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Parole sulla tela

 

Mauro De Carli. La necessità della pittura
intervista di Chiara Carolei

 

Sono sempre molto incuriosita dal modo in cui le persone vivono i propri spazi, e sicuramente in questo senso un posto d'onore è riservato agli studi degli artisti, piccoli microcosmi che regalano curiose indicazioni sul modus operandi di chi in quegli ambienti lavora, e in un certo senso vive, senza che questo debba diventare una nozioncina a mo' di storiella.
Io e Mauro non ci incontriamo nel suo studio, ma a casa sua, nei suoi spazi, e trovo curioso il fatto che ad accogliermi sia un ambiente piuttosto ordinato, lontano da quell'idea un po' bohemienne del pittore che in qualche modo ci accompagna dai tempi di Baudelaire e delle piccole mansarde malsane degli artisti maledetti. Più tardi Mauro mi dirà che ama lavorare in spazi ordinati e che non si considera un pittore. Affermazione, quest'ultima, che per qualche istante scardinerà le mie certezze.
I suoi lavori occupano praticamente tutte le pareti disponibili: disegni, incisioni, pitture a olio... tutto parla di una grande ricerca. Osservo un grande lavoro che sembra fatto apposta per cominciare la nostra chiacchierata: diviso in tanti riquadri, sviluppa l'idea di un percorso disegnativo evolutivo, con un inizio e una fine ben individuabili.
Come Mauro stesso mi spiega, è un disegno che si struttura internamente: nasce, matura, arriva alla sua massima presa di coscienza e poi si distrugge. È simbolico di un percorso esistenziale.

Quindi c'è un'evoluzione interna che riguarda sia il disegno che la storia?
Sì, ogni passaggio è un punto del percorso che va dalla nascita alla morte, seguendo vari livelli di intelligenza e di trasformazione. Nel primo riquadro ho messo una chiave in testa a questo personaggio e una serratura fuori. Poi procedendo nello sviluppo della composizione, la chiave si trasforma in un germoglio: l'uomo riesce a percepire la natura come chiave per aprire la serratura. Il germoglio poi si fa luce e infine diventa croce, simbolo del sacrificio come piena presa di coscienza di se stessi e del proprio dono di vita, che può essere, a esempio, un talento.
Negli ultimi passaggi quest'uomo ha le mani aperte, come se avesse acquisito coscienza e piena disposizione verso una sorta di destino che finalmente è riuscito a cavalcare. C'è un punto rosso in questi ultimi passaggi della composizione, che semplicemente può essere letto come il momento della morte, oppure come uno stretto passaggio, una piccola porta che quest'uomo riesce a imboccare compiendo il miracolo.
In tutto questo percorso evolutivo, anche il disegno cambia: parte da una sorta di scrittura grafica, che in un certo modo riprende il disegno di Paul Klee, che parla di poesia, per arrivare all'elaborazione di un simbolo finale: una spirale con un triangolo al centro. Dell'individuo rimane solo un occhio perché finalmente riesce a identificarsi con una realtà superiore. Si tratta di due simboli contrastanti, antitetici, che insieme compongono la sicurezza (il triangolo) e il mistero (la spirale).

Quindi alla base c'è sempre un percorso, un'evoluzione?
Sì, non a caso il tema che di solito svolgo è quello della ‘serie’. Ho lavorato molto sulla figura di Odisseo perché è l'individuo che più rappresenta questo percorso, inoltre si pone come ‘uomo nuovo’ rispetto alla sua epoca. Mi piace l'idea del viaggio, di tutti questi mostri che affronta... i mostri in fondo sono proprio quelle robe lì... (indica con tranquillità i suoi libri ordinati sulla mensola: Mann, Gogol, Zola...) il nostro retaggio culturale. Per affrontare questi mostri è necessario entrare nelle loro caverne, sono le pulsioni che ci aiutano a distruggere il peso di questo retaggio.

