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aprile - maggio 2012
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Sotto i ri(f)lettori |
| Lo scandalo
della verità di Sabrina Campolongo |
| Recensione
di Medea. Voci, Christa Wolf |
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La Wolf, in quanto intellettuale, subisce in prima persona questo
trattamento. Già precedentemente biasimata in patria, da
quanti la consideravano troppo critica verso la politica di regime,
si ritrova a esserlo anche nella nuova patria, questa volta per
non essere abbastanza critica verso il passato. Da sovversiva diventa
reazionaria, una spia, addirittura (“hanno fatto di noi quello
di cui avevano bisogno”, dirà la sua Medea) e gli effetti
sulla sua vita restano gli stessi: diffidenza, isolamento, accuse. Dalle retrovie in cui si trova relegata, la Wolf si interroga sui corsi e ricorsi della Storia. La cancellazione della cultura dei vinti e la riscrittura della loro esistenza da parte dei vincitori non è un’invenzione recente, ma un’operazione sistematica, che molto spesso ha avuto bisogno della creazione o della rielaborazione di un Mito. Se un modo per arrestare, o almeno denunciare questo processo, esiste, deve riconoscere la forza vitale della narrazione mitica, la sua necessità che non conosce declino, e cercare di decifrare i rapporti tra vero e falso all’interno del Mito; indagare sui bisogni e sugli interessi che hanno portato alla sua fabbricazione. Per chi vede nella scrittura un’arma, la ricerca non può che avvenire scrivendone. Dal fondo di questo fiume sotterraneo, che continua a scorrere al di sotto di passato e presente, avvicinandoli, Christa Wolf sceglie di riportare alla luce il personaggio di Medea, protagonista e testimone scomodo di un’altra ‘sparizione dalla Storia’. L’attualità della figura è evidente: difficile immaginare scontro più impari di quello di una donna, disarmata e appartenente a una civiltà ‘barbara’ legata ai riti della madre terra, contro la ben organizzata, ricca, razionale e patriarcale società greca; e nell’antitesi esistente tra l’origine etimologica del nome, Medea, e l’omonimo personaggio descritto da Euripide nella sua famosa tragedia, la Wolf scorge la conferma della dolosa costruzione di una solenne impostura. “Fin dall’inizio pensavo che Medea fosse troppo legata alla vita per aver voluto uccidere i propri figli. Non potevo credere che una guaritrice, un’esperta di magia, originata da antichissimi strati del mito, dai tempi in cui i figli erano il bene supremo di una tribù, doveva uccidere i propri figli” (1). Medea (cioè ‘colei che prepara un progetto’,
che i latini sentivano però assonante con la parola medicus,
‘colei che guarisce’), principessa di Colchide, nella
versione di Euripide si innamora così follemente dell’argonauta
Giasone che lo aiuta a rubare il vello d’oro al proprio padre,
ingannandolo e arrivando a fare a pezzi il giovane fratello per
garantirsi la fuga. Trapiantata nella ricca Corinto, dove ha seguito
il suo amato, a cui ha dato due figli, la barbara di Colchide viene
messa da parte dall’ambizioso Giasone, che accetta di ripudiarla
per sposare la figlia del re Creonte. Medea, furiosa, non solo uccide
la rivale attraverso un maleficio, ma, intollerabile orrore, ammazza
i suoi stessi figli, pur di fare terra bruciata attorno all’uomo
che l’ha abbandonata e oltraggiata. La conferma della bontà della propria intuizione arriva alla Wolf dai risultati di ricerche condotte da alcune studiose sulle fonti del mito antecedenti la tragedia di Euripide, secondo cui non solo Medea non avrebbe ucciso i propri figli, ma avrebbe tentato di salvarli, portandoli al santuario di Era, prima di essere costretta all’esilio. “Infatti, che Euripide avesse manipolato la vicenda per assolvere gli abitanti di Corinto – colpevoli di aver massacrato i figli di Medea – emerge anche dalla storiografia antica, onorario compreso: quindici talenti d’argento, ricorda Robert Graves, sarebbero stati versati al drammaturgo per questa storia di disinvolta cosmesi di Stato, utile per presentare al meglio Corinto sulla scena del teatro greco durante le feste di Dioniso” (2). Quindici talenti, dunque, per riscrivere il Mito, per assolvere
i Corinzi e giustificare la montagna di odio e di orrore destinati
