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Intervista

 

Massimo Cannarella. La Nación: per un percorso di riconoscimento e integrazione
intervista di Claudia Ramirez
Le ‘bande di strada’ latinoamericane: una realtà sociale e culturale negata dalla facile criminalizzazione dei media

 

 

Al di là della stigmatizzazione e dell’immaginario collettivo costruito dai media italiani che le vuole ‘delinquenti’ e ‘criminali’, le cosiddette ‘bande di strada’ emergono da una situazione marginale e deprivante per cercare di diventare associazioni giovanili culturali a tutti gli effetti. Ma chi sono i giovani coinvolti in queste esperienze? Da dove vengono? Dove vanno? A quali bisogni di socialità, visibilità e riconoscimento risponde l’appartenenza alle ‘bande’? Ne abbiamo parlato con il Dr. Massimo Cannarella, ricercatore nel progetto europeo Transnational Research on European Second Generation Youths (TRESEGY), presso il Dipartimento di Scienze Antropologiche dell’Università di Genova, dove ha condotto una ricerca su questi giovani migranti latinoamericani.

Cosa sono le cosiddette ‘bande di strada’?

Innanzitutto bisogna fermarsi a riflettere sul termine ‘bande’. Una parola che è eticamente connotata, perché portatrice di un immaginario di riferimento di criminalizzazione in sé e per sé. Noi, come ricercatori, preferiamo definirle ‘organizzazioni di strada’, un termine sociologico impiegato da David Brotherton e Luis Barrios in uno studio condotto nei ghetti di New York. Detto questo, le organizzazioni di strada sono un insieme di persone che si uniscono per resistere a un contesto ostile che le prova fisicamente ed emotivamente; il contesto tipico del ghetto, del barrio; un contesto di discriminazione etnica e razziale dovuta alla povertà. In questo ambiente, le organizzazioni di strada diventano uno strumento per resistere, per migliorare la propria vita, per rinforzare il proprio benessere rispetto a una situazione deprivante.

Quale immagine si è creata delle organizzazioni di strada, e quale ruolo hanno avuto i media italiani nel generarla?

L’immagine fa riferimento a decenni d’immaginario collettivo sulle street gang nelle capitali nordamericane come Los Angeles, Chicago e New York. Fa riferimento a film come Colors, ma anche al più antico Guerrieri della Notte. Quindi, quando si parla di bande, il riferimento culturale è quello: la banda di strada, la banda che comanda il territorio, la banda violenta, la banda che gestisce lo spaccio, le rapine, i furti.
Quando i media italiani si sono trovati di fronte a questo oggetto sociale, per loro sconosciuto, illuminato dai fari puntati dalla polizia (quindi anche la fonte da cui arrivava la notizia era già definitoria), hanno subito recepito l’immaginario di riferimento più rapido (quello appunto dei Guerrieri della Notte) e lo hanno adottato e trasmesso per renderlo immediatamente comprensibile ai propri lettori. È così che le bande sono diventate quelle che a Genova, a Milano, a Perugia controllano le attività illegali, sono organizzate verticisticamente, hanno riti di iniziazione... e tutto questo cascame che viene associato al termine ‘bande’.

Perché l’interesse del pubblico italiano per le bande è legato prevalentemente ad aspetti di violenza?

I gruppi di strada – è inutile nasconderlo – utilizzano anche la violenza. La utilizzano come mezzo di affermazione e di comunicazione ed è l’aspetto più evidente della loro esistenza.
Questo ovviamente ha preoccupato la popolazione autoctona. Nel contempo, tale aspetto si lega a un clima di costruzione del panico mediatico da parte degli imprenditori della sicurezza – siano essi imprenditori politici o imprenditori economici, sono comunque imprenditori della sicurezza – soggetti che dallo sviluppo del panico mediatico e dalla crescita della relativa domanda di sicurezza, in qualche maniera, traggono profitto. Quindi l’aspetto della violenza viene preso ed esasperato.
Un esempio concreto: quando la notizia dell’esistenza delle gang a Genova è uscita sui giornali italiani (notizia arrivata dalle forze dell’ordine), la polizia ha indetto una conferenza stampa con una piantina della città alle spalle. Era una mappa colorata in nove differenti tinte e il titolo annunciava: “Nove bande marciano su Genova”. Si faceva quindi riferimento al territorio, alla violenza, alle organizzazioni paramilitari.
Questa informazione proveniva dalla polizia e i media l’hanno subito ripresa e rilanciata. Da lì in poi, ogni episodio di violenza che avveniva in città riguardante un sudamericano di qualunque età, era inserito nel contenitore narrativo gang giovanili, generando anche dei paradossi. In questo modo si creava il mito della banda di delinquenti organizzata, concetto che va molto oltre la microcriminalità disorganizzata e casuale. Monta il panico, la domanda di sicurezza cresce e gli imprenditori della paura ci guadagnano.