Quello di cui mi stai parlando è una sorta di pulizia, di smantellamento di questi pesi?
Direi che si tratta di una vera e propria vittoria. È molto difficile, ma è necessario porsi al di sopra di tutto questo... di alcune questioni culturali, della propria epoca: dall'esterno può apparire una considerazione presuntuosa, ma se vista da un'altra prospettiva, una prospettiva più interna, si tratta di coraggio.

Spiegami cosa intendi esattamente per ‘porsi al di sopra’...
È un atteggiamento che non deve essere letto come mancanza di rispetto. Quello che voglio dire è che è necessario capire che solo la propria soggettività è quella che apre le porte per arrivare a una percezione della realtà in maniera estesa.
Ovviamente c'è una differenza tra la cultura acquisita, quella che parte dall'inizio della storia fino a oggi, e quella che ci circonda ora. La cultura del passato è una cultura scremata, filtrata, quello che arriva a noi è solo la sua positività, e il suo percorso di acquisizione è quello che riesce a portarci verso la soggettività.
Ricordo che quando ho finito la serie di Odisseo mi sono detto: la mia interiorità è esaurita, nel senso che ero riuscito a esplorarne ogni lato. Chi mi conosce sa che ora sono una persona diversa.

Mi sembra che stiamo affrontando due binari paralleli: quello che corre verso un'evoluzione interna, e quello segna la strada dell'evoluzione artistica...
Certamente, quando parlo di vittoria mi riferisco anche a una vittoria tecnica. La sua acquisizione è un fatto molto importante, si tratta di capire che la vera tecnica è il pensiero. Non serve imparare niente né ricordare niente, al contrario è proprio partendo da un vuoto tecnico che si riesce a trovare appieno la necessità di un linguaggio formale. Io penso di non sapere fare molto!

Mi sento qui in dovere di rassicurare il lettore che forse si starà ponendo diversi interrogativi per questa affermazione piuttosto spiazzante: ma davvero l'artista in questione non sa fare nulla? Certamente no, e io stessa, partendo dal presupposto che spesso l'artista si pone in una prospettiva differente, da un termine di paragone altro, mostro il mio totale disappunto a Mauro, il quale sorride alla mia reazione e cerca di spiegarmi da dove parte la sua dichiarazione.

Il rischio è di ricorrere alla pura idea, che è quello che fa tanta arte contemporanea. Se invece si vuole fare un lavoro che parta dalle percezioni, da un discorso più alto e profondo, allora in questo senso mi rendo conto che il mio è ancora un essere indietro. Ma allo stesso tempo so che è qualcosa di utile e che aggiunge valore. Il fatto che esista ancora qualcuno che parte da questi presupposti è già una buona indicazione, ed è comunque una prospettiva che io non percepisco come illusoria. Io rifletto molto sulle cose, su questo mio modo di rapportarmi a esse, e sono sicuro che questo costituisca una difficoltà per me stesso, che sia proprio ciò che non mi permetterà di trovare grandi sbocchi come invece potrebbe essere. Il cervello ce l'ho, la mia parte artistica è ben sviluppata...

... e quindi che cosa di quello che possiedi così fortemente può, secondo te, costituire un blocco rispetto al Sistema?
Riguarda quello di cui ti parlavo prima, il fatto di essere fuori dai canoni del contemporaneo (i canoni... a volte mi trovo a pensare che si tratti di un termine obsoleto e ridondante, ma a fronte delle parole di Mauro, mi rendo conto che la gabbia del canone ha una sua validità, ancora oggi). Però mi piace anche pensare in prospettiva: se dal mio lavoro dovesse saltar fuori qualcosa di grosso, sarà qualcosa di veramente forte.

Mi sembra quindi di capire che ci sia qualcosa, nell'ambito dell'arte contemporanea, che blocca un certo tipo di esperienze artistiche. Si tratta forse di una mancanza che è propria della contemporaneità?
Sì, e credo che si tratti proprio di una mancanza di prospettive, o di prospettive senza veri punti di riferimento. Il lavoro stesso degli artisti è spesso frutto di un'esigenza immediata, come può essere la preparazione per un esame o una mostra in una galleria; è legato alla contingenza, a qualcosa di esterno da sé.

