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aprile - maggio 2013
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A proposito
di... |
| Luciano Bianciardi: matrici
culturali e politiche di Felice Accame |
| La denuncia
della natura servile dell'intellettualità nelle opere di Bianciardi |
|
1. In una puntata di Tutti pazzi per amore – un serial scritto da Ivan Cotroneo, in onda su RaiUno nei primi mesi del 2009 – si mette in scena un’‘occupazione’ di liceo da parte di studenti romani. Gli striscioni ci rivelano il non irrilevante fatto che il liceo in questione sia intitolato a Bianciardi. Lo vorrei considerare come il segnale di qualcosa che, negli ultimi anni, è avvenuto nei canoni della percezione sociale dello scrittore, del bisogno di riconoscimento istituzionale che vaga nell’aria o, almeno, in cert’aria. È indubbio che le ristampe di numerosi libri di Luciano Bianciardi, la biografia che nel 1993 gli dedicò Pino Corrias, Vita agra di un anarchico (1), e, soprattutto, i due Antimeridiani che ne hanno raccolto anche l’opera spersa, hanno contribuito non poco alla cosa. 2. La biografia che, nel 2007, gli ha dedicato Alvaro Bertani è
iperdotata in certi elementi del paratesto. Consta, per esempio
di un titolo – Da Grosseto a Milano – un sottotitolo
– La vita breve di Luciano Bianciardi – e di
una definizione – “zarzuela tragica in un prologo, tre
atti e un epilogo” (2). La comprensione del sottotitolo, invece, necessita della definizione.
È il musicista spagnolo Manuel De Falla (1876-1946), che,
infatti, compose una sua Vida breve (3) nei primi anni
del Novecento, e che, per quanto si sia dato da fare – andando
a Parigi, parlando con grandi protagonisti della musica come Albéniz,
Dukas, Debussy e Ravel e proponendola invano a Ricordi –non
riuscì a rappresentare la sua opera fino al 1913, il primo
di aprile, al Théâtre du Casino di Nizza. Ed è
questa sua opera che da qualcuno venne definita come una “zarzuela
tragica”. 3. Bianciardi io l’ho letto in ritardo, ma, in virtù di eventi che, per brevità, potrei considerare come ‘serie di coincidenze’, lo lessi al momento giusto. Avevo appena pubblicato il mio primo romanzo e avevo incontrato Silvio Ceccato, grazie al quale avrei dato nuovi nomi alla mia ribellione, dotandomi via via di metodo e di consapevolezza – in ordine ai rapporti tra pensiero e linguaggio, in ordine ai processi di valorizzazione e alla genesi dei sistemi ideologici. Avevo diciannove anni – era il 1964 –e si trattava della seconda edizione de Il lavoro culturale, che era uscito nel 1957: mi confermò un’opinione che faticosamente e non senza dubbi e incertezze mi si andava formando. Che sotto la sacralità della Cultura con la C maiuscola non ci fosse granché. Che questo tipo di cultura fosse una mera funzione del Potere. E che gli intellettuali sono pronti a servire qualsiasi regime. Bianciardi è caustico e amaro. Il suo linguaggio è
risultato di un atteggiamento anti-élitario – con le
neoavanguardie che parallelamente gli scorrevano a lato non ha mai
avuto niente a che fare. Scrive un po’ da diario e un po’
da saggista alla mano. Rende conto di un tradimento e di una viltà
generazionale che riguarda tutti coloro che hanno studiato e che
non hanno saputo usare del privilegio di questi studi per far del
bene a chi non ha potuto godere di privilegio di sorta. Sa, poi,
che la cosa lo riguarda direttamente. Perché c’è
dentro anche lui – con la sua voglia di rivolta e con le necessità
mediatorie del quotidiano. Ci si rovina il fegato, letteralmente.