Chi sono i giovani immigrati coinvolti nel fenomeno delle organizzazioni di strada? Che famiglie hanno alle spalle? Che vissuto hanno della strada?

Inizialmente i gruppi, a Genova e in Italia, vengono ‘tirati su’ e organizzati da ragazzi adolescenti o post-adolescenti (fra i sedici e i venticinque anni). Normalmente sono ragazzi venuti qui a seguito della migrazione familiare, e sono letteralmente annessi alla migrazione familiare, ossia non hanno cercato loro la migrazione.
La migrazione latinoamericana, in particolare quella equadoregna a Genova, inizia come migrazione femminile: sono le donne a emigrare in una città ‘vecchia’ per occupare la nicchia di mercato etnico del lavoro di cura alle persone anziane – quelle che poi, in un secondo momento, verranno chiamate ‘badanti’. Ma a un certo punto diventa più difficile entrare in Italia senza un visto ufficiale, a causa delle nuove leggi italiane, e di conseguenza queste donne decidono di attuare dei ricongiungimenti familiari e di portare in Italia, in maniera legale o illegale, sia i propri
mariti, sia i propri figli. I giovani che arrivano a Genova, quindi, sono persone che sono state da sole per molti anni, affidate a qualche parente in Ecuador, dove tendenzialmente stavano bene; avevano il loro percorso di studi o di lavoro più o meno avviato, avevano delle amicizie, degli affetti.

Certo in Ecuador vivevano una situacittazione contraddittoria: visti male in quanto figli di donna immigrata, ma nel contempo anche privilegiati, per i soldi delle rimesse. Quindi i ragazzi vengono essenzialmente strappati, anche controvoglia, da una situazione che tutto sommato, per un giovane, rappresenta un ambiente familiare, consolidato, conosciuto e caldo. Spesso sono portati qua con l’inganno. Si dice loro: «Vieni a fare le ferie ad agosto a Genova, vieni a trovare la mamita» ma il biglietto è di sola andata, e lo scoprono qui, quando imparano che non c’è più il biglietto di ritorno. Altre volte lo sanno, ma non è detto che siano consenzienti.
In generale lo scontro con la città è uno shock. I ragazzi vengono qua convinti di trovare l’Occidente ricco, l’America, il Nord America: New York, Los Angeles... e invece si ritrovano in Europa. In particolare, Genova è una città con un centro storico antico, decadente, molto vasto, e oltre il centro ci sono i quartieri di periferia, non certo l’America luccicante che immaginavano. Dopodiché, non è detto che i ragazzi che entrano nei gruppi di strada abbiano per forza delle famiglie problematiche alle spalle; non è assolutamente detto.

Quali sono gli atteggiamenti quotidiani della società italiana che questi giovani percepiscono come violenti? E qual è il percorso psicologico che devono affrontare?

Il percorso psicologico che questi giovani affrontano quando arrivano in Italia è molto difficile, soprattutto esteriormente. Approdano in un contesto dove non hanno punti di riferimento, la lingua è cambiata, gli amici non ci sono, spesso la famiglia è assente durante il giorno e andare a scuola diventa un problema, perché prima devono imparare la lingua. Quindi, se arrivano nelle scuole dell’obbligo, vengono spesso inseriti un anno o due prima di quella che è la loro età reale all’interno del percorso scolastico. Il che significa, per un ragazzo di tredici o quattordici anni, stare insieme a dei bambini di undici anni. Vuol dire perdere anni! Vuol dire terminare un percorso di studi con anni di ritardo rispetto a quanto preventivato quando erano ancora in Ecuador o nel loro Paese di origine. L’urto con questa nuova realtà è per loro molto forte.

