Niscemi (Caltanisetta), 13 maggio 2008. Lorena Cultraro, una studentessa
di 14 anni, viene trovata morta in un pozzo a un paio di chilometri
da casa: è stata massacrata con calci, pugni e schiaffi prima
di essere strangolata con un cavo di antenna. Il padre è stato
in grado di riconoscerla solo dalle meches ai capelli che si era fatta
da poco. A compiere l’omicidio sono stati tre minorenni di 15,
16 e 17 anni, con cui la ragazzina aveva rapporti sessuali completi
e consensuali: Lorena era incinta, e aveva deciso di accusare uno
di loro della sua gravidanza. Allora i suoi giovani amanti si sono
consultati via sms per decidere come risolvere il problema, hanno
stabilito un piano, l’hanno attirata in un casolare isolato,
spogliata a forza, violentata a turno e infine ammazzata.
«Voleva crearci problemi con le nostre fidanzate – dichiara
uno dei tre – così abbiamo deciso di eliminarla».
E dopo questa scioccante ammissione, il giovane assassino domanda
candidamente al giudice: «Adesso che ho confessato, posso andare
a casa?»
Dalle violenze su coetanei filmate e messe in rete su YouTube agli
atti di vandalismo a scuola, dal bullismo all’abuso di alcool
e stupefacenti in fasce di età sempre più basse, dalla
sregolatezza sessuale e affettiva agli stupri individuali e di gruppo,
per giungere addirittura all’omicidio, in un crescendo di disorientamento
e rabbia: il disagio giovanile è un tema largamente dibattuto,
ma del quale il mondo degli adulti fatica a cogliere le dimensioni
rilevanti, perdendosi in un senso di smarrimento attonito, o chiedendo
a gran voce, dopo i casi più clamorosi, paletti – in
casa e a scuola – per questi ragazzi ormai fuori dal loro controllo.
L’adolescenza è sempre stato il periodo più complesso
e turbolento della vita sia fisica che psichica di ogni individuo
(non per niente le nostre nonne la chiamavano l’età
ingrata): il corpo cambia, ti guardi nello specchio e non ti
riconosci, l’umore sale e scende seguendo dinamiche imprevedibili,
un giorno ti ribelli, hai voglia di distruggere tutto o di scappare
via e quello dopo ti rifugi fra le braccia della mamma. C’è
davvero qualcosa di nuovo nei drammi, grandi e piccoli, dei giovani
di oggi oppure nulla è cambiato, a parte l’attuale morbosa
attenzione dei media?
Gustavo Pietropolli Charmet, psichiatra e psicanalista, è il
più grande esperto italiano delle problematiche adolescenziali.
Docente di Psicologia dinamica all’Università di Milano
dal 1985, è presidente dell’istituto di analisi dei codici
affettivi Minotauro e del Centro di aiuto alla famiglia e al bambino
maltrattato; è inoltre responsabile scientifico dell’associazione
L’amico Charly e direttore scientifico della collana Adolescenza,
educazione, affetti di Franco Angeli. Nel suo ultimo saggio (1), descrive
un cambiamento epocale nei sistemi di rappresentazione della funzione
genitoriale, e in particolare il passaggio dalla ‘famiglia normativa’
alla ‘famiglia affettiva’: ben lungi dall’essere
considerato il buon selvaggio di Rousseau o il perverso polimorfo
di Freud, il neonato di oggi viene salutato da mamma e papà
come un cucciolo d’oro. Essi non credono più che il loro
piccolo sia nato all’ombra del peccato originale, che sia tendenzialmente
colpevole e che perciò debba essere riscattato da regole e
valori imposti, come non credono che debba rinunciare alla soddisfazione
dei suoi bisogni e desideri, giudicati assolutamente adeguati. Non
ritengono necessario sottometterlo, anche con la minaccia e i castighi,
al rispetto della loro autorità (in quanto rappresentanti all’interno
della famiglia dello Stato e della divinità) e anzi, tutto
all’opposto, sono convinti che la natura del loro cucciolo sia
buona e per nulla antisociale, e che con molto amore e sostegno da
parte degli adulti il piccolo messia con miracolose attitudini crescerà
in bellezza e sicurezza. Di conseguenza, il bambino si convince che
il proprio sé sia molto più importante del culto e della
devozione all’altro da sé, sia esso genitore, insegnante,
prete o magistrato: quello che deve realizzare (e che tutti attorno
a lui auspicano che realizzi) è lo sviluppo di una bella persona,
in armonia con se stessa e con gli altri, dotata di buona capacità
comunicativa, simpatica e di successo. Il successo è senza
alcun dubbio l’obiettivo a breve termine degli adolescenti attuali:
ne hanno bisogno, ma soprattutto hanno la certezza di averne diritto.
