio si colloca appunto in questo ambito, nell’atto
della controinformazione.
Credo che il discorso possa esse re ulteriormente ampliato. Il
libro di Pinardi è anche indice di un conflitto che intende
superare, un conflitto con le teorie filosofiche che oscillano tra
il realismo – la filosofia che vi narra la verità –
e lo scetticismo, che afferma: non siamo in grado di conoscere la
verità e quindi non vi possiamo narrare nulla. Rispetto a
queste due tesi, questo saggio assume una posizione conflittuale,
nel senso che presenta la narrazione come una forma di operazione
mentale che non ha lo scopo di enunciare la verità, o di
dichiarare l’impossibilità di arrivare alla verità,
ma di costruire una narrazione che, quando è coerente nei
suoi comportamenti, ci aiuta come narratari: ci mette cioè
nella condizione di poter valutare se una narrazione è ben
costruita, e quindi accettabile, oppure mal costruita, e dunque
da rifiutare.
Questa è un’operazione mentale che si avvicina, quanto
più possibile, non a raccontare i fatti come sono avvenuti
– il che è impossibile, come sostenuto anche nel libro
– ma a raccontarli come verosimilmente possono essere avvenuti.
Da questo punto di vista, Narrare è un saggio molto utile
perché dà i meccanismi, le forme costruttive narrative
grazie alle quali possiamo capire se una narrazione funziona o non
funziona.
Voglio provare a fare un esempio. Oggi, uno dei problemi della
sinistra è il suo chiedersi come mai, in questi ultimi anni,
le narrazioni del centrodestra si siano dimostrate più efficaci,
abbiano convinto più persone o siano ritenute un’approssimazione
alla realtà dei fatti più attendibile rispetto alle
narrazioni di sinistra. Soffermiamoci sulla questione del committente.
Giovanna Cracco ha citato due casi. Nel primo, Piazza Fontana, è
semplicissimo individuare il committente. È facile individuare
la struttura della narrazione ufficiale da una parte e la struttura
della controinformazione de La strage di Stato dall’altra,
e quindi, in un certo senso, anche i due committenti delle due informazioni.
Nell’altro esempio sulla storia d’Italia, il committente
è più difficile da individuare. È un committente
collettivo che può essere definito il ‘medio buon senso’.
La storia d’Italia che viene raccontata dalla televisione
è una Storia che in parte abbiamo appreso sui libri, dalla
scuola elementare fino all’università, e che ha poi
trovato una serie di verifiche in quelli che non sono libri di storia
ma narrativa e fiction.
Nell’esempio che mi appresto a fare, individuare il committente
è più difficile... anche se gli scopi si possono cogliere
con abbastanza facilità. Parliamo della storia del Ventesimo
secolo e della sua narrazione.
Essa è, per quasi tutti, la storia della prima guerra mondiale,
del periodo tra le due guerre, con la vittoria del fascismo in Italia
e quella del nazionalsocialismo in Germania e il fenomeno dello
stalinismo in Russia, e infine la seconda guerra mondiale. In entrambi
i due conflitti ci sono i protagonisti buoni, ossia gli Alleati
occidentali, che sconfiggono i protagonisti cattivi, gli imperi
centrali militaristi prima (’15-18), e la coalizione nazifascista
poi (’40-45). Con l’aggiunta, ancora in entrambe le
situazioni, di un deuteragonista, colui che aiuta il protagonista
buono: nel primo caso è la Russia zarista, alleata delle
democrazie occidentali contro i militaristi cattivi, e nel secondo
caso è la Russia staliniana, parimenti alleata alle democrazie
occidentali contro i nazifascisti cattivi.
Segue la guerra fredda, nella quale, di nuovo, i protagonisti sono
ben individuabili. Da una parte c’è il mondo libero,
dall’altra il mondo dell’autoritarismo e della repressione;
la libertà contro il gulag. E anche questo conflitto finisce
con la vittoria dei buoni sui cattivi.
È una storia molto ben costruita, alla quale è difficile
opporre obiezioni: sta perfettamente insieme e fa riferimento a
fatti che sono realmente accaduti. La conseguenza logica che ne
deriva è che anche oggi i buoni e i cattivi sono abbastanza
bene individuabili: i primi sono quelli accanto agli Alleati, i
secondi sono tutti gli altri.
Proviamo ora a fare una narrazione diversa. Nell’Europa del
Ventesimo secolo non ci sono stati due conflitti mondiali ma un
solo conflitto, che possiamo definire ‘la seconda guerra dei
trent’anni’.