Con largo anticipo individua e descrive la matrice del male che
ci attanaglia tutti quanti, anche oggi, quando delle categorie di
un tempo si sta perdendo anche il ricordo e, dunque, quasi non ci
accorgiamo più di nulla – beatamente assopiti da forti
dosi di analgesici sociali. La copertina dell’edizione feltrinelliana
fu un piccolo capolavoro di grafica dovuto a Silvio Coppola: una
biro appoggiata a un posacenere, zeppo di cicche e di frammenti
di minerva, a tutta pagina. Eccolo il lavoro culturale: ecco cosa
ne rimaneva sopra le ponderose scrivanie dove, producendo il Pensiero,
si orientavano i destini intellettuali del Paese; ecco quella che,
con metafora da capitalismo illuminato, veniva detta ‘industria
culturale’. Con La vita agra, nel 1962, ha successo e denaro, ma anziché, così come fan tutti, clonarsi all’infinito e vivere di rendita in romanzi fotocopia – far lo scrittore, interpretare la parte di chi ce l’ha fatta – sceglie la propria individualità. Rifiuta di sfruttarsi, cambia generi e punta su analogie urticanti – come quella fra quel poco di puro che c’è stato nel Risorgimento italiano e quel che sarebbe stato opportuno avvenisse ai tempi suoi, dove c’era sì una lotta di indipendenza da fare, ma non dagli austriaci, bensì dalla subordinazione agli interessi di un’economia torva e stolida – anche quella, immagine infidamente parziale di una società, categorizzata come ‘il boom’ – sorretta da una morale bacchettona e avvilente. Montanelli gli offre quattrini sonanti affinché lui inizi la collaborazione al Corriere della Sera e lui risponde “no, grazie”. Preferisce scrivere quel che gli pare, su riviste come ABC o Kent – riviste perennemente e ambiguamente in bilico fra denunce per pubblicazione oscena e vilipendio alla religione e impegno per i diritti civili. O preferisce tradurre – lavoro faticoso, impegnativo e mal pagato che, nella sua poca visibilità comporta svantaggi materiali quanto vantaggi morali. Scelte che hanno il loro peso. Piuttosto che il redattore editoriale –con i suoi poteri – Bianciardi preferisce la posizione del traduttore – del salariato nel lavoro culturale. È il suo anarchismo letterario – e bene lo comprese Corrias, che metaforizzandone il romanzo più noto e facendolo tracimare nella coscienza politica del sé, intitolò la biografia Vita agra di un anarchico. 4. Muore nel 1971, a quarantanove anni, sapendola lunga sullo scempio
che ci sarebbe toccato. Dalla sua ‘vita breve’ raccontata
da Bertani, vengo a sapere che Bianciardi fu allievo di Calogero,
prima e dopo la guerra. Si laureò con lui, nel 1948, con
una tesi dedicata a “Il problema del conoscere nel pensiero
di John Dewey” che, oggi, sinceramente, mi appare come la
tessera che mi mancava per completare l’intero mosaico. La
critica alla filosofia condotta da Calogero – non disgiunta
da quella, pur limitata anch’essa e tuttavia apprezzabile,
condotta da Dewey – mi sembra che abbia potuto costituire
quella matrice culturale cui Bianciardi mai ha rinunciato in tutta
la sua vita – una matrice culturale che, nonostante l’ambiente
in cui le vicende della sua vita l’hanno costretto, lo ha
reso immune dalle affezioni più comuni dell’intellettuale
e dell’autorità, così che, oggi, posso ricordarlo
come qualcuno che, spendendosi, mi ha dato qualcosa. Disgraziatamente sbagliava su tutta la linea, perché così
come dall’Ottocento, checché ne pensassero i positivisti,
la metafisica ne è uscita più florida e invadente
che mai nonostante l’inconsistenza di sempre, così
dal Novecento la gnoseologia ne è uscita serena, vispa e
pimpante come se gli esseri umani non potessero proprio fare a meno
di rovinarsi l’esistenza fidando in qualche teoria della conoscenza.
Tuttavia, Calogero – pur non riuscendo a sferrare il colpo
mortale a quella filosofia cui era legato più di quanto ritenesse
– qualcosa di buono ha fatto: socialista liberale, antifascista
convinto tanto da essere allontanato dall’insegnamento e confinato
in un paesino dell’Abruzzo, cercando di stabilire il primato
dell’etica, ha diffuso una cultura dell’altruismo, l’idea
della stretta necessità di riconoscere l’altro, praticando
tolleranza e dialogo – sostenendo che occorre capire i mondi
mentali altrui allo stesso modo che si desidera che gli altri cerchino
di capire il nostro.
(1) Vita agra di un anarchico,
Pino Corrias, Baldini e Castaldi, 1993 Questo testo riassume e approfondisce due interventi. Uno, svolto durante un dibattito, tenutosi alla Libreria Odradek di Milano il 20 marzo 2009, con la partecipazione di Alvaro Bertani e Luciana Bianciardi. L’altro, svolto nella trasmissione Caccia all’ideologico quotidiano, a Radio Popolare di Milano, il 1 febbraio dello stesso anno
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