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I racconti

 

Malum
di Paolo Cassani

 

Il mucchio di neve nera mi fissava sprezzante. Ricambiai, nella notte nera. Diedi l'ultima boccata alla sigaretta, la spensi pestandola con il tacco della scarpa. Urla rauche uscivano dal locale e la luna arancione si specchiava nelle pozzanghere di bottiglie rotte. Rientrai. La mia attenzione fu subito catturata da una brunetta, che vestiva una canottiera di pizzo rosso. Si attaccava in continuazione a una bottiglia di Chianti. Mi accostai a lei e stappai la risorsa della mia brillante dialettica. Un distillato di battute sagaci e storie volgari che coltivarono presto il successo della serata. La blandivo parlando e i suoi seni erano piccole mele mature. Stavo ormai per brindare con lei al peccaminoso frutteto della vita quando Cireddu piombò nella saletta. Gridò: «Hanno ucciso l'uomo ragno!» e cadde di schianto, ubriaco. Spiaggiato come quelle lucide balene idiote. Il grasso Cire, arenatosi nella notte nera sul sabbioso tavolino della sbronza. Subito dopo giunse Elisa che mi chiese: «Te l'ha detto?»
«No» risposi seccato.
Anche la brunetta era seccata dalla confusione, infatti se ne andò sculettando.
«Cristo Elisa» imprecai.
«È importante» ribatté lei. «Tuo fratello è caduto ubriaco in acqua» spiattellò.
Mi precipitai in strada, verso le barche tirate in secca, luccicanti come coltelli nella luce lunare. Il lago era fuso con il cielo; immobile. Poi lo vidi. Vidi un punto che sbucava dalla trapunta liquida del letto d'alghe. Non emetteva alcun suono.
Domandai aiuto a due tizi, che sembrava stessero pisciando in acqua, due ragazzi. Mi ignorarono. Incominciai allora a levarmi i vestiti: prima le scarpe, poi il resto. Mi gettai nell'acqua. Stetti subito male; il freddo mi fiocinò al petto, ma continuai a nuotare. Ero un buon nuotatore, ma l'acqua era gelata. Fui sul punto di desistere, quando mi accorsi che il punto ondeggiante era vicinissimo. Con uno slancio deciso l'agguantai. Boa. Era una fottutissima boa. Imprecai, dell'acqua mi entrò in gola, giù fino a incendiarmi gelida i polmoni. Vaffanculo mio fratello. Raggiunsi la sponda. Mi spiaggiai esausto e tremante come quelle lucide balene idiote. Svenni, credo. Improvvisamente qualcuno mi schiaffeggiò. Era mio fratello, col volto increspato da un sorriso bagnato.
«Ti ho visto buttarti nel lago. Io ero già uscito. Ero venuto fuori da solo. Ho provato a chiamarti, ma non mi hai sentito. L'acqua era gelida, Cristo».
Mio fratello. Vent'anni. Riparatore di macchine di classe y per il monitoraggio cerebrale di alunni di scuole secondarie. Mio fratello e io. Mio fratello, io e il peccaminoso frutteto della vita. La luna rideva, noi no.

Le macchine per il monitoraggio cerebrale sono molteplici e diffuse. Da i modelli iniziali, si sono evolute e diversificate rispondendo puntualmente a ogni nuova richiesta del mercato. Ormai ogni famiglia ne possiede una. Il loro funzionamento è relativamente semplice: l'inconscio umano è scandagliato mediante l'elaborazione delle risposte ad alcuni stimoli esterni. Studiando le varie reazioni la macchina traccia un profilo dei pensieri e dei desideri del soggetto. I modelli più elementari sono impiegati, in ambito familiare, per esercitare un diretto controllo sui figli in particolari situazioni. Questo perché, dopo le trasformazioni avvenute al tessuto sociale nell'ultimo trentennio, ogni rapporto interpersonale complesso ha sostanzialmente cessato di esistere. I genitori sono incapaci di fornire il loro apporto educativo ai figli, si limitano, dunque, a controllare le loro azioni tramite il vaglio dei pensieri. Riguardo a quest'utilizzo familiare, corrono voci che un gruppo ristretto di adolescenti riesca a ingannare la scansione mentale grazie a un chip distorsore, impiantato in un punto imprecisato sotto la pelle.