Poi c’è un altro impatto, più difficile da raccontare. Quello meno eclatante, meno evidente, che si riferisce al modo in cui ti guardano gli altri. Nelle nostre interviste, abbiamo chiesto spesso a questi ragazzi se avessero vissuto episodi di razzismo. A sentirli parlare, l’Italia è un Paese, non dico perfetto, ma quasi. Non parlano di razzismo, però ti dicono: «Mah... c’è la vecchietta che quando sale sull’autobus ti parla alle spalle o si stringe la borsetta, c’è l’impiegato del supermercato che quando entri a comprare qualcosa ti segue per gli scaffali per vedere che non rubi niente, se sei in una pandilla la polizia ti segue e ti ferma per strada. Ma, a parte questo... non c’è nulla».

Questi racconti, però, fanno parte di una situazione particolare. Quello che condividevano tutti questi giovani erano delle situazioni di razzismo che sembravano tutto sommato limitate. Ma proviamo a immedesimarci in loro, in ragazzi giovani la cui presenza in mezzo a noi è costantemente messa sotto esame, costantemente messa in discussione: “Se tu lo meriti, puoi stare in mezzo a noi. E per meritarlo io devo sapere tutto di te. Io devo sapere di te che sei un bravo ragazzo, da dove vieni, se stai studiando, che religione hai... In più, tu risalti, risalti all’occhio per me. Quindi questo ‘devo sapere tutto’ ce l’ho scritto nel mio sguardo, quando ti seguo per la strada, quando ti osservo mentre sali sull’autobus”. Questo ‘guardare male’, per un ragazzo diventa una cosa molto pesante, diventa, in realtà, un atto continuo di violenza. Io, come italiano, posso camminare per strada, e lo facevo anche quando ero ragazzo e nessuno metteva in discussione la mia legittimità a stare qui. Nessuno mi chiedeva con uno sguardo: da dove vieni? che cosa farai adesso? cosa stai facendo? Dentro a questi nostri sguardi c’è una violenza intrinseca molto forte. È la violenza quotidiana dell’eterno controllo: controllo del documento – che tipo di documento hai, per lavoro, per studio, sei inserito nel permesso di soggiorno dei tuoi genitori – controllo dell’esame, controllo della lingua. Quindi, al di là del semplice e violento atto di razzismo eclatante, c’è tutto questo insieme di cose. Un razzismo che è quotidiano, che sembra piccolo ma che, in realtà, pesa sulla vita delle persone come un macigno.

E poi c’è, man mano che crescono, l’affermata differenza a partire dalle leggi. Un ragazzo italiano a diciotto anni è libero, a diciotto anni può permettersi di studiare, di avere i propri interessi, può fare praticamente quello che vuole. “Tu no, tu devi lavorare e/o studiare per mantenere un documento”. È ben altra cosa! Ho intervistato dei ragazzi che mi hanno detto in maniera molto semplice: «Ma perché io non posso lavorare meno e dedicare il mio tempo a fare video o a fare quadri o a fare musica? Perché io devo lavorare otto o dieci ore al giorno per guadagnarmi il documento e poter rimanere in Italia?»

Cosa spinge un giovane latinoamericano a far parte di una banda?

I ragazzi non entrano nei gruppi di strada perché sono devianti e vogliono praticare al massimo la propria devianza. Un giovane, latinoamericano e non, fa parte di un gruppo semplicemente perché dentro ci sono i suoi coetanei, i suoi amici, i suoi pari. Ci entrano perché per un adolescente appartenere al gruppo dei pari è indispensabile. L’affiliazione a una ‘terribile banda’ è questo, dipende semplicemente da dove sono i tuoi amici: se sono più vicini ai Netas, piuttosto che ai Latin King. Questo è l’inizio. Le motivazioni profonde derivano dal vissuto e dal contesto sociale. Per cui, puoi voler aderire a un gruppo perché trovi un ricovero emozionale da un percorso difficile, allora il gruppo ti contiene, perché è caldo e ti sostiene. Oppure, per rinforzare te stesso di fronte alla società: “Io esisto, io sono, e sono orgoglioso di essere quello che sono” in una società che invece ti vuole silenzioso, sottomesso, inferiore.
Ci sono anche i percorsi di redenzione, dove ragazzi che prima si drogavano, si picchiavano per strada e si ubriacavano costantemente, sono stati supportati dall’organizzazione trovando un aiuto concreto.

Che cos’è ‘la Nación’?