La prima è quella del Seicento, tra il 1618 e il 1648, e
finisce con la pace di Westfalia, che caratterizza il nuovo ordine
istituzionale con i nuovi soggetti collettivi, gli Stati, che intrattengono
relazioni tra loro secondo una serie di criteri che stabiliscono
una sorta di diritto internazionale pratico. La guerra dei trent’anni
è stata una guerra importantissima, perché fu contemporaneamente
una guerra tra Stati – gli storici distinguono il periodo
boemo, quello danese, il periodo svedese e il periodo francese –
e una guerra di religione, tra cattolici e riformati. Io aggiungerei
anche un terzo aspetto, un po’ diverso: è stata anche
una guerra contro una cultura alternativa, definita stregoneria.
Quelli sono infatti anche gli anni nei quali giunge all’apogeo
la caccia alle streghe, con decine di migliaia di processi.
La pace di Westfalia sancisce dunque la fine di questa triplice
guerra – tra Stati, di religione e contro una cultura alternativa
– e fissa le relazioni internazionali.
Ora: immaginiamo che il Ventesimo secolo ci proponga non due guerre,
ma una sola guerra, che va dal 1915 al 1945, che si conclude con
un nuovo regolamento delle relazioni internazionali al termine della
fase cosiddetta di guerra fredda.
Possiamo allora riconoscere, in questa seconda guerra dei trent’anni,
alcuni aspetti che la mettono in relazione con la prima. È
sia una guerra tra Stati che una guerra ideologica: democrazie occidentali,
Stati autoritari fascisti, comunismo staliniano sovietico. Per un
certo periodo, anche la distribuzione delle alleanze della seconda
fase (1939-1945) della guerra dei trent’anni del Novecento
è quasi simile alla prima fase (1915-1918). Solo la collocazione
dell’Italia è un po’ diversa, ma anche questa
è un’analogia tra le due fasi della guerra: in entrambe,
l’Italia è prima schierata in un campo, quello che
ritiene più probabilmente vincente, e poi cerca di trasferirsi
nell’altro, che ritiene più probabilmente vincente.
È una peculiarità italiana di qualche interesse, per
chi si occupa della storia d’Italia, ma prescinde dalla narrazione
complessiva.
Nel corso della prima fase esplode la rivoluzione russa, il potere
bolscevico che diventa poi staliniano e di conseguenza nascerà
poi la guerra fredda, nella quale il mondo libero si confronta contro
il gulag e vince. Tra la prima e la seconda fase si sviluppano due
minori guerre civili in Italia e in Germania, con la vittoria del
fascismo e del nazionalsocialismo; rientra nella stessa visione
anche la guerra di Spagna (1936-1939), nella quale gli Stati fascisti
sono l’elemento decisivo per la vittoria di Franco, e questo
è indice di come, in realtà, non esista una vera separazione
tra la prima fase della seconda guerra dei trent’anni e la
sua seconda fase, cioè tra la prima e la seconda guerra mondiale.
In quel periodo abbiamo infatti continue tensioni civili, e anche
conflitti di vario tipo in aree di contese etniche. Una guerra greco-turca:
i greci arrivano a conquistare la parte occidentale della Turchia,
finché Kemal Ataturk, con una controffensiva, li ributta
al di là del mare (1923); il Giappone occupa un pezzo di
Cina (1931); l’Italia inaugura la propria guerra nell’Africa
orientale (1935-1936); il Giappone invade nuovamente la Cina e ne
occupa buona parte (1937); infine, nel 1938, si sfiora la guerra
con l’accordo di Monaco, conflitto che scoppierà invece
l’anno successivo.
Secondo la mia interpretazione, c’è dunque stata
una continua guerra, mentre la narrazione dominante afferma non
solo che ce ne sono state due, ma anche che è stato l’avvento
della rivoluzione russa a far scoppiare un altro tipo di conflitto:
quello tra comunismo e mondo libero.
Uno degli interpreti di questa narrazione, tra coloro definiti revisionisti
– anche se revisionista non è affatto, perché
si inserisce nella narrazione complessiva dominante – è
uno storico tedesco molto noto anche in Italia, Ernst Nolte. Egli
presenta così la cosa: nella prima guerra mondiale le democrazie
sconfiggono il militarismo degli imperi centrali; tuttavia, nel
frattempo, accade che i comunisti inizino una guerra civile a livello
internazionale, prendendo il potere in Russia e cercando di esportarlo
anche nell’Europa occidentale; fascismo e nazionalsocialismo
sono dunque una risposta a questo tentativo russo di dominazione.