In termini psicanalitici, il giovane Edipo è stato soppiantato
dal giovane Narciso: a differenza del suo predecessore, che per affermare
la propria identità doveva necessariamente ribellarsi all’autorità
costituita (simbolo di quella paterna che lo teneva in scacco nell’infanzia),
Narciso non ha motivi importanti per opporsi o contrastare l’ecosistema
culturale ed educativo in cui cresce, dal momento che per lui gli
adulti non sono degli avversari (non si sono mai comportati come tali),
ma dei potenziali alleati; se vogliono collaborare alla realizzazione
del suo speciale progetto di sé, meglio, ma se non vogliono,
pazienza, ci sono altre risorse (principalmente i coetanei). Come
afferma una studentessa nel corso di una trasmissione televisiva sull’argomento
(2): «Voi (gli adulti, n.d.a.) tirate sempre fuori
questa storia, che non abbiamo ideali. Io personalmente credo in me
stessa: sono io il mio mito, sono io il mio modello». Dal momento
che rappresenta una missione, la costruzione della propria diversa
e originale interpretazione della crescita ha bisogno di molta autonomia
e di uno statuto speciale, e deve essere esentata da una normalità
che la riguarda solo parzialmente. Il giovane Narciso ha bisogno invece
di vedere riflessa la propria immagine nello specchio sociale, ossia
necessita che venga riconosciuta e rispecchiata la sua intima essenza:
non gli importa, per esempio, di risultati scolastici scarsi, ma si
mortifica qualora venga misconosciuto il valore della sua persona.
I nuovi adolescenti trionfano ovunque: la televisione è al
completo servizio di Narciso, la pubblicità lo corteggia e
lo rappresenta come modello, il cinema canta i suoi amori con una
tenerezza commerciale inusitata, l’editoria vive delle vendite
dei libri costruiti per lui. Tutto il mercato si rivolge a Narciso,
favorendo un processo di adolescenzializzazione dei consumi, nella
consapevolezza che i ragazzi, orientando la politica degli acquisti
di tutta la famiglia, muovono masse enormi di denaro. Tuttavia la
debolezza di Narciso consiste proprio nella sua dipendenza dal riconoscimento
da parte del mondo in cui vive, e qualora non venga adeguatamente
apprezzato, la mortificazione e l’umiliazione che ne derivano
gli risultano intollerabili: il dolore che sperimenta scende in profondità,
producendo rabbia impotente e un micidiale progetto vendicativo (qualche
volta di tipo autolesionista). Se è messo alla gogna Narciso
può diventare molto violento e cattivo, perché non è
in grado di identificarsi con chi soffre del dolore che infligge nel
tentativo di restaurare la propria bellezza. Come Edipo era vittima
del senso di colpa nel momento in cui infrangeva le norme che gli
erano state imposte, così Narciso è vittima di un profondo
sentimento di vergogna quando non riesce a essere all’altezza
del suo progetto (o sogno) di sé; ma mentre la colpa può
essere espiata, la vergogna rimane per sempre, a meno di riuscire
a cancellarla in una dimensione prestazionale che lo riabiliti ai
propri occhi e a quelli del suo pubblico (3).
Dal punto di vista biologico, l’adolescenza è una fase
densa di cambiamenti che influenzano la vita psichica ed emotiva.
Flavio Mombelli, specialista in neurologia e psicoterapia e membro
della International society for neuropsychoanalysis e della International
society for the study of personality disorders, ce lo racconta come
un periodo decisamente difficile da affrontare.
Il compito con cui ogni ragazzo/a si deve cimentare è infatti
la conquista della propria identità individuale adulta, a partire
dalla confusione di ruolo che sperimenta nel momento in cui le strutture
psichiche del proprio sé infantile devono essere abbandonate.
«La moda di portare i jeans abbassati il più possibile
per mostrare la biancheria intima mi sembra una rappresentazione perfetta
del conflitto adolescenziale: da una parte, obbliga i ragazzi a camminare
in modo sgraziato, che ricorda l’andatura dei bambini con il
pannolone; dall’altro, l’esibizione degli slip o dei boxer
firmati costituisce un richiamo esplicito alla maturità sessuale
raggiunta».
