È uscito il numero
27
aprile - maggio 2012
| Contenuti per tema |
| scontro politica e magistratura |
| osservatorio sulla mafia |
| economia criminale |
| privatizzazioni |
| la sinistra in Italia |
| lavoro e conflitto sociale |
| politica dell'immigrazione |
| rapporto Stato e Chiesa |
| rapporto cultura, informazione e potere |
| scuola e riforma scolastica |
| politica medioriente |
| Il progetto Paginauno |
|
la
scuola |
| Iniziative |
| controracconto 2009 |
| controracconto 2008 |
| controracconto 2007 |
| Comunicazione |
| newsletter |
| la stampa |
| link |
| contatti |
| area riservata |
musica e arte
Ai margini del castello
E se il mostro
fosse innocente?
Controcronaca
del processo
al chirurgo Brega Massone
e alla clinica Santa Rita
Elvia Grazi
Antonio Prade
Senza ragione
narrativa
Giovanna Baer
Giovanna Cracco
E se il mostro
fosse innocente?
libro inchiesta
John Wainwright
Stato di fermo
narrativa
Giuseppe Ciarallo
DanteSka
satira politica
Walter G. Pozzi
Altri destini
narrativa
Davide Pinardi
Narrare
critica letteraria
Il contenuto di questo sito
è coperto da
Licenza
Creative Commons
|
Le insolite
note |
|
La storiella in questione racconta dunque di un
uomo divenuto prematuramente vedovo causa un colpo al cuore patito
da sua moglie. Mentre i necrofori portano via la bara ancora scoperchiata
giù per le scale (presumo strette e malagevoli, di una vecchia
casa del centro), durante una giravolta uno di essi scivola e la bara
prende un gran colpo contro lo spigolo del muro. La moglie si tira
su dalla bara: un caso di morte apparente, come si dice, un caso di
quelli da scuola. Il marito rischia l’infarto, la moglie invece
stavolta l’infarto ce l’ha davvero, all’intendere
in pochi secondi quel che le è successo. I necrofori (una volta
si chiamavano becchini, adesso ci sono le specializzazioni e il politically
correct) ricompongono la donna nella bara sudando freddo. Il marito,
con uno sguardo pieno di sottintesi, si rivolge al necroforo che è
precedentemente scivolato e dice: «Occ ai spiegul» (occhio
agli spigoli). Sono anni che mi hanno raccontato la storiella,
e ancora non so decidermi per una delle due soluzioni. È pur
vero che, come ha detto una volta Lucio Dalla, i bolognesi sono dei
deliziosi figli di p… quando vogliono; ma è
d’altra parte vero che sino a prova contraria e definitiva condanna
si è innocenti, in questo Paese (non so ancora per quanto,
ma insomma). Resta il fatto che in questa vita gli spigoli sono ancora
la regola, specie per chi prende la vita ‘di petto’ o
‘di punta’, e non l’eccezione, e che gli spigoli
arrotondati, semmai si (ri)trovano solo nei vecchi ospedali psichiatrici
in funzione preventiva. Non c’è dubbio che il secondo termine sia più incisivo del primo, e non tanto perché qui da noi s’è oramai da tempo dimenticato l’etimo, quanto per il fatto che gap indica proprio tutte le situazioni della vita in cui è all’opera una differenza: modi di sentire (un ‘io’ del dover essere staccato da quello dell’essere), sentimenti (due ex fidanzati oramai tra loro incomunicanti) o anche posizioni nel mondo, e via discorrendo sino alle semplici quantità numeriche, per quanto dotate di rilevanza sociale: tra me che rubo una mela e rischio il massimo della pena, specie se extracomunitario, e un capitano d’industria che falsifica il bilancio e va esente da pena, specie se ha mosso ingenti capitali, c’è evidentemente un gap. Non solo perché la seconda azione incide su più persone mentre la prima coinvolge solo me, misero mariuolo, ma anche perché sempre più la mente dei legislatori mostra un gap devastante con il buonsenso: la maggior pena dovuta fino a poco tempo fa al capitano d’industria si giustificava col maggior allarme sociale delle sue azioni truffaldine; ora, invece, chi fa girare soldi, è guardato con maggior favore – o maggiore indulgenza – di chi non solo soldi non ne fa girare, ma proprio non può farne girare, essendo sprovvisto dei suddetti soldi in assoluto. Dunque la vita è piena di gap, ecco la conclusione, e quindi per forza di cose bisogna essere continuamente mindful, cioè consapevoli e attenti, almeno per evitare distorsioni alle caviglie, come avverte una metallica voce sulle banchine della metropolitana londinese prima dell’arresto del treno: Mind the gap, mind the gap, mind the gap.... Solo allora affiora una dimensione dell’essere finalmente coerente con se stessa, e forse una pace interiore... Detto questo, e per le stesse ragioni, mi faccio
e vi propongo di farvi un regalo. Mind the gap di
Maria Pia De Vito, proclamato recentemente miglior disco jazz italiano
del 2009, merita ascolti ben più che attenti. Al di là
della soddisfazione di essere una volta tanto d’accordo con
i critici nazionali, potrete infatti regalarvi il puro e semplice
piacere di ascoltare un disco sicuramente e finalmente allineato con
le migliori produzioni internazionali. Insomma, una bella lezione per quanti associano
ancora il jazz a una formula prestabilita e immobile. Da anni sostengo
che il jazz è un’attitudine prima ancora che un linguaggio,
e che quest’ultimo a sua volta è (forse) l’unica
chiave rimasta ai musicisti occidentali per espandere i propri orizzonti,
che si tratti di rileggere le più banali canzoni pop o di risolvere
inusitate improvvisazioni radicali sull’onda dell’atonalità
assoluta...
|