Nolte viene considerato un revisionista perché, dando questa
valutazione del fascismo e soprattutto del nazionalsocialismo, sembra
rivedere il giudizio sui ‘cattivi assoluti’. I veri
cattivi sono i bolscevichi russi, mentre i nazionalsocialisti sono
cattivi solo un po’, perché la loro è una risposta
a una cattiveria iniziale innescata dal comunismo. Poi arriva la
democrazia e mette ogni cosa a posto. Quindi questo revisionismo
riesce a ben inserirsi nella narrazione tradizionale dominante.
C’è poi un altro aspetto: secondo lo schema di Nolte,
la storia inizia nel 1917, quando scoppia la rivoluzione russa,
la quale porta a una dittatura stragista a cui il nazismo risponde
con una contro-dittatura, altrettanto, forse più, stragista.
Ma supponiamo di introdurre un’altra narrazione, per cui la
rivoluzione russa non è tanto l’inizio della rivoluzione
comunista, quanto l’inizio di una rivoluzione anticolonialista.
Perché se è vero che la Russia era, per un certo aspetto,
una nazione colonizzatrice interna, è vero anche che essa
era, in qualche misura, a sua volta colonizzata: dal capitale europeo
e, soprattutto, dal capitale francese.
La Russia non era una potenza imperialista in proprio, era sub-imperialista.
Tanto che Lenin la vedeva come l’anello debole. La Russia
zarista aveva sviluppato l’industria pesante e il sistema
di trasporti – erano entrambi indispensabili per costruire
una forza armata in grado di condizionare da est la Germania –
ma l’aveva fatto soprattutto con capitali francesi ad alto
tasso di interesse; in questo senso, la Russia si trovava nella
posizione di essere una semi-colonia. Allo stesso modo, erano nella
posizione di colonia la Cina, dalla guerra dell’oppio del
1840 in poi; l’Africa, ovviamente, divisa tra le potenze coloniali
europee; e, in qualche misura, anche tutta l’America Latina,
il giardino di casa dei potentissimi Stati Uniti.
In seguito, la Russa staliniana continuerà a sviluppare l’industria
pesante e i trasporti a scapito del miglioramento di vita della
popolazione, e questa sarà una delle ragioni dell’implosione
del sistema: non potendo più usufruire di capitali stranieri
largamente remunerati, che ovviamente non investivano nell’Urss
di Stalin, la Russia deve fare ricorso all’accumulazione primitiva
delle campagne, e questo innesca una quasi guerra civile permanente
contro i contadini.
Supponiamo quindi che nel 1917 non cominci la guerra civile europea
imposta dai comunisti, come afferma Nolte, ma inizi la rivoluzione
anticolonialista planetaria. Certe colonie e le semi-colonie cominciano
a ribellarsi. È vero che alcune di queste ribellioni –
e la principale, quella cinese – sono guidate da partiti comunisti
e quindi possono rientrare nello schema della narrazione di Nolte,
è però anche vero che questa mia interpretazione di
quegli eventi comprende un fenomeno più ampio: perché
in alcune aree, in Africa, in India, la rivoluzione anticolonialista
non è guidata dai comunisti.
Quindi la contrapposizione tra mondo libero e comunismo, essenziale
per la narrazione occidentale e, oggi, per la narrazione della cultura
di centrodestra, è senza dubbio una competizione esistente,
ma è subalterna alla vera competizione di fondo: quella tra
i Paesi ex colonizzatori e i Paesi ex colonizzati. In più,
nella prima narrazione il conflitto finisce con la sconfitta di
uno dei contendenti: la Russia staliniana e post-staliniana viene
travolta, tanto che Francis Fukuyama, autorevolissimo studioso e
politologo americano, afferma che la Storia è finita: la
democrazia rappresentativa e l’economia di mercato hanno concluso
il ciclo che era cominciato con le grandi rivoluzioni, e adesso
il mondo andrà avanti unitariamente; la globalizzazione si
basa sulla diffusione planetaria della democrazia rappresentativa
– l’esportazione della democrazia dei teorici neocon
– e sullo sviluppo dell’economia di mercato, e in questa
direzione il mondo sta andando.
Eppure, se analizziamo la situazione attuale, notiamo che l’Occidente
si trova a fronteggiare una Storia che non è affatto finita.
Si trova anzi di fronte nuovi antagonisti, che sono i soggetti protagonisti
della rivoluzione anticolonialista: la Cina in primo luogo, poi
l’India, dove la rivoluzione ha addirittura i caratteri apparenti
della democrazia – il modello è quello britannico,
in cui ci sono due partiti che si alternano al governo – sta
poi emergendo il Brasile, un Paese con tassi di sviluppo molto elevati.