La tua invece, è una necessità che parte dall'interno?
Sì, è un continuo cercare di andare in profondità. Nonostante io sia il più scettico tra gli scettici, trovo comunque un legame con la Storia, con l'uomo, e cerco di tirar fuori tutto questo, per dare una testimonianza, per tenere duro... È un po' la mia croce: faccio una fatica incredibile, e intanto vedo intorno a me ‘artisti’ che potrebbero benissimo fare altro nella vita, e invece...

E nella pittura degli altri che cosa cerchi?
Prima di tutto cerco di vedere se esiste la necessità forte. Se trovo quella, non ho giudizio, forse perché creo un parallelo con la mia. Al di là della necessità, ci sono poi quegli spazi percettivi che una persona (Mauro parla di persona, non di pittore né di artista) ha dentro di sé e che decide di voler comunicare.
Per quanto riguarda il discorso tecnico… è legato alla necessità. Chi fa un lavoro che parte da una necessità, tecnicamente è superiore; il fatto di ricercare il modo per esprimere un'esigenza, fa acquisire una sapienza del campo.

E il talento?
Non esistono persone che hanno la necessità ma non hanno il talento. Fortunatamente, è proprio una situazione che non esiste.

Più volte parlando ti sei soffermato sul concetto di Storia e sul legame tra la propria opera e un contesto artistico più ampio, che possiamo in questo caso riferire all'arte contemporanea, ma anche al Sistema culturale in senso più esteso. Ma allo stesso tempo è evidente come nel tuo lavoro ci sia un partire da dentro che è imprescindibile. Mi viene in mente, a questo proposito, quanto diceva Vasilij Kandinskij rispetto alla validità di un'opera d'arte. Erano tre gli elementi che, secondo il padre dell'astrazione, conferivano totale bellezza al prodotto artistico: una ricchezza interiore legata all'individualità dell'artista, una certa capacità empatica di trasmettere questi valori in maniera universale agli spettatori, e un pieno inserimento dell'opera nel proprio contesto storico. Credi siano criteri tuttora validi?
Sì, certamente, e anzi penso che rispetto all'ultimo punto che citi, l'opera d'arte dovrebbe essere in grado di andare anche al di là del proprio contesto storico.

Parlami del tuo legame con la Storia.
(Mentre si appresta a rispondere, Mauro mi indica la locandina di una sua mostra...)
Come vedi una delle mie mostre l'ho intitolata “La fine della storia”, che è appunto il passaggio tra l'acquisizione della storia e l'ingresso in un tempo esteso, o per meglio dire, in uno spazio-tempo mentale, quasi un concetto di istante come eterno e di eterno come istante. È come immergersi in una piscina e vedere tutto in modo nuovo.

Spesso ti avvali dell'uso di simboli: la chiave, la luce, la croce… immagino ci sia un legame tra l’uso che ne fai e questo concetto di Storia che porti avanti.
Per me i simboli hanno un valore atavico, è l'unico modo che possediamo per parlare di determinate cose. Non è una questione culturale, o meglio, può essere una questione culturale se vengono usati per riempire degli spazi vuoti, ma se si è in grado di usarli con freschezza si riesce a raggiungerne il vero nucleo, che è fatto di un'insieme di forze che non ha definizione. I simboli sono delle forme grafiche perfette, perché comunicano all'interno di una rete che si muove in uno spazio-tempo contraddittorio.

