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aprile - maggio 2012
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Polemos |
| Dalla
‘marcia dei 40.000’ ai referendum di Pomigliano e Mirafiori,
da Romiti a Marchionne, dal Pci al Pd |
| Era il 14 ottobre 1980, quando si
consumò quella che fu poi definita ‘la marcia dei 40.000’.
All’annuncio da parte di Fiat di circa 14.000 licenziamenti,
seguirono 35 giorni di dure lotte operaie. Si intuì subito
che la posta in palio non era una normale vertenza sindacale, ma un’identità
politico-culturale sviluppatasi nel decennio precedente. Per i media l’occasione è irripetibile,
i capi sono il nuovo, un evento mediatico che finalmente rompe la
monotonia di un decennio di lotte e contestazioni. Sarà Repubblica
di Scalfari il giornale che più di ogni altro santificherà
la marcia dei 40.000. La vertenza si concluderà con la cassa
integrazione a zero ore per oltre 22.000 lavoratori, ma quei volti
cupi e quelle menti consenzienti rappresenteranno di più. Saranno
una delle tante immagini del cambiamento, di uno spirito nuovo che
partito da Torino dilagherà poi per tutta la penisola. L’era
dell’individuo subentra a quella dell’aggregazione di
massa. Tuttavia, non ci sono solo i morti per le stragi e la violenza dell’antagonismo politico, in quel periodo. C’è tanta nuova voglia di divertirsi, un dilagante desiderio di intrattenimento divulgato dagli schermi televisivi, e gli italiani cominciano a cambiare. Ci si incontra meno nelle piazze e i lavoratori, se arrivano in ritardo a marcare il cartellino, è perché la sera prima hanno fatto nottata guardando la televisione. Anche la carta stampata vive delle mutazioni. Pagine in precedenza dedicate a scrittori e intellettuali vengono sostituite da lettere di casalinghe smaniose di raccontare i loro tradimenti. Il paesaggio muta, molte grosse fabbriche chiudono e ben presto saranno sostituite da luccicanti agglomerati commerciali. Nei luoghi dove si era sviluppato l’agire collettivo e lo spirito di solidarietà, l’individuo della nuova era potrà consumare il proprio tempo a riempire un carrello, nell’indecisione della marca con cui identificarsi. Timoniere del gruppo Fiat negli anni ’80 fu Cesare Romiti. Si unificarono nella sua persona tutte le funzioni dirigenziali e vennero ridotte al minimo le responsabilità della famiglia Agnelli. Lo scontro col sindacato venne preparato osservando e studiando anche i minimi particolari. Dalle alleanze all’interno del sistema bancario, con i fitti contatti col quartiere generale di Mediobanca rappresentati dalla persona di Cuccia, alle auto fatte arrivare dalle filiali estere per far fronte a un lungo blocco produttivo, fino alla consapevolezza diffusa, nel gruppo dirigente Fiat, che lo scontro in questione doveva far emergere un cambiamento: “Ci dicemmo che qualunque cosa avessimo potuto concedere, era tutta roba sprecata, perché un trauma doveva esserci. Sì, ci doveva essere un trauma. E noi dovevamo fare il primo passo” (1). Dal quel trauma sono passati trent’anni. Il
19 giugno 2010, a Pomigliano, a pochi giorni dal referendum in fabbrica,
una parte di lavoratori scende in piazza – con una fiaccolata
– per dire ‘sì’ all’accordo proposto
da Fiat. Accordo condiviso da tutti i sindacati a eccezione della
Fiom. Sono un folto gruppo, a detta de La Stampa, quotidiano di proprietà
della famiglia Agnelli: ben “5.000 alla partenza, 3.000 a corteo
finito, complice la pioggia”. Davvero tanti, considerando che
Pomigliano conta 5.200 dipendenti diretti – gli unici con diritto
di voto al referendum – più circa 11.000 nell’indotto.