La Nación è il termine che utilizza un’organizzazione della strada molto conosciuta, soprattutto in Nord America e in Sud America – ma adesso comincia a essere conosciuta anche da noi – sotto l’acronimo LKQN: Almight Latin King & Queen Nation. La Nación è un gruppo ideale, una terra ideale alla quale vuole appartenere un giovane che sente di non avere nessuna nazione; un giovane che non si sente cittadino in Ecuador – uno Stato debole che non ha saputo costruirsi in quanto tale e non ha saputo far entrare i propri cittadini all’interno della cittadinanza – e si sente un ‘non cittadino’ anche in Italia – dove, appunto, non ha la cittadinanza e viene discriminato per legge. Quindi far parte della Nación significa crearsi una nazione di appartenenza ideale in cui stare, una nazione per di più non solo italiana ma transnazionale.
La Nación dei Latin King nasce intorno agli anni Cinquanta come forma di tutela dei propri membri dagli scontri nelle strade di Chicago; si trasferisce nelle prigioni per proteggere gli affiliati all’interno delle dinamiche violente del sistema carcerario nordamericano; poi da Chicago si estende ad altre città come Los Angeles e New York, per arrivare infine in Sudamerica attraverso le deportazioni e i ‘ritorni a casa’. Le persone emigrate negli Stati Uniti e che ritornano, infatti, portano con sé questa forma di organizzazione della strada e ‘piantano bandiera’, come dicono loro, nei Paesi latinoamericani.

Successivamente, con le diaspore dei migranti in tutto il mondo, queste organizzazioni di strada approdano in Spagna, in Italia, in Belgio ecc. La realtà dei Latin King è sempre oscillata fra l’essere un gruppo di autotutela vero e proprio, che rivendica i diritti delle minoranze, e un gruppo violento che gestisce l’economia illegale della strada; quindi un’esistenza fra politica della strada ed economia illegale della strada. A New York, per esempio, negli anni Sessanta e Settanta, la Nación si avvicina a diventare un gruppo per la rivendicazione dei diritti di una minoranza, si avvicina agli Young Lord, che erano il corrispettivo latino delle Black Panter afroamericane. Gli anni Ottanta sono gli anni bui di economia illegale, violenza e omicidi. Negli anni Novanta i Latin King tornano a sviluppare forme di politica della strada, un percorso che negli anni Duemila viene interrotto dopo l’11 settembre 2001, quando organizzazioni come la Nación sono definite ‘organizzazioni terroristiche’ e, per questo, entrano in clandestinità.

Oggi, in Italia, arrivano ragazzini che ‘piantano bandiera’, che tirano su dei gruppi, e che non sanno nemmeno loro che cosa, di preciso, significhi essere Lating King. E se lo sanno è perché uno di loro ha iniziato un percorso per diventarlo in Ecuador. Se arriva il ‘re’, che conosce meglio la Nación, e lo insegna ai membri del gruppo, il gruppo si istituzionalizzerà e andrà avanti; acquisirà le regole condivise da tutta la Nación in ogni Paese nel quale essa si sviluppa e le contestualizzerà sulla base del differente ambiente e delle persone che lo compongono. La Nación non è mai uguale a se stessa, parte da un gruppo comune e si contestualizza andando avanti sotto questo nome, che è quasi un logo in franchising: Almight Latin King & Queen Nation.
A Genova sono stati dei ragazzini a far nascere i Latin King, perché quello era il loro immaginario di aggregamento, che non è solo un immaginario latinoamericano di violenza del barrio: è anche MTV con il suo hip hop, il gangster rap con la collana d’oro, l’anellone, le ragazze seminude che ballano sulle gambe del rapper di successo di turno... Quindi, la Nación è anche un immaginario globale di riferimento. Tutto confluisce un po’ in questo ricontestualizzarsi costante di forme di aggregazione giovanile globalmente condivise e riconosciute nei differenti Paesi.

Ci può raccontare del percorso di emersione e riconoscimento dei gruppi di strada iniziato a Barcellona e poi portato a Genova?