Quindi mi stai dicendo che la forza del simbolo sta anche nel suo essere a-spaziale e a-temporale?
Sicuramente. Il cervello elabora queste forme grafiche sempre allo stesso modo.
Adesso nella mia pittura ho iniziato a introdurre un sistema segnico che prima non utilizzavo. È qualcosa che vedevo solo nella storia dell'arte, questi sistemi di ‘scrittura libera’ che parlano di ritmo, di tempo, di simboli ancora non definiti... e mi sono reso conto che si tratta proprio di una questione strutturale, è la possibilità di mettere in luce uno spazio.
È proprio questa la cosa buona della pittura: mette in luce spazi dei quali altrimenti si continuerebbe a parlare senza avere la prova della loro concreta esistenza. Questo rende l'uomo l'animale più esteso (mi compiaccio del fatto che Mauro usi l'aggettivo esteso e non intelligente…) del pianeta: il fatto di avere la possibilità di accarezzare cose che vanno al di là della genesi del cosmo, da ciò che è più concreto e tangibile fino al vuoto.

Tra tutti i simboli che usi, non posso non notare che la croce cristiana compaia molto spesso. Immagino sia un simbolo difficile da usare, per il senso religioso che porta con sé...
Religioso è una brutta parola, io preferisco pensare a questo simbolo in relazione al Cristo. Non sono cattolico, ma penso che Cristo sia l'esempio di uomo che ci pone l'interrogativo del ‘cosa possiamo essere’.

In questo senso, come si pone il suo sacrificio?
L'elemento più forte è sicuramente quello del destino. Non voglio entrare in questioni dialettiche, soffermare a chiedermi se fosse effettivamente figlio di Dio, perché queste sono gabbie che non permettono al pensiero di circolare liberamente. Ma nella sua storia c'è tutta questa perfezione simbolica, come a esempio nei quaranta giorni passati nel deserto: la ricerca di una forma di totale silenzio, cercare di sentire, aprire i pori della pelle per percepire tutto... e poi i simboli del sangue, del pane... il suo corpo effettivamente diventa pane. Chi si ciba della sua storia ne riceve un guadagno profondo.

Cristo ricercava una forma di libertà; questa ricerca porta sempre a un sacrificio?
La questione di fondo, anche se fatico ad ammetterlo, è l'amore come forza primaria. Il tentativo che questo amore compie è quello di moltiplicare la sapienza, un po' come trovare la pietra filosofale e volerla moltiplicare per poterla donare anche agli altri.
Dopo aver trovato e cavalcato il proprio destino, si tratta di donare questa sapienza tramite il proprio potere di gesto concreto. Chi più riuscirà ad avvicinarsi a questo assoluto sarà un grande uomo, o forse non sarà neanche un uomo, verrà chiamato in un altro modo.
Percepire e vivere il proprio destino è la questione centrale. Per questo ho deciso di tentare la strada dell'insegnamento: in alcuni casi la figura del professore può essere decisiva. Anche se so che ci vuole coraggio... se si riesce a tirare fuori qualcosa di forte a un ragazzo, a ‘rompergli l'uovo’, è come farlo nascere una seconda volta. E chi riesce a nascere una seconda volta ha una forza interiore che lo tiene in piedi per tutta la vita.

Parlami degli uomini che scegli.
Sono molto legato a questi personaggi, come lo sono stato a questi autori (Mauro fa lo stesso gesto fatto in precedenza, indicandomi i libri sulla mensola). Scrittori e pittori per buona parte della mia vita li ho percepiti come le uniche persone che avevo al mio fianco, al di là delle amicizie forti.

Prima mi parlavi di tempo e spazio dilatati; questo tempo e questo spazio come agiscono all'interno di ogni singola opera, al di là anche di queste serie che tu crei?
Il tentativo è quello di creare un istante, l'istante presente, di modo che sia sempre percepibile come vita che scorre di fronte a chi guarda l'opera, collocarsi tra passato e futuro, dare vita a uno spazio altro altrimenti non visibile.

E la forma, rispetto a questo scorrere del tempo, come si colloca?
Nel mio lavoro ho provato sia una forma completamente figurativa che una forma completamente astratta. Il mio problema è che non voglio abbandonare nessuna ricchezza, il che mi rende le cose più pesanti, ma per il momento ho deciso di continuare a parlare dell'una e dell'altra, nel tentativo di far emergere un pensiero olistico che nulla esclude. Mi rendo conto che questa può essere una pretesa eccessiva, e difatti la critica che molti mi muovono è che all'interno di ogni mio quadro ci sono molti quadri che separati renderebbero di più, da un punto di vista estetico; ma questo a me non interessa, io non tento nemmeno di fare il pittore.