a rimanere legati al nome di Medea per secoli e secoli. La risposta non può essere univoca, non ci può essere una e una sola ragione per cui un popolo identifichi il suo capro espiatorio in una donna. La paura, innanzitutto. Paura di Medea per quello che rappresenta solo andandosene in giro a testa alta, rifiutando di legarsi i capelli, continuando caparbiamente a opporre il suo sapere antico e magico alla presunta razionalità di Stato, ribellandosi a ogni tentativo di domarla: “Le donne dei Corinzi mi sembrano animali addomesticati, resi con cura mansueti.” Ma Medea, oltre a rappresentare la donna selvaggia, consapevole del proprio potere, orgogliosa delle proprie abilità, decisa a guardare gli uomini negli occhi anche nei momenti in cui sono più fragili, è anche, indissolubilmente, portatrice dei valori della sua terra, la Colchide. La sua libertà intellettuale è anche il frutto di quella civiltà che i Corinzi vogliono continuare a chiamare ‘barbara’, una civiltà in cui le donne non si sognerebbero mai di far parlare gli uomini al posto loro, in cui il culto dei morti si applica alle anime e non ai cadaveri, in cui l’oro è solo un materiale adatto a confezionare ornamenti, e nessuno si sognerebbe mai di pensare che possa determinare il valore di un uomo. Medea non ha alcuna intenzione di spogliarsi di questi valori per indossare quelli della terra che l’ha accolta e non si preoccupa di mostrare nemmeno una sottomissione di facciata. I Corinzi (ossessionati dalla brama dell’oro, con le loro donne mansuete a capo chino, i loro palazzi sontuosi e la loro ostentata felicità), sono disposti ad accettare i Colchi come profughi, sono disposti anche a trovarli affascinanti, purché non escano dai limiti loro assegnati, purché continuino a comportarsi da ‘annessi’. Nella loro magnanimità offrono ai nuovi venuti ben due strade: quella di preservare le loro superstizioni al chiuso, nell’invisibilità delle loro casupole di fango a ridosso delle mura, oppure quella di abbracciare totalmente la gloriosa cultura greca. Gli uomini di potere di Corinto sanno bene che qualunque atto di ribellione a questa resa rischierebbe di turbare il nuovo ordine imposto ai Colchi, nonché scuotere le coscienze addormentate dei Corinzi, concentrati nell’accumulare abbastanza oro per arrivare – o per mantenersi – tra i privilegiati che possono approfittare dell’abbondanza. Ecco perché il rifiuto di piegare il capo, opposto da Medea, deve essere solennemente punito. Una paura, quella del confronto tra i due popoli, che rivela la consapevolezza della fragilità strutturale del Sistema. Nonostante la tronfia sicurezza di sé, la corte di Corinto sa che anche la più piccola fessura, anche il corpo fragile di una donna, può far crollare il palazzo, con tutti i suoi marmi e i suoi stucchi. “Si scandalizzavano [i Colchi] per la cocciutaggine di Eete, per l’inutile pompa della corte… Ah Aspirto, che cosa noi ignari consideravamo pompa! Da quando sto a Corinto so che cos’è la pompa, per la quale però qui nessuno sembra turbarsi, perfino i poveri che vivono nei villaggi e ai margini della città fanno un’espressione rapita quando parlano delle grandi feste a palazzo, per le quali sono costretti a fornire bestiame e cereali, e senza che di quelle feste riescano a carpire mai nemmeno il riflesso. Noi in Colchide eravamo vivificati dalle antichissime leggende secondo le quali il nostro paese era governato da regine e re giusti, abitato da persone che vivevano in armonia e tra le quali la proprietà era distribuita così equamente che nessuno invidiava l’altro… quell’ideale stava così tangibilmente davanti agli occhi che lo prendevamo a misura della nostra vita”. Il rifiuto a piegare la testa di Medea (il rifiuto di Christa Wolf di ritrattare il suo impegno e le sue convinzioni, la sua volontà di ricordare e di interrogarsi sul passato, sul valore dell’ideologia comunista e sugli errori politici che hanno provocato la sua caduta, il suo rifiuto di gettarsi, come in molti avevano fatto, tra le braccia dell’Occidente salvatore) è uno dei motivi che la identificano come perfetto capro espiatorio per i Corinzi, mentre il suo altrettanto ostinato rifiuto di seppellirsi nella dimensione nostalgica, nella celebrazione acritica della sua Colchide (come Christa Wolf, che aveva ‘osato’, in passato, puntare il dito verso gli errori del governo della DDR, tanto da rendersi persona sospetta), la rendono nemica agli occhi di gran parte degli altri esuli. Ma, a condannare definitivamente Medea, non è tanto la
sua estraneità ammantata di mistero e di potenziali oscuri
pericoli, quanto il suo bisogno di chiarezza e di verità. Scopre così, guidata dall’istinto, dalla sua seconda
vista, che “il magnifico luminoso palazzo del re Creonte [è]
edificato ancora una volta specularmente sopra l’abisso”,
che “la città ha fondamento sopra un misfatto”
(l’omicidio della giovane Ifinoe, figlia di re Creonte, per
ordine dello stesso re). È evidente che, in una società che si fonda sull’ipocrisia,
la sua lucidità e la sua onestà intellettuale non
possono che nuocerle. In una tribù in cui tutti vanno fieri
della loro arrogante innocenza, riconoscersi una parte di responsabilità
equivale a salire spontaneamente sull’altare sacrificale.
Ed è questo il destino che – forse non del tutto consape
volmente, forse coltivando ancora, fino alla fine, qualche illusione
– Medea disegna per sé e per i suoi figli. I Corinzi
non permettono che si metta in dubbio il loro diritto alla felicità,
la loro innocenza. Medea diventa vistoso monito del grande rimosso
collettivo, un marchio da cancellare, un ostacolo da eliminare,
per poter continuare a vivere nel gioioso oblio. Ma non c’è solo questo, nell’amarissimo finale.
Medea. Voci, Christa Wolf, Edizioni e/o, 1996 |