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L'intervento

 

Narrare: tra controinformazione, storia
e rappresentazioni di realtà

di Giovanna Cracco, Giorgio Galli, Davide Pinardi

Le narrazioni di realtà: il problema del vero e del falso, la controinformazione e la narrazione storica del Novecento: due guerre mondiali o una seconda ‘guerra dei trent’anni’? Incontro dibattito sul saggio Narrare. Dall’Odissea al mondo Ikea di Davide Pinardi (Paginauno editore, 2010) alla libreria Odradek di Milano, 26 novembre 2010

Giovanna Cracco. Nel sentire comune, un muro separa il linguaggio e il mondo della finzione dal linguaggio e il mondo della realtà, delle cose ‘vere’. Ebbene, come prima cosa, come premessa fondamentale all’analisi teorica e pratica sviluppata nel libro, questo saggio di Davide Pinardi abbatte quel muro; e questo è, a mio avviso, uno tra gli aspetti più interessanti.
Generalmente, infatti, i termini narrare e narrazione sono associati al mondo dell’immaginario: un film, un romanzo ci vengono raccontati, narrati. Del mondo della realtà fanno invece parte i fatti oggettivi, che ci vengono spiegati e non narrati. La scienza, l’economia, la finanza, le dinamiche sociali, la Storia ci vengono spiegate. Questa contrapposizione tra fatti reali e finzione non esiste per caso: è un meccanismo di indottrinamento, e quindi di controllo, utile al potere, perché permette di creare narrazioni dominanti in cui un’intera collettività si riconosce, proprio perché non vengono proposte come narrazioni ma come verità di fatti. E quando si scomoda addirittura il concetto di Verità, quando si crea e si rivendica una verità oggettiva dei fatti, ci viene detto a che cosa dobbiamo credere. Ma se riconosciamo che il mondo in cui viviamo è in realtà il museo culturale dei valori, dei dogmi, delle ipotesi che noi stessi abbiamo costruito, è evidente che il linguaggio del reale è dominato dall’invenzione non meno di quello della finzione, e che quindi utilizza i medesimi strumenti narrativi.

Pensiamo a un romanzo storico e a un saggio di storia. Alla storia dell’unità d’Italia che abbiamo imparato sui libri di scuola, con Garibaldi, l’epica dei Mille e la volontà di un Paese diviso di riunirsi in un’unica nazione. E poi pensiamo a I Viceré di De Roberto, un romanzo che, usando il linguaggio dell’immaginario, narra la storia del Risorgimento italiano, contesto nel quale l’autore
cala i personaggi, con ben altre tin te: tinte che possiamo definire, semplificando, molto meno patriottiche. Ebbene, sarebbe stato difficile creare una memoria collettiva nazionale, un’identità italiana in cui popoli dal diverso passato e dalle diverse tradizioni avrebbero dovuto riconoscersi, adottando l’interpretazione dei fatti data da De Roberto nel suo romanzo. Ma inserendo la saggistica nella sfera del reale, del vero, la Storia con la S maiuscola è divenuta la narrazione dominante, e il romanzo I Viceré è stato relegato nel mondo della finzione: quello in cui regna l’immaginazione e l’invenzione, il non reale, e quindi quello a cui non dobbiamo credere.

Vi è poi un altro aspetto importante, affrontato da Pinardi in questo saggio. Narrare è indubbiamente un’azione, e dunque occorre qualcuno che la compia. E questo è abbastanza evidente. Esiste però un’altra figura che, soprattutto nelle grandi narrazioni di realtà, spesso è nascosta e di difficile individuazione: il committente. Qualcuno che ha interesse che quella narrazione sia creata e diffusa. Nelle piccole narrazioni private, autore e committente possono anche coincidere nella stessa persona. Se io racconto a un amico del dibattito di stasera, sono autrice della narrazione e contemporaneamente committente, e il mio interesse può essere semplicemente quello di parlare di qualcosa che mi riguarda. Il committente della narrazione di una guerra, invece, può essere uno Stato, un potere politico, un’impresa, una qualunque istituzione, un apparato militare ecc. Pensiamo alla narrazione, portata fin davanti all’Onu, per invadere l’Iraq – le famigerate armi di distruzione di massa – oppure a quella per invadere l’Afghanistan – la caccia a Bin Laden e l’esportazione della democrazia – quando è evidente, oggi come già allora, che le ragioni delle due invasioni erano economiche.