Ma se, visti dall’esterno, gli adolescenti appaiono un miscuglio,
spesso disarmonico, di aspetti adulti e istanze infantili, nelle profondità
corporee la situazione può diventare davvero esplosiva. «Dal
punto di vista cerebrale, la mielinizzazione, cioè la maturazione
ultima del sistema nervoso che consente la veloce ed efficiente veicolazione
delle informazioni e la comunicazione fra i due emisferi, si perfeziona
intorno ai trent’anni, e ciò significa che l’adolescente
si trova in una condizione biologicamente sfavorevole per gestire
molte problematiche adulte. La situazione è ulteriormente complicata
dai cambiamenti ormonali, specialmente nei soggetti di genere maschile:
la produzione, tipica di questa fase, di dosi massicce di testosterone
– l’ormone non solo della sessualità, ma anche
della difesa del territorio e dell’aggressività –
è infatti in grado di alterare profondamente i comportamenti,
e in particolare la gestione degli impulsi». La capacità
di controllarsi, per esempio ritardando una gratificazione presente
a favore di un piacere più grande nel futuro, è una
competenza fondamentale che si apprende intorno ai quattro anni: i
test hanno dimostrato che un’elevata capacità di gestione
degli impulsi nell’infanzia è predittiva del successo
professionale e personale nella vita adulta; viceversa, un livello
basso di competenza in questo campo rappresenta un limite consistente
allo sviluppo psichico degli individui, tanto è vero che, nella
popolazione carceraria, i risultati degli esami attestano una capacità
di controllo delle proprie pulsioni significamente inferiore alla
media. «Nell’adolescente, questo cocktail fra confusione
di ruolo da una parte, difficoltà nel gestire gli impulsi e
aggressività causata dai cambiamenti ormonali dall’altra,
può diventare micidiale, come dimostra per esempio l’alta
percentuale di suicidi fra i giovani maschi». Nei casi di bullismo
o di violenza contro oggetti e persone, invece, interviene anche un
gap nelle competenze empatiche, cioè il mancato apprendimento,
sempre in età infantile, della capacità di identificarsi
in modo profondo con i sentimenti dell’altro, e in particolare
nelle sofferenze che gli si causano: un basso livello di empatia,
sottolinea Pietropolli Charmet, è un tratto tipico di Narciso
e del suo culto di sé. Tuttavia, se i genitori considerano
le pulsioni dei propri figli come intrinsecamente buone e meritevoli
di gratificazione, e il rispetto delle altrui emozioni un ostacolo
al grande progetto di costruzione della loro identità futura,
l’apprendimento di queste competenze fondamentali non sarà
adeguatamente incoraggiato: qualora a scuola ci si lamenti del comportamento
distruttivo di un alunno, per mamma e papà sarà senz’altro
colpa dei professori, responsabili di non capire o di non supportare
adeguatamente la personalità speciale del loro tenero virgulto.
Il processo di costruzione dell’identità risulta costoso
e critico nella misura in cui rompe equilibri consolidati nel tempo,
proiettando verso un nuovo incerto. L’identità
appena abbozzata non si gioca infatti come nell’adulto fra ciò
che si è e la paura di perdersi, ma nel divario ben più
drammatico fra il non sapere chi si è e la paura di non riuscire
a essere ciò che si sogna (4). Il giovane Edipo non avrebbe
mai potuto immaginare un mondo senza superIo, in cui poter
pensare di tutto, avere accesso a ogni tipo di informazione e sperimentare
ogni tipo di esperienza senza sentirsi in colpa prima, durante e dopo.
Narciso invece può accedere a sostanze di ogni tipo, visitare
ogni sito, venire in contatto con le proposte più audaci e
ipotizzare qualsiasi tipo di preferenza sessuale, al riparo da dolorosissimi
conflitti interiori fra istanze morali e mondo dei desideri. Oggi
la sofferenza non è più dettata dalla colpa di avere
trasgredito, ma dall’incapacità di avere agito e da un
vissuto di insufficienza per ciò che si potrebbe e non si riesce
a fare. Non prevale più il sentimento della colpa sostenuto
dall’ideale dell’io, ma il sentimento di vergogna sostenuto
dall’io ideale (5). I ragazzi di oggi si sentono in colpa se
aumentano di peso, ma non per avere ucciso un passante correndo in
macchina: è stato introiettato il dovere di non perdere la
forma fisica, ma non il divieto di uccidere (6). Dove c’era
la colpa di essersi spinto oltre il lecito, oggi c’è
la vergogna di non essere riusciti a spingersi oltre il limite. La
liberazione dal senso di colpa mette a disposizione di Narciso una
grande quantità di energie, ma genera anche un sentimento di
angoscia, perché diventa necessario avere le idee chiare, sapere
ciò che si pensa e ciò che si vuole, e soprattutto riuscire
a mettere in scena il proprio grande personaggio.
