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Numero 13, giugno - settembre 2009

 

A proposito di...

 

Copertine in evoluzione asetticizzante

Le quattro edizioni de Il lavoro culturale di Luciano Bianciardi

Quattro copertine costituiscono una serie, che, volente o nolente, evolve nel tempo della cultura e della cosiddetta Cultura. Ciascuna, in quanto paratesto, rappresenta il testo e, soprattutto, la percezione che qualcuno – qualcuno che ha il potere di deciderne la rappresentazione – ne ha.
Dal 1957 al 1997 sono giusto quarant’anni, quarant’anni in cui, chiaramente – fin troppo – si esplica un senso.

 

1957. I tre maschi in atteggiamento di ascolto riflessivo, due a un dito solo sulla guancia – uno solo affinché l’assortezza del volto non ne venga oscurata – uno con dito nel naso, sono la rappresentazione del lavoro culturale durante la sua esecuzione. Corrisponde perfettamente alla critica politica che Bianciardi fa della Cultura alta. Non c’è solo sbeffeggiamento, c’è denuncia della liturgicità (1).

 

 


1964. Le cicche di sigaretta e la biro appoggiatasul posacenere ricolmo sono la rappresentazione dell’esito del lavoro culturale medesimo.
Una constatazione miseranda di ciò che, prima delle leggi repressive sul fumo nei luoghi di lavoro, rimaneva di tangibile in una redazione di prestigiosa casa editrice.

 

 

1974. La macchina da scrivere che si riproduce rappresenta già una riduzione alla autoricorsività – tema in auge nei circuiti culturali dell’epoca. Ho l’impressione che si tratti di un impoverimento dei contenuti critici: l’autoricorsività è una conseguenza – non la premessa – delle viltà di fondo e della subordinazione al potere.


 

 

1997. Lo scrittore in impermeabile, atteggiato da scrittore – à la Camus, per dirne uno – costituisce l’abbandono totale dei contenuti del libro per ridurlo a chi l’ha scritto in quanto l’ha scritto: una critica dell’intellettuale trasformata in una contraddittoria iconologizzazione di chi l’ha formulata. I contenuti critici del libro sono ridotti allo zero, forse meno. All’autore vengono cancellati i peccati di ‘orgoglio’ – il rifiuto di sé al Dio del mercato editoriale – e, nella misura ‘giusta’, vengono concessi gli onori del caso.

 

Felice Accame

 

(1) che il dito nel naso possa far parte non solo di liturgie laiche, ma anche di pratiche religiose ben consolidate è testimoniato dalla penosa quanto durevole vicenda di Montano e della sua eresia.
Frigio del secondo secolo toccato da Dio – se non altro perché epilettico ed eunuco – questo Montano, dichiarandosi il Paracleto promesso da Gesù Cristo, andò in giro ad ammaestrare genti e a raccogliere proseliti. Fino al punto in cui la Chiesa provvide a espellerlo come eretico. La sua tesi preferita, d’altronde, sosteneva che gli apostoli fossero un branco di cialtroni e che un avveduto Gesù si era conseguentemente ben guardato dal dir loro proprio tutto. La rivelazione sarebbe stata a rate e, per guadagnarsela, ci sarebbe voluta ben maggiore austerità: i peccatori non assolverli proprio tutti, nessuna fuga innanzi ai persecutori, niente seconde nozze, niente ornamenti, a mare la filosofia e le belle arti e, invece, gran digiuni, tre quaresime l’anno, due settimane di serofagia (che stava per mangiar solo roba secca e che per l’intestino doveva essere un toccasana). Ciò nonostante e, anzi, in virtù di ciò, ebbe grande successo e la sua setta, non senza subire qualche scissione in nome dell’ideologia alimentare, durò secoli – almeno fino all’ottavo.
Orbene, alcuni di questi montanisti formarono la sottosetta degli ‘asciti’ (dal greco ‘askos’, otre, sacco di pelle) che espletava le proprie ritualità danzando intorno a una pelle rigonfia – come gli otri di cui parla Matteo (IX, 17), che, a rigore, avrebbero dovuto essere pieni di vino. Coerentemente contrari all’acqua del battesimo, dunque, questi asciti – variamente nominati nella letteratura cristiana come ‘ascodruti’, ‘ascodrupiti’, ‘tascodrugiti’, ‘passalorinchiti’ o, infine, ‘peltalorinchiti’ – sono, per l’appunto, passati alla storia per aver imposto la drastica misura di infilarsi un dito nel naso nel momento della preghiera, e di doverlo lì mantenere per l’intera durata del raccoglimento.

Leggi Luciano Bianciardi: matrici culturali e politiche

Leggi altri articoli di Felice Accame

 

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È uscito il numero 18
giugno / settembre 2010

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