La riflessione sulla figura del committente è ciò che inserisce questo saggio, concettualmente, nel campo della controinformazione.
Si tende a pensare che la controinformazione abbia soprattutto una base ideologica, che magari non di rado sfoci nella dietrologia, e che si ponga lo scopo di rovesciare la verità dominante promossa dall’informazione ufficiale, e dunque dal potere. A mio avviso, la controinformazione è molto più di questo, perché non si pone semplicemente contro l’informazione ufficiale ma alle sue spalle. Il suo obiettivo non è fornire un’altra versione della realtà, ma svelare i rapporti di potere che hanno fatto sì che una narrazione fosse creata. In poche parole, la controinformazione rivela il committente, e rivelando il committente rivela i suoi interessi e dunque anche le ragioni della creazione di quella narrazione.
La strage di Piazza Fontana, per esempio: non a caso il termine controinformazione, in Italia, nasce lì. Quando a giugno del ’70 esce il libro del collettivo di controinformazione su Piazza Fontana, intitolato La Strage di Stato, il testo fornisce non solo un’altra versione rispetto ai presunti colpevoli della strage – non gli anarchici ma la destra eversiva – ma definendola ‘strage di Stato’ parla per la prima volta di strategia della tensione. È dunque una narrazione che svela i rapporti di potere, individuando un committente – lo Stato – che non è l’autore materiale, e individuando gli interessi del committente, sia nella strage che nella narrazione ufficiale della strage stessa: la strategia della tensione. Questo fornisce non solo una versione diversa della realtà dei fatti, ma una chiave di lettura per interpretare anche altri fatti che accadranno.

È una chiave di lettura che non è possibile possedere se non si ha chiaro che non esiste una realtà ma solo narrazioni di realtà, e che ogni narrazione ha un autore e un committente con un interesse nella narrazione che creano e diffondono.
Esistono quindi sempre delle responsabilità. Quelle dell’autore e del committente – anche quando non sono facilmente identificabili a livello individuale ma solo a livello collettivo e/o istituzionale; ma esiste anche la responsabilità di chi riceve la narrazione, colui che Pinardi chiama il narratario. Perché può scegliere di accettarla o di rifiutarla. Farla propria, portarla avanti, farla crescere, farla dunque diventare dominante, oppure metterla in discussione. Ed è una responsabilità che riguarda tutti noi, e non è affatto una responsabilità da poco.

Giorgio Galli. Io vorrei soffermarmi su un punto a mio avviso molto importante, che Pinardi in questo saggio sottolinea: la narrazione è sempre narrazione di un conflitto. Questo è un elemento basilare della sua interpretazione, nella quale colloca i ruoli del narratore, del committente e del narratario. Si pone quindi ironicamente la domanda: «E allora, vi chiederete, quale conflitto è contenuto in questa mia narrazione, cioè il libro Narrare?»
Se ho capito bene, il conflitto è in parte quello già espresso da Giovanna Cracco, cioè la controinformazione, che è già di per sé l’esplicazione di un conflitto: c’è un’informazione ufficiale
e c’è un’altra informazione conflittuale con la prima, e questo saggio si colloca appunto in questo ambito, nell’atto della controinformazione.

Credo che il discorso possa esse re ulteriormente ampliato. Il libro di Pinardi è anche indice di un conflitto che intende superare, un conflitto con le teorie filosofiche che oscillano tra il realismo – la filosofia che vi narra la verità – e lo scetticismo, che afferma: non siamo in grado di conoscere la verità e quindi non vi possiamo narrare nulla. Rispetto a queste due tesi, questo saggio assume una posizione conflittuale, nel senso che presenta la narrazione come una forma di operazione mentale che non ha lo scopo di enunciare la verità, o di dichiarare l’impossibilità di arrivare alla verità, ma di costruire una narrazione che, quando è coerente nei suoi comportamenti, ci aiuta come narratari: ci mette cioè nella condizione di poter valutare se una narrazione è ben costruita, e quindi accettabile, oppure mal costruita, e dunque da rifiutare.
Questa è un’operazione mentale che si avvicina, quanto più possibile, non a raccontare i fatti come sono avvenuti – il che è impossibile, come sostenuto anche nel libro – ma a raccontarli come verosimilmente possono essere avvenuti. Da questo punto di vista, Narrare è un saggio molto utile perché dà i meccanismi, le forme costruttive narrative grazie alle quali possiamo capire se una narrazione funziona o non funziona.

