| «E la giustizia?»
«Lei non conosce il gioco. Tutto, naturalmente è giustizia,
perché tutto finisce sempre bene, capisce?»
(da Il tallone di ferro di Jack London)
La vicenda montata a luglio intorno al lodo Alfano ha mostrato il complesso
ventaglio di ambiguità, di complicità e di convenienze
che attualmente, come un nucleo compatto di potere, si muovono in chiaroscuro
nel Parlamento.
Se la promulgazione della legge da un lato ha evitato a Berlusconi una
probabile condanna per corruzione (incompatibile con una carica istituzionale),
dall’altro ha rappresentato una dimostrazione di forza parlamentare
che non ha precedenti nella storia della Repubblica. Tuttavia sarebbe
una colpevole ingenuità cadere nel tranello mediatico che ha
dipinto questo primo affondo contro la legalità, alla stregua
di una corsa solitaria del presidente del Consiglio. Anche la moltiplicazione
di analisi, di manifestazioni di protesta e di critiche su televisioni
e giornali riguardo al modus operandi del governo, così come
è stato consegnato agli italiani, non è andata oltre una
strumentale incorporazione dell’intera manovra nella figura del
mostro, impedendo che venisse reinscritta nel quadro più ampio
di convenienze condivise dall’intera élite dominante.
L’atto di forza con cui Berlusconi si è garantito l’impunità
era prevedibile.
Stupisce semmai la sorpresa dei vari Veltroni e D’Alema che fino
a un giorno prima si erano sbracciati per difendere ‘il dialogo’
politico tra le parti. Come potevano pensare che, con quei due processi
sulla testa, Berlusconi si sarebbe preoccupato di andare troppo per
il sottile? Il colpo di mano era nello stato delle cose, e nell’indignazione
che è seguita, da parte di politici che da due anni, al fine
di contribuire a liberare il Parlamento dalla sinistra ‘radicale’,
chiedono senza sosta ‘governabilità’, c’è
una buona dose di ipocrisia; vista anche l’identità di
vedute espressa dai programmi delle due coalizioni sul piano economico
e politico e in merito alla riforma della giustizia. Su quest’ultimo
punto la convergenza degli intenti è tale, da far pensare che
il celeberrimo lodo rappresenti ‘solo’ l’ultimo atto
di forza, necessario prima dell’equilibrio e della pace che sempre
subentrano alla violenza. I continui richiami al dialogo di Veltroni,
e la frettolosa approvazione del presidente della Repubblica sono lì
a dimostrarlo. Di fronte a tanti messaggi di conciliazione, il semplice
chiedersi se la legge sia costituzionale rappresenta di per sé
un eccessivo tecnicismo.
Il discorso stesso – pronunciato il giorno della promulgazione
del lodo – con cui D’Alema tiepidamente consiglia a Berlusconi
di farsi processare e di lasciare al Parlamento la calma e la serenità
di approntare quelle riforme sulla giustizia che non si limitino a una
legge “rozza e frettolosa”, fa emergere un quadro di luci
e ombre tra le quali si intravede la verità mai rivelata. Quasi
Berlusconi non fosse che l’altra faccia delle intenzioni inconfessabili
di un progetto comune alle parti, un’anomalia dell’ideologia
neoliberista che simbolicamente si mostri nel lodo Alfano, rivelando
gli altarini. In tal senso, Berlusconi è stato utile a nascondere
la condivisione degli interessi che si muovono in Parlamento, non diversamente
dal classico mostro sbattuto in prima pagina.
Impedire alla magistratura di nuocere è diventato
l’imperativo categorico di una classe politica ed economica che,
dopo sessant’anni di malversazioni, di relazioni ambigue, di furti
e di sangue, oggi ha fatalmente imboccato un vicolo cieco.
Parlare di una vendetta per la grande paura patita durante l’inchiesta
Mani pulite, di scontro tra campi di potere, o semplicemente di ‘riforma
della giustizia’, non è che un’impostura per coprire
il tentativo disperato di impedire una nuova stagione di inchieste,
che tolga il velo dallo specchio su cui è riflessa l’immagine
e la vera storia della seconda Repubblica. Per il procuratore aggiunto
presso la Procura antimafia di Palermo, Roberto Scarpinato, l’attuale
situazione è il portato naturale di considerazioni tratte a tavolino
di fronte all’improvvisa libertà lasciata aperta dai giorni
della caduta dell’impero sovietico. “La fine del bipolarismo
liberalizza il processo politico distruggendo alcune posizioni di oligopolio
politico e lasciando molti orfani. Infatti, venuto meno il collante
artificiale dell’anticomunismo (il montanelliano Votate... turandovi
il naso), scongelatisi i serbatoi del voto ideologico, messo in libera
uscita un ondivago voto di opinione che non sa neppure bene dove dirigersi,
i partiti di maggioranza crollano e quelli di opposizione devono reinventarsi
un ubi consistam, mentre i cambiamenti radicali dei processi
economici e la globalizzazione affidano al museo della storia la classe
operaia e la dinamica dei conflitti di classe. Nel generale dissesto
che si viene transitoriamente a determinare, si crea nella prima parte
degli anni Novanta un vuoto di potere che apre una parentesi grazie
alla quale valori delle minoranze prendono il sopravvento in una bolla
temporale destinata a sciogliersi ben presto nello scontro con la realtà
del Paese” (1).