Con lo stesso sgomento provato precedentemente, ma anche con la stessa consapevolezza che questa affermazione nasconda qualcosa che al momento mi sfugge, immediatamente chiedo spiegazioni a Mauro.

Io sono un comunicatore, chi mi conosce bene lo sa. Si tratta di fare una scelta comunicativa. Quando penso a me stesso come una persona che dipinge mi sembra molto strano, è un aspetto superficiale, come se fosse la buccia della mela, che io neanche percepisco.

Quindi il fatto che tu dipinga è solo la visione esteriore di qualcosa di più ampio e profondo?
Esattamente. A un certo punto ho pensato che la scrittura potesse essere la via giusta per comunicare, ma la pittura ha più armi, riesce ad andare più in là... c'è poco da fare, vinciamo noi!

Sottile provocazione a chi scrive, raccolta con un sorriso di complicità: stiamo parlando dell'indiscusso potere comunicativo dell'immagine.

C'è però qualcosa, uno scarto di incomunicabilità, che non riesce ad arrivare allo spettatore. Sei d'accordo?
Noi abbiamo l'idea che si debba cogliere qualcosa da tutto, siamo storditi dalle centinaia, forse migliaia, di immagini che vediamo quotidianamente, ma per ogni persona esistono tesori visivi nascosti che riguardano solo il proprio percorso. Le immagini che assolvono pienamente al loro dovere sono veramente poche. Mi è capitato di visitare più musei in un'unica giornata, di vedere cose che la testa immancabilmente apprezza moltissimo, poi sono passato di fianco a un quadretto di El Greco che neanche mi sono voltato a guardare, di cui nemmeno ricordo l'immagine, ma paradossalmente ha avuto su di me un potere incredibile, come un quadro di Jackson Pollock che ho visto ultimamente a Venezia. Io i musei li giro molto velocemente, proprio perché so che esistono questi tesori nascosti.

Mi stai parlando di memoria fotografica?
No, non è esattamente memoria fotografica. È un processo che ti permette di sbloccare certi meccanismi, di aprirti, di svolgere un lavoro, in alcuni casi di aprire delle vere e proprie frontiere. A me è successo quando avevo diciassette anni, di fronte a un quadro di Joan Mirò. Quel quadro ha cambiato la mia vita, è stato un forte stimolo a intraprendere questa strada.

Che cosa ti ha dato quella immagine per avere un effetto così forte?
Mi ha parlato di uno spazio che potevo raggiungere, dove sarebbe potuto arrivare il mio percorso. Si, è proprio così, forse banale da ammettere, ma è proprio questo quel che danno i quadri: parlano di spazi che si possono raggiungere.

Come dei segni? Delle premonizioni?
Rimango fermo a ciò che ti ho appena detto. Ricamare con le parole può essere un modo per evitare un problema. Le grandi possibilità sono anche grandi problemi.

Non amo ricercare parallelismi psicologici tra l'opera e l'artista, credo si rischi di raccontare delle storielle in maniera un po' forzata. Ma un po' della propria vita credo ci sia inevitabilmente nella propria opera.
Diciamo che ogni volta che creo un quadro è come se buttassi colpi di pala che mi permettono di acquisire uno spazio, sia esso psicologico, mentale, sentimentale. Devo procedere così, in maniera circolare, accarezzando ogni lato, lavorando sulla pittura e sulla sua storia: anche se non mi interessa essere un pittore non si può non considerare il linguaggio.
Capita nel mio lavoro di vedere cose che non sembrano c'entrare tra loro, questo perché a volte lavoro più sul lato psicologico, a volte più su quello spirituale. È così che nascono le serie, e sono due filoni separati: uno è quello che ha portato alla “Danza macabra”, che da un punto di vista comunicativo per me è un ottimo lavoro, l’altro filone invece non tiene conto di questi aspetti, in un certo senso è più passivo.