Voglio provare a fare un esempio. Oggi, uno dei problemi della sinistra è il suo chiedersi come mai, in questi ultimi anni, le narrazioni del centrodestra si siano dimostrate più efficaci, abbiano convinto più persone o siano ritenute un’approssimazione alla realtà dei fatti più attendibile rispetto alle narrazioni di sinistra. Soffermiamoci sulla questione del committente.
Giovanna Cracco ha citato due casi. Nel primo, Piazza Fontana, è semplicissimo individuare il committente. È facile individuare la struttura della narrazione ufficiale da una parte e la struttura della controinformazione de La strage di Stato dall’altra, e quindi, in un certo senso, anche i due committenti delle due informazioni.
Nell’altro esempio sulla storia d’Italia, il committente è più difficile da individuare. È un committente collettivo che può essere definito il ‘medio buon senso’. La storia d’Italia che viene raccontata dalla televisione è una Storia che in parte abbiamo appreso sui libri, dalla scuola elementare fino all’università, e che ha poi trovato una serie di verifiche in quelli che non sono libri di storia ma narrativa e fiction.
Nell’esempio che mi appresto a fare, individuare il committente è più difficile... anche se gli scopi si possono cogliere con abbastanza facilità. Parliamo della storia del Ventesimo secolo e della sua narrazione.
Essa è, per quasi tutti, la storia della prima guerra mondiale, del periodo tra le due guerre, con la vittoria del fascismo in Italia e quella del nazionalsocialismo in Germania e il fenomeno dello stalinismo in Russia, e infine la seconda guerra mondiale. In entrambi i due conflitti ci sono i protagonisti buoni, ossia gli Alleati occidentali, che sconfiggono i protagonisti cattivi, gli imperi centrali militaristi prima (’15-18), e la coalizione nazifascista poi (’40-45). Con l’aggiunta, ancora in entrambe le situazioni, di un deuteragonista, colui che aiuta il protagonista buono: nel primo caso è la Russia zarista, alleata delle democrazie occidentali contro i militaristi cattivi, e nel secondo caso è la Russia staliniana, parimenti alleata alle democrazie occidentali contro i nazifascisti cattivi.
Segue la guerra fredda, nella quale, di nuovo, i protagonisti sono ben individuabili. Da una parte c’è il mondo libero, dall’altra il mondo dell’autoritarismo e della repressione; la libertà contro il gulag. E anche questo conflitto finisce con la vittoria dei buoni sui cattivi.
È una storia molto ben costruita, alla quale è difficile opporre obiezioni: sta perfettamente insieme e fa riferimento a fatti che sono realmente accaduti. La conseguenza logica che ne deriva è che anche oggi i buoni e i cattivi sono abbastanza bene individuabili: i primi sono quelli accanto agli Alleati, i secondi sono tutti gli altri.

Proviamo ora a fare una narrazione diversa. Nell’Europa del Ventesimo secolo non ci sono stati due conflitti mondiali ma un solo conflitto, che possiamo definire ‘la seconda guerra dei trent’anni’.
La prima è quella del Seicento, tra il 1618 e il 1648, e finisce con la pace di Westfalia, che caratterizza il nuovo ordine istituzionale con i nuovi soggetti collettivi, gli Stati, che intrattengono relazioni tra loro secondo una serie di criteri che stabiliscono una sorta di diritto internazionale pratico. La guerra dei trent’anni è stata una guerra importantissima, perché fu contemporaneamente una guerra tra Stati – gli storici distinguono il periodo boemo, quello danese, il periodo svedese e il periodo francese – e una guerra di religione, tra cattolici e riformati. Io aggiungerei anche un terzo aspetto, un po’ diverso: è stata anche una guerra contro una cultura alternativa, definita stregoneria. Quelli sono infatti anche gli anni nei quali giunge all’apogeo la caccia alle streghe, con decine di migliaia di processi.
La pace di Westfalia sancisce dunque la fine di questa triplice guerra – tra Stati, di religione e contro una cultura alternativa – e fissa le relazioni internazionali.

