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aprile - maggio 2012
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Polemos |
| Musei e metafore* di Felice Accame |
| L’impossibilità
a museificare l’aspetto culturale del calcio, nelle sue metafore
funzionali a sostenere un modello economico |
| Le procedure di museificazione rivolte all’attualità
o, meglio, a oggetti che perdurano nel tempo del museificatore stesso,
sono procedure per loro natura selettive. Ovviamente, non prendono
tutto ciò che capita – come potrebbe accadere all’archeologo,
che, avendo a che fare con il perso nel tempo, non può permettersi
di buttar via nulla. Prendono qualcosa escludendo altro. Accade così che molto di ciò che ha contribuito
a determinati risultati dell’evoluzione culturale rimanga
sullo sfondo, fino a stemperarsi, fino a perdere riconoscibilità.
A maggior ragione, allorché l’oggetto è il calcio
– sport diventato spettacolo planetario, mitologizzato, ridotto
spesso a mero catalogo di imprese leggendarie da parte di ‘campioni’
che, in quanto tali, già nascondono all’occhio dell’osservatore
storicizzato, coloro che campioni non sono. È noto come il linguaggio calcistico – con il successo
della pratica sportiva cui si riferisce – abbia funto da motore
metaforico per molte espressioni usate nell’uso ad accompagnare
attività e circostanze che con il calcio vero e proprio non
hanno nulla a che fare. Ora, il perché di questo successo – di questa potenza
epidemica – andrebbe spiegato – e l’unico modo
di spiegarlo è indagando la natura del giuoco del calcio,
ovvero la natura del motore metaforico, nonché la fascinazione
analogica – andando quindi sul versante del mentale –
che può innescare con fenomeni di più ampia portata.
Va da sé come l’insieme di questi elementi descriva
nella loro generalità molteplici situazioni della vita relazionale
degli individui – nell’ambito della struttura familiare
come in quello delle attività lavorative. Ovvero da tutto un insieme di valori categorizzati come positivi
alla luce del modello economico inclusivo della divisione del lavoro
e della distribuzione delle risorse, equa o men equa che sia. Non
a caso, Desmond Morris, come è noto, ha riassunto questi
risultati analitici invitando a considerare il calcio come il residuo
simbolico di un’attività economica ancestrale fondamentale
come la caccia (1) – una caccia, che, peraltro, si svolge
in un tempo di elaborazione-maturazione del risultato sufficiente
a consentire accumulo di attenzione-tensione e, nel caso, scarico. Come facevo notare tempo fa (2), già Eraclito aveva descritto “il corso del mondo” come “un bambino che gioca a dadi”. Il considerare un evento – un’interazione, uno scambio, una sequenza di azioni più o meno coordinate – in termini di gioco, dunque, corrisponde a operazioni mentali piuttosto antiche e consolidate. L’idea – poi – del gioco della palla metaforizzato fino al punto di esprimere “il movimento della nostra anima che va dal suo regno al regno della vita in cui è la quiete e la felicità eterna” risale a Niccolò da Cusa e al suo De ludo globi, che è del 1463. Ma è nel Novecento, però, che la metafora del gioco si espande in tutto il suo potere esplicativo. Si pensi al ‘Grande gioco’ – ovvero alle strategie spionistiche messe in atto tra Russia zarista e Inghilterra coloniale – così come è raccontato da Rudyard Kipling e, soprattutto, si pensi ai ‘giochi linguistici’ del filosofo Ludwig Wittgenstein – che enfatizza il carattere sociale del linguaggio nonché l’adempimento di regole che il suo uso comporta – e, ancora, al modello del gioco applicato ai rapporti interpersonali dalla psicologia transazionale di Eric Berne (autore del fortunato A che gioco giochiamo? [3]). Abbiamo così imparato a considerare gli snodi principali della nostra esistenza relazionale in termini di ‘gioco’ e, all’interno di questo, abbiamo poi maturato la metafora di un gioco particolarmente articolato e complesso come il gioco del calcio. Si potrebbe anche dire che la chiave di accesso alla metaforizzazione del gioco del calcio è stata fornita da una metaforizzazione precedente, potenzialmente inclusiva. Testimoniare tutto ciò investendo la testimonianza in cose,
in oggetti, in empiricità – museificarlo – è
difficile – me ne rendo conto. Perché si tratta di
processi e non di cose, non di oggetti, o, meglio, non di oggetti
rappresentabili. Eppure, sono anche convinto che se voglio attribuire
un significato sensato, alle cose, agli oggetti rappresentabili
– se voglio promuovere una memoria coerente del mondo e non
fiabe consolatorie – qualcosa per salvare questi processi,
prima che se ne perdano le dinamiche costitutive, si debba pur fare.
* relazione presentata al Symposium dei direttori dei Musei del Calcio e dello Sport europei, Fondazione Museo del Calcio, Coverciano (Firenze), 24 marzo 2010 (1) cfr. D. Morris, La tribù
del calcio, Mondadori, Milano 1982 (edizione originale 1981)
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