Quindi c’è sempre una sorta di corrispondenza tra tecnica e contenuto. Che cosa ti accade quando riguardi le tue opere?
Dopo un po’ mi piacciono…

Trovi quello che ti aspettavi o qualcosa di diverso?
Mauro fa una lunga pausa di silenzio, penso stia cercando di focalizzare il momento in cui ‘rivede’ le sue opere.
Diciamo che le vedo come oggetti del ricordo.

Come quando si guardano delle vecchie foto?
No, qui c’è tutto un investimento di cose differenti. Quello che vedo sono i valori estetici, che durante la creazione nemmeno prendo in considerazione.

Qual è secondo te lo scarto tra quello che tu ricerchi, che tu senti ed esprimi, e quello che viene colto da chi osserva le tue opere?
Dipende dalle persone. Chi guarda, lo spettatore quindi, vive le cose in maniera condensata. Chi ha le porte aperte recepisce tutto in un istante, a volte con reazioni fortissime. Di fronte all'“Ultima Cena” una persona, non so come, ha recepito tutte quelle emozioni in maniera totale e istantanea, quelle stesse emozioni che ho vissuto io mentre creavo l’opera.
Una cosa molto importante del mio lavoro, sulla quale ho riflettuto ultimamente, è che durante la creazione è come se si svolgesse una sorta di performance spirituale. Capita quindi che qualcuno abbia un feed perfetto di questa performance.

In che maniera differente agiscono la forma figurativa e quella astratta?
Tutto parte da due tipi di convenzione: una retinica e una legata alla storia dell’arte. Il mio tentativo è quello di collocarmi in mezzo per comunicare in una maniera che non sia troppo esteriore, ma neanche troppo interiore.
In fondo, si tratta di necessità.

Com’è lavorare su una superficie? Non ti sta mai stretta?
In certi periodi sì. Per esempio quando ho montato l’ultima mostra, uscivo da un periodo in cui avevo passato un mese e mezzo a dipingere, avevo esaurito tutta la pittura. Il ‘di più’ va al di là del mio limite. È molto difficile e allo stesso tempo bellissimo vivere i momenti in cui la pittura è stata esaurita… è una cosa straziante. Una volta che il compito viene esaurito, il premio è il vivere le cose in maniera talmente forte che i propri sentimenti non riescono a contenerlo. Da qui leggo la vita difficile di molti pittori: non si trovano di fronte a un vuoto, come in tanti ci hanno voluto far credere, ma di fronte a un pieno talmente forte che è difficilissimo da contenere. Il vuoto è prima della pittura, non dopo.

E quello che viene dopo, l’approccio al lavoro successivo, necessita di un vuoto o di un pieno?
Io uso il tema del ritorno. È come se ogni volta arrivasse qualcosa di nuovo che ti fa venire ancora la voglia di costruire. In quei momenti di pieno si è ancora un corpo ma non si è più legati alla vita, al mondo. Il rischio è quello di rivolgersi troppo all’interno, o troppo all’esterno.

E questo aspetto secondo te riguarda solo la pittura, o qualsiasi mezzo espressivo?
Qualsiasi mezzo, sicuramente. Al di là delle barriere l’unità è la stessa per tutti. Quello che fa la differenza è sempre la qualità a cui si vuole arrivare.

Che cosa chiedi al tuo lavoro nel futuro, dove speri di arrivare?
È molto difficile riuscire a concretizzare tutto, l’obiettivo è quello di farcela, e di fare cose che ora nemmeno immagino. Mi rendo conto che operare in pittura è difficile, i tempi sono complessi per fare cose di alta caratura senza fare troppe scelte di parte. Un paio, forse, è necessario farle. Io spero di trovare la forma del tempo, che sicuramente non è solo frutto di un’idea, come si vede in giro…

 

Chiara Carolei

Le immagini delle opere di Mauro De Carli sono pubblicate sul numero 3 della rivista.
Le immagini di ogni numero di Paginauno sono monografiche.

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