Quindi, con la narrazione dominante – quella delle due guerre
mondiali, delle guerre civili nel loro ambito, della guerra civile
mondiale innescata e poi persa dai comunisti – finiamo all’implosione
dell’impero sovietico e alla caduta del muro di Berlino. Con
l’altra, una guerra dei trent’anni che ha innescato
la rivoluzione anticolonialista, vista come caratteristica di fondo
del Ventesimo secolo che si prolunga, con tutta evidenza, anche
nel Ventunesimo, non abbiamo una Storia finita con un vincitore
e con un vinto ma una Storia che continua, e non si sa ancora chi
vincerà. Ecco quindi che ci troviamo di fronte a due narrazioni
che assemblano gli stessi fatti, ma conducono a conclusioni diverse.
Tornando alla questione iniziale, è evidente che questa
seconda narrazione crea, alla cultura della sinistra, condizioni
più favorevoli di diffusione, perché è una
narrazione che non termina con una sconfitta – che finisce
per essere anche la sconfitta della sinistra – ma con una
Storia che continua e i cui giochi sono ancora aperti. Uno dei motivi
per cui le narrazioni di sinistra risultano meno efficaci di quelle
di destra, è proprio perché tutta la cultura storica
e anche politologica della sinistra ha condotto una grande battaglia
contro il revisionismo come fosse il nemico principale; pensando
che, una volta sconfitto Nolte, le ragioni della sinistra sarebbero
state valorizzate. Non ha compreso la reale struttura di quella
narrazione, all’interno della quale Nolte era solo una sub-narrazione:
il nemico principale non era Nolte ma la narrazione complessiva,
quella che vedeva due guerre mondiali.
Ecco qua. Senza presentare grandi novità ed elementi differenti,
ma mettendo in radicale discussione un’interpretazione storica
prendendo gli stessi fatti e collocandoli in un’interpretazione
diversa, ho reso più persuasivo un determinato discorso rispetto
a un altro. Una certa narrazione rispetto a un’altra.
Davide Pinardi. Con quanta parte del mondo noi
esseri umani possiamo rapportarci in base a un’esperienza
diretta, quotidiana, personale, immediatamente verificabile? Mi
sembra una risposta ovvia: con una parte limitatissima. Con tutto
il resto noi possiamo entrare in relazione in maniera soltanto mediata:
ci giunge in mille modi, per immagini, per ipotesi, per suggestioni...
Tutto ciò che si trova al di là del nostro sguardo,
insomma, o che è sopra di noi, o dentro di noi – così
pure come tutto ciò che è stato prima di noi o sarà
dopo di noi – ci giunge per rappresentazioni, quali che siano,
molto concrete o fortemente astratte, immediatamente utilizzabili
o da usare con procedure complesse. E chi costruisce queste rappresentazioni?
Siamo noi stessi in quanto autori individuali o collettivi, di volta
in volta con un ruolo diverso: alcuni le costruiscono, qualcuno
le assevera, altri le mettono in discussione, qualcuno le ripropone,
altri ancora le demoliscono...
È un modo continuo, circolare, che produce rappresentazioni
della realtà (o di ipotesi di realtà, o di estratti
di realtà...) e le diffonde, che le distrugge e le fa rinascere.
Si tratta insomma di uno scambio continuo di informazioni, di visioni,
di soluzioni in cui siamo immersi. In sostanza, noi viviamo molto
più all’interno di un universo di rappresentazioni
che di un universo di ‘realtà oggettive’. Oltretutto,
visto che noi dubitiamo spesso dei nostri stessi sensi, cerchiamo
perfino delle rappresentazioni che ce li confermino nel vivere quotidiano.
La maggior parte della produzione di rappresentazioni si sviluppa,
a mio parere, attraverso un modello che è quello narrativo.
Nel mio saggio ho cercato di studiare proprio questo modello in
tutte le sue varianti base, costruendo un modello teorico e cercando
di confrontarlo con alcuni ambiti disciplinari. Ovviamente, è
soltanto l’inizio di un lungo lavoro. Per ora ho costruito
una rudimentale bussola e l’ho collaudata nelle prime escursioni:
ora, sia chiaro, va migliorata e utilizzata per viaggi più
lunghi.
Come sono arrivato a questo tipo di interesse? Io sono partito
da scrittore, vale a dire da produttore di narrazioni di invenzione.
Avendo fatto molta fatica, all’inizio, a imparare a scrivere,
ho pensato che le mie esperienze personali – unite a studi
che avevo fatto di drammaturgia – potessero essere utili ad
altri. Ho iniziato a tenere dei corsi... quando iniziai io, in Italia
pochi parlavano di corsi di scrittura.