In questo contesto gli individui più fragili, che non possono
‘permettersi’ quello che desiderano (per ragioni economiche,
o di carisma personale, o di capacità relazionali, o di inadeguatezza
fisica o psicologica), non riuscendo a gestire il senso di fallimento
che deriva dal non essere all’altezza possono usare escamotages
molto pericolosi nel tentativo di trovare una via d’uscita.
La dipendenza da sostanze stupefacenti e alcool, ma Anche dai picchi
adrenalinici che si sprigionano durante attività pericolose,
come pure molti comportamenti autolesivi e i disturbi alimentari,
si strutturano spesso come modalità per governare questo senso
di impotenza.
A partire dagli anni Novanta si è registrata in Italia una
forma di devianza minorile del tutto sconosciuta in precedenza, caratterizzata
dall’assenza di ogni coerenza logica fra causa ed evento: le
condotte sono cioè tanto violente ed efferate quanto le motivazioni
inesistenti. Si va dal lancio di pietre dai cavalcavia alla violazione
dei cimiteri, dal bullismo all’omicidio di barboni, e questi
reati risultano ogni volta inspiegabili, feroci, senza movente. In
alcuni casi sono compiuti da soggetti che appartengono a fasce sociali
derelitte o emarginate, ma in alcuni altri sono consumati da giovani
la cui condotta precedente è stata del tutto irreprensibile
(7).
Narciso ha un bisogno estremo di essere conosciuto e riconosciuto,
e aspira a salire alla ribalta; lungo la strada dell’esibizione
lo accompagna tuttavia la premonizione che possa avverarsi la catastrofe.
Può infatti succedere che i destinatari dello show, invece
di essere uno specchio benevolo, mostrino disappunto, indifferenza,
o addirittura che lo dileggino. Quando, nel corso di una ricerca nelle
scuole superiori sul fenomeno del bullismo, è stato chiesto
agli studenti quanto grave essi considerassero la presa in giro da
parte dei compagni, la stragrande maggioranza del campione ha risposto:
«Moltissimo» (8). Nessuna esperienza psichica paralizza
le abilità di Narciso più della vergogna; egli si accorge
anche di dosi minimali di mortificazione sociale e ne rimane assiderato.
Ferito a morte dall’umiliazione, l’adolescente deve inizialmente
sottrarsi allo sguardo dell’altro, blindarsi in un rifugio solitario,
rivedere mille volte in moviola l’incidente che lo ha screditato
e instaurare un procedimento mentale di emergenza che restauri il
sé narcisistico manomesso, meditando una vendetta terribile
che possa ridurre la sofferenza ancora viva. L’accanimento con
cui rumina il riscatto consola Narciso delle innumerevoli umiliazioni
a cui lo espone la sua permalosità, la vera regista delle emozioni
che sperimenta nelle relazioni sociali: la vendetta si perfeziona
e si arricchisce di nuovi dettagli, sembra cancellare la ferita, ma
non ne impedisce la riattivazione nel momento in cui torna alla mente
la scena della mortificazione subita. Quello della vergogna è
un dolore che non si attenua nel tempo, anzi, a volte diventa pervasivo
e impone contromisure terribili, costringendo chi lo prova a compiere
imprese esagerate per riscattare il proprio onore e ricomporre la
bellezza della propria immagine (9). Quando Narciso decide di eseguire
la sua vendetta nel mondo reale lascia trasecolati i destinatari della
sua impresa, i quali non si sono neppure accorti di aver provocato
il danno di cui sono accusati o non se ne ricordano perché
è trascorso troppo tempo. C’è una certa analogia
fra il processo creativo e il progetto vendicativo: entrambi si compiono
in una zona della mente che ha scarsi contatti con la realtà
esterna, vanno alla ricerca di rappresentazioni di sé altamente
soddisfacenti, innovative, e destinate a rappresentare, una volta
agite nel mondo esterno, una verità interiore molto profonda.
