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Musei e metafore*
di Felice Accame
L’impossibilità a museificare l’aspetto culturale del calcio, nelle sue metafore funzionali a sostenere un modello economico

Le procedure di museificazione rivolte all’attualità o, meglio, a oggetti che perdurano nel tempo del museificatore stesso, sono procedure per loro natura selettive. Ovviamente, non prendono tutto ciò che capita – come potrebbe accadere all’archeologo, che, avendo a che fare con il perso nel tempo, non può permettersi di buttar via nulla. Prendono qualcosa escludendo altro.
I criteri in base ai quali si seleziona non sempre sono chiari alla consapevolezza del selezionatore. È ovvio che nella loro formazione intervengano fattori inconsci, scopi più e meno dichiarati, esiti di negoziazioni concettuali.

Accade così che molto di ciò che ha contribuito a determinati risultati dell’evoluzione culturale rimanga sullo sfondo, fino a stemperarsi, fino a perdere riconoscibilità. A maggior ragione, allorché l’oggetto è il calcio – sport diventato spettacolo planetario, mitologizzato, ridotto spesso a mero catalogo di imprese leggendarie da parte di ‘campioni’ che, in quanto tali, già nascondono all’occhio dell’osservatore storicizzato, coloro che campioni non sono.
È così che la gran parte delle ‘forze’ che hanno reso ‘grande’ il calcio può essere confusa e dimenticata. Prima che l’amnesia collettiva faccia troppe vittime, allora, il museificatore farà bene a registrare il maggior numero possibile di elementi che, nei processi di comunicazione dell’attualità, rimangono indistinti sullo sfondo.
Fra questi, il linguaggio.

È noto come il linguaggio calcistico – con il successo della pratica sportiva cui si riferisce – abbia funto da motore metaforico per molte espressioni usate nell’uso ad accompagnare attività e circostanze che con il calcio vero e proprio non hanno nulla a che fare.
È così che si può parlare di qualcuno estromesso da una trattativa come se fosse ‘fuori gioco’. O di chi sorprenda l’altro replicando alla sua iniziativa come se agisse ‘in contropiede’. O di chi, incautamente, svalorizza se stesso come se si fosse fatto un ‘autogol’. O di chi ha una responsabilità maggiore di altri in un’azione concertata come se giocasse ‘di punta’. O di chi evita un ostacolo fisico o mentale come se lo ‘dribblasse’. O di chi viene redarguito o penalizzato come se gli fosse stato mostrato un ‘cartellino giallo’ o addirittura ‘rosso’. È così che l’‘ammonizione’ e l’‘espulsione’ sono diventati i soli due gradi del giudizio in certe contese relazionali, dove, magari, qualcuno – cavandosela alla bell’e meglio – si ‘rifugia in calcio d’angolo’; dove un rapportarsipiù e meno assiduo può essere visto in termini di un ‘marcamento a uomo’ o ‘a zona’, dove il rompere gli indugi nei confronti di qualche interlocutore può esser visto come una ‘entrata a gamba tesa’, mentre il favorire la bella figura di un altro – sostituendo ciò che un tempo, recuperando la metafora dal mondo del teatro, sarebbe stato un ‘far da spalla’ – può esser visto in termini della fornitura di ‘assist’. È così, peraltro – la faccio finita alla svelta – che di ogni ‘dirigente’ che si rispetti, oggi si può lodare la facoltà di saper ‘gestire lo spogliatoio’.

Ora, il perché di questo successo – di questa potenza epidemica – andrebbe spiegato – e l’unico modo di spiegarlo è indagando la natura del giuoco del calcio, ovvero la natura del motore metaforico, nonché la fascinazione analogica – andando quindi sul versante del mentale – che può innescare con fenomeni di più ampia portata.
I risultati analitici di molti punti di vista (sociologia, psicologia, antropologia, semiologia, teoria dell’informazione, cibernetica, ecc.) hanno portato alla luce una serie di elementi che, a buon diritto, possono essere considerati costitutivi del giuoco del calcio. Tra questi, vorrei segnalare lo scopo – il mio e il tuo, contrapposti – l’avversario, il batterlo, il superarlo e l’evitarlo – questo avversario – l’arrivare prima, il contrapporsi, l’aggressione o l’attesa – la tattica – nonché la possibilità di un pareggio tra le forze in campo – l’uscita da una tenzone a testa alta, frustrati da una mancata vittoria ma non perdenti.