Così recitava il trafiletto pubblicato sul giornale locale. Questi giornalisti hanno il brutto vizio di ingentilire la realtà dove l'informazione maggiormente dovrebbe incidere, dove dovrebbe lacerare l'ipocrita coscienza dell'opinione pubblica. Articoli smaglianti per la merda di cane pestata da Mario Rossi e le vere notizie che sgusciano loro fra le gambe. Scrivevano stronzate. Il chip lo possedeva ogni ragazzo e stavano comparendo versioni avanzate per eludere le macchine più sofisticate, come quelle sul posto di lavoro o nelle stazioni di polizia. I chip in circolazione inibivano momentaneamente ogni reazione cerebrale producendo una serie di false risposte per ciascuno stimolo. Pensavo a questo quando iniziai a tossire. Per via di tutto quell'incenso, credo. Domandai un fazzoletto a mia madre; lei me lo porse sfilandolo delicatamente dalla tasca della pelliccia bianchissima. Scorsi fra le elaborate acconciature domenicali il capo di Elisa. Cantava. A un tratto venne il turno di mio fratello. Doveva leggere le preghiere dei fedeli o come diavolo si chiamano. Salì solenne sul palco, picchiettò leggermente il microfono. Sorrisi un poco. Di notte a vomitarsi addosso e a fare il coglione per rimediarsi un pompino e ora lì con la giacca impeccabile a leggere preghiere.
«Ringrazio Iddio, a nome delle suore e dei preti della nostra comunità, perché ora, grazie al contributo economico della diocesi, anche il nostro oratorio dispone di una macchina per il controllo cerebrale».
Lesse questo. Mia madre era raggiante di compiacimento nella sua pelliccia bianchissima.
«I nostri chip inganneranno anche questa nuova macchina» mi sussurrò mio fratello sedendosi accanto a me piuttosto divertito. Mentire, ingannare. Ecco l'unico aspetto di cui dovevamo curarci. Dopo ciò, marcita l'etica e fottute le macchine, potevamo dedicarci alla raccolta, giù al frutteto. Non contava più nulla. Mia madre era bianchissima di compiacimento nella sua pelliccia raggiante.

Nel cielo imbarazzato si stagliava il viadotto.
Sotto di esso la campagna si srotolava scomposta, una strada sterrata separava i prati dall'argine del fiume. Brandelli di querceti e vento. Sulla strada erano parcheggiate delle automobili e qualche motocicletta. Quando arrivai mi si fece subito incontro Dani. Era tutto eccitato. Mi chiese di seguirlo. Mi condusse presso una macchina, aprì il bagagliaio. Estrasse due pistole. Lo guardai sogghignando, avevo capito. Prima di iniziare, mi offrì da bere. Alcuni ragazzi avevano portato bottiglie di vodka, gin e anche della birra. Qualcuno brindò al chip. Ce le scolammo allegramente e lanciammo gli involucri nel fiume. In alcuni ci pisciammo dentro. Chiesi dove fosse Melania, una ragazza che conoscevo. Mi indicarono un boschetto, era un frutteto lasciato incolto per anni e che stava per essere soffocato dai rovi. Sentii urla soffocate e scorsi tra il fogliame alcune bianche schiene.
«Sei arrivato tardi, vecchio mio» disse Cire.
«Solo per questa volta, tu tardi ci arriverai sempre» replicai inserendo il caricatore con uno scatto metallico. Marica, una biondina che stava prendendo il sole sdraiata sul cofano di una vettura, alzò la mano e richiamò la mia attenzione.
«Ora non ne ho voglia, magari dopo…»
Lei cinguettò: «Quando vuoi, tesoro» e mi mostrò la lingua lasciva.
«Ora dobbiamo proprio iniziare!» urlò Dani al cielo. Il bicchiere, posizionato a una trentina di metri, s'infranse. Dani ammirò la vetrosa esplosione ed esclamò soddisfatto: «Cazzo, sono in vantaggio. Oggi ti fotto, bastardo».
Impugnai forte il calcio e presi la mira, chiudendo l'occhio sinistro. Sparavo in ginocchio. La bottiglia riluceva lontana. Si frantumò. Avevo vinto. Gli applausi degli altri echeggiarono. Marica si sgolava.
«E ora, la sorpresa per il vincitore!» sentenziò Dani.
Fu fatto portare in mezzo al prato un cucciolo di cane, un pastore tedesco, credo. Lo legarono a un paletto conficcato nel terreno.
«Sparagli, amico. È per te...»
Quel cane era identico a uno che possedevo da bambino. Non potevo.
«Di che minchia ti preoccupi? Il chip non lascerà trasparire nulla. Ammazzalo e pisciamoci sopra».
Dissi: «Non è questo, il fatto è che non mi sembra proprio giusto».
«Che diavolo dici? Giusto e sbagliato non hanno più senso, ormai. Spara!»
Guardai quel cane. E il mio futuro era lì. Stavo per compiere una scelta. Il cane aveva gli occhi neri. Forse blu.