Dopo quarantacinque anni di mordacchia, cadute alcune delle strutture
che per anni hanno funto da protezione per i politici, i giudici si
sono ritrovati improvvisamente liberi di attenersi all’articolo
3 della Costituzione, secondo cui tutti i cittadini sono uguali davanti
alla legge, e all’articolo 112, che sancisce l’obbligatorietà
dell’azione penale. I risultati di questa improvvisa boccata di
libertà, sono ancora nella memoria degli italiani e, soprattutto,
dell’élite dominante, che proprio da allora si è
imposta l’obiettivo di destabilizzare il bilanciamento dei poteri
stabilito dalla Costituzione. E da allora, infatti, come scrive Scarpinato,
“la Costituzione finisce così sul banco degli imputati
e la Commissione bicamerale per le riforme istituzionali istituita nel
febbraio 1997 diventa il tavolo operatorio dove, con sapiente chirurgia
istituzionale, amputando e rimodellando qui e là, si prova a
trasfigurare l’ordine giudiziario in una variabile dipendente
degli equilibri politici che via via si consolidano sottobanco. Messa
da parte la bicamerale, quel risultato è stato poi tenacemente
perseguito con una sequenza ininterrotta di operazioni di ingegneria
legislativa che lavorando ai fianchi, di sotto e di sopra l’architettura
costituzionale, rischiano di svuotarla” (2).
Ora: il fatto che sempre più spesso, quando un magistrato apre
un’indagine relativa a reati economici, si ritrovi a celebrare
un processo politico, è la dimostrazione della profondità
dei rapporti che ormai si sono istituiti tra politica, imprenditoria
e mafia. Da quanto si evince leggendo i dati riportati nella Relazione
dell’anticorruzione, da Tangentopoli a oggi il mercato delle tangenti
non ha cessato di proliferare. Al contrario, oltre a non avere fatto
in tempo a debellare il fenomeno ambientale della tangente, Mani pulite
ha contribuito per converso all’evoluzione della specie, inducendo
le tecniche corruttive ad affinarsi sempre di più. La corruzione
ha fermentato fino a diventare la cifra sociale dei rapporti economici.
Recenti studi sul tema hanno dimostrato essere diventata “prassi
comune per aggiudicarsi appalti, licenze edilizie, realizzazione di
opere finanziarie, superamento di esami universitari, esercizio della
professione medica, addirittura nel mondo del calcio. In questi studi,
il sistema della corruzione viene descritto come profondamente radicato
nei diversi settori della vita politica amministrativa ma anche nella
società civile, nel mondo delle professioni, in quello imprenditoriale
e finanziario. La corruzione nella burocrazia è estremamente
diffusa, favorita da alcune caratteristiche di fondo del sistema amministrativo,
rappresentato da meccanismi di reclutamento e di carriera dei pubblici
ufficiali dipendenti, dalla viscosità e dall’inefficienza
delle procedure. Gli scambi corrotti avvengono secondo meccanismi stabili
di regolazione che assicurano l’osservanza diffusa di una serie
di regole informali, di diverse tipologie a seconda del ruolo predominante
svolto dai diversi centri di potere, politico, burocratico, imprenditoriale
e mafioso” (3).
È facile dedurre quanto l’assenza di contrappesi istituzionali,
tra i quali una magistratura indipendente, possa permettere a un simile
sistema di autoalimentarsi e dilatarsi, a totale scapito del cosiddetto
libero mercato, tanto decantato dai vari capitani d’industria
e dai parlamentari, i quali da sempre si nutrono di questo sistema di
conservazione del monopolio e del potere (si leggano le cronache di
Tangentopoli). È questo l’humus in cui crescono le ragioni
della campagna di demonizzazione portata avanti negli ultimi quindici
anni dalla classe dirigente (della quale la proposta di intitolare una
via a Craxi rappresenta una delle tante battaglie simboliche). Un terreno
di coltura adito a creare, nella percezione degli italiani, una riduzione
della gravità del fenomeno corruttivo. Con il risultato di rendere
la cosiddetta ‘riforma giudiziaria’ un incentivo sociale
all’uso della corruzione come semplice olio lubrificante del sistema,
sia a livelli macro che micro economico.
“Noi siamo dell’idea che la magistratura
debba svolgere il proprio lavoro, siamo dell’idea che il governo
chiamato a governare da 18 milioni di italiani debba svolgere il suo
lavoro e che il potere legislativo debba fare le leggi: la soluzione
per una fisiologica vita democratica è che ciascuno si attenga
al proprio mestiere e ciascuno faccia fino in fondo il proprio dovere”.