Mi occupavo di narrazione di invenzione: di fiction, insomma. Poi
ho iniziato a occuparmi di comunicazione in altri ambiti: il giornalismo,
la promozione dei beni artistici e culturali, la storiografia, la
cinematografia documentaria, il design. Insomma, mi sono accorto
che gran parte delle regole della scrittura di invenzione possono
essere pari pari trasposte nelle ‘scritture di realtà’.
Cambiano alcuni specifici elementi ma, nella sostanza, le differenze
sono poche. Cambiano alcune specificità disciplinari, ma
sono più che altro adattamenti di apparenza. La sostanza
è la stessa: narrare realtà o immaginazioni segue
le stesse regole base. Regole molto antiche, collaudate da secoli
di esercizio, molte delle quali già un tempo si studiavano
con le arti del trivio (in particolare dialettica e retorica).
Il giornalismo, per esempio, è narrazione. Il problema, semmai,
è che spesso non lo si vuole far capire. Io contesto un diffuso
equivoco secondo il quale esiste un giornalismo dei fatti e un giornalismo
delle opinioni. Tutto il giornalismo è narrazione. Fare documentari
o scattare fotografie è narrare. Semmai il problema è
che le narrazioni siano oneste e non inventino, quando si propongono
come narrazioni di realtà. Viviamo in una società
nella quale le immagini hanno un’importanza straordinaria:
ebbene, le immagini possono essere mostrate in tanti modi differenti,
montate in modo diverso, lavorate in mille modi portando il narratario,
vale a dire colui che riceve la narrazione, a leggere realtà
differenti.
In merito all’ambito della storiografia, Giorgio Galli ha
perfettamente chiarito la prospettiva nella quale mi sono mosso.
Ma prendiamo anche l’esempio dei beni culturali o artistici,
o di un oggetto di design. Questi sono non per quello che sono (visto
che la loro immediata funzionalità pratica è spesso
assai limitata: un cavatappi cava i tappi...) ma per la narrazione
che ne facciamo. Un oggetto artistico è artistico in funzione
della narrazione che ne viene fatta. Progettare un oggetto di design
è progettare una narrazione, perché questo oggetto
non deve essere solo una ‘cosa’ bensì un evocatore
di situazioni, di soluzioni, di emozioni.
Le requisitorie durante un processo sono narrazioni, cioè
il processo espositivo in cui gli stessi eventi vengono articolati
in maniere differenti: uno scontro tra narrazioni in cui un terzo
giudica quale sia stata la narrazione più convincente.
I processi di costruzione di narrazioni sono complessi. Ma si
tenga presente che li studiamo praticamente fin dalla nascita. L’uomo
nasce immerso in un universo di narrazioni. Il primo rapporto che
abbiamo con nostra madre è un rapporto in cui lei ci narra,
in maniera semplicissima, il mondo. E cresciamo con narrazioni sempre
più complesse che ci scambiamo vicendevolmente. Le narrazioni
sono un grande modo di mettere in comune i reciproci teatri mentali.
Non è un paradosso dire che non andiamo mai a mangiare in
un ristorante ma in una narrazione di ristorante.
Come dicevo, le narrazioni, che siano di realtà o di finzione,
hanno regole antiche, che partono dalle regole della quotidianità
e si sono evolute nelle grandi narrazioni collettive, che si sono
create con i miti originari, con le narrazioni religiose, con le
epopee.
L’elemento centrale di una narrazione è sempre un conflitto.
Ove esiste una narrazione si afferma almeno un conflitto. Tutti
noi viviamo in conflitto con la realtà, che è altro
da noi. Le narrazioni sono dunque le immagini, le allegorie, le
metafore dei nostri conflitti. Per un buon conflitto, occorre un
buon nemico. Proprio nel conflitto esistenziale è rintracciabile
l’origine del bisogno di narrazioni da parte dell’uomo.
Perché nelle narrazioni l’uomo cerca meccanismi di
orientamento attraverso conflittualità che sono simili a
quelle presenti nella sua vita.
In conclusione, vorrei sottolineare come l’analisi delle narrazioni
sia importante perché bisogna avere gli strumenti per contrastare
molte delle narrazioni in cui viviamo. Tante narrazioni collettive
sono talmente forti, talmente impositive, che alla fine vengono
spacciate per realtà oggettive. E il Potere oggi ha straordinari
strumenti per cercare di imporle.
Giovanna Cracco,
Giorgio Galli, Davide
Pinardi
Leggi
anche:
Il vero
e il falso come criteri per
giudicare le narrazioni di Felice Accame
Leggi altri articoli sul tema rapporto
tra cultura, informazione e potere