Ora: immaginiamo che il Ventesimo secolo ci proponga non due guerre, ma una sola guerra, che va dal 1915 al 1945, che si conclude con un nuovo regolamento delle relazioni internazionali al termine della fase cosiddetta di guerra fredda.
Possiamo allora riconoscere, in questa seconda guerra dei trent’anni, alcuni aspetti che la mettono in relazione con la prima. È sia una guerra tra Stati che una guerra ideologica: democrazie occidentali, Stati autoritari fascisti, comunismo staliniano sovietico. Per un certo periodo, anche la distribuzione delle alleanze della seconda fase (1939-1945) della guerra dei trent’anni del Novecento è quasi simile alla prima fase (1915-1918). Solo la collocazione dell’Italia è un po’ diversa, ma anche questa è un’analogia tra le due fasi della guerra: in entrambe, l’Italia è prima schierata in un campo, quello che ritiene più probabilmente vincente, e poi cerca di trasferirsi nell’altro, che ritiene più probabilmente vincente. È una peculiarità italiana di qualche interesse, per chi si occupa della storia d’Italia, ma prescinde dalla narrazione complessiva.
Nel corso della prima fase esplode la rivoluzione russa, il potere bolscevico che diventa poi staliniano e di conseguenza nascerà poi la guerra fredda, nella quale il mondo libero si confronta contro il gulag e vince. Tra la prima e la seconda fase si sviluppano due minori guerre civili in Italia e in Germania, con la vittoria del fascismo e del nazionalsocialismo; rientra nella stessa visione anche la guerra di Spagna (1936-1939), nella quale gli Stati fascisti sono l’elemento decisivo per la vittoria di Franco, e questo è indice di come, in realtà, non esista una vera separazione tra la prima fase della seconda guerra dei trent’anni e la sua seconda fase, cioè tra la prima e la seconda guerra mondiale. In quel periodo abbiamo infatti continue tensioni civili, e anche conflitti di vario tipo in aree di contese etniche. Una guerra greco-turca: i greci arrivano a conquistare la parte occidentale della Turchia, finché Kemal Ataturk, con una controffensiva, li ributta al di là del mare (1923); il Giappone occupa un pezzo di Cina (1931); l’Italia inaugura la propria guerra nell’Africa orientale (1935-1936); il Giappone invade nuovamente la Cina e ne occupa buona parte (1937); infine, nel 1938, si sfiora la guerra con l’accordo di Monaco, conflitto che scoppierà invece l’anno successivo.

Secondo la mia interpretazione, c’è dunque stata una continua guerra, mentre la narrazione dominante afferma non solo che ce ne sono state due, ma anche che è stato l’avvento della rivoluzione russa a far scoppiare un altro tipo di conflitto: quello tra comunismo e mondo libero.
Uno degli interpreti di questa narrazione, tra coloro definiti revisionisti – anche se revisionista non è affatto, perché si inserisce nella narrazione complessiva dominante – è uno storico tedesco molto noto anche in Italia, Ernst Nolte. Egli presenta così la cosa: nella prima guerra mondiale le democrazie sconfiggono il militarismo degli imperi centrali; tuttavia, nel frattempo, accade che i comunisti inizino una guerra civile a livello internazionale, prendendo il potere in Russia e cercando di esportarlo anche nell’Europa occidentale; fascismo e nazionalsocialismo sono dunque una risposta a questo tentativo russo di dominazione. Nolte viene considerato un revisionista perché, dando questa valutazione del fascismo e soprattutto del nazionalsocialismo, sembra rivedere il giudizio sui ‘cattivi assoluti’. I veri cattivi sono i bolscevichi russi, mentre i nazionalsocialisti sono cattivi solo un po’, perché la loro è una risposta a una cattiveria iniziale innescata dal comunismo. Poi arriva la democrazia e mette ogni cosa a posto. Quindi questo revisionismo riesce a ben inserirsi nella narrazione tradizionale dominante.

