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febbraio - marzo 2012
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Restituzione prospettica |
| Lodo Alfano, il primo atto
della governabilità di Walter G. Pozzi |
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Difesa
dello status quo e affermazione dello Stato mafioso |
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«E la giustizia?» Stupisce semmai la sorpresa dei vari Veltroni e D’Alema che fino a un giorno prima si erano sbracciati per difendere ‘il dialogo’ politico tra le parti. Come potevano pensare che, con quei due processi sulla testa, Berlusconi si sarebbe preoccupato di andare troppo per il sottile? Il colpo di mano era nello stato delle cose, e nell’indignazione che è seguita, da parte di politici che da due anni, al fine di contribuire a liberare il Parlamento dalla sinistra ‘radicale’, chiedono senza sosta ‘governabilità’, c’è una buona dose di ipocrisia; vista anche l’identità di vedute espressa dai programmi delle due coalizioni sul piano economico e politico e in merito alla riforma della giustizia. Su quest’ultimo punto la convergenza degli intenti è tale, da far pensare che il celeberrimo lodo rappresenti ‘solo’ l’ultimo atto di forza, necessario prima dell’equilibrio e della pace che sempre subentrano alla violenza. I continui richiami al dialogo di Veltroni, e la frettolosa approvazione del presidente della Repubblica sono lì a dimostrarlo. Di fronte a tanti messaggi di conciliazione, il semplice chiedersi se la legge sia costituzionale rappresenta di per sé un eccessivo tecnicismo. Il discorso stesso – pronunciato il giorno della promulgazione del lodo – con cui D’Alema tiepidamente consiglia a Berlusconi di farsi processare e di lasciare al Parlamento la calma e la serenità di approntare quelle riforme sulla giustizia che non si limitino a una legge “rozza e frettolosa”, fa emergere un quadro di luci e ombre tra le quali si intravede la verità mai rivelata. Quasi Berlusconi non fosse che l’altra faccia delle intenzioni inconfessabili di un progetto comune alle parti, un’anomalia dell’ideologia neoliberista che simbolicamente si mostri nel lodo Alfano, rivelando gli altarini. In tal senso, Berlusconi è stato utile a nascondere la condivisione degli interessi che si muovono in Parlamento, non diversamente dal classico mostro sbattuto in prima pagina. Impedire alla magistratura di nuocere è diventato
l’imperativo categorico di una classe politica ed economica
che, dopo sessant’anni di malversazioni, di relazioni ambigue,
di furti e di sangue, oggi ha fatalmente imboccato un vicolo cieco. Dopo quarantacinque anni di mordacchia, cadute alcune delle strutture che per anni hanno funto da protezione per i politici, i giudici si sono ritrovati improvvisamente liberi di attenersi all’articolo 3 della Costituzione, secondo cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, e all’articolo 112, che sancisce l’obbligatorietà dell’azione penale. I risultati di questa improvvisa boccata di libertà, sono ancora nella memoria degli italiani e, soprattutto, dell’élite dominante, che proprio da allora si è imposta l’obiettivo di destabilizzare il bilanciamento dei poteri stabilito dalla Costituzione. E da allora, infatti, come scrive Scarpinato, “la Costituzione finisce così sul banco degli imputati e la Commissione bicamerale per le riforme istituzionali istituita nel febbraio 1997 diventa il tavolo operatorio dove, con sapiente chirurgia istituzionale, amputando e rimodellando qui e là, si prova a trasfigurare l’ordine giudiziario in una variabile dipendente degli equilibri politici che via via si consolidano sottobanco. Messa da parte la bicamerale, quel risultato è stato poi tenacemente perseguito con una sequenza ininterrotta di operazioni di ingegneria legislativa che lavorando ai fianchi, di sotto e di sopra l’architettura costituzionale, rischiano di svuotarla” (2). Ora: il fatto che sempre più spesso, quando un magistrato apre un’indagine relativa a reati economici, si ritrovi a celebrare un processo politico, è la dimostrazione della profondità dei rapporti che ormai si sono istituiti tra politica, imprenditoria e mafia. Da quanto si evince leggendo i dati riportati nella Relazione dell’anticorruzione, da Tangentopoli a oggi il mercato delle tangenti non ha cessato di proliferare. Al contrario, oltre a non avere fatto in tempo a debellare il fenomeno ambientale della tangente, Mani pulite ha contribuito per converso all’evoluzione della specie, inducendo le tecniche corruttive ad affinarsi sempre di più. La corruzione ha fermentato fino a diventare la cifra sociale dei rapporti economici. Recenti studi sul tema hanno dimostrato essere diventata “prassi comune per aggiudicarsi appalti, licenze edilizie, realizzazione di opere finanziarie, superamento di esami universitari, esercizio della professione medica, addirittura nel mondo del calcio. In questi studi, il sistema della corruzione