Ma i numeri, si sa, perdono la certezza matematica quando si tratta
di manifestazioni; anche i 40.000 del 1980, ormai ossificati nella
definizione ‘la marcia dei 40.000’, hanno avuto stime
numeriche diverse a seconda delle narrazioni (2). Partiamo dalle dichiarazioni del manager Fiat al meeting di Comunione e Liberazione dello scorso agosto: sono trascorsi circa due mesi dal referendum di Pomigliano e tiene banco la vicenda del reintegro dei tre lavoratori di Melfi. «In Italia ci manca la voglia e abbiamo paura di cambiare. […] In questi giorni c’è una contrapposizione fra due modelli: uno difende il passato e l’altro che vuole andare avanti. Se non lasciamo alle spalle vecchi schemi non ci sarà spazio per vedere nuovi orizzonti. […] A volte penso che gli sforzi di Fiat in Italia non siano compresi. Non siamo più negli anni Sessanta, non c’è una lotta fra capitale e lavoro, fra padroni e operai. Se l’Italia non riesce ad abbandonare questo modello di pensiero non raggiungeremo mai niente. Ora c’è bisogno di uno sforzo collettivo, un patto sociale per condividere impegni, sacrifici e consentire al Paese di andare avanti. Una occasione per costruire il Paese che lasceremo alle nuove generazioni” (5). Fiat non rappresenta solo un potente polo industriale nel nostro Paese, è anche un importante indicatore dei cambiamenti che avvengono nelle relazioni tra industriali e sindacato. Molto spesso, ciò che accade in Fiat è il preludio di ciò che si estenderà in tutta la penisola. Pomigliano, per esempio. La proposta dell’accordo è molto chiara: meno diritti in cambio del mantenimento della produzione e del lavoro nello stabilimento. Una dinamica che in questi anni di crisi ha riguardato molte altre grosse aziende, coinvolgendo un maggiore numero di lavoratori rispetto ai 5.200 dello stabilimento campano, eppure, a livello mediatico, è la Fiat a rappresentarcelo. Stabilito questo, prestiamo ben attenzione alle parole
di Marchionne e ai suoi interventi e proviamo a confrontare il contesto
attuale con quello dell’epoca Romiti. Romiti indossava giacca e cravatta, Marchionne è ormai famoso per i suoi maglioni. Anche l’abbigliamento è strumentale a far passare il messaggio che le differenze fra un manager di alto livello e un operaio non sono così profonde. E in maglione Marchionne si presenta il 24 ottobre scorso nel salotto buono di Rai3, alla trasmissione di Fabio Fazio. Subito ci dice che ha accettato l’invito a partecipare al programma perché lì si può parlare senza dover ricorrere continuamente a urli per farsi ascoltare. Infatti, privo di contraddittorio, il manager ci illustrerà in maniera lineare il suo pensiero. Fazio lo introduce come un uomo che lavora venti ore al giorno, ma lui è modesto e ci comunica che ne lavora solo diciotto: e poi ogni tanto si prende una pausa, come quando è andato a vedere il gran premio in Giappone. Non manca di ricordare la bellissima giornata per la Ferrari – anche quando non lavora, rimane legato al gruppo di appartenenza. L’uomo si introduce così, con un forte senso del dovere e una totale fedeltà ai valori aziendali. Fazio gli chiede se sono importanti gli scrittori,
lui risponde che sono importantissimi. Viene ricordata la sua prima
laurea in filosofia, che lui definisce fondamentale per il suo percorso.
Prima degli aspetti tecnici del suo lavoro, ci dice che capire il
fattore umano che sta al di sopra di tutte le cose è essenziale.
Infatti, durante l’intervista, non parla mai di nuovi veicoli
o di aspetti tecnici: ‘sistema’ e ‘valori’
sono il piatto forte del suo intervento. Si definisce un metalmeccanico,
non interessato a entrare in politica, tuttavia lo spazio mediatico
a lui concesso è politico. Con un abito differente dal politico
tradizionale, Marchionne comunica agli italiani sintonizzati sul piccolo
schermo le linee di riferimento da seguire per il futuro. Marchionne ricorda inoltre che l’Italia è al 118° posto su 139 per efficienza del lavoro e al 48° per la competitività del sistema industriale. A suo avviso, il sistema italiano sta perdendo competitività anno dopo anno e, negli ultimi dieci anni, l’Italia non ha saputo reggere il passo con gli altri Paesi. La colpa non è dei lavoratori, ma del sistema: «Leggo il giornale tutti i giorni alle sei: c’è una varietà di orientamenti politici e sociali incredibile, tutti parlano e non si capisce dove va il Paese». Il giorno dopo, le sue dichiarazioni saranno commentate
dai vari esponenti politici. La levata di scudi di fronte alla difesa
dell’italianità della Fiat e il ricordo degli aiuti di
Stato all’azienda, caratterizzeranno le repliche di quella che
sarà una difesa bipartisan dei valori nazionali. Ben pochi
invece muoveranno critiche a quelle che Marchionne indica come condizioni
basilari per il cambiamento: il manager dice chiaramente che per aumentare
gli stipendi e ridare competitività al Paese, occorre che tutti
si impegnino a garantire la produttività degli stabilimenti
senza nessuna interruzione. «È un obbligo per la Fiat
colmare il divario degli stipendi degli operai» ma, per fare
questo, sottolinea, «non è possibile avere tre persone
che bloccano un intero stabilimento come è successo a Melfi,
dove abbiamo avuto un esempio di anarchia, non di democrazia. Con
questo sistema non si possono gestire aziende così grandi».