C’è poi un altro aspetto: secondo lo schema di Nolte, la storia inizia nel 1917, quando scoppia la rivoluzione russa, la quale porta a una dittatura stragista a cui il nazismo risponde con una contro-dittatura, altrettanto, forse più, stragista. Ma supponiamo di introdurre un’altra narrazione, per cui la rivoluzione russa non è tanto l’inizio della rivoluzione comunista, quanto l’inizio di una rivoluzione anticolonialista. Perché se è vero che la Russia era, per un certo aspetto, una nazione colonizzatrice interna, è vero anche che essa era, in qualche misura, a sua volta colonizzata: dal capitale europeo e, soprattutto, dal capitale francese.
La Russia non era una potenza imperialista in proprio, era sub-imperialista. Tanto che Lenin la vedeva come l’anello debole. La Russia zarista aveva sviluppato l’industria pesante e il sistema di trasporti – erano entrambi indispensabili per costruire una forza armata in grado di condizionare da est la Germania – ma l’aveva fatto soprattutto con capitali francesi ad alto tasso di interesse; in questo senso, la Russia si trovava nella posizione di essere una semi-colonia. Allo stesso modo, erano nella posizione di colonia la Cina, dalla guerra dell’oppio del 1840 in poi; l’Africa, ovviamente, divisa tra le potenze coloniali europee; e, in qualche misura, anche tutta l’America Latina, il giardino di casa dei potentissimi Stati Uniti.
In seguito, la Russa staliniana continuerà a sviluppare l’industria pesante e i trasporti a scapito del miglioramento di vita della popolazione, e questa sarà una delle ragioni dell’implosione del sistema: non potendo più usufruire di capitali stranieri largamente remunerati, che ovviamente non investivano nell’Urss di Stalin, la Russia deve fare ricorso all’accumulazione primitiva delle campagne, e questo innesca una quasi guerra civile permanente contro i contadini.

Supponiamo quindi che nel 1917 non cominci la guerra civile europea imposta dai comunisti, come afferma Nolte, ma inizi la rivoluzione anticolonialista planetaria. Certe colonie e le semi-colonie cominciano a ribellarsi. È vero che alcune di queste ribellioni – e la principale, quella cinese – sono guidate da partiti comunisti e quindi possono rientrare nello schema della narrazione di Nolte, è però anche vero che questa mia interpretazione di quegli eventi comprende un fenomeno più ampio: perché in alcune aree, in Africa, in India, la rivoluzione anticolonialista non è guidata dai comunisti.
Quindi la contrapposizione tra mondo libero e comunismo, essenziale per la narrazione occidentale e, oggi, per la narrazione della cultura di centrodestra, è senza dubbio una competizione esistente, ma è subalterna alla vera competizione di fondo: quella tra i Paesi ex colonizzatori e i Paesi ex colonizzati. In più, nella prima narrazione il conflitto finisce con la sconfitta di uno dei contendenti: la Russia staliniana e post-staliniana viene travolta, tanto che Francis Fukuyama, autorevolissimo studioso e politologo americano, afferma che la Storia è finita: la democrazia rappresentativa e l’economia di mercato hanno concluso il ciclo che era cominciato con le grandi rivoluzioni, e adesso il mondo andrà avanti unitariamente; la globalizzazione si basa sulla diffusione planetaria della democrazia rappresentativa – l’esportazione della democrazia dei teorici neocon – e sullo sviluppo dell’economia di mercato, e in questa direzione il mondo sta andando.

Eppure, se analizziamo la situazione attuale, notiamo che l’Occidente si trova a fronteggiare una Storia che non è affatto finita. Si trova anzi di fronte nuovi antagonisti, che sono i soggetti protagonisti della rivoluzione anticolonialista: la Cina in primo luogo, poi l’India, dove la rivoluzione ha addirittura i caratteri apparenti della democrazia – il modello è quello britannico, in cui ci sono due partiti che si alternano al governo – sta poi emergendo il Brasile, un Paese con tassi di sviluppo molto elevati.
Quindi, con la narrazione dominante – quella delle due guerre mondiali, delle guerre civili nel loro ambito, della guerra civile mondiale innescata e poi persa dai comunisti – finiamo all’implosione dell’impero sovietico e alla caduta del muro di Berlino. Con l’altra, una guerra dei trent’anni che ha innescato la rivoluzione anticolonialista, vista come caratteristica di fondo del Ventesimo secolo che si prolunga, con tutta evidenza, anche nel Ventunesimo, non abbiamo una Storia finita con un vincitore e con un vinto ma una Storia che continua, e non si sa ancora chi vincerà. Ecco quindi che ci troviamo di fronte a due narrazioni che assemblano gli stessi fatti, ma conducono a conclusioni diverse.