Il nostro gruppo di ricerca lavorava già da anni sui giovani migranti che approdavano a Genova, e sui quali i media avevano iniziato una campagna palesemente discriminatoria. A partire da questo, abbiamo iniziato a porci delle domande: esistono veramente queste bande? Sono davvero così terribili? Se ci avviciniamo ci uccidono? Cosa succederà se tentiamo di parlarci? E abbiamo iniziato a cercare contatti raccogliendo voci.
Poi siamo stati invitati a un convengo a Barcellona – città con un modello di immigrazione latinoamericana simile, molto più vasto come numeri ma paragonabile per esperienze – durante il quale i nostri corrispettivi ricercatori catalani si sono incontrati con i Latin King e con alcuni esponenti dell’amministrazione del comune di Barcellona. L’obiettivo era il riconoscimento del gruppo come associazione giovanile e la fine degli scontri violenti tra bande. Quando, a sorpresa, salgono sul palco la rappresentante delle Queens, il ramo femminile dei Latin King, e il rappresentante dei Netas, li si sente dire: «No, non ci scontreremo più. Noi non useremo più violenza fra di noi. Questi siamo noi, non siamo delinquenti, conosceteci». Perché effettivamente loro non sono delinquenti. Quello che dice la ricerca fatta a Barcellona – e che poi scopriamo essere valida, nei suoi risultati, anche da noi – è che questi gruppi non gestiscono territori, non gestiscono economie illegali, non vendono droga, non sono organizzazioni dedite al profitto illegale.

Così decidiamo di ripetere la medesima esperienza in Italia, riusciamo a entrare in contatto con i
Latin King e i Netas e, semplicemente, proponiamo loro di incontrarsi, proprio come è accaduto a Barcellona. Logicamente ci vuole copertura politica, a Barcellona l’avevano ottenuta.
A Genova all’inizio c’era e abbiamo invitato dal Nord America due esponenti dei Latin King e dei Netas. Figure carismatiche, riconosciute come tali dai gruppi italiani, che sono intervenuti in una riunione organizzata fra due gruppi di ragazzi che si scontravano con una violenza sempre più crescente. In un clima abbastanza teso, abbiamo iniziato questa riunione quasi rap. Al centro del cerchio, i ragazzi hanno raccontato chi erano, cosa stavano facendo a New York, hanno detto che non si poteva perdere la propria vita da giovani per delle dinamiche di strada, e hanno dato a tutti il braccialetto sacrifice: “La pace è un sacrificio ma va fatta”. Da quel momento in poi il canale si è aperto, il rapporto si è stabilito, e quello che era diventato importante a quel punto era raccontarsi alla città. Questo avviene dopo qualche giorno in un’assemblea tenutasi all’Università di Genova.

Centinaia di persone tra italiani, stranieri, madri, padri, operatori sociali, poliziotti, ragazzi delle bande, che si sono commossi nel momento in cui un ragazzo è salito sul palco e ha detto: «Io sono un Latin King, non sono un delinquente ». È stata una cosa molto forte, poterlo dire alla città dopo anni che si nascondevano. Insomma, da lì è partito tutto, abbiamo trovato un partner inatteso, un centro sociale occupato e autogestito di Genova, il cui collettivo ci è stato molto vicino, che ha dato loro casa e gambe a questo incontro. Per due o tre anni, tre gruppi di strada fra i più grossi presenti in città, Latin King, Netas e Masters of the Street hanno organizzato feste e manifestazioni con cui aggregavano la propria gente e finanziavano le proprie organizzazioni, aiutando i propri soci in momenti di difficoltà economica. Erano feste che radunavano circa cinquecento ragazzini latinoamericani alla volta ed erano un importante bacino potenziale di ascolto e di dialogo con questi giovani; un contesto che in città non esisteva e che non ci sarà mai più, perché purtroppo questo progetto, per molteplici ragioni, è venuto a termine. C’è stata miopia, perché la situazione aveva le potenzialità per evolvere.

Purtroppo il progetto ha goduto di una copertura politica parziale da parte dell’amministrazione della città: nessuno voleva coinvolgersi fino in fondo perché era troppo rischioso.
La ‘banda’ incute timore, e soprattutto non è vendibile politicamente finché non la reprimi: se la reprimi è vendibilissima! Se dici che devi riconoscerla, farla emergere, renderla un’organizzazione riconosciuta di aggregazione e promozione della partecipazione giovanile in città, allora non è più conveniente politicamente. Quindi il sostegno era intermittente e alternativo, c’era e non c’era, fino a quando non è sparito del tutto. Dopo il primo anno il progetto si è sostenuto con il volontariato di tutti quelli che si sono trovati dentro, e siamo stati tanti. Con più sostegno il progetto poteva definitivamente evolvere. Si sarebbe potuto prendere alcuni di questi ragazzi e renderli dei mediatori culturali giovanili, tra pari, gente che conosce la vita delle persone con cui deve avere a che fare, e quindi in grado di dare degli input.
Persone che quando le abbiamo conosciute erano molto, ma molto consapevoli del contesto in cui si trovavano. Li abbiamo visti nelle riunioni, hanno fatto delle presentazioni della nostra ricerca insieme a noi, li abbiamo portati in giro per le università in tutta Italia. C’era il materiale per andare avanti, ma non c’è stata la volontà politica, né di farlo né di trovare le risorse per farlo.