Sarebbe sbagliato pensare a questi concetti espressi dal guardasigilli
Angelino Alfano come al frutto di una sua personale visione del mondo.
Costui, contrabbandato come persona dotata di vivace intelligenza, è
in realtà solamente l’uomo di Dell’Utri.
Figlio di un ex sindaco democristiano di Agrigento, il bambino prodigio
è stato una delle leve con cui, dal ’96 al 2001, il Polo
delle libertà ha intessuto in Sicilia la fitta rete di rapporti
con le vecchie gerarchie politiche, momentaneamente esautorate dall’inchiesta
Mani pulite, e il cosiddetto ventre molle della società isolana.
Un lento lavorio condensatosi nella conquista di 61 seggi su 61, alle
elezioni del 2001 che hanno consacrato Berlusconi. Per raggiungere i
propri obiettivi, Alfano non ha disdegnato di lavorare spalla a spalla
con un personaggio del calibro di Giuseppe Nobile, un rappresentante
del mandamento mafioso di Favara (una delle mafie più feroci
della Sicilia), arrestato nel 2004 e condannato a sette anni di reclusione.
La lunga frase di Alfano proviene da questo mondo culturale, da una
concezione del reale in cui la mafia è una componente sociale
come un’altra. In cui lo status quo deve essere conservato a ogni
costo. Tuttavia sarebbe troppo addossare ad Alfano le colpe di quanto
accaduto a luglio in Parlamento. L’uomo che pronuncia queste parole
è solamente il braccio operativo di un Olimpo degradato, il Baron
Samedi con sigaro e cappello a cilindro a spasso di notte per i cimiteri.
È l’uomo che per arroganza, arrivismo e mancanza di scrupoli
rappresenta al meglio la nuova borghesia che ha preso definitivamente
il potere, per trasformare il Parlamento in un’appendice di interessi,
di sentimenti e di modalità mafiose. Tuttavia, oggi, cedere alla
convinzione che il Parlamento e la cultura mafiosa di certa Sicilia
costituiscano l’eccezione in un mondo sano, è un errore
clamoroso. Al contrario, essi, per quanto concerne l’Italia, sono
solo una fetta del mondo quotidiano preso a caso. Un mondo in cui la
parola mafia, ben oltre dal definire solamente un’organizzazione
criminale o una mappa territoriale, finisce per configurarsi sempre
più come uno spazio mentale e di azione comune, in verticale
e in orizzontale alla penisola. Una cultura, un modo di vivere, un sentimento,
che trascendono l’affiliato, per diventare uno scambio sociale
ed economico che va dalla semplice raccomandazione all’appalto
truccato, dalla tangente all’omicidio.
Per questo motivo, a leggere quelle parole viene freddo. Perché,
se è vero che l’Italia di oggi nasce da rivolgimenti internazionali
come il crollo dell’impero sovietico, è altresì
vero che ha bevuto il latte di Tangentopoli e delle stragi corleonesi
di Capaci e via D’Amelio. Ma mentre Mani pulite non è riuscita
a trasformarsi in un momento di pulizia politica e imprenditoriale,
le stragi hanno rappresentato l’inizio di una marcia inarrestabile,
silenziosa e sommersa, posta in atto dalla borghesia mafiosa. E se è
vero che Berlusconi è l’uomo che ha portato questa nuova
mafia direttamente in Parlamento, è altrettanto vero che le scalate
alle banche e l’abitudine alla corruzione sempre più diffusa
anche tra ministri e assessori di centrosinistra (si pensi, per citare
solamente l’ultimo caso, alla giunta abruzzese di Ottaviano Del
Turco), dimostra quanto lo spirito mafioso sia diventato ormai linfa
vitale della gran parte del sistema politico e imprenditoriale.
Un culto dell’illegalità all’ombra del quale si nasconde
buona parte della cosiddetta società sana che, tutto sommato,
la pensa come Alfano. Ed è in difesa di questo sistema che oggi
si erige la retorica della governabilità. Il fatto che gli uomini
del Pd vi si appellino tanto di sovente dimostra quanta poca differenza
esista, se non nella forma, tra il richiamo in stile mafioso rivolto
ai magistrati “di fare ognuno il proprio dovere”, il continuo
ed estenuante riferimento al dialogo di Veltroni e gli inviti alla conciliazione
tra le parti, e alla moderazione, di Napolitano.
Lo status quo, quale esso sia, va conservato con ogni mezzo. È
stato a lungo così con lo Stato fascista, con le stragi degli
anni Settanta, e sarà così, e molto più a lungo,
con lo Stato mafioso.
Walter G. Pozzi
(1) Il ritorno del principe,
Roberto Scarpinato e Saverio Lodato, Chiarelettere, pag.81
(2) Ivi, pag.83
(3) Il Fenomeno della corruzione in Italia 2007 – Relazione
del commissario anticorruzione |