Aggiunge poi che solo il 12% degli operai del gruppo Fiat è
iscritto alla Fiom-Cgil, che quindi non rappresenta la maggioranza.
«Meno della metà dei nostri dipendenti è iscritto
a una sigla sindacale». Con Marchionne abbiamo assistito a uno spostamento delle critiche mosse al sistema Italia. Negli ultimi anni, oppressione fiscale e asfissiante burocrazia ne sono stati i perni fondanti. Basi su cui Berlusconi e la Lega nord hanno costruito i loro consensi. Ora, con la crisi globale come sfondo, sotto accusa è un ‘sistema Italia’ che tutela e tollera ancora troppi diritti, tra cui il diritto di sciopero. Passiamo ora a confrontare la situazione politica, concentrando l’attenzione nell’area della sinistra. Queste le parole di Enrico Berlinguer datate 26 settembre 1980, quando il segretario del Pci visita le fabbriche Fiat impegnate nella lotta contro i licenziamenti: «Nell’eventualità che trovandosi di fronte a un ritardo nella soluzione della vertenza, a una intransigenza che rimanga da parte dei dirigenti della Fiat, si debba giungere a forme di occupazione… Ripeto che queste forme di lotta, come del resto è avvenuto nelle settimane passate, come avviene credo quasi ogni giorno, dovranno essere discusse e decise dai lavoratori stessi nelle loro assemblee. Se si giungerà a questo, è evidente che ci dovrà essere un grande movimento in tutto il Paese per sostenere i lavoratori che saranno impegnati in queste più acute, più stringenti, e anche più pesanti forme di lotta. E in questo senso, potete esserne certi, vi sarà l’impegno politico, organizzativo e anche di idee e di esperienza del partito comunista» (6). Oggi Bersani, segretario del Pd, il giorno dopo la manifestazione della Fiom del 16 ottobre, non nasconde che tra gli esponenti del suo partito siano emerse divisioni sulla partecipazione alla stessa manifestazione (il Pd non ha infatti aderito). A suo avviso, il compito del Pd deve essere quello di lanciare un nuovo ‘patto sociale’ per affrontare l’emergenza lavoro. E per questo si batte per “l’Unità di Cgil, Cisl e Uil”. Compito di un partito di governo momentaneamente all’opposizione, non è scegliere con quale sindacato stare, ma lavorare per il patto sociale che propone. E di fronte alla domanda: «Anche lei definirebbe Marchionne un dittatore?», Bersani risponde: «No, semmai è diventato un po’ americano. Ma il problema è che non ha avuto un governo e un ministro. Nessuna interlocuzione, non hanno fatto niente. In questo contesto Marchionne fa un po’ il battitore libero» (7). Vale la pena rileggere anche le parole di Pietro Ichino, giuslavorista, senatore del Pd, pronunciate in un’intervista a Repubblica il 12 agosto scorso. Alla domanda se è possibile che in una democrazia occidentale, la Fiat chieda ai sindacati la certezza che il ciclo produttivo si possa svolgere senza interruzioni, il senatore risponde: «Certo che sì: proprio a questo serve la clausola di tregua sindacale, che in quasi tutti gli altri Paesi occidentali vincola non soltanto il sindacato stipulante, ma anche i lavoratori cui il contratto si applica. Se in Italia questa regola non vale, non è perché lo stabilisca la legge, ma perché nella nostra cultura giuslavorista prevale ancora un’idea vecchia. Molti giuslavoristi, comunque, non la condividono più». Il giornalista chiede quale idea e lui risponde: «Quella secondo cui il contratto collettivo non può disporre del diritto del singolo lavoratore di aderire in qualsiasi momento a qualsiasi sciopero, anche se proclamato da un minisindacato. È l’idea della ‘conflittualità permanente’, i cui fasti si sono celebrati negli anni ’70, e che oggi in Italia è praticata ancora soltanto nel settore dei trasporti e in quello metalmeccanico. Dobbiamo chiederci se ci conviene continuare a difendere questa peculiarità del sistema italiano di relazioni industriali. La sfida di Marchionne ha il merito di farci toccare con mano quanto questa idea possa essere costosa per gli stessi lavoratori» (8). Impossibile non notare la convergenza di vedute
tra il Pd e Marchionne, sia essa totale come dichiarata da Ichino,
o solo espressiva come quella di Bersani, con il comune richiamo al
‘patto sociale’. Anche il Pci nel 1980 era in una fase
in cui si proponeva come partito governativo, ma non per questo si
sottraeva al proprio ruolo di difesa dei lavoratori.
(1) Lavorare in Fiat, Marco
Revelli, Garzanti, 1989
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