Ma ciò che accomuna maggiormente il destino del processo creativo
a quello vendicativo è la costruzione mentale di sé
futuri splendenti ed eroici, ridefiniti dalla prestazione che riscatta,
regalando una soggettività riformulata con chiarezza e restituendo
all’adolescente la spudoratezza che impedisce l’umiliazione
(10).
C’è oggi una nuova risorsa a disposizione degli adolescenti,
che permette loro di ridefinire a piacimento l’identità
al riparo dalle tirannie e dalle mortificazioni inevitabili nel mondo
esterno: la realtà virtuale. Basta un nickname, e tutte le
limitazioni fisiche scompaiono. Il successo di playstation, chat,
messenger, e più recentemente di fenomeni come YouTube, Facebook,
o giochi di ruolo come Second Life, testimoniano la funzione fondamentale
che internet ricopre nella vita degli adolescenti: secondo un rapporto
Eurispes per Telefono azzurro del 2007, più di un terzo dei
ragazzi (il 34%) ha instaurato nuovi rapporti di amicizia tramite
il web. Accanto alla strada reale –luogo ideale di aggregazione
spontanea – esiste dunque una strada virtuale che sviluppa forme
di incontro, scambio e confronto del tutto nuove (11).
Per Narciso, l’insieme degli apparati tecnologici e multimediali,
che propongono copie del reale indolori e morbide, può rappresentare
una sorta di collante per le parti del sé frammentate ma, sul
piano fisico, l’esperienza di internet sta dematerializzando
la realtà: la possibilità della visione e dell’immersione
in ambienti creati e gestiti attraverso il computer de-realizza le
situazioni umane, facendo passare il concetto che l’agire simbolico
sia naturale (12). La mente si abitua a categorie percettive diverse,
modificando l’essenza ontologica dell’esperienza, la sua
qualità, il vissuto emozionale che comporta, l’elaborazione
psichica, e infine la sua rappresentabilità. La realtà
virtuale viene disegnata in conformità ai dettami del piacere
e del desiderio, e interagire con essa comporta la sospensione dell’io
reale e fisico, o la sua sostituzione da parte di un surrogato o un
clone incorporeo (13), il che è proprio quello di cui un Narciso
fragile ha bisogno. Internet è interattivo, dinamico, seduttivo,
ed esalta l’idea di un mondo nel quale diventa possibile vivere
potenzialità impraticabili nel reale, ma la volontà
di utilizzarlo per esperimenti nella costruzione del proprio sé
disarticola profondamente il rapporto fra identità e corpo
biologico. Nel virtuale infatti l’ordine di presentazione degli
eventi viene modificato rispetto a quello reale fino ad alterarlo
completamente, ma senza delegittimarlo a livello visuale perché
ciò che si vede è perfettamente plausibile: il virtuale
spaccia dunque per naturale un ordine che è artificiale, e
l’uso del verbo ‘spacciare’ non è casuale.
Primo Moroni è stato scrittore, libraio e intellettuale milanese,
e si è occupato tutta la vita dei movimenti giovanili antagonisti.
A proposito delle distorsioni causate nella personalità dei
ragazzi dalla droga, afferma in una intervista recentemente riproposta
online (14): «L’eroina provoca un’esperienza simulata,
che va ripetuta continuamente proprio perché non è reale,
e non essendo reale non cambia nulla. È un sostituto artificiale
dell’esperienza che – finché è in circolo
– ti dà l’illusione di essere felice». Proprio
come quando si sniffa, ci si buca o ci si cala una pastiglia, entrare
nella rete equivale a ‘farsi’, perché la persona,
attraverso la rete, costruisce se stessa ogni volta che interagisce
(15). Le fantasie compensatorie, che sono da sempre una risposta di
mediazione al vissuto frustrante fra il desiderato e il reale, assumono
nella loro amplificazione da virtuale un potere allucinatorio: la
sostanza del sogno si mescola alla realtà, senza che l’essere
umano ne prenda coscienza, facendo nascere pazze illusioni, miraggi
folli, inseguimento di chimere. Ma, proprio come avviene con le droghe,
l’esperienza di sé che se ne ricava, così esaltante
e soddisfacente, è del tutto illusoria, e smette di esistere
quando si spegne il computer. Per questo, alcuni scelgono di non spegnerlo
mai: in Giappone si è diffuso a partire dagli anni Ottanta
il fenomeno degli otaku, gruppi di adolescenti che si sono
calati nella realtà virtuale, innamorandosi di eroine dei videogiochi
o di idoli televisivi, al punto da rifiutare la realtà. Non
escono più dalla loro camera, non vanno a scuola, non parlano
con i genitori e nemmeno con gli amici: chini sul loro desktop, hanno
scelto di vivere una vita di sogni.