viene descritto come profondamente radicato nei diversi settori della vita politica amministrativa ma anche nella società civile, nel mondo delle professioni, in quello imprenditoriale e finanziario. La corruzione nella burocrazia è estremamente diffusa, favorita da alcune caratteristiche di fondo del sistema amministrativo, rappresentato da meccanismi di reclutamento e di carriera dei pubblici ufficiali dipendenti, dalla viscosità e dall’inefficienza delle procedure. Gli scambi corrotti avvengono secondo meccanismi stabili di regolazione che assicurano l’osservanza diffusa di una serie di regole informali, di diverse tipologie a seconda del ruolo predominante svolto dai diversi centri di potere, politico, burocratico, imprenditoriale e mafioso” (3). È facile dedurre quanto l’assenza di contrappesi istituzionali, tra i quali una magistratura indipendente, possa permettere a un simile sistema di autoalimentarsi e dilatarsi, a totale scapito del cosiddetto libero mercato, tanto decantato dai vari capitani d’industria e dai parlamentari, i quali da sempre si nutrono di questo sistema di conservazione del monopolio e del potere (si leggano le cronache di Tangentopoli). È questo l’humus in cui crescono le ragioni della campagna di demonizzazione portata avanti negli ultimi quindici anni dalla classe dirigente (della quale la proposta di intitolare una via a Craxi rappresenta una delle tante battaglie simboliche). Un terreno di coltura adito a creare, nella percezione degli italiani, una riduzione della gravità del fenomeno corruttivo. Con il risultato di rendere la cosiddetta ‘riforma giudiziaria’ un incentivo sociale all’uso della corruzione come semplice olio lubrificante del sistema, sia a livelli macro che micro economico. “Noi siamo dell’idea che la magistratura
debba svolgere il proprio lavoro, siamo dell’idea che il governo
chiamato a governare da 18 milioni di italiani debba svolgere il suo
lavoro e che il potere legislativo debba fare le leggi: la soluzione
per una fisiologica vita democratica è che ciascuno si attenga
al proprio mestiere e ciascuno faccia fino in fondo il proprio dovere”. La lunga frase di Alfano proviene da questo mondo culturale, da una concezione del reale in cui la mafia è una componente sociale come un’altra. In cui lo status quo deve essere conservato a ogni costo. Tuttavia sarebbe troppo addossare ad Alfano le colpe di quanto accaduto a luglio in Parlamento. L’uomo che pronuncia queste parole è solamente il braccio operativo di un Olimpo degradato, il Baron Samedi con sigaro e cappello a cilindro a spasso di notte per i cimiteri. È l’uomo che per arroganza, arrivismo e mancanza di scrupoli rappresenta al meglio la nuova borghesia che ha preso definitivamente il potere, per trasformare il Parlamento in un’appendice di interessi, di sentimenti e di modalità mafiose. Tuttavia, oggi, cedere alla convinzione che il Parlamento e la cultura mafiosa di certa Sicilia costituiscano l’eccezione in un mondo sano, è un errore clamoroso. Al contrario, essi, per quanto concerne l’Italia, sono solo una fetta del mondo quotidiano preso a caso. Un mondo in cui la parola mafia, ben oltre dal definire solamente un’organizzazione criminale o una mappa territoriale, finisce per configurarsi sempre più come uno spazio mentale e di azione comune, in verticale e in orizzontale alla penisola. Una cultura, un modo di vivere, un sentimento, che trascendono l’affiliato, per diventare uno scambio sociale ed economico che va dalla semplice raccomandazione all’appalto truccato, dalla tangente all’omicidio. Per questo motivo, a leggere quelle parole viene
freddo. Perché, se è vero che l’Italia di oggi
nasce da rivolgimenti internazionali come il crollo dell’impero
sovietico, è altresì vero che ha bevuto il latte di
Tangentopoli e delle stragi corleonesi di Capaci e via D’Amelio.
Ma mentre Mani pulite non è riuscita a trasformarsi in un momento
di pulizia politica e imprenditoriale, le stragi hanno rappresentato
l’inizio di una marcia inarrestabile, silenziosa e sommersa,
posta in atto dalla borghesia mafiosa. E se è vero che Berlusconi
è l’uomo che ha portato questa nuova mafia direttamente
in Parlamento, è altrettanto vero che le scalate alle banche
e l’abitudine alla corruzione sempre più diffusa anche
tra ministri e assessori di centrosinistra (si pensi, per citare solamente
l’ultimo caso, alla giunta abruzzese di Ottaviano Del Turco),
dimostra quanto lo spirito mafioso sia diventato ormai linfa vitale
della gran parte del sistema politico e imprenditoriale.
(1) Il ritorno del principe,
Roberto Scarpinato e Saverio Lodato, Chiarelettere, pag.81
Leggi anche: Governabilità!
di Walter G. Pozzi, Paginauno n. 21/2011 Le
ronde smascherano l'inutilità del Pd, Walter G.
Pozzi, Paginauno n. 14/2009 La questione dell'ingovernabilità,
Walter G. Pozzi, Paginauno n. 7/2008 Pdl-Pd:
bipolarismo targato P2, Giovanna Cracco, Paginauno n.
12/2009
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