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dicembre 2011- gennaio 2012
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Il mucchio di neve
nera mi fissava sprezzante. Ricambiai, nella notte nera. Diedi l'ultima
boccata alla sigaretta, la spensi pestandola con il tacco della scarpa.
Urla rauche uscivano dal locale e la luna arancione si specchiava
nelle pozzanghere di bottiglie rotte. Rientrai. La mia attenzione
fu subito catturata da una brunetta, che vestiva una canottiera di
pizzo rosso. Si attaccava in continuazione a una bottiglia di Chianti.
Mi accostai a lei e stappai la risorsa della mia brillante dialettica.
Un distillato di battute sagaci e storie volgari che coltivarono presto
il successo della serata. La blandivo parlando e i suoi seni erano
piccole mele mature. Stavo ormai per brindare con lei al peccaminoso
frutteto della vita quando Cireddu piombò nella saletta. Gridò:
«Hanno ucciso l'uomo ragno!» e cadde di schianto, ubriaco.
Spiaggiato come quelle lucide balene idiote. Il grasso Cire, arenatosi
nella notte nera sul sabbioso tavolino della sbronza. Subito dopo
giunse Elisa che mi chiese: «Te l'ha detto?» Le macchine per il monitoraggio cerebrale sono molteplici e diffuse. Da i modelli iniziali, si sono evolute e diversificate rispondendo puntualmente a ogni nuova richiesta del mercato. Ormai ogni famiglia ne possiede una. Il loro funzionamento è relativamente semplice: l'inconscio umano è scandagliato mediante l'elaborazione delle risposte ad alcuni stimoli esterni. Studiando le varie reazioni la macchina traccia un profilo dei pensieri e dei desideri del soggetto. I modelli più elementari sono impiegati, in ambito familiare, per esercitare un diretto controllo sui figli in particolari situazioni. Questo perché, dopo le trasformazioni avvenute al tessuto sociale nell'ultimo trentennio, ogni rapporto interpersonale complesso ha sostanzialmente cessato di esistere. I genitori sono incapaci di fornire il loro apporto educativo ai figli, si limitano, dunque, a controllare le loro azioni tramite il vaglio dei pensieri. Riguardo a quest'utilizzo familiare, corrono voci che un gruppo ristretto di adolescenti riesca a ingannare la scansione mentale grazie a un chip distorsore, impiantato in un punto imprecisato sotto la pelle. Così recitava il trafiletto pubblicato sul
giornale locale. Questi giornalisti hanno il brutto vizio di ingentilire
la realtà dove l'informazione maggiormente dovrebbe incidere,
dove dovrebbe lacerare l'ipocrita coscienza dell'opinione pubblica.
Articoli smaglianti per la merda di cane pestata da Mario Rossi e
le vere notizie che sgusciano loro fra le gambe. Scrivevano stronzate.
Il chip lo possedeva ogni ragazzo e stavano comparendo versioni avanzate
per eludere le macchine più sofisticate, come quelle sul posto
di lavoro o nelle stazioni di polizia. I chip in circolazione inibivano
momentaneamente ogni reazione cerebrale producendo una serie di false
risposte per ciascuno stimolo. Pensavo a questo quando iniziai a tossire.
Per via di tutto quell'incenso, credo. Domandai un fazzoletto a mia
madre; lei me lo porse sfilandolo delicatamente dalla tasca della
pelliccia bianchissima. Scorsi fra le elaborate acconciature domenicali
il capo di Elisa. Cantava. A un tratto venne il turno di mio fratello.
Doveva leggere le preghiere dei fedeli o come diavolo si chiamano.
Salì solenne sul palco, picchiettò leggermente il microfono.
Sorrisi un poco. Di notte a vomitarsi addosso e a fare il coglione
per rimediarsi un pompino e ora lì con la giacca impeccabile
a leggere preghiere. Nel cielo imbarazzato si stagliava il viadotto. Mi svegliai dolorante. Non riuscivo a vedere bene. Davanti ai miei occhi si alzava una parete bianca lucida, macchiata di rosso. Una parete liscia, vestita di pallida luce danzante. Dovevo alzarmi, non volevo però. Temevo di non riuscirci. Chiusi gli occhi. Una fitta di dolore mi folgorò. Mossi le gambe, poi le braccia e tutto il resto. Ogni cosa sembrava al proprio posto. Ero supino. Mi alzai: tenevo sempre gli occhi serrati. Volevo guardarmi intorno, ma avevo paura. Mi sentii bagnato: dovevo essermela fatta addosso. Aprii gli occhi, per un secondo. Poi li richiusi, più forte di prima. Un secondo di accecante consapevolezza filtrò per il cristallino e mi s'impresse nel cervello. Ero in un'astronave. O in un carcere. Le pareti severe, i congegni metallici e le paratie in alluminio non lasciavano spazio ad altre supposizioni. Mi decisi ad aprire quei fottuti occhi una volta per tutte. Lo feci. Mi ero sbagliato. Ero nel cesso di casa mia. Ero venuto a vomitarci e mi ero addormentato, forse ero svenuto. Era andata così, credo. Avevo un gran mal di testa. L'occhio destro prese a bruciarmi. Iniziai a vedere tutto tinto di rosso. Sangue. Avevo un taglio sulla fronte e del sangue mi stava colando negli occhi. Ispezionai il bagno con la mia vista insanguinata e capii ogni cosa: avevo vomitato nel bidè, poi ero svenuto sbattendoci contro la testa. La parete striata di rosso che vedevo da disteso era appunto il bidè, impreziosito da gemme del mio sangue. Fissai la mia immagine nello specchio. Che sorrisetto stronzo avevo. L'avevo da sempre. Arrogante e stronzo. Il taglio era discretamente profondo, ma avevo un problema maggiore. Mio padre mi stava chiamando dalla veranda. Mi cambiai e andai da lui. «Quel cappello che porti, è quello che
prendemmo alla marcia contro gli alcolici organizzata dalla parrocchia?»
chiese mio padre. |