Mi svegliai dolorante. Non riuscivo a vedere bene. Davanti ai miei occhi si alzava una parete bianca lucida, macchiata di rosso. Una parete liscia, vestita di pallida luce danzante. Dovevo alzarmi, non volevo però. Temevo di non riuscirci. Chiusi gli occhi. Una fitta di dolore mi folgorò. Mossi le gambe, poi le braccia e tutto il resto. Ogni cosa sembrava al proprio posto. Ero supino. Mi alzai: tenevo sempre gli occhi serrati. Volevo guardarmi intorno, ma avevo paura. Mi sentii bagnato: dovevo essermela fatta addosso. Aprii gli occhi, per un secondo. Poi li richiusi, più forte di prima. Un secondo di accecante consapevolezza filtrò per il cristallino e mi s'impresse nel cervello. Ero in un'astronave. O in un carcere. Le pareti severe, i congegni metallici e le paratie in alluminio non lasciavano spazio ad altre supposizioni. Mi decisi ad aprire quei fottuti occhi una volta per tutte. Lo feci. Mi ero sbagliato. Ero nel cesso di casa mia. Ero venuto a vomitarci e mi ero addormentato, forse ero svenuto. Era andata così, credo. Avevo un gran mal di testa. L'occhio destro prese a bruciarmi. Iniziai a vedere tutto tinto di rosso. Sangue. Avevo un taglio sulla fronte e del sangue mi stava colando negli occhi. Ispezionai il bagno con la mia vista insanguinata e capii ogni cosa: avevo vomitato nel bidè, poi ero svenuto sbattendoci contro la testa. La parete striata di rosso che vedevo da disteso era appunto il bidè, impreziosito da gemme del mio sangue. Fissai la mia immagine nello specchio. Che sorrisetto stronzo avevo. L'avevo da sempre. Arrogante e stronzo. Il taglio era discretamente profondo, ma avevo un problema maggiore. Mio padre mi stava chiamando dalla veranda. Mi cambiai e andai da lui.

«Quel cappello che porti, è quello che prendemmo alla marcia contro gli alcolici organizzata dalla parrocchia?» chiese mio padre.
«Sì» dissi ricacciando un sussulto di dolore. Mio padre si stagliava fiero nella fredda luce primaverile.
«Come stai?» mi chiese accendendosi una sigaretta. Bene. Risposi che stavo bene. Mi offrì una sigaretta.
«Sai benissimo che non fumo, papà. la macchina lo conferma, non ho neppure mai provato, io lo odio il fumo». Dissi questo.
«È vero, me l'ero scordato» replicò lui, sfoderando un sorrisetto stronzo. Azzardai una domanda: «E tu come stai? Non mi sembri in forma. Problemi?»
Effettivamente profonde occhiaie e il panciotto sgualcito tradivano l'impeccabile aspetto di quell'uomo.
«Figliolo, leggi pure i tabulati del controllo mentale che ho sostenuto ieri, al lavoro. Va tutto bene» si sforzava di dare alla voce un tono pacato.
«Lo stesso vale per me» ribattei esibendo un sorriso della medesima foggia del suo. Eravamo due artisti del sorriso. La ferita doleva sotto il cappello.
«Voglio mostrarti una cosa alla televisione».
Quasi la sussurrò questa frase. Accese l'apparecchio e si sintonizzò sul canale giornalistico. Un mezzobusto stanco recitava un comunicato governativo. Il giornalista lesse piano: «Gli ispettori, incaricati dal ministero di far luce sulla veridicità delle notizie sul chip inibitore, hanno scoperto che il suddetto chip può essere, per ragioni fisiologiche, installato solo al di sotto della pelle, all'altezza della clavicola destra».
Mio padre esclamò senza espressione: «Togliti la maglietta».
Me la tolsi. Il chip pulsava rapido sotto la pelle. Lui non disse niente. Si sbottonò il panciotto, la camicia e mi mostrò il suo chip. Dovevo immaginarlo. Pensai a mia madre. Probabilmente ne possedeva uno anche lei. Ogni persona ne aveva uno.
«Vado a un pranzo di lavoro. Ciao» disse mentendo. Accettai quella sigaretta. Tanto non contava più nulla.
«Ciao» dissi mentendo.

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