Tornando alla questione iniziale, è evidente che questa seconda narrazione crea, alla cultura della sinistra, condizioni più favorevoli di diffusione, perché è una narrazione che non termina con una sconfitta – che finisce per essere anche la sconfitta della sinistra – ma con una Storia che continua e i cui giochi sono ancora aperti. Uno dei motivi per cui le narrazioni di sinistra risultano meno efficaci di quelle di destra, è proprio perché tutta la cultura storica e anche politologica della sinistra ha condotto una grande battaglia contro il revisionismo come fosse il nemico principale; pensando che, una volta sconfitto Nolte, le ragioni della sinistra sarebbero state valorizzate. Non ha compreso la reale struttura di quella narrazione, all’interno della quale Nolte era solo una sub-narrazione: il nemico principale non era Nolte ma la narrazione complessiva, quella che vedeva due guerre mondiali.
Ecco qua. Senza presentare grandi novità ed elementi differenti, ma mettendo in radicale discussione un’interpretazione storica prendendo gli stessi fatti e collocandoli in un’interpretazione diversa, ho reso più persuasivo un determinato discorso rispetto a un altro. Una certa narrazione rispetto a un’altra.

Davide Pinardi. Con quanta parte del mondo noi esseri umani possiamo rapportarci in base a un’esperienza diretta, quotidiana, personale, immediatamente verificabile? Mi sembra una risposta ovvia: con una parte limitatissima. Con tutto il resto noi possiamo entrare in relazione in maniera soltanto mediata: ci giunge in mille modi, per immagini, per ipotesi, per suggestioni...
Tutto ciò che si trova al di là del nostro sguardo, insomma, o che è sopra di noi, o dentro di noi – così pure come tutto ciò che è stato prima di noi o sarà dopo di noi – ci giunge per rappresentazioni, quali che siano, molto concrete o fortemente astratte, immediatamente utilizzabili o da usare con procedure complesse. E chi costruisce queste rappresentazioni? Siamo noi stessi in quanto autori individuali o collettivi, di volta in volta con un ruolo diverso: alcuni le costruiscono, qualcuno le assevera, altri le mettono in discussione, qualcuno le ripropone, altri ancora le demoliscono...
È un modo continuo, circolare, che produce rappresentazioni della realtà (o di ipotesi di realtà, o di estratti di realtà...) e le diffonde, che le distrugge e le fa rinascere. Si tratta insomma di uno scambio continuo di informazioni, di visioni, di soluzioni in cui siamo immersi. In sostanza, noi viviamo molto più all’interno di un universo di rappresentazioni che di un universo di ‘realtà oggettive’. Oltretutto, visto che noi dubitiamo spesso dei nostri stessi sensi, cerchiamo perfino delle rappresentazioni che ce li confermino nel vivere quotidiano.
La maggior parte della produzione di rappresentazioni si sviluppa, a mio parere, attraverso un modello che è quello narrativo. Nel mio saggio ho cercato di studiare proprio questo modello in tutte le sue varianti base, costruendo un modello teorico e cercando di confrontarlo con alcuni ambiti disciplinari. Ovviamente, è soltanto l’inizio di un lungo lavoro. Per ora ho costruito una rudimentale bussola e l’ho collaudata nelle prime escursioni: ora, sia chiaro, va migliorata e utilizzata per viaggi più lunghi.