Alcuni giovani appartenenti a queste associazioni sono ragazzi italiani. Cosa spinge un adolescente italiano a far parte di uno di questi gruppi?

In generale gli italiani che entrano in un’organizzazione di strada condividono, con le persone del gruppo, lo stesso ambiente, gli stessi stili di vita, le stesse aspettative. Sono ragazzi delle periferie urbane, giovani tendenzialmente di classe sociale bassa o discriminati che hanno come cultura di riferimento quella rappera e quella hip hop e che vogliono condividere le loro storie di strada. Abbiamo conosciuto due ragazze e un ragazzo italiani che sono entrati in un’organizzazione perché frequentavano lo stesso muretto sotto casa, e per il semplice motivo che queste persone avevano una famiglia povera alle spalle, e non trovavano accoglienza presso gli altri italiani che avevano altri stili di vita, altre esigenze ed erano più immaturi rispetto a persone abituate a occuparsi della sorellina più piccola, della madre disoccupata ecc. E che, quindi, hanno trovato in questi gruppi una comunità affettiva ed emotivamente soddisfacente.

Qual è la situazione attuale delle organizzazioni di strada a Genova e a Milano?

Attualmente ci sono i gruppi minori che nascono, crescono e muoiono nel giro di pochi mesi o anni, accanto a gruppi più grandi che fanno riferimento alle organizzazioni transazionali.
In questa situazione la fluidità è molto marcata e secondo me non è particolarmente diversa da quella che abbiamo trovato anni fa come ricercatori. Gli scenari sono imponderabili perché le generazioni continuano ad avvicendarsi dentro a questi gruppi. Si potrebbe andare avanti e far crescere la parte più culturale di queste aggregazioni – perché sempre più giovani si sentono italiani, anche se italiani col trattino (italo-equadoregno, italo-peruviano...); oppure si potrebbe estremizzare la situazione opposta, quella della vita di strada.
Diciamo che siamo a un bivio e molto dipenderà anche dal contesto, da come evolverà la capacità di recepire e accogliere i cambiamenti che queste persone possono apportare alla nostra società; se decideremo di averli legali e italiani a tutti gli effetti, o se invece continueremo in questo atteggiamento stupido, criminale e discriminatorio di ‘italiano se’, ‘italiano solo se’, ‘italiano ma... però’, che in realtà non porta a niente altro che a rabbia e a risposte violente.
Ed è proprio rispetto a tali aspetti che, giustamente, uno di questi ‘terribili delinquenti’ di circa vent’anni, parlando con un ministro della Repubblica Italiana, ha chiesto: «Noi abbiamo fatto la pace con la società, ma la società farà la pace con noi?» E secondo me, in questo dilemma c’è molto di quello che potrà succedere.

 

Claudia Ramirez

 

Libri sull’argomento

Hermanitos; vita e politica della strada tra i giovani latinos in Italia, Cannarella M., Lagomarsino F., Queirolo Palmas L., Ombre Corte, 2007

I latinos alla scoperta dell’Europa, nuove migrazioni e spazi della cittadinanza, Ambrosini M., Queirolo Palmas L., Franco Angeli, Milano, 2005

The Almitghty Latin King and Queen Nation. Street politics and the transformation of a New York City gang, Barrios L., Brotherton D., New York, Columbia University Press, 2004

Esodi e approdi di genere. Famiglie transnazionali e nuove migrazioni dall’Ecuador, Lagomarsino F., Franco Angeli, Milano, 2006

Gangs and Society: Alternative perspectives, Kontos L., Brotherton D., Barrios L., Columbia University Press, New York, 2003

Il fantasma delle bande, Queirolo Palmas, Torre A., Fratelli Frilli Editori, Genova, 2005

 

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