L’adolescenza ha perso la sua durata biologica: liberi di sperimentare
e di immaginare infiniti futuri possibili, di cambiare scuola o professione
quando le cose non funzionano come previsto, o semplicemente quando
ciò che fino a pochi mesi prima trovavano così affascinante
comincia ad annoiarli, i giovani Narciso allungano il più possibile
questa fase della loro esistenza.
«Sempre più spesso – afferma il dottor Mombelli
– arrivano in terapia trentenni afflitti dai problemi tipici
dell’adolescenza. Evidentemente, il passaggio all’età
adulta è diventato più difficile, per qualcuno quasi
impossibile, e si cerca di posticipare il momento in cui l’inevitabile
deve accadere». Le città si riempiono di ragazzi invecchiati,
ancora supportati da genitori che, come loro, non vogliono venire
a patti con la realtà. Com’è possibile infatti
che Narciso debba rassegnarsi al contratto precario quando era destinato
al pallone d’oro, oppure a servire in un bar invece di comparire
in tutta la sua bellezza sulle copertine delle riviste o in televisione?
Si potrebbe legittimamente invertire la teoria così diffusa
secondo la quale Tanguy – il protagonista di un celebre film
francese sul tema – non si decide ad abbandonare il tetto familiare
perché il mondo del lavoro gli impedisce di guadagnare abbastanza
per costruirsi una vita autonoma; al contrario, egli non si ribella
a una situazione sociale insostenibile perché non sa che altro
fare. Non è previsto dal suo dna lottare insieme agli altri
per ottenere ciò a cui aspira e, perso nella contemplazione
di sé, non si è mai posto il problema di cambiare la
società; in compenso, sente di avere tutti i diritti a un posto
al sole ma, per ottenerlo, ha solo le armi di un ragazzino cresciuto
nell’illusione di essere unico e speciale, armi un po’
spuntate quando si tratta di venire a patti con quanti gli avevano
promesso la luna e adesso gli offrono ottocento euro al mese con un
contratto a progetto. Peggio ancora, sembra non accorgersi dell’illusione
e si lamenta, magari a gran voce (sostenuto, come al solito, da mamma
e papà), ma la sua creatività, così allenata
quando si trattava di sognare il sé eroico e vittorioso, si
spegne quando la sfida diventa quella di cambiare il mondo in cui
vive. Piuttosto che ridefinire a livello profondo i suoi valori e
il suo rapporto con l’esistente, decide di continuare a giocare
il ruolo di grande promessa, ma in ambiti sempre più ristretti
e selezionati: la vittoria nella sfida settimanale a calcetto con
gli amici non sarà la Champions league ma, per qualche giorno,
consola.
Intanto il potere – quello reale – sorride.
Giovanna Baer
(1) Fragile e spavaldo. Ritratto dell’adolescente
di oggi, Gustavo Pietropolli Charmet, Laterza, 2008
(2) http://www.emsf.rai.it/grillo/trasmissioni.asp?d=271
(3) Gustavo Pietropolli Charmet, op. cit.
(4) L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani,
Umberto Galimberti, Feltrinelli, 2007
(5) Naufraghi nella rete. Adolescenti e abusi mediatici,
Luca Vallario, Franco Angeli, 2008
(6) Giovani, Vittorino Andreoli, Rizzoli, 2001
(7) Bullismo e adolescenza, Franco Marini e Cinzia Mameli,
Carocci, 2004
(8) Franco Marini e Cinzia Mameli, op. cit.
(9) Gustavo Pietropolli Charmet, op. cit.
(10) Gustavo Pietropolli Charmet, op. cit.
(11) ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, rapporto L’eccezionale
quotidiano, 2006,
(12) Luca Vallario, op. cit.
(13) Oltre l’immagine, Kevin Robins, Costa & Nolan,
1999
(14) http://www.gomma.tv/videoz/primo-moroni-e-la-luna-sotto-casa/index.html
(15) Internet e mutazioni antropologiche, Leonardo Montecchi,
McGraw-Hill, 2004