Va da sé come l’insieme di questi elementi descriva nella loro generalità molteplici situazioni della vita relazionale degli individui – nell’ambito della struttura familiare come in quello delle attività lavorative.
Si tenga poi presente che i mezzi per ottenere i suddetti risultati sono costituiti dalla coordinazione collettiva ai fini di un risultato comune, dal mutuo sostegno, da una forma che non si esita a definire di intelligenza collettiva – da cui la possibilità per il più debole di battere il più forte – dall’uso dello stesso linguaggio da parte della squadra – come allorché il rapporto semantico diventa ‘impegno’, ‘vincolo’ per una comunità di parlanti fino a tramutare il linguaggio stesso, per l’appunto, in lingua. O, ancora, dal dominio della palla – nella dialettica del mio e del tuo – e dalla distribuzione dello spazio e dei compiti in rapporto alle caratteristiche di ciascuno (in termini di forza, di resistenza, di agilità, di destrezza, di rapidità – fin di lateralità).

Ovvero da tutto un insieme di valori categorizzati come positivi alla luce del modello economico inclusivo della divisione del lavoro e della distribuzione delle risorse, equa o men equa che sia. Non a caso, Desmond Morris, come è noto, ha riassunto questi risultati analitici invitando a considerare il calcio come il residuo simbolico di un’attività economica ancestrale fondamentale come la caccia (1) – una caccia, che, peraltro, si svolge in un tempo di elaborazione-maturazione del risultato sufficiente a consentire accumulo di attenzione-tensione e, nel caso, scarico.
Questi elementi, tuttavia, non sarebbero stati sufficienti – da soli – a innescare un processo di così vasta portata come quello riscontrabile a livello degli usi linguistici nei più diversi contesti. Ha contribuito non poco ilsuccesso parallelo di un’altra metafora che, da Eraclito a Wittgenstein, ha attraversato la storia della filosofia e, infine, il modo di vedere le relazioni sociali e le forme dello scambio finalizzate al loro mantenimento.

Come facevo notare tempo fa (2), già Eraclito aveva descritto “il corso del mondo” come “un bambino che gioca a dadi”. Il considerare un evento – un’interazione, uno scambio, una sequenza di azioni più o meno coordinate – in termini di gioco, dunque, corrisponde a operazioni mentali piuttosto antiche e consolidate. L’idea – poi – del gioco della palla metaforizzato fino al punto di esprimere “il movimento della nostra anima che va dal suo regno al regno della vita in cui è la quiete e la felicità eterna” risale a Niccolò da Cusa e al suo De ludo globi, che è del 1463. Ma è nel Novecento, però, che la metafora del gioco si espande in tutto il suo potere esplicativo. Si pensi al ‘Grande gioco’ – ovvero alle strategie spionistiche messe in atto tra Russia zarista e Inghilterra coloniale – così come è raccontato da Rudyard Kipling e, soprattutto, si pensi ai ‘giochi linguistici’ del filosofo Ludwig Wittgenstein – che enfatizza il carattere sociale del linguaggio nonché l’adempimento di regole che il suo uso comporta – e, ancora, al modello del gioco applicato ai rapporti interpersonali dalla psicologia transazionale di Eric Berne (autore del fortunato A che gioco giochiamo? [3]).

Abbiamo così imparato a considerare gli snodi principali della nostra esistenza relazionale in termini di ‘gioco’ e, all’interno di questo, abbiamo poi maturato la metafora di un gioco particolarmente articolato e complesso come il gioco del calcio. Si potrebbe anche dire che la chiave di accesso alla metaforizzazione del gioco del calcio è stata fornita da una metaforizzazione precedente, potenzialmente inclusiva.

Testimoniare tutto ciò investendo la testimonianza in cose, in oggetti, in empiricità – museificarlo – è difficile – me ne rendo conto. Perché si tratta di processi e non di cose, non di oggetti, o, meglio, non di oggetti rappresentabili. Eppure, sono anche convinto che se voglio attribuire un significato sensato, alle cose, agli oggetti rappresentabili – se voglio promuovere una memoria coerente del mondo e non fiabe consolatorie – qualcosa per salvare questi processi, prima che se ne perdano le dinamiche costitutive, si debba pur fare.



Felice Accame

* relazione presentata al Symposium dei direttori dei Musei del Calcio e dello Sport europei, Fondazione Museo del Calcio, Coverciano (Firenze), 24 marzo 2010

(1) cfr. D. Morris, La tribù del calcio, Mondadori, Milano 1982 (edizione originale 1981)
(3) cfr. F. Accame, Gioco, lavoro e sport. Tre categorie e alcune condizioni della loro servitù ideologica, in S. Giuntini, Pugni chiusi e cerchi olimpici, Odradek, Roma 2008; poi, in PaginaUno n. 17/2010
(3) cfr. E. Berne, A che gioco giochiamo?, Bompiani, Milano 2000 (edizione originale 1964)

 

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