Come sono arrivato a questo tipo di interesse? Io sono partito da scrittore, vale a dire da produttore di narrazioni di invenzione. Avendo fatto molta fatica, all’inizio, a imparare a scrivere, ho pensato che le mie esperienze personali – unite a studi che avevo fatto di drammaturgia – potessero essere utili ad altri. Ho iniziato a tenere dei corsi... quando iniziai io, in Italia pochi parlavano di corsi di scrittura.
Mi occupavo di narrazione di invenzione: di fiction, insomma. Poi ho iniziato a occuparmi di comunicazione in altri ambiti: il giornalismo, la promozione dei beni artistici e culturali, la storiografia, la cinematografia documentaria, il design. Insomma, mi sono accorto che gran parte delle regole della scrittura di invenzione possono essere pari pari trasposte nelle ‘scritture di realtà’. Cambiano alcuni specifici elementi ma, nella sostanza, le differenze sono poche. Cambiano alcune specificità disciplinari, ma sono più che altro adattamenti di apparenza. La sostanza è la stessa: narrare realtà o immaginazioni segue le stesse regole base. Regole molto antiche, collaudate da secoli di esercizio, molte delle quali già un tempo si studiavano con le arti del trivio (in particolare dialettica e retorica).
Il giornalismo, per esempio, è narrazione. Il problema, semmai, è che spesso non lo si vuole far capire. Io contesto un diffuso equivoco secondo il quale esiste un giornalismo dei fatti e un giornalismo delle opinioni. Tutto il giornalismo è narrazione. Fare documentari o scattare fotografie è narrare. Semmai il problema è che le narrazioni siano oneste e non inventino, quando si propongono come narrazioni di realtà. Viviamo in una società nella quale le immagini hanno un’importanza straordinaria: ebbene, le immagini possono essere mostrate in tanti modi differenti, montate in modo diverso, lavorate in mille modi portando il narratario, vale a dire colui che riceve la narrazione, a leggere realtà differenti.

In merito all’ambito della storiografia, Giorgio Galli ha perfettamente chiarito la prospettiva nella quale mi sono mosso. Ma prendiamo anche l’esempio dei beni culturali o artistici, o di un oggetto di design. Questi sono non per quello che sono (visto che la loro immediata funzionalità pratica è spesso assai limitata: un cavatappi cava i tappi...) ma per la narrazione che ne facciamo. Un oggetto artistico è artistico in funzione della narrazione che ne viene fatta. Progettare un oggetto di design è progettare una narrazione, perché questo oggetto non deve essere solo una ‘cosa’ bensì un evocatore di situazioni, di soluzioni, di emozioni.
Le requisitorie durante un processo sono narrazioni, cioè il processo espositivo in cui gli stessi eventi vengono articolati in maniere differenti: uno scontro tra narrazioni in cui un terzo giudica quale sia stata la narrazione più convincente.

I processi di costruzione di narrazioni sono complessi. Ma si tenga presente che li studiamo praticamente fin dalla nascita. L’uomo nasce immerso in un universo di narrazioni. Il primo rapporto che abbiamo con nostra madre è un rapporto in cui lei ci narra, in maniera semplicissima, il mondo. E cresciamo con narrazioni sempre più complesse che ci scambiamo vicendevolmente. Le narrazioni sono un grande modo di mettere in comune i reciproci teatri mentali. Non è un paradosso dire che non andiamo mai a mangiare in un ristorante ma in una narrazione di ristorante.
Come dicevo, le narrazioni, che siano di realtà o di finzione, hanno regole antiche, che partono dalle regole della quotidianità e si sono evolute nelle grandi narrazioni collettive, che si sono create con i miti originari, con le narrazioni religiose, con le epopee.
L’elemento centrale di una narrazione è sempre un conflitto. Ove esiste una narrazione si afferma almeno un conflitto. Tutti noi viviamo in conflitto con la realtà, che è altro da noi. Le narrazioni sono dunque le immagini, le allegorie, le metafore dei nostri conflitti. Per un buon conflitto, occorre un buon nemico. Proprio nel conflitto esistenziale è rintracciabile l’origine del bisogno di narrazioni da parte dell’uomo. Perché nelle narrazioni l’uomo cerca meccanismi di orientamento attraverso conflittualità che sono simili a quelle presenti nella sua vita.
In conclusione, vorrei sottolineare come l’analisi delle narrazioni sia importante perché bisogna avere gli strumenti per contrastare molte delle narrazioni in cui viviamo. Tante narrazioni collettive sono talmente forti, talmente impositive, che alla fine vengono spacciate per realtà oggettive. E il Potere oggi ha straordinari strumenti per cercare di imporle.


Giovanna Cracco, Giorgio Galli, Davide Pinardi

 

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